giovedì 16 aprile 2020
RESILIENZE
giovedì 3 gennaio 2019
PROPOSITI PERSONALI PER IL NUOVO ANNO
PREMESSA FONDAMENTALE: trovare finalmente un buon medico che mi restituisca a una vita normale
QUINDI IN ORDINE SPARSO: riprendere a camminare ogni giorno all'alba lungo la costa, riscoprire anche le passeggiate notturne, ritornare vegetariana, continuare ad aiutare chi ha bisogno di aiuto facendo del mio meglio, non aver paura di chiedere aiuto, dedicarmi con metodo al nuovo libro anche solo un paio d'ore al giorno, raccogliere tutte le mie poesie, accettare solo lavori pagati il giusto libera dal timore di non riuscire a pagare l'affitto, smettere di fumare, bere più acqua, non dire sempre sì, riuscire ad aprir bocca con le persone aggressive anziché restare muta e tachicardica, restare resiliente, restare aperta al prossimo, liberarmi dal peso delle delusioni, essere presente, prendermi cura dello spazio attorno al condominio in cui abito, impegnarmi per aprire una biblioteca al Parasio con tutti i libri che ho, mantenere saldi i principi, adottare un gatto, dopo dieci anni riuscire ad andare a trovare la mia amica Daniela a Procida, incontrare nuovamente una balena, recuperare la capacità di ricordare ciò che studio per condividerlo con gli altri, ascoltare musica più spesso, trovare tempo per tutti senza sottrarne a me stessa, andare per un po' da Liliane e Marc a Saliers e prendermi cura dei due cavalli, recuperare la conoscenza del francese, studiare sul serio il tedesco, in alternativa imparare lo spagnolo o il portoghese, riuscire a portare chiarezza in un paio di situazioni irrisolte, ritrovare il piacere di cucinare, fare fotografie, andare al cinema con mia madre, imparare a riconoscere le costellazioni.
È bello scrivere un elenco del genere, chiarisce le idee. Provate.
P.S.(2023) Non è andata come mi ero proposta nonostante abbia reiterato le mie buone intenzioni anche per gli anni successivi. Ho continuato ad aiutare il prossimo, mi sono occupata degli spazi condominiali, ho terminato il libro (dal 2021), ho smesso di fumare (poi però ho ripreso). Quanto al resto, tra intervento al cuore e aggravamenti vari, pandemia e lockdown, lutti vari, sparizione dei cavalli, lavori a chiamata per sopravvivere, insomma, non se n’è fatto niente.
sabato 29 dicembre 2018
sabato 15 settembre 2018
SESSO E APOCALISSE A ISTANBUL
Raramente scrivo recensioni di libri. Mi piace consigliare la lettura di quelli che, per un motivo o per l'altro, possono a mio giudizio arricchire chi legge ma ritengo che non esistano recensioni esaustive. Credo sia giusta l'asserzione che di un testo esistano tante versioni quanti sono coloro che lo leggono. Ho però deciso di recensire, ancor prima di leggerlo, l'ultimo romanzo di Giuseppe Conte, “Sesso e apocalisse a Istanbul”, stuzzicata dai molti giudizi negativi che ho sentito. Riassumendo i commenti sono stati: un testo privo di contenuti e idee, un'accozzaglia di volgarità fine a se stesse, il delirio di una persona con frustrazioni non più controllabili.
Ho terminato di leggere mezz'ora fa e ho deciso di scriverne immediatamente.
Partirei dall'avvertenza al lettore, in cui l'autore dichiara sostanzialmente che Io è un altro. Non si tratta, per me, di un mettere le mani avanti o lavarsele a fronte di prevedibili critiche ma di una chiara dichiarazione d'intenti che mi ha fatto pensare alla teoria recitativa di Stanislavskij. Teoria che presuppone l'abbandono dello “stato attorico”, in cui l'interprete simula stati d'animo che non sono suoi, e cede se stesso al personaggio in un'operazione di identificazione assoluta, preparata da uno studio accurato del personaggio e del suo ambiente, al punto che lo spettatore non potrà che vedere sulla scena il solo personaggio e non più l'attore. Conte di riferisce secondo me a un procedimento analogo, l'unico che potesse permettergli di raccontare ciò che racconta senza apparire didascalico o saccente. Ha deciso di essere specchio del mondo e il mondo è volgare. Non lo è lo scrittore. Egli semplicemente presta se stesso e la propria capacità narrativa a un narratore che è lui ma non è più lui.
Quanto alla mancanza di contenuti ed idee, direi che ce ne sono in abbondanza anche se appena accennati. Nessun approfondimento, nessun giudizio, se non breve e lasciato scivolare qua e là, forse nella speranza che, in questa società con deficit d'attenzione, possa essere proprio la brevità a far attecchire un qualche spunto di riflessione. Solo un disseminare informazioni e accadimenti con una noncuranza che è specchio puntuale della noncuranza con cui accogliamo ed espelliamo in gran fretta, anche per limiti di capienza, l'eccesso di fatti che sono la nostra storia umana contemporanea.
I fatti di piazza Taksim e del Gezi Park, l'evolversi delle posizioni dell'Europa nei confronti della Turchia, e della Grecia, il capitalismo autoritario della Cina in Africa, la diaspora delle bellezze dell'Est dopo il crollo dell'Unione sovietica, il commercio di carne umana, il fascismo e la finanza globale, la povertà in Russia, compensata un tempo da sogni di grandezza che culminavano nel volo di Gagarin e oggi dal poter accedere a qualche ammennicolo elettronico e a qualche soggiorno all'estero, il mai abbastanza approfondito fenomeno sociale dei foreign fighters, i concetti di fede e di purezza, di una forza vergine e di una lotta che dovrebbero spazzare via dal mondo ogni forma di sopraffazione ed empietà e far regnare nel mondo onore e giustizia. E, ancora, la Siria in fiamme, il traffico di armi per Assad, di armi contro Assad, di armi per i Curdi, di armi per il Califfato contro i Curdi, il concetto di vita dell'universo, l'entropia, la denuncia della banalizzazione del concetto di tragedia.
Quindi il sesso, la cui presenza permea il libro dall'inizio alla fine. Ho trovato un solo paragrafo che ritengo eccessivo e, forse, superfluo; per il resto le particolareggiate descrizioni di atti sessuali riflettono quella che è la predominante tipologia attuale di fruizione del sesso. Non c'è erotismo, non è eccitante. La felice scelta del verbo zoomare, che ho incontrato nel terzo capitolo, è rivelatoria in tal senso, apocalittica. Tutto ciò che è normalmente nascosto, intimo, segreto, viene offerto in fotogrammi macro. Cavità, orifizi, umori. I contatti sono tra genitali non tra persone. Chi abbia anche solo una conoscenza sommaria dell'universo sessuale online, senza arrivare al mondo del web sommerso che, personalmente, ho avuto modo di sondare per una ricerca giornalistica, non potrà che riconoscerne una fedele narrazione, a mio parere persino edulcorata. Più che di volgarità il libro è colmo di disincanto, è un libro triste che sa di resa. Dove non si può far altro che ricondurre l'esistenza a quel momento in cui siamo tutti uguali come dinanzi alla morte. In cui perdiamo identità e desideriamo solo annullarci nella materia oscura di un tratto intestinale, nella cecità della carne.
Il disgusto provato da diversi lettori è prova dello stato di generale e indotta anestesia, perché tale disgusto dovrebbe essere pregresso alla lettura di un testo come questo. Dovrebbe manifestarsi quotidianamente e determinare un fermo e concreto rifiuto, nella vita reale, delle reiterate offese nei confronti dell'essere umano, dell'intelligenza, dell'humanitas, e del pianeta, in sintesi della vita in tutte le sue manifestazioni.
Mi rincresce non aver letto il libro prima di partecipare alla presentazione: avrei chiesto a Giuseppe Conte conferma o meno della mia analisi.
Settembre 2018
sabato 7 aprile 2018
IL SOGNO DEL NAUTILUS
mercoledì 21 febbraio 2018
IL TESTO DI DONATELLA DI CESARE
sabato 20 gennaio 2018
RIFLESSIONI POMERIDIANE SUL MIO LIBRO
Sto riflettendo sul libro che temo non riuscirò mai a terminare. È ambientato tra il ’23 e il ’43. Non anticipo la trama per scaramanzia. Sto pensando alla consapevolezza che obiettivamente possono avere le persone riguardo al periodo storico in cui sono immerse. A quale può essere la percentuale di lucidità nell’analisi dell’ambiente circostante, lucidità che dovrebbe determinare le scelte e le decisioni di ognuno. La maggior parte degli individui ha a che fare con situazioni contingenti che occupano la quasi totalità del tempo.
Difficile, se non arduo, riuscire a raddrizzare il collo e guardarsi attorno per bene, arrampicandosi anche qua e là per sporgersi oltre ciò che preclude la vista e la visione di quanto non è nelle nostre immediate vicinanze.
Questione di volontà, certo, ma essenzialmente questione di tempo. A meno di non essere spiriti liberi e forti, l’assenza di questo fiacca inesorabilmente la volontà di intelligere, di inter lègere, di saper con cura scegliere tra le tante interpretazioni della realtà, la più, per quanto possibile, corretta.
Questo stato di cose implica il dovere etico e civile da parte di coloro che dispongono di tempo, capacità, e onestà intellettuale di farlo per tutti gli altri. Di diventare sentinelle che danno l’allarme in tempo utile.
Quando la gente muore per le strade, quando tirano le bombe, quando manca il lavoro, manca il cibo, e il denaro è carta straccia, quando ci spara addosso e si vive nella paura, tutti sono capaci di riconoscere che c’è la guerra, che si è, volenti o nolenti, in guerra, in una guerra. Ma riconoscerne la vigilia? Individuare i prodromi del conflitto? Sapere qual è stato il punto di non ritorno? Pochi riescono immersi nel flusso degli eventi.
Io credo che giornalisti, scrittori, filosofi, studiosi di ogni disciplina, tutto il mondo dell’informazione e della cultura abbia il dovere di tentare di prevedere, di arrivare in anticipo sugli avvenimenti, di togliere il velo a quanto la maggior parte delle persone non sa, o non vuole, vedere.
Oggi, e da un bel pezzo, è urgente assolvere a tale imperativo ma io vedo, a parte l'eccezione di rare e poco risonanti voci, disertati i ruoli.
La comunità mediatica principalmente ha rinunciato a chiamare le cose con il loro nome, al metodo dell’analisi e dell’indagine, al rigore professionale. Per lo più arriva in ritardo e per non perdere l’attimo, si adopera più che altro per decidere da quale parte conveniente schierarsi.
mercoledì 27 dicembre 2017
TORINO È CASA NOSTRA
Lessi tempo fa i due libri di Giuseppe Culicchia “Torino è casa mia” e “Torino è casa nostra”. Il primo lo prestai non ricordo più a chi. Mia madre, sapendo che intendevo ricomprarlo, lo ha cercato su internet per regalarmelo a Natale. Non l’ha trovato disponibile ma ha scovato un “Torino è casa nostra” Michele Di Salvo Editore, ispirato al testo di Culicchia ma dal punto di vista di cittadini migranti e studenti stranieri approdati a Torino. Anch’essi rivisitano la città suddividendola in stanze. Il libro promuove il progetto DirittixDiritti a favore del diritto all’istruzione e alla cultura. Una piccola preziosa scoperta.
domenica 22 ottobre 2017
venerdì 13 ottobre 2017
J. HENRY FAIR CI FOTOGRAFA
Ho scoperto questo grande fotografo e desidero condividere la sua prospettiva
Sul suo sito troverete le fotografie divise per tematiche
Questa la copertina del suo ultimo lavoro.
Il suo sito
http://www.jhenryfair.com/
Il video di presentazione del suo ultimo libro
https://youtu.be/1aeIy0-LltQ
mercoledì 30 agosto 2017
IL LIBRO DEL MARE
Il libro del mare di Morten A. Stroksnes.
Fatelo leggere a scuola.
lunedì 28 agosto 2017
AMORE LIQUIDO DI ZYGMUNT BAUMAN
Ho terminato alcuni giorni fa il libro di Zigmunt Bauman "Amore liquido". Avevo già letto alcuni dei suoi saggi e, dopo aver letto la quarta di copertina che lasciava intendere una trattazione dell'argomento che ha richiamato alla memoria "Innamoramento e amore" di Alberoni e altri saggi sul tema, stavo per lasciar perdere. Senza nulla togliere al valore di tali opere, i miei interessi sono altri. Poi ho deciso di acquistare ugualmente il libro, riflettendo sul fatto che forse proprio ragionar d'amore è ciò che si deve oggi.
La lettura, pagina dopo pagina, ha dato ragione alla mia riflessione. Infatti Bauman partendo dall'analisi del sentimento amore nella sua accezione più classica, la relazione tra due persone, amplia l'orizzonte fin quasi ad andare fuori tema, o così parrebbe al lettore in cerca di consigli e riflessioni utili a meglio comprendere e vivere la propria vita sentimentale. Bauman fa di più: offre un'analisi, per meglio comprendere e vivere, in senso assoluto. Staccandosi a gradi dalla sfera privata e passando attraverso l'osservazione delle mutazioni del vivere urbano, passando per Kant, spiegando la produzione di rifiuti umani, arriva ad definire come il definirsi uomini non possa prescindere dall'amore, o si legga empatia, verso l'altro. Lettura consigliata.
O l'appartenenza alla specie umana supera tutte le altre più particolaristiche attribuzioni e fedeltà rispetto alla formulazione e assegnazione delle leggi e dei diritti stabiliti dall'uomo, oppure la causa della libertà umana in quanto inalienabile diritto dell'uomo è compromessa o persa del tutto.
(Zigmunt Bauman - Amore liquido - editori Laterza)
giovedì 20 aprile 2017
TRUMP, ERDOGAN, KIM JONG-UN E IL DIRITTO ALLA DISCONNESSIONE
domenica 26 febbraio 2017
LE BATTUTE MEMORABILI DI FEYNMAN
Mi sono comprata un gran bel libro. Lo affermo prima ancora di averlo letto. Innanzitutto è un’edizione Adelphi, una delle mie preferite quanto a eleganza, poi la copertina è in uno dei colori che prediligo. Si tratta de “Le battute memorabili di Richard Feynman”.
Tornando verso casa l’ho sfogliato a caso, leggendo qua e là e ho deciso di riportare qui di seguito alcuni brani che ben esprimono qualcosa che ho sempre sentito nell’intimo e che ho sempre avuto difficoltà nel comunicare.
Sicuramente nel corso della lettura troverò altri spunti che vorrò condividere ma intanto riporto i tre brani che ho trovato e che un po' dicono quella che è la mia fede. Fede intesa come necessità di un senso dell’esistenza. Qualcosa che ha a che fare con lo stupore e la meraviglia. Con l’accettazione serena della finitezza delle nostre singole vite.
“Ho un amico artista, il quale talvolta ha punti di vista che mi trovano in disaccordo. Per esempio prende un fiore e dice:«Guarda com’è bello», e su questo sono d’accordo. Ma poi dice: «Io, da artista, vedo quant’è bello un fiore, ma tu, da scienziato, lo dissezioni, rendendolo insulso.». Secondo me gli manca qualche rotella. Prima di tutto, la bellezza che vede lui è visibile anche agli altri – me compreso, penso. Anche se non sono esteticamente raffinato come lui, sono in grado di apprezzare la bellezza di un fiore. Ma allo stesso tempo vedo molto più di lui, in quel fiore. La bellezza non è solo quella che vediamo alle dimensioni di un centimetro, c’è anche su scala più piccola. Ci sono le azioni complicate delle cellule, e altri processi biochimici. Il fatto che i colori del fiore si sono evoluti in modo da attrarre gli insetti è interessante: significa che gli insetti vedono i colori. E questo fa sorgere un’altra domanda: il senso estetico che abbiamo noi esiste anche in forme di vita inferiori? Ci sono insomma domande interessanti di ogni tipo, che vengono dalla consapevolezza scientifica, e questo non fa che aumentare l’emozione, il senso di mistero e di riverenza che si provano davanti a un fiore. È qualcosa in più, non capisco come possa essere considerato qualcosa in meno.”
“La cosa migliore è rilassarsi e godersi lo spettacolo della nostra piccolezza in rapporto all’enormità del resto dell’universo. Naturalmente se lo si dovesse trovare deprimente, si può sempre ribaltare la prospettiva e considerare quanto siamo grandi rispetto agli atomi, o alle particelle subatomiche, al cui confronto siamo enormi universi. Oppure si può rimanere nel mezzo e bearsi di entrambi i punti di vista.”
“Penso che sia molto più interessante vivere senza sapere piuttosto che avere risposte che potrebbero essere sbagliate. Io possiedo risposte approssimative, fedi possibili e gradi diversi di certezza su vari argomenti ma non c’è niente di cui sia assolutamente sicuro e vi sono molte cose di cui non so nulla, se per esempio abbia senso domandarsi perché siamo qui, che cosa significhi una tale domanda… Non sento la necessità di avere una risposta, non mi spaventa il fatto di non sapere le cose, di essere perso in un universo misterioso, senza avere alcuno scopo – che poi è il modo in cui stanno le cose, per quello che ne so.”
Gennaio 2017
sabato 14 gennaio 2017
ARCHIVIARE I SOGNI
Ho letto il pezzo di Marco Filoni sul lavoro di Bert Kaplan, la cui storia di aspirante archiviatore di sogni è raccontata nel libro di Rebecca Lemov “Database of dreams” (University Press).
Al suo buon articolo vorrei aggiungere che sarebbe però bellissimo poter realmente registrare su supporto i propri sogni. Con una pendrive da infilare da qualche parte sulla fronte come la bella Stefania Rocca in Nirvana. Dico sempre che quello sì che sarebbe un device che pagherei qualsiasi cifra, certa che sbancherei i botteghini proiettando sul grande schermo le mie avventure oniriche. Ritorno economico a parte, è un vero peccato che di questa realtà così intensa, profonda, odorosa, e variopinta, che è parte integrante della nostra vita, possiamo conservare solo brandelli.
sabato 24 settembre 2016
I LUNEDÌ AL SOLE
martedì 30 agosto 2016
IL QUOTIDIANO AL BAR
martedì 26 luglio 2016
UCCISIONE A SAINT-ETIENNE
domenica 15 maggio 2016
KOBANE CALLING
È molto piacevole quando si acquista un libro e nel tenerlo tra le mani ci si ripete: « 20 euro spesi proprio bene!».
Quello di ZeroCalcare è un gran libro. A fumetti, per chi non conoscesse ancora l'autore.
Per esperienza personale pluridecennale posso affermare senza esitazione che un fumetto può essere letteratura, poesia, filosofia, impegno, onestà, arte, genio.
Nel caso specifico, superato l'iniziale disagio dovuto a una grafica che non corrispondeva ai miei gusti (mi sono formata sui sudamericani: Altuna, Olivera, Zanotto, Trillo, Enrique Breccia, Alberto Breccia con relativi grandi sceneggiatori, Wood, Trillo, ecc.), mi sono appassionata scoprendo un grande autore meritevole del successo che sta avendo.
Per questo vorrei proporre l'inserimento negli elenchi dei testi che vengono consigliati in lettura nelle scuole durante l'anno scolastico, il volume "Kobane calling" . Potrebbe essere consigliato nel corso di storia, di geografia, di lettere... Dalle medie in su, per tutti. Fino a 99 anni, come si dice.
Potrebbe insegnare qualcosa di quanto accade nel mondo che abitiamo, fosse anche solo l'intuizione che non può esistere una sola prospettiva monolitica.
Maggio 2016
venerdì 29 gennaio 2016
KINDER PANE CIOC
La prima volta che ho sentito utilizzare il termine “appetizzante” è stato da un veterinario, a proposito di mangimi animali. Sostanze aggiunte agli alimenti per renderli particolarmente appetibili fino a determinare una forte dipendenza a un prodotto.
Non amo i dolci, salvo quelli al cucchiaio fatti in casa con amore e in modo tradizionale, però ieri alla cassa di un discount ho ceduto alla tentazione di acchiappare una confezione in offerta di Kinder Pane Cioc cacao. Di sicuro è stata la parola cacao a sedurmi, alimento che amo e che non può certo essere definito dolce.
Un'ora prima di cena, riordinando in cucina ho dato un morso a una delle merendine e ho risposto i due terzi avanzati in una scatola. Il tempo di andare nell'altra stanza per dedicarmi ad altro e sono dovuta tornare indietro per riaprire la scatola e ingurgitare con altri due morsi il resto della merendina. Agghiacciante. Appetibile è un termine riduttivo. La dipendenza è immediata. Si chiama sofisticazione alimentare. E la faccenda degli appetizzanti è solo la punta dell’iceberg.
Da un ventennio mi interesso di cibo (agricoltura, pesca, allevamenti, processi industriali, sofisticazione alimentare) quindi nessuna sorpresa ma mentre ingoiavo avidamente l'ultimo boccone mi sono ricordata di un libro.
(…)
il
semaforo segnò verde. Ma le auto in corsa verso la spiaggia di Pula
non si mossero di un millimetro. Né la mia né la sua. La strada era
intasata, come ogni sabato mattina. Nessuno osò neppure sfogarsi con
il clacson, un gesto inutile. Il rosso si riposizionò sulle nostre
teste, e il bambino iniziò a scartare una merendina. Gli
sorrisi.
«Mangia,
bimbo bello, mangia», pensai.
Avevo
riconosciuto la confezione. Il produttore era un mio cliente. Ogni
mese lo rifornivo di alcuni quintali di ovoprodotto. Proveniva da una
ditta di riciclaggio di rifiuti del torinese che, invece di smaltire
uova ammuffite, rotte, invase da parassiti, le ripuliva alla buona
della putrescina e della cadaverina e le trasformava in una poltiglia
confezionata in comodi bidoncini da cinque chili, pronti per essere
versati nelle impastatrici delle industrie dolciarie. E non doveva
essere cattiva dato il gusto con cui il bambino ora addentava la
merendina con un'avidità da adulto, senza lasciare che neppure una
briciola cadesse fra i sedili. Il proprietario della ditta non aveva
mai fatto domande sulla qualità del prodotto ma il prezzo e
l'assenza di etichette sui contenitori spiegavano già tutto.
©
2007, Giulio Einaudi editore
Francesco
Abate,
Massimo
Carlotto –
Mi
fido di te
Gennaio 2016








