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martedì 11 novembre 2025

ASCOLTANDO SEPÚLVEDA A FAHRENHEIT (7/11/2016)

Trascrivo qui di seguito gli appunti di stamane mentre ascolto Radio3. Ospite di Fahrenheit il grande Luis Sèpulveda. Quando si dice le coincidenze

Mi chiedo se si tratti di ansia da prestazione, di dispersiva gestione del tempo, o di banale perdita di interesse. So solo che negli ultimi quattro anni decine e decine e decine di ore sono andate smarrite, intrappolate nella rete, e che ne voglio uscire.

È una riflessione cui giungo considerando varie situazioni. Ad esempio il lavoro: a parità di cose da fare e di risultati, il tempo necessario è superiore al passato, e l’incremento, a parte le ore in più dovute all’abbassamento della paga oraria, va sotto la voce “contatti”. L’avvento della posta mail all’epoca ci è parso una gran facilitazione e lo è stata: si controllava ed evadeva la posta una volta al giorno e tutto procedeva fluidamente, allegati e compagnia bella. Oggi invece per non risultare inefficienti bisogna rispondere entro mezz’ora al massimo e stare sempre sul pezzo. L’esito non è conseguentemente migliore. Né quantitativamente né qualitativamente, solo, non sempre, più rapido. E quindi bisogna stare sempre con il telefono sotto agli occhi. Mediamente, a manciate di secondi, buttiamo lì più di un’ora al giorno¹ solo per controllare che non ci sia sfuggita qualche notifica. Pare proprio che la promessa di agevolare la vita nei vari suoi aspetti e permettere di godere di maggior tempo libero sia stata disattesa. Peccato.

Ho sempre creduto che il problema non sia mai il mezzo ma chi lo utilizza e come, ma inizio a ricredermi. Forse abbiamo sottostimato la forza dirompente di una virtualità introdotta con forza in ogni ambito della nostra quotidianità. Ognuno di noi può facilmente verificare i cambiamenti avvenuti nella propria persona, fisici, psicologici, comportamentali.

Io per prima ho ceduto alla lusinga dell’interconnessione. Ho aperto questo blog i cui post girano dopo ventiquattr’ore su Twitter, e su Twitter² tra chi seguo e chi mi segue, si trova sempre qualcosa di interessante da leggere e da condividere (soffro per questo meraviglioso verbo che se va in giro a capo chino, svilito, con aria rassegnata), ma che genere di condivisione è se l’unico risultato cui porta è che sempre più individui trascorrono sempre più tempo davanti a uno schermo?

Negli ultimi mesi ho avuto una media di 400, 500 lettori mensili del blog (Chi sono? Leggono? Ci finiscono per caso?), e mi sorprendo a voler mantenere almeno tale media, pena la perdita di quel minimo di visibilità che, oltre agli intenti idealistici per cui il blog è nato, potrebbe tornare utile per un paio di progetti che ho in testa. Ma sto impazzendo? Come posso credere che possa servire a qualcosa. La tentazione però è forte. Chi è già che diceva negli anni sessanta che in futuro ogni persona avrebbe avuto i propri quindici minuti di fama?

Stavo riflettendo su quante volte ho pensato di scrivere alle persone note che stimo e che, secondo me, hanno dato e danno un contributo positivo all’andamento delle vicende umane. Difficile però raggiungerle, trovarne un recapito. Lo scopo del contatto, chiederete, quale dovrebbe essere? Espressione di gratitudine e scambio di opinioni su tematiche di interesse comune. Grosso modo questo. Nella vita sono stata fortunata e ho avuto modo di abbracciare Vandana Shiva, di avere uno scambio epistolare con Susan George, di regalare un libro a Marco Paolini. Mi piacerebbe stringere le mani a Paul Watson e dirgli grazie, solo questo, grazie. Mi piacerebbe parlare di resistenza e di rivoluzione con Luis Sepùlveda davanti a un buon vino e fargli una domanda che da un po’ mi ronza nella testa. Ecco, ora su twitter, potrei contattarlo: incredibilmente risulta nell’elenco di coloro che mi seguono. Basterebbe una chiocciola ma non l’ho mai digitata né lo farò (forse oggi, giusto per segnalargli questa pagina). Non è il mio modo, non è sufficiente, non è empatico. Sento maggior vicinanza nel sentire la sua voce in diretta mentre trascrivo questi appunti. Se un giorno lo incontrerò, lo guarderò negli occhi e gli proporrò un caffè. Nel frattempo guarderò negli occhi le altre persone che incontro.


Oggi un recente movimento di pensiero cresciuto tra intellettuali e studiosi nei vari settori sta teorizzando e mettendo in pratica la disconnessione come dotazione fondamentale per poter interpretare la realtà presente e futura in modo il più possibile oggettivo o, perlomeno, più completo. Google è talmente presente nelle nostre vite, risponde a ogni nostro quesito, che dimentichiamo che esiste una realtà più ampia di quella in esso contenuta. Anziché ampliarlo, ha ristretto il nostro mondo e conseguentemente il nostro margine di azione mentale. Al punto da farci ritenere superflue esperienza e verifiche dirette. Facciamo atto di fede ventiquattro ore al giorno aderendo a una visione se non necessariamente falsa, di certo monca.

Forse per fare qualcosa di buono è semplicemente più utile andare per strada.


7 novembre 2016


¹ In base al mio utilizzo e a quello di chi conosco, avevo stimato che, includendo i refrattari, i contatori degli smartphone (a.D. 2025) possano indicare un utilizzo giornaliero dalle 3 alle 5 ore di cui oltre l’80% per consultazione app e social e il restante tempo per telefonare. Sono andata a verificare su varie fonti. Ero ottimista. Pare che il consumo medio vada dalle 3 alle 8 ore giornaliere e la percentuale per le telefonate sia inferiore al 10%. Amen

² Sono trascorsi parecchi anni e Twitter, ora X, è stato trasformato nel frattempo in una cloaca maxima.

lunedì 6 gennaio 2020

UN CONFORTEVOLE PRIVATO

Vorrei che fosse ben chiaro a tutti coloro che mi conoscono, e a coloro che ancora forse mi conosceranno, che nella mia vita, nel mio mondo, nella realtà che io contemplo, sono benvenute tutte le persone di buona volontà o, per meglio dire, le persone animate dal voler far bene. Non m'importa la provenienza geografica, l'orientamento sessuale, l'eventuale credo religioso, la formazione culturale, l'aspetto esteriore. Sono tutti benvenuti. Io divido l'umanità tra onesti e disonesti, tra chi almeno ci prova e chi no, tra persone per bene e stronzi. Tra buoni e cattivi, insomma. I principi etici su cui ho fondato la mia esistenza, per quanto non ne sia stata sempre all'altezza, sono imprescindibili. Nessun legame, parentale, sentimentale, amicale può avere la precedenza sui valori che ritengo fondanti in un essere umano.

Se un'amica, un fratello, un amante dovessero prendere posizione in contrasto a ciò in cui credo fortemente, bene, io mi schiererò dalla parte di quella che ritengo essere la giustizia. Nessuna forma di discriminazione, di generalizzazione, di giudizio sommario sarà accettato. Alcun disprezzo o violenza. E se qualcuno mi dovesse dire ma, allora, non mi vuoi bene veramente, se dovesse mettersi in competizione e pretendere da me una scelta, sappia che non avrò dubbi. Come non li ho avuti quando la scelta è stata tra ciò che ritengo giusto e corretto e un lavoro, una convenienza economica, o altro che avrebbe potuto agevolarmi nella vita. La difesa del debole, di chi è ingiustamente trattato, di quanto va difeso e protetto, verrà sempre prima. Né rinuncerò al confronto, al desiderio di conoscere l'altro, quand'anche l'altro fosse sgradito a chi, in un modo o nell’altro, fa parte della mia vita.

Non cederò mai a un confortevole privato.

2015

sabato 29 dicembre 2018

APPUNTI SUL FUTURO

Qualche tempo fa, il mio amico scrittore Marino Magliani mi disse di dover scrivere un pezzo sul futuro. Non precisò altro ma diede a intendere che vista la complessità del tema avrebbe atteso di potercisi dedicare con la dovuta calma. Gli risposi che anch'io da tempo avrei voluto scrivere qualcosa in merito ma, per i medesimi motivi, avevo sempre rimandato. A distanza di alcuni mesi, in questa notte di insolita insonnia, ho deciso di buttar giù a ruota libera un po' di pensieri e vedere cosa ne viene fuori. Non per rubargli l'idea certo ma perché, su un tale argomento, più punti di vista i sono meglio è.
Parto dai fatti. Quelli evidenti. Li elenco. Come i termini di un problema da risolvere.
Prima di tutto il terreno di coltura su cui operare. La condizione di partenza è che siamo nel pieno di un mutamento generale della vita sul pianeta, un mutamento di una portata quale non avremmo mai immaginato e di cui non siamo evidentemente coscienti nella misura necessaria.
Innanzitutto un mutamento dell'ambiente in cui viviamo, che si è ridotto di dimensioni, qualità, risorse, con una conseguente e progressiva inabitabilità dei territori che obbliga a una revisione radicale del modello geopolitico esistente.
Poi abbiamo un'oggettiva trasformazione dei rapporti di potere, una dirompente rivoluzione scientifico tecnologica, una rivoluzione nelle modalità di comunicazione, una significativa mutazione della struttura sociale. Da ciò anche una trasformazione degli individui, una mutazione antropologica di Pasoliniana memoria. Anche se forse ormai anche e soprattutto a livello neurofisiologico, oltreché concettuale e culturale. Anzi, direi che i due livelli si stanno fondendo inesorabilmente.
Da questo primo breve elenco si potrebbe estrapolare la rivoluzione tecnologica come fattore di positività ma, per ora, manterrei una valenza neutra.
Un'altra premessa obbligata per provare a immaginare uno scenario futuro verosimile consiste nell'ammettere che la politica agli inizi del XXI secolo è una politica priva di grandi visioni. Per i singoli stati il governare si è ridotto a un mero amministrare, bene o male, la cosa pubblica internamente ai propri confini nazionali, senza alcuna funzione di guida, privi della più pallida idea di dove saranno i Paesi cui si sovrintende tra vent'anni e tanto meno di dove sarà il mondo. I politici non lo comprendono il mondo e credono di non aver alcun obbligo di comprensione al riguardo. Ben lieti di cederne l'amministrazione al mondo dell'economia e della finanza.
Governi che, rispetto alla realtà, sono in differita di minimo un ventennio. Siamo di fronte a un divario di quasi mezzo secolo tra la forma mentis e, quindi, le convinzioni che dettano le scelte dei nostri politici e la realtà su cui tali scelte dovrebbero avere un impatto costruttivo e lungimirante. Come a dire di voler risolvere i problemi del 2030 con la testa nel 1980. Del tutto ignoranti e per nulla intenzionati a colmarlo questo divario, incapaci di risolvere problemi urgenti e rispondere alle istanze dei popoli della terra, costoro creano un vuoto di potere che sarà inevitabilmente colmato da nuove e più efficienti strutture che non è detto avranno le caratteristiche di trasparenza e democrazia che diamo per scontate. Una totale e allarmante perdita di controllo degli eventi prossimi. Un fallimento senza ritorno nell'indicare una visione perlomeno ragionevole del futuro.
Gli stessi elettori, salvo eccezioni, non sanno nulla dei temi che saranno decisivi per determinare la società futura. Incapaci, senza sbuffare, di leggere un articolo di giornale dall'inizio alla fine, un romanzo che rispetti la consecutio temporum, una qualsiasi cosa che richieda una minima capacità di concentrazione, del tutto digiuni di politica internazionale e dei meccanismi e connessioni che determinano gli eventi, come si può pretendere che prendano anche solo lontanamente in considerazione argomenti tanto, apparentemente, lontani come, ad esempio, la biotecnologia, il decadimento biologico dell'ecosistema, gli obiettivi dei post umanisti, l'intelligenza artificiale, il datismo, correlandoli tra loro? Già il fatto che qualcuno possa proporre loro di farlo susciterebbe un alzata di sopraccigli e uno sguardo di scherno. Roba da intellettuali, da chi ce l'ha grassa. I veri problemi sono altri! Il fatto è che queste stesse persone percepiscono però chiaramente che qualcosa non funziona, che i governi non riescono a far fronte alle necessità, che il proprio voto non ha una presa reale sul potere e riescono solo, sulla base certo di alcuni presupposti veri, a dare colpe a caso. Ad esempio all'UE, che si sarebbe appropriata dei diritti di tutti per cedere agli interessi di una lobby occulta, e quindi vogliono uscirne o ai flussi migratori o a ciò e a chi, a turno, capita sotto. La realtà è che nessuno sa dove sia finito il potere reale. Certo non tra le mani delle persone comuni. Per quanti cortei possano percorrere le strade del mondo, non influenzeranno mai concretamente le decisioni di chi lo detiene. Perché le persone che compongono i cortei non hanno la benché minima influenza nel determinarlo. Chi regge le fila, un pugno di umani, si è adeguatamente parato le spalle e, tutto sommato, non ha bisogno del benestare di nessuno. Da opporre abbiamo solo impegno civile e partecipazione politica ma il livello di competenza di chi gestisce la politica è insostenibilmente basso e la rassegnazione collettiva a votare il meno peggio ha portato infine, in un gioco al ribasso, a una caduta libera in cui ci si arrende persino all'assenza del minimo sindacale di competenza richiesta a chi ricopre un ruolo di amministrazione e di guida. Trasformando l'elettorato in un demos inerte e viepiù privo di coscienza critica. Siamo in una democrazia demoscopica in cui il popolo si esprime su una manciata di questioni senza cognizione di causa. In tale condizione non si dà una partecipazione consapevole e attiva né si sviluppa un autentico interesse per la politica.
Perciò si continua a ragionare all'interno delle singole nazioni del tutto privi di una visione d'insieme che vada la di là di Pil, Spread, e affini.
Con un'opinione pubblica che si deteriora ulteriormente a causa dell'evidente progressivo decadere della qualità dell'istruzione e dei media. E, allo stesso tempo, un'opinione pubblica delusa dalle promesse infrante di un futuro prospero, arrabbiata, e determinata a ritrovare perlomeno una condizione di benessere e sicurezza quale la si è conosciuta fino a qualche tempo fa. Malauguratamente però troppo presa da problemi quotidiani e contingenti per guardare alla luna anziché alla punta del dito. E forte dell'illusione che gli esseri umani si stiano liberando, grazie al cyber spazio, dei vincoli fisico materiali che invece li contraddistinguono. In un processo di adeguamento alla virtualità che porta a non comprendere quasi più la materialità del pianeta in cui si vive, drammaticamente persuasi di poter rimediare indefinitamente ai Game Over con l'introduzione di un'altra monetina.
Non è una bella situazione e, oltre a lasciare gli ultimi dove sono, anzi ingrossandone le fila, che i governanti perseverino nell'ignorare e nel negare le vere cause alla base delle rivendicazioni di chi viveva in una società relativamente omogenea e ora si ritrova a non sapere più qual'è il proprio posto nel mondo, significa abbandonare una massa sterminata di persone al potere di chi sfrutta i timori a proprio vantaggio.
La maggior parte dei fenomeni politici attuali nel mondo esprimono questo sentimento di esclusione dal processo di cambiamento economico sociale. Conservatorismo e xenofobia sono le principali tra le conseguenze di tale sentimento. L'Europa, ad esempio, che ha avuto il grande merito di cancellare le guerre all'interno di un vasto territorio, infine ha soltanto promosso un pensiero politicamente benpensante ma non ha affrontato i problemi alla radice e con una strategia unitaria. In un mondo in cui il dibattito sul futuro è più che altro un catalogo di ingegnerie avanzate che mostrano come saranno le nostre case automatizzate o come saranno efficienti i nostri devices, in cui si pensa solo ad incentivare l'industria dei nuovi bisogni per evitare che la macchina produttiva si arresti, senza nemmeno considerare l'ipotesi di trasformarla, in cui è ormai evidente che gli stili di vita della “modernità” sono praticabili solo per una ristretta porzione della popolazione mondiale e che la promessa universalistica fatta dalla civiltà industriale è stata una mistificazione, cosa ci si può aspettare?
Da una parte abbiamo Pentagono e Ministeri della Difesa di USA, Regno Unito, e Australia, che considerano il cambiamento climatico e le sue conseguenze il maggior fattore di destabilizzazione sociale, si organizzano e investono la parte più grande del loro budget su tale analisi, e hanno come priorità in agenda la sorveglianza di tutto quanto correlato ai problemi ambientali. Abbiamo coloro che portano avanti quella che Christian Parenti ben definisce politica della scialuppa armata, cioè un’opzione che combina interventi contro-insurrezionali a lungo termine, frontiere militarizzate e un’aggressiva politica anti-immigrazione, laddove per gli stati-nazione la priorità sarà esclusivamente tutelare le proprie risorse tenendo a bada le maree di poveri, di rifugiati climatici, e di variamente esclusi.
Dall'altra parte abbiamo una maggioranza di individui che non presta attenzione (non in grado/non più in grado di farlo) alle tesi sensate, ragionate, circostanziate, e su cui fanno presa solo frasi sintetiche, efficaci, apocalittiche. Abbiamo discussioni sui social che sono cloache a cielo aperto, dove regnano scortesia, volgarità, stupidità, prepotenza. Abbiamo ceti medi frustrati e incapaci di identificare le cause dei problemi, e quindi di eliminarle, che si accontentano di capri espiatori subalterni. Perché coloro che sono stati aiutati a raggiungere una situazione migliore rispetto alle generazioni precedenti, sono stati sostanzialmente trasformati in buoni consumatori più che in buoni cittadini, e come tali si comportano e pretendono. Inoltre se è vero, in termini assoluti, che c'è stato un progresso nelle condizioni degli individui, e rispetto al passato sono meno le persone che patiscono fame e malattie, in termini relativi, oggi, alla luce delle reali possibilità di rendere fruibile a tutti un benessere degno, la percentuale di coloro che ne sono esclusi è la prova di un regresso, soprattutto nella misura in cui tale percentuale è in crescendo nonostante lo sviluppo tecnologico e le scoperte scientifiche. Abbiamo Paesi rancorosi e vecchi, di analfabeti funzionali, e Paesi che reclamano il loro turno. E l'educazione, come tentativo non di insegnare la verità ma di trasmettere il desiderio di conoscerla, è venuta meno. Tutto è relativizzato. I fatti non esistono. Esistono solo le interpretazioni. È possibile sostenere qualsiasi cosa. Ma non dimentichiamo che un'interpretazione è però anch'essa un fatto in quanto determina conseguenze concrete. Nel bene e nel male.
Dunque, a partire da questi due fronti, quale futuro è possibile?
Bisognerebbe pretendere che chi governa, oltre ad essere onesto e non colluso, studi, legga, si documenti, chieda consigli e decida per l'amministrazione del proprio carruggio in un'ottica di integrazione con l'amministrazione di tutti gli altri carruggi del mondo.
Sono fermamente convinta, e a più riprese in passato l'ho ribadito, che l'unica via sia quella di un governo globale del pianeta, una federazione planetaria che garantisca il rispetto di norme comuni in ambiti di interesse collettivo, a prescindere dai confini e dai vari accordi commerciali bi, tri, e multilaterali. Ambiente, salute, istruzione, agricoltura, industria, alimentazione, commercio, lavoro. Con l'intento di creare una cittadinanza mondiale che non annulli quelle nazionali in termini di lingua, cultura e tradizioni, sempre che le stesse rientrino nel rispetto delle norme di cui sopra. Un po' dittatoriale forse ma dipende dalla capacità di stabilire delle norme che possano essere di buon grado condivise universalmente. Non è così difficile. Le soluzioni ci sono. Gran parte del problema generale è infatti dato dal fatto che nessuno vuole fare il primo passo in una direzione saggia per paura di ritrovarsi a essere l'unico e sentirsi fesso. Ma se, da domani, tutti fossero costretti a fare nello stesso momento una cosa peraltro buona, si farebbe un passo da gigante verso la soluzione. Siamo a questo punto. I tempi sono stretti. Se stiamo ad aspettare che gli stronzi e gli avidi smettano di essere tali, se stiamo ad aspettare il raggiungimento naturale di una coscienza collettiva siamo fritti.
Non tutti però. O almeno non tutti subito.
E qui vengo a ciò che ho osservato in questi ultimi anni.
Aumentano le comunità nelle quali si pagano imprese private per provvedere a infrastrutture e servizi e in cui il ruolo dello stato si riduce ad amministrare settori sempre più piccoli della società con conseguente indebolimento della coesione sociale all'interno degli stati nazionali.
Quando i governi tolgono welfare e riducono la spesa pubblica, chi può si ritira in abitazioni di lusso, si rinchiude dietro mura, e si identifica con gli altri che hanno anch'essi qualcosa che può essere rubato, unendosi schiena contro schiena al centro della città e lasciando le strade pubbliche ai poveri, agli stranieri, e ai delinquenti. Anche i numeri reali dei movimenti migratori e della presenza di stranieri nelle città non vengono considerati oggettivamente ma si presta attenzione solo all'impatto percepito: la concentrazione delle etnie nei centri urbani e la concentrazione in singole zone degli stessi. Se in un quartiere c'è il 50% di stranieri, facile dedurre che sia così ovunque. Le persone infatti desumono da quanto vedono attorno a sé ogni giorno sia identico a quanto accade nel resto del mondo. Perché ciò che non è omologato lo consideriamo comunque tale attraverso un'espansione della nostra quotidianità individuale a format universale. Il problema della convivenza comunque resta ed è serio, è infatti la percezione dello stesso attraverso le sue conseguenze quotidiane e concrete che conta. Quindi i cosiddetti processi di gentrificazione diventano strumenti finalizzati a una pulizia sociale degli ambienti urbani. Luoghi pubblici dove i muretti hanno sedute in pendenza, dove spicca l'assenza di panchine, in un processo di dissuasione alla sosta, di negazione dell'agorà. Poi, gradualmente, vie pubbliche mal curate, poveri, stranieri, e delinquenti vengono spinti verso l'esterno dell'urbe da un'inesorabile forza centrifuga creata dall'aumento dei costi nelle zone centrali, elette a fulcro di potere economico, sicurezza, efficienza energetica e di servizi. Ricorda qualcosa? In tutto il mondo, nelle grandi metropoli, i centri urbani assomigliano sempre più a cittadelle all'interno delle città. Man mano queste zone assumeranno sempre più l'aspetto di città fortezza così da permettere a coloro che le abitano di poter condividere spazi comuni sicuri al di fuori delle proprie super protette abitazioni. Quel che sarà di terre, mari e cieli, sarà.
Dunque se la natura è maligna, se l'altro è il nostro rivale, se lo Stato non ci protegge, allora lo faranno i nostri denari. Con essi trasformeremo l'urbe a beneficio di noi pochi. Perché poi ci sono anche quelli che fino all'altro ieri denari ne avevano ma ora non più a sufficienza e si aggiungono man mano agli esclusi. La diga delle garanzie sociali della società liberale è ormai crollata. Il problema non è la diversità, il problema non è la disuguaglianza. Il problema è e sarà sempre più la miseria. Che dovrà essere tenuta a debita distanza. Muri contro la minaccia del terrorismo ma la cui ragione non dichiarata è l'allontanamento e lo spostamento non autorizzato dei poveri. Purtroppo l'unica forma concreta di lungimiranza appartiene a coloro che pensando a lungo termine preparano vie d’uscita per se stessi singolarmente o in ristretti gruppi di élite. Coloro che non si affidano certo allo Stato, né si fidano dei loro stessi monopoli o delle guardie armate che pagano, ma solo della ricchezza e del potere accumulati.
Io immagino un futuro banale nella sua prevedibilità distopica. Un futuro in cui l'orbe, per gli spazi ancora abitabili, sarà costellata da immensi conglomerati circolari, composti da successive fasce concentriche scollegate tra loro, dove dal centro verso l'esterno le condizioni di vita andranno da ottime a pessime. Città circolari in un mondo quale quello della Leonia di Italo Calvino. Barriere di cemento armato e muri antiesplosione, torrette, attrezzature per imaging termico, videocamere per la visione notturna, sensori di movimento, droni, blocchi stradali, tutto collegato a un sistema di rilevazione satellitare, come già accade, separeranno tali città dai desolati territori esterni abitati da una grande parte della popolazione terrestre ai limiti della sussistenza e senza possibilità di accesso. Gli esclusi, gli ultimi, vivranno, in insediamenti raffazzonati e degradati che, anziché rimandare soltanto alle abbondanti e predittive letteratura e filmografia di genere, oggi possiamo ritrovare agevolmente in notiziari e immagini del nostro mondo contemporaneo.

Sul pianeta si va verso una realtà di grandi conglomerati. Sarà un processo inesorabile e irreversibile, che presupporrà, per funzionare, la nostra capacità di comprensione e unione. L'alternativa sarà la disfatta totale. E la distopia di cui sopra.
Dobbiamo impegnarci a decifrare il caos sistemico imminente nel quale stiamo entrando, per non essere impreparati, per essere in grado di gestirlo meglio che potremo passo dopo passo.
Abbiamo bisogno, per risolvere il problema della gestione delle risorse con una popolazione in aumento esponenziale, non solo di tecnologie ma di autentiche strategie.
Siamo alle soglie di una rivoluzione tecnologica senza precedenti che permetterà di penetrare e pilotare la mente delle persone in un modo invasivo quale non è possibile spiegare senza apparire folli, inascoltate Cassandre. Ma non dobbiamo aver paura, né avere la presunzione ottusa di credere che tanto tutto si aggiusterà perché nei secoli si è sempre aggiustato. Se è accaduto e siamo ancora qui è stato perché qualcuno si è rimboccato le maniche.
Siamo di fronte a una sfida gigantesca che concerne tutto: migrazioni, economia, commercio, tutela dell'ambiente e delle risorse, diritti, sovranità, liberalismo, qualità della vita, cultura, fino alla definizione stessa di Homo sapiens.
La vogliamo vincere o no?



29 dicembre ore 4.15


P.S. Chiedo scusa per le generalizzazioni funzionali alla sintesi. Per fortuna nel mondo molte sono le persone che vedono e fanno il possibile.










mercoledì 14 novembre 2018

DIALOGO IMPOSSIBILE

Incontro una certa difficoltà a rispondere ai commenti di alcune persone per nulla disponibili al confronto, arroccate rabbiosamente e con superbia sulle proprie convinzioni. Persone a tal punto imprigionate nella bolla informativa che hanno creato intorno a sé (problema questo che, chi più chi meno, riguarda tutti, non lo nego), da saper solo più tacciare di stupidità chi ancora esercita il dubbio e considerare falso tutto ciò che non capiscono o che non rientra nella propria interpretazione del mondo. Convinte che se un'idea non appartiene alla propria sfera soggettiva di pensiero ma è condivisa da molti, essa diventi automaticamente oggettiva, in questo modo rinsaldando le credenze reciproche in una spirale che si autoalimenta finché non resta altra scelta che credere a ciò cui credono tutti. Intendendo per tutti, coloro che rientrano nella propria sfera di contatti. Persone spesso prive di un minimo di substrato culturale degno di questo nome, ma colme di aggressività e, fondamentalmente, di paura. Perché è indubbiamente molto difficile e spaventa credere che la nostra nazione, il nostro dio, i nostri valori, la nostra storia, la nostra struttura sociale possano essere mere narrazioni fatte della stessa pasta di quelle altrui. Solo che, alla fine, cedendo alla difficoltà e alla paura, si perdono le capacità analitica e sintetica utili a trovare un senso al di là delle apparenze. Persone che irridono chi legge libri e si documenta con il maggior scrupolo possibile perché tutte le fonti sono corrotte e non vi sarebbe modo di farsi un'idea quantomeno decente di come stanno le cose. A meno che non si tratti della loro. E che negano realtà tangibili senza aver mai mosso il deretano per andare a verificare di persona. Un dogmatismo intransigente altrettanto pericoloso che il nemico che essi vogliono combattere. E che toglie valore persino ad alcune considerazioni interessanti su cui varrebbe la pena dibattere e per le quali far fronte comune. Ciò è triste, grave, e preoccupante.


A coloro che sono privi di una qualunque identità sociale, l'Ur-Fascismo dice che il loro unico privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso Paese.

È questa l'origine del "nazionalismo". Inoltre gli unici che possono fornire un'identità di nazione sono i nemici. Così alla radice della psicologia Ur-Fascista vi è l'ossessione del complotto, possibilmente internazionale. I seguaci debbono sentirsi assediati. Il modo più facile per far emergere un complotto è quello di fare appello alla xenofobia.


Umbero Eco

Novembre 2018

venerdì 27 luglio 2018

SCOMPARIRE

Sufficiente un mese di ospedale senza accedere a internet e si scompare. Il grafico dei lettori del blog in caduta libera, i seguaci di Twitter in fuga, le opportunità di lavoro vaporizzate. Non esiste via di mezzo. Gli aderenti al movimento internazionale per il diritto alla disconnessone, presumibilmente sono nella condizione di potersi permettere tale scelta manichea, chi riesce a limitare la propria schiavitù a determinate fasce orarie è già un privilegiato, tutti gli altri, tra i reticenti, devono invece sottostare alla triste realtà dell'interazione in tempo reale, pena la perdita, in caso contrario, di tutto ciò per cui ci si è impegnati. 
La tentazione di non far nulla per arrestare la progressiva evanescenza che mi ha colpito è grande. Sono curiosa di sapere quanto tempo è necessario per estinguersi del tutto. Però, con la prospettiva di un prossimo lungo ricovero, cedo e qua e là immetto parole in rete. 

lunedì 12 febbraio 2018

FLATLANDIA


Di Edwin A. Abbott   "Flatlandia: racconto fantastico a più dimensioni."
Edito nel 1884.
Una piacevole lettura per superare i limiti della nostra percezione della realtà.
Qui sotto il pdf. Lo trovate anche in Adelphi.

http://koi0009.altervista.org/_4_FISICA/Flatlandia_Abbott.pdf


sabato 20 gennaio 2018

RIFLESSIONI POMERIDIANE SUL MIO LIBRO

Sto riflettendo sul libro che temo non riuscirò mai a terminare. È ambientato tra il ’23 e il ’43. Non anticipo la trama per scaramanzia. Sto pensando alla consapevolezza che obiettivamente possono avere le persone riguardo al periodo storico in cui sono immerse. A quale può essere la percentuale di lucidità nell’analisi dell’ambiente circostante, lucidità che dovrebbe determinare le scelte e le decisioni di ognuno. La maggior parte degli individui ha a che fare con situazioni contingenti che occupano la quasi totalità del tempo.

Difficile, se non arduo, riuscire a raddrizzare il collo e guardarsi attorno per bene, arrampicandosi anche qua e là per sporgersi oltre ciò che preclude la vista e la visione di quanto non è nelle nostre immediate vicinanze.

Questione di volontà, certo, ma essenzialmente questione di tempo. A meno di non essere spiriti liberi e forti, l’assenza di questo fiacca inesorabilmente la volontà di intelligere, di inter lègere, di saper con cura scegliere tra le tante interpretazioni della realtà, la più, per quanto possibile, corretta.

Questo stato di cose implica il dovere etico e civile da parte di coloro che dispongono di tempo, capacità, e onestà intellettuale di farlo per tutti gli altri. Di diventare sentinelle che danno l’allarme in tempo utile.

Quando la gente muore per le strade, quando tirano le bombe, quando manca il lavoro, manca il cibo, e il denaro è carta straccia, quando ci spara addosso e si vive nella paura, tutti sono capaci di riconoscere che c’è la guerra, che si è, volenti o nolenti, in guerra, in una guerra. Ma riconoscerne la vigilia? Individuare i prodromi del conflitto? Sapere qual è stato il punto di non ritorno? Pochi riescono immersi nel flusso degli eventi.

Io credo che giornalisti, scrittori, filosofi, studiosi di ogni disciplina, tutto il mondo dell’informazione e della cultura abbia il dovere di tentare di prevedere, di arrivare in anticipo sugli avvenimenti, di togliere il velo a quanto la maggior parte delle persone non sa, o non vuole, vedere.

Oggi, e da un bel pezzo, è urgente assolvere a tale imperativo ma io vedo, a parte l'eccezione di rare e poco risonanti voci, disertati i ruoli.

La comunità mediatica principalmente ha rinunciato a chiamare le cose con il loro nome, al metodo dell’analisi e dell’indagine, al rigore professionale. Per lo più arriva in ritardo e per non perdere l’attimo, si adopera più che altro per decidere da quale parte conveniente schierarsi.



Marzo 2017

domenica 29 gennaio 2017

ASCOLTANDO SEPULVEDA A FAHRENHEIT

Trascrivo qui di seguito gli appunti di stamane mentre ascolto Radio3. Ospite di Fahrenheit il grande Luis Sèpulveda. Quando si dice le coincidenze.

Mi chiedo se si tratti di ansia da prestazione, di dispersiva gestione del tempo, o di banale perdita di interesse. So solo che negli ultimi quattro anni decine e decine e decine di ore sono andate smarrite, intrappolate nella rete, e che ne voglio uscire.
È una riflessione cui giungo considerando varie situazioni. Ad esempio il lavoro: a parità di cose da fare e di risultati, il tempo  necessario è superiore al passato, e l’incremento, a parte le ore in più dovute all’abbassamento della paga oraria, va sotto la voce “contatti”. L’avvento della posta mail all’epoca ci è parso una gran facilitazione e lo è stato: si controllava ed evadeva la posta una volta al giorno e tutto procedeva fluidamente, allegati e compagnia bella. Oggi invece per non risultare inefficienti bisogna rispondere entro mezz’ora al massimo e stare sempre sul pezzo. L’esito non è conseguentemente migliore. Né quantitativamente né qualitativamente, solo, non sempre, più rapido. E quindi bisogna stare sempre con il telefono sotto agli occhi. Mediamente, a manciate di secondi, buttiamo lì più di un’ora al giorno solo per controllare che non ci sia sfuggita qualche notifica. Pare proprio che la promessa di agevolare la vita nei vari suoi aspetti e permettere di godere di maggior tempo libero sia stata disattesa. Peccato.
Ho sempre creduto che il problema non sia mai il mezzo ma chi lo utilizza e come, ma inizio a ricredermi. Forse abbiamo sottostimato la forza dirompente di una virtualità introdotta sotto spinta in ogni ambito della nostra quotidianità. Ognuno di noi può facilmente verificare i cambiamenti avvenuti nella propria persona, fisici, psicologici, comportamentali.
Io per prima ho ceduto alla lusinga dell’interconnessione. Ho aperto questo blog i cui post girano dopo ventiquattr’ore su Twitter, e su Twitter tra chi seguo e chi mi segue, si trova sempre qualcosa di interessante da leggere e da condividere (soffro per questo meraviglioso verbo che se va in giro a capo chino, svilito, con aria rassegnata), ma che genere di condivisione è se l’unico risultato cui porta è che sempre più individui trascorrono sempre più tempo davanti a uno schermo?
Negli ultimi mesi ho avuto una media di 400, 500 lettori mensili del blog (Chi sono? Leggono? Ci finiscono per caso?), e mi sorprendo a voler mantenere almeno tale media, pena la perdita di quel minimo di visibilità che, oltre agli intenti idealistici per cui il blog è nato, potrebbe tornare utile per un paio di progetti che ho in testa. Ma sto impazzendo? Come posso credere che possa servire a qualcosa. La tentazione però è forte. Chi è già che diceva negli anni sessanta che in futuro ogni persona avrebbe avuto i propri quindici minuti di fama?
Stavo riflettendo su quante volte ho pensato di scrivere alle persone note che stimo e che, secondo me, hanno dato e danno un contributo positivo all’andamento delle vicende umane. Difficile però raggiungerle, trovarne un recapito. Lo scopo del contatto, chiederete, quale dovrebbe essere? Espressione di gratitudine e scambio di opinioni su tematiche di interesse comune. Grosso modo questo. Nella vita sono stata fortunata e ho avuto modo di abbracciare Vandana Shiva, di avere uno scambio epistolare con Susan George, di regalare un libro a Marco Paolini. Mi piacerebbe stringere le mani a Paul Watson e dirgli grazie, solo questo, grazie. Mi piacerebbe parlare di resistenza e di rivoluzione con Luis Sepùlveda davanti a un buon vino e fargli una domanda che da un po’ mi ronza nella testa. Ecco, ora su twitter, potrei contattarlo: incredibilmente risulta nell’elenco di coloro che mi seguono. Basterebbe una chiocciola ma non l’ho mai digitata né lo farò (forse oggi, giusto per segnalargli questa pagina). Non è il mio modo, non è sufficiente, non è empatico. Sento maggior vicinanza nel sentire la sua voce in diretta mentre trascrivo questi appunti. Se un giorno lo incontrerò, lo guarderò negli occhi e gli proporrò un caffè. Nel frattempo guarderò negli occhi le altre persone che incontro.

Oggi un recente movimento di pensiero cresciuto tra intellettuali e studiosi nei vari settori sta teorizzando e mettendo in pratica la disconnessione come dotazione fondamentale per poter interpretare la realtà presente e futura in modo il più possibile oggettivo o, perlomeno, più completo. Google è talmente presente nelle nostre vite, risponde a ogni nostro quesito, che dimentichiamo che esiste una realtà più ampia di quella in esso contenuta. Anziché ampliarlo, ha ristretto il nostro mondo e conseguentemente il nostro margine di azione mentale. Al punto da farci ritenere superflue esperienza e verifiche dirette. Facciamo atto di fede ventiquattro ore al giorno aderendo a una visione se non necessariamente falsa, di certo monca.
Forse per fare qualcosa di buono è semplicemente più utile andare per strada.

7 novembre 2016

venerdì 9 ottobre 2015

AL MARE (2015)

    
  • Sul molo ore 9.00, sento alla radio dell’esperimento finlandese che mostra come si viaggia nascosti in un container per 24 ore mentre leggo una frase in un articolo di un giornalista di Pechino:

“ Siamo dei morti viventi che camminano ogni giorno come fosse il primo.”

Alzo lo sguardo e osservo, in questo mare di bonaccia e cielo terso e fermo, i pochi bagnanti mattinieri passeggiare sulla battigia, muoversi tra i lettini, vagare lenti con il pensiero probabilmente rivolto all’autunno imminente, al rientro al lavoro, alle prossime ferie lontane. Osservo la teoria di case antiche e nuove al di sopra dell’Aurelia. Bolle di inconsapevolezza come oasi. Pezzi di mondo fuori dal mondo. Ma come poter anche solo sospettare che la bellezza di questa luce netta su intonaci liguri sia ciò che di più lontano può esserci dalla realtà?


  • A un pranzo di compleanno in uno stabilimento balneare una bimba di 14 mesi frigna senza sosta in braccio alla madre. Perché? chiedo. Vuole vedere il cartone sul tablet anziché sullo smartphone, risponde la genitrice mentre impone al fratello più grande di cedere il tablet alla sorellina.


  • Sempre sul molo, una donna al telefono, frammenti di conversazione portati dal vento: “… entro 3 trioparsec, ricordi, abbiamo avuto 3000 particelle… certo che se proiettato in tutte e 6 le dimensioni, in uno spazio di appoggio… infatti con la simulazione di … abbiamo visto variazioni di accrescimento…”

  • Ed eccomi in un attimo là dove nessun uomo è mai giunto prima.


  • A passeggio sulla battigia una coppia sui trentacinque, lui occhiali, lei giuliva.

Lui:” …poi si fa un buco profondo profondo e si inietta un bel po’ di carbonio 14 così si capisce cos’è successo cento, mille, un milione di anni fa…”

Lei:”Ma dai?”.


  • Tra gli scogli, due ragazzini, otto o nove anni. Il secondo con la erre moscia.

“Guarda, guarda, una carpa”

“Non la vedo di qui. Sei sicuvo che è pvopvio una cavpa?”

“No, forse è una murena”

“Cavpa, muvena, non me lo dive neanche cos’è. Vado a pvendeve gli attvezzi per ammazzavla. Me lo dici dopo cos’è.”


  • Sempre tra gli scogli, tre belle bambine sui dieci anni. In piedi una fianco all’altra, capelli lunghi al vento, lo sguardo verso l’orizzonte. Una mora, una castano chiara, una bionda. Francesca, Elisa e Raffaella (i nomi me li sono inventati).

Elisa: “ Ma tua nonna non doveva controllarci?”

Francesca: ” Figurati, quella sta sempre attaccata all’I Phone”

Elisa: “Meglio così siamo libere di andare avanti e indietro come ci piace.”

Raffaella: “ Sì, è terribilmente noioso star sempre vicino all’ombrellone, almeno dalla cima del molo il mare si vede bene.”

Francesca (mettendosi a urlare con espressione di disgusto): “ Mare, mare, mare, mi fai schifo, mi fai schifo, il mare fa schifo, fai schifo mare, bleah, non servi a niente, a che cazzo servi, fai solo schifo…”

Raffaella (quasi a bassa voce): “ Ma cosa dici? Il mare è bello”

Francesca: “ Ma cosa dici tu? Il mare fa schifooooo, avete capito? Serve solo per cagarci dentro. Hai capito mare? Fai schifoooooo”


  • Spiaggia di pietre, si avvicina il mio amico Outman e si accovaccia per una pausa sigaretta scaricando dalla spalla i teli che vende. Parliamo del suo quarto figlio, nato in primavera.

“ E così sei al quarto figlio. Gli altri quanti anni hanno?”

“ Ho un maschio di nove e due femmine una di sette e una di quattro. Ma questo è l’ultimo. Per mangiare si riesce a mangiare ma ci sono la scuola, i dottori. Più di quattro non ce la posso fare.”

“L’ultimo? Posso farti una domanda molto personale?”

“Certo”

“ E come pensi di fare?”

Sorride benevolo, un po’ stupito, sia dalla mia franchezza sia da quella che deve sembrargli un’ignoranza insolita per una donna europea: “ Ci sono delle pastiglie, non sai?”


  • Due donne sulla cinquantina e qualcosa conversano passeggiando avanti e indietro nell’acqua.

Donna 1: “ Allora, come procedono i lavori di ristrutturazione? Sei a buon punto?”

Donna 2: “ Finiti. Finalmente, non ce la facevo più a stare in mezzo a un cantiere…”

Donna 1: “ E cos’hai fatto fare? Solo l’esterno o anche gli interni?”

Donna 2: “ Tutto. Mi sono fatta fare tutto. E figurati che sono riuscita a farmi fare anche il muro esterno, sai quello lungo dietro la casa che era da rifare? Il muro e anche parecchie altre cosette fuori dal preventivo.”

Donna 1: “ E hai speso molto oltre al preventivo?”

Donna 2: “ Nulla, cosa credi? Quando gli ho prospettato la possibilità di fare anche gli interni, ho visto che il tipo era molto interessato e ne ho approfittato per infilarci ‘sti lavoretti gratis dicendoglielo all’ultimo così non si è osato a dir di no.”

Donna 1: “ Be’, ci avrà comunque guadagnato. Se li sarà fatti i suoi conti.”

Donna 2: “Questo non lo so, sono affari suoi. Non gli ho neanche dato il saldo del preventivo. Sai, erano ancora tremila euro ma ho saputo che in passato è stato in difficoltà e non ha pagato degli operai per cui non gode di buona fama, per cui la sua parola contro la mia… Dovrebbe prendere un avvocato per far valere i suoi diritti ma è un pezzente, non se lo può mica permettere l’avvocato, per cui sono in una botte di ferro. E l’unica persona che potrebbe testimoniare sui nostri accordi ho fatto in modo di far circolare brutte voci sul suo conto in modo da toglierle ogni credibilità. Sai, a questo mondo, non bisogna farsi scrupoli. C’è la crisi ed è meglio pensare a se stessi.”


  • Spiaggia libera, verso fine estate. Da lontano vedo un ragazzone nero che si avvicina a dei bagnanti per proporre la propria mercanzia. Si tratta di due coppie sui cinquanta. Vedo che uno degli uomini si alza, si mette a sbraitare e lo allontana in malo modo. Mi alzo e mi dirigo verso di loro per capire cosa sta accadendo quando una coppia seduta poco distante, che scopro poi essere tedesca, interviene in difesa del ragazzo. Con noncuranza vado a sdraiarmi poco distante per ascoltare cosa si dicono le due coppie di nuovo a sedere. Di base i soliti luoghi comuni contro ‘sti animali mussulmani che vengono a rubare a casa nostra, poi, quando le due consorti si alzano per un’abluzione rinfrescante, uno dei due fa all’altro:

“Questi ci vogliono fottere le donne, cosa credi, e ci sono delle troie che gli piacerebbe pure secondo me.”

Il compare tace meditabondo.

Dopo una mezz’ora il marcantonio nero ripassa facendo cautamente il giro largo. Lo osservo: un metro e novanta per due spalle da lottatore, maglietta attillata su petto e ventre niente male, viso da puma. Mi scappa un sorriso di ammirazione compiaciuta (e indiscutibilmente materna vista l’evidente tenera età della creatura) e godo veramente che il personaggio di cui sopra se ne accorga.

Perché, come rispondeva il giovane ucraino in “Ogni cosa è illuminata” all’appunto che si dovesse usare il termine nero e non negro: “Cos’hai contro negro? Negro è superiore.”, è indubbio che alcuni gruppi etnici africani manifestino la loro superiorità fisica ed estetica rispetto alla maggior parte delle altre etnie in modo prorompente. Nel disprezzo spesso ci sta anche un po’ di invidia.


  • Sulla riva, due donne. Generose.

Donna 1: “ Ma come mi sta questo costume? Non riuscivo a decidermi stamattina se prendere questo o usare quello dell’anno scorso, sai quello azzurro… te lo ricordi?”

Donna 2: “ Bene, bene, ti sta bene. ”

Donna 1: “ Ma tutta ‘sta cellulite, guarda che roba, si vede di più con questo qui. Vero che si vede di più? Perché mi schiaccia lì e vedi che buco che mi fa proprio sulla natica. Bisogna mettersi a dieta e fare dei massaggi come si deve… altro che costume.”

Donna 2. “ Dieta? Ma che dieta? Vai bene così. Ah, io mangio quanto voglio. E lo vedi tutto questo ben di Dio? Carlo ci va pazzo. M’ammazza se perdo le tette. Quando sono al dunque, secondo te stanno a guardare la cellulite?”


  • Lungo la passeggiata a mare una coppia cammina e chiacchiera gesticolando.

Lei: “ … e tu cosa ne pensi?”

Lui: “ Secondo me il polsino della camicia deve arrivare fin qui, poi quando allunghi il braccio così in avanti allora può spuntare dalla manica della giacca.”


  • Una donna armata di guanti e sacchi neri perlustra la scogliera e raccoglie la spazzatura che trova. Si avvicina anche ai bagnanti, sorridente e gentile, per pulire ovunque. Una signora le rivolge la parola: “Mi scusi, ma questo dovrebbe farlo il servizio di nettezza urbana…”

“Qui è demanio, non credo sia di loro competenza, in ogni caso è tutta roba che stiamo lasciando noi… un mare di plastica soprattutto…”

Un’altra donna interviene: “ Vabbe’, ma infilata lì tra gli scogli che fastidio le dà?”


  • Una donna anziana, piuttosto corpulenta, scossa dai tremori continui e con evidenti difficoltà di movimento sta seduta sulla sdraio sotto un ombrellone. Il marito, un ometto minuto, va e viene dalla sdraio accanto.

Li osservo dal molo di tanto in tanto. Lui ogni dieci minuti va a rinfrescarsi nell’acqua bassa, poi torna e si rimette a leggere un libro. Si premura sempre di chiedere alla moglie se ha bisogno di qualcosa, lo si capisce dai gesti e dai modi, e, in caso affermativo, o va a prenderle qualcosa al bar dello stabilimento o, se si lamenta del caldo, le porta un secchiello d’acqua di mare e la bagna un po’ dappertutto con gran contentezza di lei.

Due ragazzoni, età da liceali, che da un paio d’ore ascoltano musica tremenda disturbando la mia lettura, si alzano e si dirigono alla base del molo. Per inerzia seguo il loro tragitto. Li vedo fermarsi davanti alla coppia che stavo guardando e scambiare qualche frase con l’uomo e la donna. Da dove sono riesco a sentire un’esclamazione di approvazione da parte di lei. Poi vedo i due ragazzoni aiutarla ad alzarsi e condurla, seguiti dal marito, in acqua. La sorreggono fino alle boe bianche, dove la profondità è di circa un metro e mezzo e le fanno fare un bagno. Praticamente davanti a me. Lei ride contenta, anzi felice, e ripete: grazie, grazie, grazie, ringraziate anche i vostri genitori, siete proprio due bravi ragazzi.

estate 2015


Tutti i diritti riservati

lunedì 13 luglio 2015

GLI ANIMALI DEL CIRCO

Una decina di giorni fa, alle due del pomeriggio, con una temperatura percepita di 40 gradi, sono andata a guardare gli animali del circo vicino al Parco urbano di Imperia.
Ho chiesto il permesso al responsabile e sono andata sul retro del tendone, tra roulotte, gabbie e recinti.
Ho chiacchierato con i lavoranti, quasi tutti di origine indiana o stati limitrofi, persone che stanno anni senza vedere i loro cari e considerano ciò normalità.
C’erano quattro dromedari, due struzzi, un asino, tre pony, un paio di bufali e altrettanti lama, una zebra, una giraffa, una tigre, due leoni e sei leonesse.
Perché andare a vederli? Si sa che fa male all'anima o, almeno, dovrebbe. Mi sono semplicemente detta vengo a soffrire un po’ visto che voi soffrite sempre. Serve a poco ma sottrarsi significa facilitare rimozione e oblio.

Non c’è spazio per voi, non c’è spazio per tutti gli altri animali che ancora godono di qualcosa di simile alla libertà, e non c’è soluzione a questo. Perché non c'è più spazio per l’animale uomo (non che abbia meriti particolari per averne maggior diritto) e quel che resta lo si accaparra in pochi, perché, checché ne dicano, si sa bene che per quanto sembri ancora molto, in realtà è meglio accantonarne per i tempi magri a venire.
Per cui me ne sono stata in piedi sotto la canicola polverosa a guardarvi negli occhi. E nei vostri occhi chiaro e lampante il nostro destino.





















2 luglio 2015

mercoledì 22 aprile 2015

AFFONDA BARCONE DI MIGRANTI AL LARGO DELLA LIBIA: SI TEMONO 900 MORTI

L’articolo 10 della Costituzione italiana recita: “… Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. …”

E qui si va oltre le libertà democratiche: si tratta di vita o di morte.

Quello che sta accadendo in molte parti del mondo è assimilabile a un’enorme casa in fiamme. Chi avrebbe il cuore di intimare ad armi spiegate a chi ne fugge di non uscire all’esterno per salvarsi la vita?

…

Eppure.

La proposta di bloccare il flusso di migranti dalle coste libiche (o quelle di volta in volta ritenute da arginarsi) determinerebbe solo un cambiamento di rotte e diverse dinamiche di traffici di esseri umani ma non eliminerebbe questi viaggi disperati, solo li renderebbe più lunghi, complessi, e pericolosi.

Idem per l’accanimento contro i cosiddetti scafisti. L’ultimo gradino in basso di una scala. Su di esso si accalcano uomini miserabili e disgraziati. Spregiudicati senz’altro e ormai privi di scrupoli. Ma nulla di più. E, di certo, per ognuno che se ne arresti, molti altri sono già pronti a prendere posto.

Esistono solo due soluzioni.

La prima è mandare al diavolo ogni paranoia, prendere atto di una realtà per ovvi motivi irreversibile e destinata a consolidarsi, riconoscere di esserci tutti su un medesimo barcone, e decidere i modi migliori per un’integrazione tanto inevitabile quanto, a questo punto della nostra storia umana, auspicabile.

La seconda è fregarsene. Sarebbe la scelta più onesta. Più coerente con l’unica cosa che al dunque concretamente facciamo. Tante tante parole.

Tanto questi 900 da qui a un mese ce li saremo scordati esattamente come tutti gli altri. Sono soltanto numeri.

E se un giorno ci potremo camminare sopra, ci faremo una bella colata d’asfalto.


20 aprile 2015




(tutti i diritti riservati)

domenica 26 ottobre 2014

IL MONDO COME IO LO VEDO - A. Einstein

"A me basta il mistero dell'eternità della vita e la vaga idea della meravigliosa struttura della realtà, insieme allo sforzo individuale per comprendere un frammento, anche il più piccino, della ragione che si manifesta nella natura."


Albert Einstein



Ecco, queste sono le parole precise e perfette che non ho mai saputo trovare.



(letto nell'estate 2005)