“Ma non capite che il suicidio della specie umana è l’ultimo definitivo apice di tutti i nostri collassi morali?” scriveva nel 1977 Hilbert Schenck ne “Mentre l’Atlantico muore”
Perdere il futuro come se avessimo a disposizione ancora tempo e soluzioni in abbondanza per rimediare agli sbagli, alle imprudenze, alle nefaste conseguenze di calcoli solo utilitaristici. Giocarselo al buio il futuro. Perché i veri giocatori sanno che smettere quando si perde non si fa. Bisogna perseverare. Per cento volte che si va a bagno, un paio si vince e com’è emozionante avere tra le mani tutte quelle belle fiches colorate. L’aritmetica lasciamola fuori e per far quadrare i conti in positivo esternalizziamo le voci passive.
Non sappiamo come si fa a tornare indietro ma non smettiamo di avanzare a bordo di bulldozer metaforici e non. Cocci e macerie sotto il tappeto. Fino al momento in cui ci accorgeremo di poterli lasciare impunemente in bella vista, e quei pochi che ancora si ribelleranno, che ancora denunceranno, per allora sapremo come metterli alla berlina in modo rapido ed efficace, e senza perdere la faccia.
Distruggiamo e ci dimentichiamo di aver distrutto. Sicuramente ce ne dimentichiamo. Non c’è altra spiegazione per la nostra indifferenza. E per la nostra non dovuta indulgenza. Per i nostri e per gli altrui deprecabili atti. Un ben oliato congegno di rimozione.
Neanche un mese trascorso e il Giappone oggi merita soltanto un trafiletto a latere. Mentre quello che sta accadendo e che accadrà dovrebbe tenere in allarme il mondo intero. Dovrebbe farci inginocchiare a chiedere scusa per la nostra arroganza. Amo la scienza e il genio dell’uomo che scopre, ma la seduzione dei benefici immediati, soprattutto se pecuniari, non lascia scampo. Non riusciamo a essere all’altezza delle nostre capacità. E stiamo uccidendo il mare. Ci impegniamo anche parecchio.
Ogni tanto mi dedico a un giochetto perverso.
Pesco vecchie notizie, soprattutto catastrofi e vado a vedere cosa accade dieci, venti, trent’anni dopo.
Bhopal, Chernobyl, Exxon Valdez, Prestige, Deepwater Horizont, per citarne alcune note. Gli esiti vado a vedere. Umani, ambientali, giudiziari.
Mentre noi nel frattempo ci siamo dedicati ad altro, c’è qualcuno oggi che continua a pagare sulla propria pelle le conseguenze di quegli atti. In sintesi. In dettaglio diventa rivoltante. Ecosistemi irrimediabilmente compromessi, malattie, morte. Ora, se anche non possiamo più farci nulla, dovremmo comunque tenere tutto quanto nel conto generale, in modo che le nostre proiezioni per il futuro possano avere un minimo di senso.
Il signor Stewen Newman si è aumentato lo stipendio annuo di 200.000 dollari arrivando a quota 1.100.000. Il suo merito? Essere a capo di una compagnia che ha potuto vantare il 2010 come il miglior anno per la sicurezza, con soltanto 11 morti sul lavoro. Il signor Newman è a capo della società svizzera Transocean, società che ha concesso in affitto, per mezzo milione di dollari al giorno, la piattaforma Deepwater Horizont alla compagnia britannica BP. Gli undici morti sono quelli del disastro nel Golfo del Messico.
Tra l’altro la BP ha di recente fatto richiesta presso il governo degli USA per nuove trivellazioni nel Golfo. La richiesta per ora è stata respinta.
Quello che sta accadendo minuto dopo minuto nell’Oceano Pacifico è molto di più di tutti i disastri di cui sopra. È qualcosa di grosso. Una gran brutta faccenda. Il racconto di Schenck pare profetico.
Uno studio scientifico ha ipotizzato in base ai dati in possesso, tra le varie conseguenze a breve termine, la morte di 5000 balene. Sono solo balene. Ma 5000 a breve termine danno l’idea della merda che abbiamo messo in mare.
Ora questo gruppo di stoici e composti esseri umani rinuncerà al proprio piatto preferito e passerà il resto del tempo a svuotare il mare con un secchiello (o con una nave per stoccare l’acqua contaminata (!) se la Russia gliela darà). A raddoppiare, triplicare, decuplicare, se sarà necessario, i parametri di tollerabilità alle radiazioni per non dover dichiarare invivibile il proprio territorio.
Emblema e prefigurazione del nostro intero e comune destino.
2010
(E questi che vengono adesso. E attraversano non l’oceano ma questo nostro piccolo e gravido mare. Di ordigni, di cadaveri, di affondamenti criminali, di sversamenti mortiferi, gravido. Arrivano dalla guerra. Avercelo bene presente. Arrivano dalla guerra e dalla fame. Dalla sete. Da terre che non sono più le loro. Anche queste cose sono guerra. E quando stai messo così pensi solo a star vivo e al cibo. E se non te li hanno ammazzati sotto agli occhi o non son morti d’inedia pensi a proteggere i tuoi cari. E anche per loro pane e sopravvivenza. A qualsiasi costo. Esistono solo i bisogni primari. Ti viene la paura, ti viene il coraggio, ti viene la vigliaccheria, ti viene la rabbia. A seconda.
Succede qualcosa nel cervello. Come una pazzia. Chi viene da dentro la guerra non è come chi è fuori dalla guerra. È diverso.
Dobbiamo ricordarcene ogni volta che incontriamo un “indesiderato”. E avere rispetto.)
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