Fin
verso le undici ho vagabondato per le strade di New York con le
tavole di Giacomo Bevilacqua*. Il cielo terso dalla finestra di
fronte al mio letto ben si accordava con quello dei suoi disegni.
Terminata la seconda abbondante tazza di caffè, mi sono alzata e
vestita per uscire.
Dopo
dodici anni ho brindato insieme al mio ex compagno di una vita, suo
fratello, la moglie con l'attuale marito, mio nipote, la sua
fidanzata. È stato piacevole, se pur un poco strano dopo tanto
tempo. Quando si sono messi a tavola me ne sono andata per
raggiungere casa di mia madre. Lasciarla sola con quell'acida di mia
nonna e con un marito le cui mani ormai si sono fuse l’una con il
telecomando televisivo, l’altra con lo smartphone, mi pareva
crudele.
Mi
sono messa in auto alle 13.30. Strade deserte.
Seduta
a una fermata del bus, vedo una donna anziana, di buona corporatura,
abbottonata nel cappotto beige, un foulard in testa, la borsa della
spesa ai piedi. La supero ma al primo incrocio devio per tornare
indietro. Raggiungo nuovamente la fermata e mi accosto tirando giù
il finestrino. Chiedo alla donna se le serve un passaggio. Non credo,
le dico, che l’autobus passi a breve. Non risponde. Mi guarda e
sorride. Le do il tempo di valutare la sicurezza di salire sull’auto
di una sconosciuta, sorridendole a mia volta. Dove deve andare, le
chiedo. Continua a sorridermi e non risponde. I suoi occhi dicono:
grazie ma non ho bisogno di un passaggio, sto bene qui. La
saluto augurandole buon Natale, faccio inversione, e mi allontano.
Devo
percorrere circa mezz’ora di strada. Il percorso è periferia,
centro, costa, campagna. Faccio caso a chi vedo. Arrivando in centro
qualche automobile la incrocio. Qualcuno in ritardo per un pranzo,
qualcuno che l’ha già stranamente terminato, qualcuno che starà
andando al lavoro o ne starà tornando. Noto le persone a piedi.
Poche, isolate. Camminano per far passare il tempo. È evidente
dall’andatura. Sono le persone sole. Quelle che hanno deciso di non
stare chiuse in casa ma di godere della bella giornata. Forse
incontreranno qualcuno con cui scambiare due parole. Si appropriano
della città ferma e silenziosa. Lo faccio anch’io spesso di errare
nelle ore deserte. Anche oggi, in fondo. Mi sto spostando per toccare
parti del mio passato in pacifica solitudine.
L’ultimo
tratto è tra gli ulivi. Accosto e mi siedo sul ciglio tra l’erba
per qualche minuto prima di raggiungere casa di mia madre. Si sta
bene. C’è un buon odore nell’aria.
25
dicembre 2016
*“Il
suono del mondo a memoria” Bao Edizioni