Sono tutti a pranzo. E c’è un gran vento.
Penso al libro su Imperia che ho pubblicato a novembre. Mentre
cammino all’interno del nuovo porto mi dico che, forse, scrivendo
ho tenuto i tono troppo bassi.
Le piastrelle ballano, magazzini e uffici in abbandono senza essere
mai stati utilizzati, il parcheggio allagato, palme in vaso e
panchine accatastate e dimenticate. Nessun distributore di
carburante. Un cartello indica la direzione per raggiungere
un’inesistente reception.
Solo qualche auto nelle strisce bianche e imbarcazioni all’ormeggio
suggeriscono l’idea di un approdo importante i cui fasti annunciati
mai saranno raggiunti.
Un porto bifronte: un lato mare di yachts lussuosi ed equipaggi
aitanti e un poco etilici com’è consuetudine, e, alle spalle, un
cantiere fantasma.
Qualcuno ne renderà mai conto?
Dello scheletro del capannone per la cantieristica navale, i
tavelloni della copertura giacciono sovrapposti ai piedi della
struttura. I pilastri verticali svettano contro il cielo senza più
essere uniti. Pare un opera in fieri. Invece si smantella, con
ulteriore dispendio di denari ed energie, una costruzione emblema
della nostra presunzione. E della nostra ingordigia. Monumento alla
vanagloria.
L’azzurro che recupera lo spazio cementizio è bello. Questo sì.
Avevo voluto concedere il beneficio del dubbio. Speravo che,
condivisibile o meno l’idea, questo porto, pensato fin dal XIX
secolo, sarebbe potuto divenire comunque un’opportunità. Il più
importante porto del Mediterraneo, magari con approdo per i
traghetti, finalmente e nuovamente internazionali.
Ora, invece, ho di fronte la rappresentazione ennesima del carattere
di questa città. Così come l’ho vista e descritta. Ora questo
luogo è quale un’istallazione. Provocatoria. Bisognerebbe mettere
una targa come nelle esposizioni. Per spiegarla questa provocazione a
chi è di fuori. Altrimenti per nessuno può avere senso questa cosa
che abbiamo davanti agli occhi. A me piace così. L’abbandono, il
degrado, la consunzione, la solitudine. Sì, preferisco così.
Saltare un passaggio. Gli anni di attività che sono, nostro
malgrado, non solo lavoro, socialità, guadagni, ma anche consumo e
inquinamento. Guardo il porto dal suo dentro come qualcosa di già
terminato da tempo. Abbiamo tra le mani già il dopo.
Approfittiamone. Pronti a ripensarlo il dopo. Questa volta con
intelligenza e lungimiranza. E maggior assunzione di responsabilità
da parte di ognuno nel pretendere che le cose vengano fatte come
devono essere fatte e nel contribuire a che ciò avvenga.
25/04/12 ore 13.00
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p.s. leggere Porto di Imperia 2