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lunedì 6 marzo 2023

INSETTI


“Ci considerano così inferiori che non si scomodano nemmeno a tenerci nascosti i loro piani… Non occorre certo nascondere l’insetticida alla vista delle bestioline, no? Un brindisi agli insetti!”

Mi è venuto in mente questo passaggio tratto dal primo volume della trilogia di Cixin Liu¹ ieri durante la conferenza “Gli invisibili” dedicata a quanti hanno subito effetti avversi per lo più non reversibili a seguito della cosiddetta profilassi vaccinale anti Covid. Non intendo entrare qui nel merito della questione si vax versus no vax per due motivi. Troppo lungo, complesso e fuori tema rispetto a quanto vorrei qui esprimere. Secondo si tratta di un’impostazione manichea della questione e gran parte del problema sta proprio in tale impostazione. Mi limito a dire che la mia formazione filosofica nonché quella minima dose di buon senso che guida, o dovrebbe, ognuno di noi, m’impongono di rifiutare qualsiasi atteggiamento dogmatico e autoritario in ambito scientifico. Credo irrevocabilmente nell’umiltà e nell’esercizio metodico del dubbio.

Detto questo torniamo agli insetti che peraltro adoro. Vivi. La maggior parte delle persone nei loro confronti prova invece un senso di repulsione, repulsione che ha radici nella paura atavica del totalmente diverso e lontano da sé e della malattia che l’insetto può diffondere (come d’altronde ogni altro essere vivente). Nel linguaggio comune sono utilizzati per esprimere sentimenti di disprezzo e superiorità. Schiacciare qualcuno come un insetto. Valere meno di un insetto. Fare schifo come un insetto. Insomma, gli insetti rappresentano ciò che non è degno di considerazione. Per traslato nella mente di chi ambisce al dominio la massa di Canetti diviene sciame, moltitudine immensa di esseri minuscoli da facilmente sovrastare e annientare. Esseri cui si può appunto impunemente mostrare la bomboletta d’insetticida senza che abbiano contezza di ciò che li attende. Proprio questa della bomboletta in bella vista l’immagine richiamata alla mia mente da un intervento del mediatore della conferenza il quale, riguardo all’errata interpretazione da parte di molti, e soprattutto di molti addetti ai lavori, della sentenza della Consulta in merito alla liceità dell’obbligo vaccinale per i sanitari, ha commentato “e pensare che sono laureati”. Purtroppo è così. La libertà è nello studio ma una laurea non garantisce la capacità di comprendere quanto si studia, processo prerogativa dell’intelligenza. Intelligenza che è saper leggere in mezzo ai dati a disposizione, saper quindi distinguere, cogliere e scegliere ciò che ha valore all’interno di un contesto dato, sempre umilmente consapevoli di quanto la soggettività dell’osservazione/analisi personale infici l’oggettività della conclusione. La realtà però è che si sta corrompendo fino a livelli inquietanti la capacità di comprendere un testo anche in coloro che riescono a leggerlo per intero e non si limitano alle prime righe. Nella nostra società accelerata, lasciando perdere la saggistica, chi ancora si avvicina alla carta stampata per informarsi, scorre occhielli, titoli, sommari, catenacci, legge a zeta, e, se è scrupoloso, dà una scorsa grossolana a qualche paragrafo di premesse nel testi fonte di riferimento. Se grosso modo tutto combacia allora è sufficiente a confermare quanto gridato da media e leader marionetta. A maggior ragione poi ci si ritiene al cospetto di una prova provata se la maggioranza conviene su un significato o una conclusione. Quindi ci si accoda sollevati con buona pace dello spirito critico. Basta vedere la leggerezza con cui si condividono articoli e studi a sostegno di una tesi senza accorgersi che gli articoli e gli studi in questione sostengono esattamente la tesi opposta a quella che si vuole perorare. Il solito vecchio discorso. Impoverisci il lessico e impoverisci il pensiero. Impoverito il pensiero ottieni il consenso. Soprattutto se condisci il tutto con una baraonda di rumore e immagini che spacci per accesso diffuso all’informazione. Come si dice, hanno fatto un buon lavoro. Infatti la maggioranza delle persone non è quasi più in grado di leggere un testo per intero, deficit di attenzione si chiama, e, ancora più grave, non è interessata a leggerlo un testo se non ha a che fare con un immediato utilizzo legato alla propria quotidianità. Di nuovo Cixin Liu, all’inizio del secondo volume: “ ...Zhang Yuanchao, invece, conosceva il nome dell’attuale presidente ma non aveva idea di chi fosse il premier. Questo, in realtà, era motivo d’orgoglio per lui. Viveva l’esistenza equilibrata di un cittadino comune, sosteneva, e non voleva darsi peso per tali sciocchezze. Non lo riguardavano, e ignorarle gli permetteva di risparmiarsi parecchie emicranie. Yang Jinwen invece si interessava di affari di Stato e si imponeva di guardare i notiziari tutte le sere; diventava paonazzo a furia di bisticciare con altri utenti online, discutendo di politica economica nazionale, o della tendenza globale all’aumento di risorse nucleari, e a che scopo? Il governo non gli aveva aumentato la pensione neanche di un centesimo. Ma quello ribatteva: «Sei ridicolo. Credi che non sia importante? Che non abbia nulla a che fare con te? Ascoltami, Lao Zahng. Ogni questione nazionale e internazionale, ogni politica di rilievo e ogni decisione dell’ONU influenzano la tua vita, sia in modo diretto che indiretto. Credi che l’invasione americana del Venezuela non ti riguardi? Io dico che avrà non poche ripercussioni a lungo termine sulla tua pensione.» Quella volta Zhang derise lo strampalato sfogo di Lao Yang ma ora sapeva che il vicino di casa aveva ragione”. E ancora più avanti: “ ...«Perché io?» «Questo dovrà scoprirlo da solo.» rispose Say «Sono solo un uomo normale.» «Di fronte alla crisi lo siamo tutti. Ma ognuno ha le proprie responsabilità» «Nessuno mi ha interpellato, prima. Ero all’oscuro di tutto.» Say rise di nuovo”

Per questo ormai radicato e diffuso modo di essere, questo ostinato non voler sapere ed essere appagati da quanto offrono le cosiddette armi di distrazione di massa, alcuni individui non si fanno scrupolo di considerarci e trattarci come insetti mettendoci sotto il naso qualsiasi nefandezza certi della nostra condiscendenza inerte e cieca. I pochi che ancora vedono e intendono non sono altro che una minoranza di insetti solo un po’ più tenaci ma non ci sarà da preoccuparsi né da sporcarsi le mani. Ci penserà lo sciame più grande, ad avere la meglio soffocandola questa fastidiosa minoranza. Ci riuscirà, come riporta correttamente Francesca Capelli in Wargasms², perché la maggioranza sarà ormai definitivamente persuasa e vinta dall’uso massivo di tecniche che semplificano arbitrariamente i problemi, identificano un nemico unico/capro espiatorio di volta in volta funzionale alla bisogna, utilizzano l’unanimità come deterrente, ripetono sistematicamente un concetto finché non viene percepito quasi come valore assoluto, persuadono gradualmente trasformando un’idea da impensabile e ignobile, a radicale, poi accettabile, fino a farla diventare addirittura ragionevole, se non addirittura etica, travolgono di informazioni a tal punto da rendere impossibile selezione e conoscenza, potendo quindi arrivare ad affermare tutto e il contrario di tutto senza che si batta ciglio. La sospensione dell’incredulità come modus vivendi ottimale del suddito. E poi screditare, denigrare, accusare, silenziare.

Ma non dimentichiamo che proprio gli organismi più piccoli e semplici, batteri, virus, in questo caso gli insetti, insegnano che chi sopravvive ai veleni trasmette caratteri di resistenza.


¹ Come, in modo eccellente, accadde con il Ciclo delle Fondazioni di Asimov, la trilogia di Cixin Liu (Il problema dei tre corpi, La materia del cosmo, La quarta dimensione) dimostra che la fantascienza può e continua a rappresentare un’eccellente strategia comunicativa. Descrive in modo puntale e critico il presente che osserva e analizza proiettandone il racconto in un futuro immaginato senza incorrere nel rischio di censura.


² “Wargasms - Orgasmi di guerra. Come la comunicazione pandemica ci ha insegnato ad amare l’emergenza ” il breve saggio della giornalista Francesca Capelli, edito da Transeuropa edizioni, è un testo equilibrato e di facile approccio. Il racconto incontrovertibile di quanto accaduto nei primi due anni di pandemia, un valido sguardo d’insieme ricco di spunti su cui riflettere con onestà.






giovedì 9 aprile 2020

CORONAVIRUS 6

Un fatto è assodato: l'umanità sta affrontando una crisi globale gravissima e, ritengo, una delle maggiori in senso assoluto. La differenza rispetto alle grandi crisi del passato è che gli esiti di questa, viste la realtà tecnologico finanziaria in cui siamo immersi e la conseguente accelerazione dei fenomeni, determineranno in modo ineluttabile le sorti della vita sul nostro pianeta. Ognuno di noi è chiamato a rispondere a un imperativo etico di assunzione di responsabilità. Non ci si può tirare indietro indefinitamente, indefinitamente lavarsene le mani. È necessario che ognuno metta in atto ogni mezzo personale e intellettivo per capire sino in fondo cosa sta accadendo e con umiltà si documenti, legga, s'informi. Ma seriamente e non seguendo il propagarsi dei commenti sui social come unica fonte di conoscenza. Abbiamo il dovere imprescindibile di non delegare ad altri decisioni che varranno per tutti. Dobbiamo verificare ogni informazione, ogni fonte, domandarci sempre cui prodest, a chi giova. Evitare l'atteggiamento tipico nei momenti di crisi di farsi prendere dal panico e aspettare che un deus ex machina venga a risolvere tutto. Non è più consentito a nessuno evitare una presa di posizione, come, tanto per fare un esempio, l'amico che a marzo inoltrato ha organizzato cene a casa propria difendendosi con il fatto che le restrizioni non erano ancora in vigore e che lui le cose le fa solo quando glielo impongono le regole ufficiali. Le leggi, le regole, sono fatte dall'uomo; a volte sono ingiuste, a volte sono sbagliate, altre volte, semplicemente, sono tardive, incomplete, inefficaci. Pertanto quando necessario vanno anticipate, migliorate, cambiate, o, in casi estremi, rifiutate. La storia è ricca di esempi di leggi inique di cui poi nel tempo ci si è vergognati. Non è più consentito non pensare. Non è più consentito non agire.

Le decisioni che governi, o chi per essi, hanno preso, stanno prendendo, e prenderanno nelle prossime settimane, incideranno in profondità sul mondo per anni. Influiranno non solo sui nostri sistemi sanitari ma anche sull'economia, la politica, la cultura. E, fondamentalmente, sulla società. Quest’esperienza sarà uno spartiacque. Al risveglio da questo incubo troveremo un mondo del tutto diverso da quello conosciuto sinora, che già non era dei migliori. E temo sarà un mondo distopico. L'accelerazione esponenziale data ai mutamenti sociali da quest'emergenza sarà infatti funzionale al rapido realizzarsi di obiettivi molto chiari messi in agenda già da molti decenni da poteri forti che non intendono rinunciare alla propria visione utilitaristica di una società frammentata e sottomessa. Non si tratta di complottismo ma delle conclusioni inevitabili di un'analisi portata avanti nel tempo... Dobbiamo agire con rapidità e determinazione, pretendendo trasparenza, onestà, senno. Non accettare incapacità e approssimazione, e opporsi a corruzione, conflitti di interesse, e utilitaristiche connivenze.

Dobbiamo, e avremmo dovuto già da tempo, tenere conto delle conseguenze a lungo termine delle nostre azioni, perché il delegare, l'ignorare, il permettere, il non re/agire sono di per se stesse azioni. Nello scegliere tra le varie alternative, dovremmo chiederci non solo come superare difficoltà e pericoli immediati, di qualsiasi natura siano, ma anche in che tipo di mondo vivremo quando li avremo superati. In che mondo vivremo quando questa tempesta sarà passata. Perché certamente, in un modo o nell'altro, questa tempesta passerà e il genere umano sopravvivrà. Molti di noi saranno ancora qui e tireranno un sospiro di sollievo. Alcuni si saranno ulteriormente arricchiti, altri avranno dato fondo ai risparmi di una vita, altri saranno precipitati definitivamente nel baratro dell'incapienza. Qualcuno sarà morto in solitudine, qualcuno si sarà ammazzato, qualcuno avrà ammazzato qualcun altro. Ma, essenzialmente, vivremo in un mondo diverso.

Molti dei provvedimenti adottati in questo periodo per gestire un’emergenza, diciamo a breve termine, diventeranno parte integrante della nostra quotidianità. È nella natura stessa delle emergenze accelerare i processi storici, trasformando intere nazioni in cavie per esperimenti sociali, attraverso l'adozione in poche ore di decisioni e leggi che in tempi normali richiederebbero anni. Le storie legislative nostrana e internazionale sono ricche di esempi di norme introdotte in regime di emergenza e poi rimaste in essere. Per questo è necessario che, oggi, per ogni norma che scavalchi il normale iter legislativo, o che esautori il potere del giudice a favore di quelli del prefetto, venga chiaramente indicato un termine temporale.

Pensiamo al riconoscimento facciale e all'obbligo di controllare e riferire temperatura corporea e condizioni di salute, alle tecnologie di contact tracing, tutte procedure già in vigore in alcuni Paesi. Le autorità possono non solo individuare i possibili infetti, ma anche seguire movimenti e abitudini di chiunque. Lo si fa da un bel po' ma ora tali misure verranno con il nostro plauso intensificate e applicata su larga scala. Quest'epidemia è una gran bella finestra di Overton nella storia della sorveglianza. Nel momento in cui le multinazionali e i governi cominceranno a raccogliere anche i nostri dati biometrici, potranno prevedere i nostri stati d'animo e manipolarli. Potranno convincerci di qualsiasi cosa con maggiore efficacia di quanto avvenuto finora. E potranno definitivamente venderci quello che vorranno e con le modalità che vorranno. Non sta forse già accadendo? Basti considerare banalmente l'arbitraria classificazione dei beni in beni necessari e non necessari. Perché se possibile acquistare alimenti in un supermercato viene interdetto l'acquisto di abbigliamento se disponibile? Dov'è la logica? Un paio di mutande nuove può essere necessario. Mentre non dovrebbe esserlo entrare nel dettaglio e dover spiegare il perché di tale acquisto, raccontando fatti privati a tutto il personale dipendente fino al direttore del supermercato. Si rasenta l'assurdo. Una folle dispersione di energie mentali per distogliere da quelle che sono le questioni importanti di tutta quanta questa faccenda. Siamo e saremo talmente impegnati a dover risolvere problemi stupidi che non avremo tempo, occhi, orecchie, e cervello per capire quanto sta succedendo davvero. Per cogliere le connessioni tra gli accadimenti. Quanti, tanto per fare un altro esempio banale, che prima non l'avevano mai fatto, ora comprano on line indumenti e scarpe per i propri bambini in crescita che si ritrovano a non entrare nei vestiti da un mese all'altro, pigiami per parenti ricoverati, o qualsiasi altro bene che, nonostante le apparenze, per qualcuno potrebbe essere veramente indispensabile? Tanti, direi. Ma chi non ha, perché non gli piace o perché non se li può permettere, un computer, uno smartphone, né una carta di credito, di debito, prepagata o quello che volete, come farà? È chiara l'intenzione di far sparire il commercio al dettaglio, la carta moneta, il rapporto tra persone e di far sprofondare nella marginalità chi ancora vorrebbe vivere alla vecchia maniera o non può permettersi di adeguarsi alla nuova. Tutti dovranno divenire parte di un sistema integrato per poter far fronte alle esigenze quotidiane. Forse persino per comprare le patate. Chi non lo farà sarà escluso. Il distanziamento sociale già esistente non potrà che aumentare. Anche il divario tra i redditi sta aumentando velocemente, con ammortizzatori sociali, per chi è in una condizione di reale bisogno, assenti o ridicoli e mal pensati. Ho letto da qualche parte che questo virus sarebbe reazionario perché sta imponendo una decrescita infelice e porterà a una recessione economica mondiale senza pari. Non credo: la decrescita sarà solo per chi non sarà più funzionale al sistema. Io trovo invece che reazionario il virus lo sia nella misura in cui rafforza potentemente lo status quo e impedisce un reale, lungimirante, ed equo rinnovamento sociale, politico, economico.

Tornando alla questione di partenza, ciò su cui si fa leva è proprio il chiedere alla gente di scegliere tra privacy e salute, tra stile di vita e salute, tra relazioni umane e salute. In sostanza la solita vecchia storia di libertà contro sicurezza. Ma è una falsa scelta. Possiamo essere al sicuro e proteggere la nostra salute e allo stesso tempo fermare un'epidemia senza cedere a sistemi di sorveglianza assoluti, ma con il buon senso e la responsabilizzazione personale reciproca. Possiamo avere e dovremmo quindi pretendere di avere privacy e salute, socialità e salute, aria aperta e salute, libertà e salute. Invece mentre ci costringono in casa, provvedimento indiscutibilmente legittimo per arginare le epidemie, ripuliscono le strade da umani border line e randagi, tagliano alberi nelle nostre città, continuano a sventrare indiscriminatamente la terra, acidificano i mari. Mentre la maggior parte di noi rispetta doverosamente le restrizioni per il bene comune, si firmano contratti economico finanziari transnazionali, si alimentano conflitti, si dividono gli utili, si programma il new deal del terzo millennio a beneficio di pochi. Qualcosa non quadra. Non è questa la società globale che ho sempre auspicato e di cui ho altrove scritto.

In sintesi estrema, un governo mondiale che, nel rispetto delle identità culturali e territoriali, istituisca e faccia rispettare regole comuni per la gestione dell'ambiente, della salute, delle risorse, dell'istruzione, dell'economia, in una visione di protezione del bene comune e dei diritti universali. Il virus, come il riscaldamento climatico, non conosce frontiere e richiede una risposta globale, azioni globali, governance globale*. È ormai il Pianeta lo spazio politico in cui questi problemi devono essere affrontati. Ciò presuppone un cambiamento profondo non solo delle istituzioni politiche a cui siamo abituati, non solo degli stili di vita, ma anche del modo di pensare.

Infatti l'altra scelta inderogabile che dobbiamo affrontare è quella tra isolamento nazionalista e solidarietà globale. L’epidemia in corso, le crisi economica, sociale, ambientale pregresse e conseguenti, sono problemi globali. Possono essere risolti efficacemente solo con la cooperazione di tutti i Paesi, attraverso la condivisione delle informazioni e l'adozione di misure di contenimento comuni a livello internazionale. Strano, tra l'altro, che non vi sia ancora stato, perlomeno non ufficialmente, un summit tra i leader globali a tal proposito. Anche solo per abbozzare un piano d’azione comune. Vien da pensare che i leader non siano veramente tali e siano in balia di qualcos'altro, di qualcun altro. O sono degli incapaci o non contano nulla. Tertium non datur.

Di sicuro al momento abbiamo che vi sono tanti incompetenti nelle stanze del governo. Si afferma tutto e il contrario di tutto, dimentichi persino delle nozioni base di biologia. Cos'è un virus, come si comporta, quanto tempo impiega a perdere la carica di letalità (nessun virus ha “interesse” a decimare gli organismi ospiti pena la propria scomparsa ma in genere prima di due anni non si può star tranquilli)?

Quello che è evidente, a oggi, è che il Virus, inteso anche come misure del suo contenimento (la sedentarietà, lo stare al chiuso, l'isolamento fisico, psicologico, emozionale), sta abbassando le nostre difese immunitarie e sta aggravando patologie pregresse, con ricadute fisiche e psicologiche che pagheremo con gli interessi, sta disgregando le relazioni sociali, amicali, famigliari, in modo drammatico, sta alimentando lo spirito delatorio, sta rafforzando il nazionalismo territoriale. Le persone che all'interno di un paese si spostano dalle aree più colpite dal virus a quelle più “sicure” (sbagliato ma umano) sono sgradite come qualunque straniero si affacci al mare nostrum. Non ci saranno solo più muri tra continenti e tra stati, ma anche tra individui: il pericolo sarà il vicino di casa. Di questo dobbiamo avere paura. Della paura. L'arma più potente, il deterrente più efficace per mantenere il consenso, sfoltire i perdenti, e, in ultima analisi, tacitare ed eliminare i dissenzienti.

E non bisogna nemmeno dimenticare di cosa si parlava fino a poco tempo fa. I cambiamenti climatici. L'ipossia dei mari. L'accaparramento indiscriminato di risorse non rinnovabili. La devastazione degli ecosistemi. Le nuove generazioni che criticavano quelle precedenti accusandole di non aver fatto e di non fare nulla per il futuro della vita sul pianeta. Non se ne parla più, anzi il virus ha ribaltato le parti. Ora gli esponenti più anziani della società, fisicamente più vulnerabili, si sentono minacciati dalla scarsa disponibilità dei giovani a cambiare abitudini e ad accettare costrizioni. Giovani che a loro volta stanno già pagando in termini di formazione e pagheranno in termini di qualità della vita. Conflitti generazionali di portata epocale su cui molto a fondo bisognerebbe riflettere.

Il problema che è la gente non sa come comportarsi di fronte a una minaccia comune, se non andando nel panico e diventando egoista. Alcune persone sì, lo sanno ma, appunto, la gente no. Una questione di discernimento che, come insegna Elias Canetti, la massa non ha. La gente infatti non è andata nel panico per il riscaldamento globale, che è una crisi molto più grande del Covid-19, solo perché avviene gradualmente. Certo, su scala mondiale la velocità esponenziale con cui gli ecosistemi stanno collassando toglie il respiro, ma la maggior parte di noi non vede alcuna differenza nel lasso temporale di riferimento che per gli esseri umani del tardo capitalismo è quello tra una busta paga e l’altra. Solo la paura del contagio, solo la paura di perdere ciò che si possiede, muove. Per questo avrà la meglio un’economia mondiale che premia l’interesse personale quand’anche cieco e ottuso e rende la condivisione un lusso. Tra chi fa incetta di mascherine e chi si attacca alla macchina da cucire per produrne, i secondi sono una minoranza. Minoranza che, alla fine, esausta, si arrenderà.

Quando vedremo le rovine di questo nostro mondo e patiremo le derive di una società composta da individui asociali, ci saranno rabbia e frustrazione, questo sì, ma niente di più, perché i colpevoli saranno, come sono sempre nell'immaginario collettivo, altrove. La colpa sempre di qualcun altro che ha portato sino a noi il disastro.

Aprile 2020



* 2025 - In termini di principio ribadisco il pensiero da me espresso in questo articolo ma vorrei fosse chiaro che quando scrivo di pensiero e azioni globali e di Global Governance, non mi riferisco certo a ‘sta roba vergognosa che sta venendo fuori da qualche anno a questa parte.


martedì 12 novembre 2019

LE RADICI DEL CIELO DI ROMAIN GARY

Ho ripreso in mano un libro letto parecchi anni fa.


"...
che non si possono vedere i grandi branchi correre attraverso gli immensi spazi africani senza sentirsi spinti a giurare di fare qualunque cosa pur di perpetuare fra noi la presenza di questa meraviglia della natura la cui visione farà sempre sorridere di gioia ogni uomo degno di questo nome.
...
il tempo dell'orgoglio è finito e dobbiamo guardare con maggiore umiltà e comprensione alle altre specie animali, differenti ma non inferiori.
...
Su questo pianeta l'uomo è ormai arrivato al punto di aver davvero bisogno di tutta l'amicizia che può trovare e, nella sua solitudine, ha bisogno di tutti gli elefanti, di tutti i cani, di tutti gli uccelli.
...
È tempo di rassicurarci sul nostro conto mostrando che siamo capaci di preservare questa libertà monumentale, goffa e magnifica che ancora sopravvive accanto a noi."


da "Le radici del cielo" di Romain Gary - Neri Pozza edizioni - Premio Goncourt* 1956 (!)


Un libro che racconta molto bene l'Africa. Da una prospettiva intima, la realtà socio culturale e politica di un Paese percorso dai processi di affrancamento dal colonialismo. Un libro che racconta bene la natura umana. Da leggere!


* Il premio Goncourt 2019 è stato attribuito a Jean-Paul Dubois con il romanzo "Tous les homme n'habitent pas le monde de la même façon" Ed. L'Olivier

Novembre 2019


domenica 11 novembre 2018

IL TEMPO DELLA DISTRAZIONE

Il tempo della distrazione è finito. Ed è finito da un pezzo. Ad accampare scuse per la propria cecità non si fa bella figura, più dignitoso affermare di fregarsene. Tutto avviene sotto i nostri occhi. Ma è ancora corretto parlare di distrazione? Il sospetto di un deficit neuronale acquisito, a questo punto, è da prendersi in considerazione. Come se una buona parte del genere umano fosse stordita da una sindrome di sospensione dell'incredulità e di incapacità di percezione e quindi fosse divenuta disfunzionale.

L'umanità si sta auto infliggendo atti di barbarie senza soluzione di continuità: soprusi, degrado, saccheggi, crudeltà. Questa sarà l'eredità che avremo voluto lasciare.

Rifiutate il cinismo, mi vien da dire, rifiutate la paura, rifiutate la connivenza. Chi ancora riesce a riconoscerli.

Infatti l'ignoranza e il caotico e rumoroso silenzio che ci circondano sono il prezzo da pagare per la sicurezza del nostro stile di vita. Siamo gli schiavi moderni: inconsapevoli e beati. Perché, in fondo, nella nostra quotidianità, aggrappati all'inviolabilità delle nostre quattro cose, tutti i benefit che ci vengono elargiti ci paiono luminosi.

Una società cui manchi la libertà di parola, anzi una in cui non si percepisca la necessità di averla questa libertà e in cui il senso delle stesse parole non venga più compreso, è un luogo buio e profondo. Quando a tale buio ci si abitua allora, ecco, qualsiasi cosa priva di valore ma vagamente luminescente ci può essere propinata come alternativa alla luce.

Siamo individui singoli cui alla fin fine poco importa dell'altro perché con estrema difficoltà riusciamo a metterci nei suoi panni. Siamo tutti inesorabilmente e ontologicamente legati alla nostra individuale esistenza. Ma quando l'esistenza di uno è costruita sulla miseria di un altro, come si può affermare di essere in buona fede? Non vedere, a questo punto della storia umana, credo sia una colpa. Ma dai più viene chiesto: cosa c'è da vedere? Lo schermo dei nostri devices è una ripetizione modulare tascabile della parete della caverna di Platone. Il flusso ininterrotto di tragedie un efficace anestetico.

E mi chiedo, come può una società che nega i fatti, che ignora, manipola, o nasconde le informazioni, ed elude le responsabilità, rinnovarsi? Su quali basi può poggiare senza una coscienza etica? Come può senza una vera conoscenza? Quella umile che sa di non sapere e brama di comprendere.


Al mondo nulla è più degno della difesa del valore della vita. E, in linea di principio, non ci sono persone che possano concedere diritti agli altri. I diritti in quanto tali appartengono già a ogni essere vivente, e invocarli non solo è umiliante ma quasi un paradosso. Né per la giustizia, intesa come equità e non come giustezza, è necessario cercare ragioni, perché essa è una ragione in sé. Però, visto il contesto, il continuare a trovare scusanti per la propria condotta indifferente, e l'addurre cause sociali, storiche, politiche, economiche per il “problema” dei diritti umani, non sono altro che forme di indulgenza verso un'ignoranza e un'ingiustizia crescenti. Un'ignoranza attiva molto pericolosa che si crede intelligenza perché per la prima volta nella storia può esprimersi sempre e comunque e che si permette di considerare non vero ciò che non capisce. E di urlare insulti contro chi cerca di andare a fondo delle cose ed è costretto ad argomentare in modo complesso ciò che di fatto è complesso. Negando ogni possibilità di confronto perché non in grado di sostenerlo, mancando basi culturali e abitudine all'analisi.

Il risultato, quindi, sono idee immobili che prosperano e arrestano il progresso reale, perché è più agevole far disimparare a pochi che insegnare daccapo a molti. Concetti girati e rigirati dalla giostra dei media, infusi di significati interscambiabili in funzione della convenienza del momento qualunque essa sia. Democrazia, rivoluzione, sviluppo, crescita, sicurezza, integrazione, modernità...

Ricordiamo che senza i nomi giusti le cose non sono più le stesse e alcune cessano di esistere E che se nessuno vede, le notizie spariscono, i fatti spariscono, e i problemi sembrano risolti. E si diventa irrimediabilmente ciechi. Resta solo rabbia invidiosa da vomitare su chi ancora vede sperando che siano sempre meno.


Ottobre 2018

lunedì 12 marzo 2018

A PROPOSITO DELL’ESITO ELETTORALE


Queste elezioni si sono giocate principalmente sul tema dell’immigrazione nel nostro Paese. Quindi salto tutti gli altri punti su cui sarebbe peraltro interessante dibattere e arrivo alla questione principale.

Sono venuti allo scoperto i cosiddetti cripto razzisti, coloro che fino a ieri, per pudore o vergogna, hanno mantenuto un profilo basso e ora si sentono finalmente parte di un pensiero condiviso e pubblico. Scoprire che esiste un fronte comune diffuso contro quella che viene passata come un’illegittima invasione ha fornito impulso e alibi. Un senso di riconoscimento e di appartenenza che manleva dal farsi portavoce in prima persona di istanze scomode e altrimenti eticamente discutibili. È così che accade. Seguire la corrente per sottrarsi all'onere di porsi domande e cercare risposte, delegando al gruppo la scelta della direzione da intraprendere.

Prendere atto di ciò mi regala una buona dose di libertà. Libertà di non prendere più sul serio chi circoscrive il proprio dispiacere riguardo alle brutture del mondo al fremito emotivo suscitato da un singolo fatto, da una singola immagine, rimanendo però avvinghiato alla propria vita di sempre considerandola non negoziabile.

Innanzitutto sono stanca e stufa di tutti quelli che intasano il web di emoticon piangenti per ogni foto commovente di bimbo, che sia Aylan riverso sulla battigia, che sia la bimba che tappa gli occhi alla bambola per risparmiargli la vista della guerra; stufa di chi si commuove e s’indigna a singhiozzo e se ne fotte delle centinaia di bambini che muoiono ogni giorno, annegati, affamati, bombardati, e che nessuno scatto ha immortalato.

Sono stufa di chi dice, Non sono razzista ma questa è casa nostra. Queste sono le nostre cose. Il nostro lavoro. La nostra nazione. La nostra terra. Nostro è un aggettivo possessivo plurale che si richiama al pronome ‘noi’ che, non per forza a parer mio, deve considerarsi in opposizione al pronome ‘’voi, e tantomeno al pronome ‘essi/loro’. Invece, nei fatti, ‘noi’ sempre più indica chiusura ed esclusione.

Sono stanca di tacere per quieto vivere. Di non trovare le parole con cui rispondere alla dissimulata ferocia, all'insolenza educata, all'inespugnabile assurdo blaterare. Sono stanca della banalità del male. Dell'ignoranza sbandierata, dell’indolenza intellettiva.

Andare a vedere. Toccarla, annusarla, provarla la vita. Poi aprir bocca.

Voglio avvicinarmi alla signora per bene che in coda alla cassa qualche giorno fa, squadrando due donne maghrebine che stavano scegliendo uno smalto per unghie, osservava che la soluzione finale di Hitler resta ancora la migliore. Voglio dirle in modo gentile e pacato, Son le persone come lei ad essere inutili, dannose e superflue.

Io divido in buoni e cattivi. Come a scuola sulla lavagna. A questo punto sì. Una bella riga in mezzo e via. Per il resto siamo uguali e con questo per me il discorso è chiuso.

A coloro che ribattono, Tu fai della filosofia e vai a indagare le cose perché evidentemente te lo puoi permettere, hai il tempo che ti avanza, Ti preoccupi degli altri perché te la passi bene, ce l’hai grassa, e avanti così senza sapere di cosa stanno parlando, fornirò copia dei miei redditi e li inviterò dove abito per un caffè.

Non ce la faccio proprio a pensare che se la mia vita è difficile e piena di problemi, la colpa è di altre persone con una vita difficile e piena di problemi. Non mi riesce proprio. Il mio cervello s’inceppa nel tentativo di elaborare un pensiero tanto assurdo. Se non trovo lavoro è colpa tua perché lo stai cercando anche tu. Suvvia.

Non riesco a dividere lo spazio in fuori e dentro, soprattutto se i requisiti per stare dentro si riferiscono a un arbitrario diritto di proprietà sancito dall’essere nati nel territorio del dentro, dal parlare un idioma comune e vestirsi in un certo modo.

Eppure a tutto ciò diamo il nome di diritto acquisito, di difesa della democrazia.

Una democrazia che trae la propria legittimazione dalla Nazione di appartenenza a partire da una base etnica, linguistica, culturale, e ne legittima l’esistenza e la rafforza.

Una Nazione fondata sul territorio, sul possesso del territorio e in cui i cittadini si sentono naturalmente proprietari dei luoghi in cui sono nati e vivono. Una democrazia che vale solo per loro.

Una democrazia le cui idee universali non varcano i confini, non ne hanno la forza, e smettono di essere valide al di là di essi, diventando inapplicabili all'altro. Ecco la colpa prima dei migranti: portare in evidenza la falla del sistema. Muoversi e portare alla luce il fallimento di una democrazia che mostra tutta la propria debolezza nel momento in cui si riferisce al mondo “esterno”. Un’inclusione che vale solo per l’interno e diviene esclusione quando rivolta all’esterno. Il paradosso, il cortocircuito delle fondamenta stesse della democrazia nel momento in cui mette alla prova la sua universalità. Chi migra ha per questo l’onere di affrancarsi da una colpa attribuita d’ufficio. Non importa chi è, non importano le sue idee, le sue vicissitudini, i suoi ideali. Non importa la sua storia, quella della sua famiglia, quella del Paese di provenienza. Alla pari, livellati in un’unica massa informe che nulla ha a che vedere con noi. Una massa indistinta che risveglia paure ancestrali, l’orror vacui in cui ogni essere umano potrebbe precipitare.

Chi si sposta viene a trovarsi in un luogo dove non dovrebbe essere, in un luogo altrui e che quindi non gli spetta. Ma quale arbitraria investitura abbia stabilito la legittimità della precedente occupazione sarebbe da stabilirsi.

Come fare senza mezzi? Come fare se non ce n’è neanche per noi? Come integrare chi è tanto diverso culturalmente? Abbiamo sviluppato un buon senso immunitario. Un rifiuto verso chi arriva come premurosa sollecitudine nei suoi confronti

Ma, ogni volta che affermiamo che ognuno deve vivere nel proprio Paese, stiamo emettendo una condanna. Il non possiamo accogliere implica l’impronunciabile lasciamoli morire. Implica l’attribuzione di una minor quota di umanità all'altro fino all'estrema conclusione che i migranti non sono umani. Almeno non quanto noi.

Proviamo a immaginare di essere improvvisamente colpiti da amnesia e di non ricordare il luogo in cui siamo nati, di non ricordare nulla delle nostre origini, e di iniziare a muoverci sulla terra alla ricerca di un posto dove stare e in cui riconoscerci. Ecco, allora scopriremmo improvvisamente l’assurdità e l’iniquità delle regole che oggi stabiliscono chi ha diritti e chi no. Pretenderemmo che la libertà di movimento divenisse diritto fondamentale. Vedremmo la cittadinanza come privilegio feudale.

L’immigrazione selvaggia e incontrollata va regolamentata, si afferma a gran voce. Il punto è che è obsoleto parlare di emigrazione ed immigrazione. Si tratta semplicemente di migrazione. Il territorio è unico e finito. O si trova il modo di condividerlo equamente o non voglio più sentire parlare di etica e diritti umani. Certo, i passi si fanno uno alla volta. Iniziando dall'Europa. È necessario rivedere il Trattato di Dublino, esigere una politica europea degna di questo nome che responsabilizzi ogni stato membro, creare dei corridoi aperti, ma non si possono perdere di vista i valori che rendono un essere umano degno di definirsi tale e, ognuno nella propria individualità, deve muoversi per la creazione di un futuro cosmopolita. Schiere di filosofi hanno affrontato l’argomento e spesso sono giunti a un impasse ma ciò non è sufficiente per arrendersi, a meno di non rinunciare appunto a quell'humanitas cui tanto volentieri ci riferiamo.

Altrimenti il mondo sarà per alcuni e alcuni altri avanzeranno fuori dalla conta.

E cosa facciamo di quelli che restano, di quelli che avanzano? Gli apolidi, i senza patria, i rifugiati. Esseri contaminati principalmente dalla povertà. Infatti non è lo straniero di per sé, non è il migrante in quanto tale che rifiutiamo. Se il suo portafogli gli permette di non intaccare i nostri privilegi siamo disposti a chiudere un occhio sulle tanto esecrate diversità culturali. È che oggi esiste uno straniero più straniero di altri: il povero che abbiamo creato e che ora bussa alla porta.

Esseri contagiosi, indesiderabili, scomodi, per cui alcun posto è previsto nell'ordine mondiale così come oggi è pensato. Ed è proprio a partire dalle categorie di pensiero che bisogna agire, dal significato dei termini che usiamo e come li usiamo. Dal nostro rifiuto non solo di trovare ma proprio di cercare le cause prime degli eventi. Di assumerci ognuno la nostra propria quota di responsabilità. Smettere di comportarci come se la povertà fosse una catastrofe naturale inevitabile di cui nessuno è responsabile. Invece, in questo mondo diasporizzato in cui sono saltati confini geopolitici e concettuali, ci si ostina a decontestualizzare gli accadimenti anziché vedere gli obblighi conseguenti alle sempre più strette interdipendenze e connessioni planetarie. Siamo di fronte a una frammentazione delle responsabilità per la quale l’essere inconsapevoli, il non vedere gli effetti negativi delle proprie singole azioni, non rende innocenti. Non ci si può più esimere. Non è più il tempo di accampare giustificazioni.

E poi basta con questa pretestuosa distinzione tra profughi e migranti, come se la guerra civile mondiale in corso si facesse solo con le bombe.

La cittadinanza dev'essere giuridica e avulsa dall'origo. Perché, domando, una comunità deve essere retta da una discendenza genetico territoriale? E non, invece, dalla partecipazione politica di cittadini che esercitano i propri diritti e ottemperano ai propri doveri all'interno di una compagine sociale cosmopolita?

È il momento per un autentico nuovo ordine mondiale, per nuove forme politiche ancora inimmaginabili ai più. L’ottenimento dello Jus migrandi richiederà una lotta simile a quella combattuta per l’abolizione della schiavitù (che peraltro sussiste) e sarà il punto di partenza per un cambiamento socio politico dovuto, tanto inevitabile quanto auspicabile, in cui saranno giustamente preservate le identità culturali e linguistiche, ma nel quale per i grandi temi, la salute, la preservazione dell’ambiente, il lavoro, la giustizia, la tassazione e il welfare, dovrà esistere una governance planetaria del tutto indipendente dal potere finanziario e da interessi particolari.

10 marzo 2018





giovedì 5 ottobre 2017

UN DISCORSO DI DAVID FOSTER WALLACE


Avevo scritto qualcosa di simile ma il testo che segue è decisamente meglio. Con gratitudine lo riporto.


"Questa è l’acqua" di David Foster Wallace [traduzione di Roberto Natalini]

Trascrizione del discorso di David Foster Wallace per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, 21 maggio 2005.

 Un saluto a tutti e le mie congratulazioni alla classe 2005 dei laureati del Kenyon college. Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”È una caratteristica comune ai discorsi nelle cerimonie di consegna dei diplomi negli Stati Uniti di presentare delle storielle in forma di piccoli apologhi istruttivi. La storia è forse una delle migliori, tra le meno stupidamente convenzionali nel genere, ma se vi state preoccupando che io pensi di presentarmi qui come il vecchio pesce saggio, spiegando cosa sia l’acqua a voi giovani pesci, beh, vi prego, non fatelo. Non sono il vecchio pesce saggio. Il succo della storia dei pesci è solamente che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare. Espresso in linguaggio ordinario, naturalmente diventa subito un banale luogo comune, ma il fatto è che nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti, i banali luoghi comuni possono essere questioni di vita o di morte, o meglio, è questo ciò che vorrei cercare di farvi capire in questa piacevole mattinata di sole.Chiaramente, l’esigenza principale in discorsi come questo è che si suppone vi parli del significato dell vostra educazione umanistica, e provi a spiegarvi perché il diploma che state per ricevere ha un effettivo valore sul piano umano e non soltanto su quello puramente materiale. Per questo, lasciatemi esaminare il più diffuso stereotipo nei discorsi fatti a questo tipo di cerimonie, ossia che che la vostra educazione umanistica non consista tanto “nel fornirvi delle conoscenze”, quanto “nell’insegnarvi a pensare”. Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po’ insultati dall’affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione del fatto che già sapete pensare. Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare. Se la vostra assoluta libertà di scelta su cosa pensare vi sembrasse troppo ovvia per perdere del tempo a discuterne, allora vorrei chiedervi di pensare al pesce e all’acqua, e a mettere tra parentesi anche solo per pochi minuti il vostro scetticismo circa il valore di ciò che è completamente ovvio. Ecco un’altra piccola storia istruttiva. Ci sono due tizi che siedono insieme al bar in un posto sperduto e selvaggio in Alaska. Uno dei due tizi è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo sull’esistenza di Dio, con quell’intensità particolare che si stabilisce più o meno dopo la quarta birra. E l’ateo dice: “Guarda, non è che non abbia ragioni per non credere. Ho avuto anche io a che fare con quella roba di Dio e della preghiera. Proprio un mese fa mi sono trovato lontano dal campo in una terribile tormenta, e mi ero completamente perso e non riuscivo a vedere nulla, e facevano 45 gradi sotto zero, e così ho provato: mi sono buttato in ginocchio nella neve e ho urlato ‘Oh Dio, se c’è un Dio, mi sono perso nella tormenta, e morirò tra poco se tu non mi aiuterai’.” E a questo punto, nel bar, il credente guarda l’ateo con aria perplessa “Bene, allora adesso dovrai credere” dice, “sei o non sei ancora vivo?” E l’ateo, alzando gli occhi al cielo “Ma no, è successo invece che una coppia di eschimesi, che passava di lì per caso, mi ha indicato la strada per tornare al campo.” È facile interpretare questa storiella con gli strumenti tipici dell’analisi umanistica: la stessa precisa esperienza può avere due significati totalmente diversi per due persone diverse, avendo queste persone due diversi sistemi di credenze e due diversi modi di ricostruire il significato dall’esperienza. Poiché siamo convinti del valore della tollerenza e della varietà delle convinzioni, in nessun modo la nostra analisi umanistica vorrà affermare che l’interpretazione di uno dei due tizi sia giusta a quella dell’altro falsa o cattiva. E questo va anche bene, tranne per il fatto che in questo modo non si riesce mai a discutere da dove abbiano origine questi schemi e credenze individuali. Voglio dire, da dove essi vengano dall’INTERNO dei due tizi. Come se l’orientamento fondamentale verso il mondo di una persona e il significato della sua esperienza fossero in qualche modo intrinseci e difficilmente modificabili, come l’altezza o il numero di scarpe, o automaticamente assorbiti dal contesto culturale, come il linguaggio. Come se il modo in cui noi costruiamo il significato non fosse in realtà un fatto personale, frutto di una scelta intenzionale. Inoltre, c’è anche il problema dell’arroganza. Il tizio non credente è totalmente certo nel suo rifiuto della possibilità che il passaggio degli eschimesi abbia qualche cosa a che fare con la sua preghiera. Certo, ci sono un sacco di credenti che appaiono arroganti e anche alcune delle loro interpretazioni. E sono probabilmente anche peggio degli atei, almeno per molti di noi. Ma il problema del credente dogmatico è esattamente uguale a quello del non credente: una certezza cieca, una mentalità chiusa che equivale a un imprigionamento così totale che il prigioniero non si accorge nemmeno di essere rinchiuso. Il punto che vorrei sottolineare qui è che credo che questo sia una parte di ciò che vuole realmente significare insegnarmi a pensare. A essere un po’ meno arrogante. Ad avere anche solo un po’ di coscienza critica su di me e le mie certezze. Perché una larga percentuale di cose sulle quali tendo a essere automaticamente certo risulta essere totalmente sbagliata e deludente. Ho imparato questo da solo e a mie spese, e così immagino sarà per voi una volta laureati. Ecco un esempio della totale falsità di qualche cosa su cui tendo ad essere automaticamente sicuro: nella mia esperienza immediata, tutto tende a confermare la mia profonda convinzione che io sia il centro assoluto dell’universo, la più reale e vivida e importante persona che esista. Raramente pensiamo a questa specie di naturale, fondamentale egocentrismo, perché è qualche cosa di socialmente odioso. Ma in effetti è lo stesso per tutti noi. È la nostra configurazione di base, codificata nei nostri circuiti fin dalla nascita. Pensateci: non c’è nessuna esperienza che abbiate fatto di cui non ne siate il centro assoluto. Il mondo, così come voi lo conoscete, è lì davanti a VOI o dietro di VOI, o alla VOSTRA sinistra o alla VOSTRA destra, sulla VOSTRA TV o sul VOSTRO schermo. E così via. I pensieri e i sentimenti delle altre persone devono esservi comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali. Adesso vi prego di non pensare che io voglia farvi una lezione sulla compassione o la sincerità o altre cosiddette “virtù”. Il problema non è la virtù. Il problema è di scegliere di fare il lavoro di adattarsi e affrancarsi dalla configurazione di base, naturale e codificata in noi, che ci fa essere profondamente e letteralmente centrati su noi stessi, e ci fa vedere e interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé. Le persone che riescono ad adattare la loro configurazione di base sono spesso descritti come “ben adattati”, che credo non sia un termine casuale. Considerando la trionfale cornice accademica in cui siamo, viene spontaneo porsi il problema di quanto di questo lavoro di autoregolazione della nostra configurazione di base coinvolga conoscenze effettive e il nostro stesso intelletto. Questo problema è veramente molto complicato. Probabilmente la più pericolosa conseguenza di un’educazione accademica, almeno nel mio caso, è che ha permesso di svilupparmi verso della roba super-intellettualizzata, di perdermi in argomenti astratti dentro la mia testa e, invece di fare semplicemente attenzione a ciò che mi capita sotto al naso, fare solo attenzione a ciò che capita dentro di me.Come saprete già da un pezzo, è molto difficile rimanere consapevoli e attenti, invece di lasciarsi ipnotizzare dal monologo costante all’interno della vostra testa (potrebbe anche stare succedendo in questo momento). Vent’anni dopo essermi laureato, sono riuscito lentamente a capire che lo stereotipo dell’educazione umanistica che vi “insegna a pensare” è in realtà solo un modo sintentico per esprimere un’idea molto piu significativa e profonda: “imparare a pensare” vuol dire in effetti imparare a esercitare un qualche controllo su come e cosa pensi. Significa anche essere abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all’esperienza. Perché, se non potrete esercitare questo tipo di scelta nella vostra vita adulta, allora sarete veramente nei guai. Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto. E vi dico anche quale dovrebbe essere l’obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli. Questo potrebbe suonarvi come un’iperbole o un’astrazione senza senso. Cerchiamo di essere concreti. Il fatto puro e semplice è che voi laureati non avete ancora nessun’idea di cosa “in ogni momento” significhi veramente. Questo perché nessuno parla mai, in queste cerimonie delle lauree, di una grossa parte della vita adulta americana. Questa parte include la noia, la routine e la meschina frustrazione. I genitori e i più anziani tra di voi sapranno anche troppo bene di cosa sto parlando. Tanto per fare un esempio, prendiamo una tipica giornata da adulto, e voi che vi svegliate la mattina, andate al vostro impegnativo lavoro da colletto-bianco-laureato-all’università, e lavorate duro per otto o dieci ore, fino a che, alla fine della giornata, siete stanchi e anche un po’ stressati e tutto ciò che vorreste sarebbe di tornarvene casa, godervi una bella cenetta e forse rilassarvi un po’ per un’oretta, per poi ficcarvi presto nel vostro letto perché, evidentemente, dovrete svegliarvi presto il giorno dopo per ricominciare tutto da capo. Ma, a questo punto, vi ricordate che non avete nulla da mangiare a casa. Non avete avuto tempo di fare la spesa questa settimana a causa del vostro lavoro così impegnativo, per cui, uscendo dal lavoro, dovete mettervi in macchina e guidare fino al supermercato. È l’ora di punta e il traffico è parecchio intenso. Per cui per arrivare al supermercato ci mettete moltissimo tempo, e quando finalmente arrivate, lo trovate pieno di gente, perché naturalmente è proprio il momento del giorno in cui tutti quelli che lavorano come voi cercano di sgusciare in qualche negozio di alimentari. E il supermercato è disgustosamente illuminato e riempito con della musica di sottofondo abbrutente o del pop commerciale, ed è proprio l’ultimo posto in cui vorreste essere, ma non potete entrare e uscire rapidamente, vi tocca vagare su e giù tra le corsie caotiche di questo enorme negozio super-illuminato per trovare la roba che volete e dovete manovrare con il vostro carrello scassato nel mezzo delle altre persone, anche loro stanche e di fretta come voi, con i loro carrelli (eccetera, eccetera, ci dò un taglio poiché è una cerimonia piuttosto lunga) e alla fine riuscite a raccogliere tutti gli ingredienti della vostra cena, e scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte per pagare, anche se è l’ora-di-punta-di-fine-giornata. Cosi la fila per pagare è incredibilmente lunga, che è una cosa stupida e che vi fa arrabbiare. Ma voi non potete sfogare la vostra frustrazione sulla povera signorina tutta agitata alla cassa, che è superstressata da un lavoro la cui noia quotidiana e insensatezza supera l’immaginazione di ognuno di noi qui in questa prestigiosa Università. Ma in ogni modo, finalmente arrivate in fondo a questa fila, pagate per il vostro cibo, e vi viene detto “buona giornata” con una voce che è proprio la voce dell’oltretomba. Quindi dovete portare quelle orrende, sottili buste di plastica del supermercato nel vostro carrello con una ruota impazzita che spinge in modo esasperante verso sinistra, di nuovo attraverso il parcheggio affollato, pieno di buche e di rifiuti, e guidare verso casa di nuovo attraverso il traffico dell’ora di punta, lento, intenso, pieno di SUV, ecc. A tutti noi questo è capitato, certamente. Ma non è ancora diventato parte della routine della vostra vita effettiva di laureati, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno. Ma lo sarà. E inoltre ci saranno tante altre routine apparentemente insignificanti, noiose e fastidiose. Ma non è questo il punto. Il punto è che è proprio con stronzate meschine e frustranti come questa che interviene la possibilità di scelta. Perché il traffico e le corsie affollate del supermercato e la lunga coda alla cassa mi danno il tempo di pensare, e se io non decido in modo meditato su come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e infelice ogni volta che andrò a fare la spesa. Perché la mia naturale configurazione di base è la certezza che situazioni come questa riguardino solo me. La MIA fame e la MIA stanchezza e il MIO desiderio di andarmene a casa, e mi sembrerà che ogni altra persona al mondo stia lì ad ostacolarmi. E chi sono poi queste persone che mi ostacolano? E guardate come molti di loro sono repellenti, e come sembrano stupidi e bovini e con gli occhi spenti e non-umani nella coda alla cassa, o anche come è fastidioso e volgare che le persone stiano tutto il tempo a urlare nei loro cellulari mentre sono nel mezzo della fila. E guardate quanto tutto ciò sia profondamente e personalmente ingiusto. Oppure, se la mia configurazione di base è più vicina alla coscienza sociale e umanistica, posso passare un bel po’ di tempo nel traffico di fine giornata a essere disgustato da tutti quei grossi, stupidi SUV e Hummers e furgoni con motori a 12 valvole, che bloccano la strada e consumano il loro costoso, egoistico serbatoio da 40 galloni di benzina, e posso anche soffermarmi sul fatto che gli adesivi patriottici e religiosi sembrano essere sempre sui veicoli più grandi e più disgustosamente egoisti, guidati dai più brutti, più incoscienti e aggressivi dei guidatori. (Attenzione, questo è un esempio di come NON bisogna pensare…) E posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sprecato tutto il carburante del futuro e avere probabilmente fottuto il clima, e che noi tutti siamo viziati e stupidi ed egoisti e ripugnanti, e che la moderna civiltà dei consumi faccia proprio schifo, e così via. Avete capito l’idea. Se scelgo di pensare in questo modo in un supermercato o sulla superstrada, va bene. Un sacco di noi lo fanno. Tranne che il fatto di pensare in questo modo diventa nel tempo così facile e automatico che non è più nemmeno una vera scelta. Diventa la mia configurazione di base. È questa la modalità automatica in cui vivo le parti noiose, frustranti, affollate della mia vita da adulto, quando sto operando all’interno della convinzione automatica e inconscia di essere il centro del mondo, e che i miei bisogni e i miei sentimenti prossimi sono ciò che determina le priorità del mondo intero. In realtà, naturalmente, ci sono molti modi diversi di pensare in questo tipo di situazioni. Nel traffico, con tutte queste macchine ferme e immobili davanti a me, non è impossibile che una delle persone nei SUV abbia avuto un orribile incidente d’auto nel passato, e adesso sia cosi terrorizzata dal guidare che il suo terapista le ha ordinato di prendere un grosso e pesante SUV, così che possa sentirsi abbastanza sicura quando guida. O che quell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada sia forse guidato da un padre il cui figlio piccolo è ferito o malato nel sedile accanto a lui, e stia cercando di portarlo in ospedale, ed abbia quindi leggitimamente molto più fretta di me: in effetti sono io che blocco la SUA strada. Oppure posso sforzarmi di considerare la possibilità che tutti gli altri nella fila alla cassa del supermercato siano stanchi e frustrati come lo sono io, e che alcune di queste persone probabilmente abbiano una vita molto più dura, noiosa e dolorosa della mia. Di nuovo, vi prego di non pensare che vi stia dando dei consigli morali, o vi stia dicendo che dovreste pensare in questo modo, o che qualcuno si aspetta da voi che lo facciate. Perché è difficile. Richiede volontà e fatica, e se voi siete come me, in certi giorni non sarete capaci di farlo, o più semplicemente non ne avrete voglia. Ma molte altre volte, se sarete abbastanza coscienti da darvi la possibilità di scegliere, voi potrete scegliere di guardare in un altro modo a questa grassa signora super-truccata e con gli occhi spenti che ha appena sgridato il suo bambino nella coda alla cassa. Forse non è sempre così. Forse è stata sveglia per tre notti di seguito tenendo la mano del marito che sta morendo di un cancro alle ossa. O forse questa signora è l’impiegata meno pagata della motorizzazione, che proprio ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un orribile e snervante problema burocratico con alcuni piccoli atti di gentilezza amministrativa. Va bene, nessuno di questi casi è molto probabile, ma non è nemmeno completamente impossibile. Dipende da cosa volete considerare. Se siete automaticamente sicuri di sapere cos’è la realtà, e state operando sulla base della vostra configurazione di base, allora voi, come me, probabilmente non avrete voglia di considerare possibilità che non siano fastidiose e deprimenti. Ma se imparate realmente a concentrarvi, allora saprete che ci sono altre opzioni possibili. Avrete il potere di vivere una lenta, calda, affollata esperienza da inferno del consumatore, e renderla non soltanto significativa, ma anche sacra, ispirata dalle stesse forze che formano le stelle: amore, amicizia, la mistica unità di tutte le cose fuse insieme. Non che la roba mistica sia necessariamente vera. La sola cosa che è Vera con la V maiuscola è che sta a voi decidere di vederlo o meno. Questa, credo, sia la libertà data da una vera educazione, di poter imparare ad essere “ben adattati”. Voi potrete decidere con coscienza che cosa ha significato e che cosa non lo ha. Potrete scegliere in cosa volete credere. Ed ecco un’altra cosa che può sembrare strana, ma che è vera: nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana.Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base. Sono forme di adorazione in cui scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che volete vedere e su come lo valutate, senza essere mai pienamente consci di quello che state facendo. E il cosiddetto “mondo reale” non vi scoraggerà dall’operare con la configurazione di base, poiché il cosiddetto “mondo reale” degli uomini e del denaro e del potere canticchia allegramente sul bordo di una pozza di paura e rabbia e frustrazione e desiderio e adorazione di sé. La cultura contemporanea ha imbrigliato queste forze in modo da produrre una ricchezza straordinaria e comodità e libertà personale. La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificani e poco attraenti. Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito. Lo so che questa roba probabilmente non vi sembrerà molto divertente o ispirata, come un discorso per questo di genere di cerimonie dovrebbe sembrare. In questo consiste però, per come la vedo io, la Verità con la V maiuscola, scrostata da un sacco di stronzate retoriche. Certamente, siete liberi di pensare quello che volete di tutto questo. Ma per favore non scartatelo come se fosse una sermone ammonitorio alla Dr. Laura. Niente di questa roba è sulla morale o la religione o il dogma o sul grande problema della vita dopo la morte. La Verità con la V maiuscola è sulla vita PRIMA della morte. È sul valore reale di una vera istruzione, che non ha quasi nulla a che spartire con la conoscenza e molto a che fare con la semplice consapevolezza, consapevolezza di cosa è reale ed essenziale, ben nascosto, ma in piena vista davanti a noi, in ogni momento, per cui non dobbiamo smettere di ricordarci più e più volte: “Questa è acqua, questa è acqua.” È straordinariamente difficile da fare, rimanere coscienti e consapevoli nel mondo adulto, in ogni momento. Questo vuol dire che anche un altro dei grandi luoghi comuni finisce per rivelarsi vero: la vostra educazione è realmente un lavoro che dura tutta la vita. E comincia ora. Auguro a tutti una grossa dose di fortuna.

lunedì 28 agosto 2017

AMORE LIQUIDO DI ZYGMUNT BAUMAN

Ho terminato alcuni giorni fa il libro di Zigmunt Bauman "Amore liquido". Avevo già letto alcuni dei suoi saggi e, dopo aver letto la quarta di copertina che lasciava intendere una trattazione dell'argomento che ha richiamato alla memoria "Innamoramento e amore" di Alberoni e altri saggi sul tema, stavo per lasciar perdere. Senza nulla togliere al valore di tali opere, i miei interessi sono altri. Poi ho deciso di acquistare ugualmente il libro, riflettendo sul fatto che forse proprio ragionar d'amore è ciò che si deve oggi.

La lettura, pagina dopo pagina, ha dato ragione alla mia riflessione. Infatti Bauman partendo dall'analisi del sentimento amore nella sua accezione più classica, la relazione tra due persone, amplia l'orizzonte fin quasi ad andare fuori tema, o così parrebbe al lettore in cerca di consigli e riflessioni utili a meglio comprendere e vivere la propria vita sentimentale. Bauman fa di più: offre un'analisi, per meglio comprendere e vivere, in senso assoluto. Staccandosi a gradi dalla sfera privata e passando attraverso l'osservazione delle mutazioni del vivere urbano, passando per Kant, spiegando la produzione di rifiuti umani, arriva ad definire come il definirsi uomini non possa prescindere dall'amore, o si legga empatia, verso l'altro. Lettura consigliata.


O l'appartenenza alla specie umana supera tutte le altre più particolaristiche attribuzioni e fedeltà rispetto alla formulazione e assegnazione delle leggi e dei diritti stabiliti dall'uomo, oppure la causa della libertà umana in quanto inalienabile diritto dell'uomo è compromessa o persa del tutto.


(Zigmunt Bauman - Amore liquido - editori Laterza)


lunedì 14 novembre 2016

A PROPOSITO DELL'ELEZIONE DI TRUMP

A proposito dell'elezione di Trump, ho letto anche un po' di rassegna stampa statunitense: forse per la prima volta la denuncia della gravità di un accadimento è tanto condivisa e i toni e le parole usati da molti editorialisti non lasciano spazio a fraintendimenti.
Speriamo che a Trump non monti il prurito da purghe come a quello stronzo di Erdogan.

giovedì 4 agosto 2016

ALTRI LIBRI 2

Questa volta non si tratta della pila di turno di libri da spolverare ma dei pochi libri che sono riuscita a leggere negli ultimi mesi. Tutti buoni libri, sono stata fortunata.

Telmo Pievani e Valerio Calzolaio - Libertà di migrare
Davide Pinardi - Narrare. Dall'odissea al mondo Ikea
Roberto Negro - Sinfonia per un delitto
Domenico Quirico - Esodo
Pietro Carlini - Spiriti mali
Stefano Liberti - Land grabbing
Evgenij Zamjatin - Noi
Rivka Galchen - Innovazioni americane
Bruno Arpaia - Qualcosa, là fuori
Nicola Lagioia - La ferocia

lunedì 25 luglio 2016

GOLPE MILITARE IN TURCHIA

Scrivo a caldo mentre seguo in notturna le vicende del colpo di stato in Turchia. Seguo ciò che accade con i pensieri ancora su Nizza. Spero ci riescano, che il colpo di stato vada a buon fine. Che Erdogan e i suoi accoliti vengano tolti di mezzo. Non so perché. Istinto.

So che se anche Erdogan favorisce i movimenti dell’Is, elimina gli oppositori al suo regime, imbavaglia l’informazione, arresta chi non gli va, un governo militare pur di matrice laica, non sarebbe quella gran cosa. Però se falliscono si mette male. Erdogan si ritroverebbe tra le mani l’alibi perfetto per portare al limite estremo l’eliminazione degli oppositori al suo regime. Secondo me non gli sembra vero. Sempre che… Avete presente la domanda che bisogna sempre porsi: cui prodest? Comunque sia, se non ce la faranno, sarà un bagno di sangue. Anche se non palese.


È strano però che dopo ore nessun capo di Stato si sia fatto vivo. Me li immagino tutti a stringere i braccioli delle poltrone, protesi in avanti verso gli schermi televisivi, con i cellulari in piena attività e l’aria sempre più imbarazzata man mano che scorrono i minuti. Levarselo di torno senza muovere un dito sarebbe bello, ma vedi mai che invece il golpe fallisce e non abbiamo comunicato subito il nostro sostegno contro questo attacco alla democrazia…


Non riesco a richiamare le informazioni depositate da qualche parte nel mio cervello per fare un’analisi critica della situazione fino a fornire motivazioni il più possibile obiettive e ragionate a supporto del mio propendere per un esito o il suo opposto. Predomina l’istinto. Incrocio le dita. Fa’ che non riesca più a tornare. Fa’ che non torni al potere. Altrimenti farà fuori, in un modo o nell'altro un sacco di gente.

L’istinto, mentre guardo e ascolto, però continua a ripetermi che dal potere probabilmente non si è mai allontanato e lo detiene saldamente mentre se la svolazza sui cieli d’Europa.


15 luglio 2016





sabato 5 marzo 2016

APPLE VERSUS FBI


Stavo riflettendo sulla controversia tra la Apple e il governo statunitense, FBI per la precisione. Il Federal Bureau vuole avere accesso ai dati del telefono iPhone di uno dei responsabili della strage di San Bernardino, e la Apple, nella persona del suo amministratore delegato, Tim Cook, non cede perché per farlo dovrebbe creare un software apposta che permetterebbe l’accesso a qualsiasi dispositivo analogo. Infatti il sistema di protezione dati della Apple è tale che senza conoscere la password, l’apparecchio si blocca in modo irreversibile al decimo tentativo. Personalmente fatico a credere che tale software non esista già ma non è questo il punto. Il punto è se è giusto pretendere dalla Apple di dare il proprio contributo per combattere il crimine, come ogni onesto cittadino dovrebbe fare, o, in nome della libertà individuale e del diritto alla privacy, appoggiare l’azienda che se ne fa così ardente paladina.¹

Questi che seguono sono i miei pensieri, uno in fila all'altro come li ho avuti.

Nonostante la mia gratitudine nei riguardi di individui come Daniel Ellsberg, Julian Assange, Edward Snowden, e di tutti gli altri, meno noti, se non anonimi, paladini della trasparenza, ritengo, lasciando fuori ogni considerazione tanto sulla giustizia quanto sul caso particolare, che sia doveroso da parte di chiunque contribuire al trionfo del bene smascherando il male, per cui, per logica conseguente, la Apple dovrebbe fornire all'FBI non dico la tecnologia per tirare fuori i dati dal telefono ma almeno i dati stessi se fosse possibile estrapolarli. Ciò creerebbe però un precedente facilmente impugnabile per ottenere dati sensibili ogni volta si tirasse in ballo la sicurezza (e in tal senso direi che quanto ad abusi siamo già a posto, grazie). Quindi sostegno alla Apple. Senonché, in termini di principio almeno, i governi dovrebbero poter essere controllabili da chi li elegge, quindi una possibilità reale di chiedere conto esiste ancora, mentre per le aziende questo non vale. E lasciare che sia un’azienda ad avere l’esclusiva sui nostri dati non è una cosa buona. Perché saremo noi i primi a perdere l’accesso a essi. In un mondo in cui aziende e potere politico vanno sempre più a coincidere, anche un surrogato di democrazia può concederci dei margini di azione superiori al monopolio assoluto. In conclusione che gli diano questi dati, perché questa faccenda della libertà individuale e del diritto alla privacy è uno specchietto per le allodole. Si tratta di una banale lotta per il potere. L’unico vantaggio che ci viene dal conflitto è che da una delle due parti per un po' possiamo ancora ottenere qualcosa.



¹ Qui rimando alle implicazioni dell’UPA -Usa Patriot Act -

https://www.govinfo.gov/content/pkg/PLAW-107publ56/pdf/PLAW-107publ56.pdf

e al documentario che lo cita riguardo la questione tecnologia, privacy, sicurezza

“Terms and Conditions May Apply”

 - https://peertube.uno/w/7Q4S1t7dFr41qHQMcMYAAh



Marzo 2016

Ahmed Nagi: il Potere che strangola ancora la Libertà

Ahmed Nagi: il Potere che strangola ancora la Libertà

domenica 28 febbraio 2016

VERIFICHE DI SICUREZZA

Vi racconto una storia.
C’è un prodotto di sintesi utilizzato abbondantemente in ambito agroalimentare.
Due enti hanno pubblicato valutazioni di rischio sul prodotto, chiamiamoli A e B, dove A è un’autorità europea e B un istituto pubblico nazionale. Entrambi dediti alle verifiche di sicurezza.
B definisce il prodotto “non cancerogeno”; A lo definisce “probabilmente non cancerogeno”.
Diversi autorevoli studi nel mondo, prove alla mano, discordano da tali verdetti.
L’iter prosegue.
Il rapporto divulgato da A si basa su rapporti come quello di B e di altri istituti come B.
Il rapporto conclusivo di B è molto voluminoso ma privo dei contenuti specifici e dettagliati della ricerca stessa. Inoltre A riporta e firma in realtà una ricerca fatta da un gruppo finanziato dal produttore del prodotto, chiamiamolo C.
Quindi A si basa su B e B si basa su C.
Essendo A però un ente statale, lo si ritiene super partes e il rapporto ha valore di linea guida.
Il vicepresidente del consiglio di amministrazione dell’azienda produttrice C esulta per la dichiarazione ufficiale di innocuità, non accorgendosi in un primo momento di esserne il mandante, cioè di aver pagato lo stipendio a coloro che hanno fatto lo studio da lui commissionato.
Ora, senza considerare se il non aver proceduto a studi indipendenti sia dovuto a incapacità o a qualche regalo che non si poteva rifiutare, sta di fatto che l’attendibilità dell'informazione e, peggio, delle sentenze che regolano la nostra vita, sono da considerarsi nulle, soprattutto perché tale meccanismo è la norma.
La non trasparenza della filiera della ricerca è tale che non mi riesce difficile credere che, nel caso specifico, persino chi ne trae vantaggio abbia a caldo preso per indipendente la dichiarazione di non cancerogenicità (certa o probabile a questo punto è secondario).

E tutti noi comuni mortali? Possiamo solo fare atto di fede, credendo ad A. Altrimenti dovremmo mettere in discussione tutta quanta la nostra vita. E sarebbe un gran casino. Non ne abbiamo la forze, il tempo e la voglia.