Visualizzazione post con etichetta vita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vita. Mostra tutti i post

martedì 11 novembre 2025

ASCOLTANDO SEPÚLVEDA A FAHRENHEIT (7/11/2016)

Trascrivo qui di seguito gli appunti di stamane mentre ascolto Radio3. Ospite di Fahrenheit il grande Luis Sèpulveda. Quando si dice le coincidenze

Mi chiedo se si tratti di ansia da prestazione, di dispersiva gestione del tempo, o di banale perdita di interesse. So solo che negli ultimi quattro anni decine e decine e decine di ore sono andate smarrite, intrappolate nella rete, e che ne voglio uscire.

È una riflessione cui giungo considerando varie situazioni. Ad esempio il lavoro: a parità di cose da fare e di risultati, il tempo necessario è superiore al passato, e l’incremento, a parte le ore in più dovute all’abbassamento della paga oraria, va sotto la voce “contatti”. L’avvento della posta mail all’epoca ci è parso una gran facilitazione e lo è stata: si controllava ed evadeva la posta una volta al giorno e tutto procedeva fluidamente, allegati e compagnia bella. Oggi invece per non risultare inefficienti bisogna rispondere entro mezz’ora al massimo e stare sempre sul pezzo. L’esito non è conseguentemente migliore. Né quantitativamente né qualitativamente, solo, non sempre, più rapido. E quindi bisogna stare sempre con il telefono sotto agli occhi. Mediamente, a manciate di secondi, buttiamo lì più di un’ora al giorno¹ solo per controllare che non ci sia sfuggita qualche notifica. Pare proprio che la promessa di agevolare la vita nei vari suoi aspetti e permettere di godere di maggior tempo libero sia stata disattesa. Peccato.

Ho sempre creduto che il problema non sia mai il mezzo ma chi lo utilizza e come, ma inizio a ricredermi. Forse abbiamo sottostimato la forza dirompente di una virtualità introdotta con forza in ogni ambito della nostra quotidianità. Ognuno di noi può facilmente verificare i cambiamenti avvenuti nella propria persona, fisici, psicologici, comportamentali.

Io per prima ho ceduto alla lusinga dell’interconnessione. Ho aperto questo blog i cui post girano dopo ventiquattr’ore su Twitter, e su Twitter² tra chi seguo e chi mi segue, si trova sempre qualcosa di interessante da leggere e da condividere (soffro per questo meraviglioso verbo che se va in giro a capo chino, svilito, con aria rassegnata), ma che genere di condivisione è se l’unico risultato cui porta è che sempre più individui trascorrono sempre più tempo davanti a uno schermo?

Negli ultimi mesi ho avuto una media di 400, 500 lettori mensili del blog (Chi sono? Leggono? Ci finiscono per caso?), e mi sorprendo a voler mantenere almeno tale media, pena la perdita di quel minimo di visibilità che, oltre agli intenti idealistici per cui il blog è nato, potrebbe tornare utile per un paio di progetti che ho in testa. Ma sto impazzendo? Come posso credere che possa servire a qualcosa. La tentazione però è forte. Chi è già che diceva negli anni sessanta che in futuro ogni persona avrebbe avuto i propri quindici minuti di fama?

Stavo riflettendo su quante volte ho pensato di scrivere alle persone note che stimo e che, secondo me, hanno dato e danno un contributo positivo all’andamento delle vicende umane. Difficile però raggiungerle, trovarne un recapito. Lo scopo del contatto, chiederete, quale dovrebbe essere? Espressione di gratitudine e scambio di opinioni su tematiche di interesse comune. Grosso modo questo. Nella vita sono stata fortunata e ho avuto modo di abbracciare Vandana Shiva, di avere uno scambio epistolare con Susan George, di regalare un libro a Marco Paolini. Mi piacerebbe stringere le mani a Paul Watson e dirgli grazie, solo questo, grazie. Mi piacerebbe parlare di resistenza e di rivoluzione con Luis Sepùlveda davanti a un buon vino e fargli una domanda che da un po’ mi ronza nella testa. Ecco, ora su twitter, potrei contattarlo: incredibilmente risulta nell’elenco di coloro che mi seguono. Basterebbe una chiocciola ma non l’ho mai digitata né lo farò (forse oggi, giusto per segnalargli questa pagina). Non è il mio modo, non è sufficiente, non è empatico. Sento maggior vicinanza nel sentire la sua voce in diretta mentre trascrivo questi appunti. Se un giorno lo incontrerò, lo guarderò negli occhi e gli proporrò un caffè. Nel frattempo guarderò negli occhi le altre persone che incontro.


Oggi un recente movimento di pensiero cresciuto tra intellettuali e studiosi nei vari settori sta teorizzando e mettendo in pratica la disconnessione come dotazione fondamentale per poter interpretare la realtà presente e futura in modo il più possibile oggettivo o, perlomeno, più completo. Google è talmente presente nelle nostre vite, risponde a ogni nostro quesito, che dimentichiamo che esiste una realtà più ampia di quella in esso contenuta. Anziché ampliarlo, ha ristretto il nostro mondo e conseguentemente il nostro margine di azione mentale. Al punto da farci ritenere superflue esperienza e verifiche dirette. Facciamo atto di fede ventiquattro ore al giorno aderendo a una visione se non necessariamente falsa, di certo monca.

Forse per fare qualcosa di buono è semplicemente più utile andare per strada.


7 novembre 2016


¹ In base al mio utilizzo e a quello di chi conosco, avevo stimato che, includendo i refrattari, i contatori degli smartphone (a.D. 2025) possano indicare un utilizzo giornaliero dalle 3 alle 5 ore di cui oltre l’80% per consultazione app e social e il restante tempo per telefonare. Sono andata a verificare su varie fonti. Ero ottimista. Pare che il consumo medio vada dalle 3 alle 8 ore giornaliere e la percentuale per le telefonate sia inferiore al 10%. Amen

² Sono trascorsi parecchi anni e Twitter, ora X, è stato trasformato nel frattempo in una cloaca maxima.

giovedì 16 aprile 2020

RESILIENZE


Volevo condividere con voi la gioia dell'uscita di questo mio libro. 
Lo farò così. 
Circondata e sorretta da un grande maestro. Di scrittura e di vita.
Grazie Luis, per essere stato una guida.

martedì 14 aprile 2020

Intervista a Jürgen Habermas

L’unica cura è la solidarietà intervista a Jürgen Habermas a cura di Nicola Truong
in “la Repubblica” del 12 aprile 2020

Jürgen Habermas, cosa rivela questa crisi sanitaria globale, da un punto di vista etico, filosofico e politico? 
«Da un punto di vista filosofico, mi colpisce che la pandemia oggi costringa tutti a riflettere su qualcosa che prima era noto ai soli esperti. Oggi, tutti i cittadini stanno imparando come i loro governi debbano prendere decisioni ben sapendo i limiti delle conoscenze degli stessi virologi consultati. Raramente, il terreno per l’azione in condizioni di incertezza è stato illuminato in modo così vivido. Forse questa esperienza insolita lascerà il segno nella coscienza della sfera pubblica». 
Ma quali sono le sfide etiche? 
«Vedo soprattutto due possibili casi che violano l’intangibilità della dignità umana, che la Costituzione tedesca garantisce nel preambolo ed enuncia nel secondo articolo con la dichiarazione "Ogni persona ha diritto alla vita e all'integrità fisica". Il primo riguarda il cosiddetto triage, l’altro la scelta del momento giusto per interrompere il distanziamento sociale. Il pericolo di sovraccaricare i reparti di terapia intensiva degli ospedali, che si è già verificato in Italia ed è temuto nel nostro Paese, ricorda gli scenari della medicina delle catastrofi che solitamente si verificano solo nelle guerre. Se il numero di pazienti ricoverati è superiore a quello delle strutture di cura disponibili nei reparti di terapia intensiva, i medici dovranno inevitabilmente prendere una decisione tragica, perché in ogni caso immorale. Da ciò nasce la tentazione di abdicare al principio della parità di trattamento di ogni cittadino, indipendentemente dallo status, dall'origine, dall'età, eccetera, e nel nostro caso, in particolare, di favorire i giovani rispetto ai più anziani. Ciò potrebbe essere auspicato dagli stessi anziani in un atto moralmente ammirevole di altruismo. Ma quale medico "soppeserebbe" il "valore" di un uomo contro il "valore" di un altro, erigendosi in tal modo a padrone della vita e della morte? Il linguaggio dei "valori" origliato in economia induce alla "quantificazione oggettivante" che è propria della prospettiva dell’osservatore. Ma questa prospettiva non può essere il modo di trattare l’autonomia delle persone: quando mi rivolgo a una seconda persona (tu-voi), l’autodeterminazione dell’altro può essere soltanto o rispettata o negata, vale a dire o riconosciuta o ignorata. L’etica professionale medica, nei confronti di ciò, è in accordo con la Costituzione e segue il principio secondo cui una vita umana non può essere "messa in contrapposizione" con un’altra. Infatti, prescrive che in situazioni che obbligano a prendere delle decisioni tragiche, il medico deve essere guidato esclusivamente dalle disposizioni sanitarie relative alla maggiore prospettiva di successo del trattamento clinico».
E l’altro caso? 
«La decisione sul momento giusto per porre fine allo shut down – una misura moralmente e legalmente richiesta per la protezione della vita – può entrare in conflitto, ad esempio, con i calcoli dei benefici. I politici devono resistere alla "tentazione utilitaristica" di soppesare i danni economici o sociali, da un lato, e le morti evitabili, dall'altro. Si deve accettare il rischio di sovraccaricare il sistema sanitario e, quindi, aumentare il tasso di mortalità per far ripartire prima l’economia e ridurre così anche la miseria sociale causata dalla crisi economica? Su questo punto, la raccomandazione specifica del Consiglio tedesco di etica è rimasta fatalmente ambigua. I diritti fondamentali vietano agli organi statali di prendere qualsiasi decisione che accetti la possibilità di morte di singole persone». 
Non c’è il pericolo che lo stato di emergenza possa trasformarsi in una regola "democratica"? 
«Naturalmente, la limitazione di un gran numero di libertà importanti deve rimanere un’eccezione strettamente contenuta. Ma l’eccezione è di per sé, come ho appena cercato di dimostrare, richiesta dal diritto primario alla protezione della vita e dell’integrità fisica. In Francia e in Germania non c’è motivo di dubitare della fedeltà alla Costituzione da parte dei governanti. Se Viktor Orbán coglie la crisi del Covid 19 come un’opportunità per chiudere definitivamente la bocca all'opposizione, ciò 
va spiegato con la lunga involuzione autoritaria del regime politico ungherese, che il Consiglio europeo e, soprattutto, i cristiano-democratici europei hanno guardato con indulgenza». 
A cosa serve l’Ue se, ai tempi del coronavirus, non dimostra che gli europei stanno insieme e lottano per un futuro comune?": così avete scritto in un appello collettivo su "Die Zeit" del 2 aprile. 
«Io e i miei amici abbiamo posto questa domanda al nostro governo: alla Cancelliera e al ministro delle Finanze della Spd. Entrambi mi lasciano sbalordito. Continuano ostinatamente ad attenersi alla loro gestione della crisi a vantaggio della Germania e dei Paesi settentrionali, senza badare alle critiche dei Paesi meridionali. La grande maggioranza dei politici tedeschi teme le reazioni di rabbia dei propri elettori nel caso di una resa. Tanto più che sono stati loro stessi ad alimentare e stuzzicare il nazionalismo economico autoreferenziale e l'autocelebrazione dell’export tedesco come campione del mondo, non senza la compiacenza della stampa, peraltro. Esistono dati empirici comparativi che dimostrano come il nostro governo, con questo nazionalismo sostitutivo, abbia "chiesto troppo poco" alla sua popolazione. Se Macron ha commesso un errore nei suoi rapporti con la Germania è stato quello di sottovalutare, sin dall’inizio, la ristrettezza delle vedute nazionaliste di Angela Merkel, le cui qualità sono altre». 
La Cina è stata l’epicentro della pandemia e ora sembra che questa epidemia favorisca il suo potere sull’Europa e nel mondo. Si tratta di una svolta geopolitica, vale a dire di un rilancio della sua supremazia politica ed economica? 
«Questa tendenza è in atto da tempo e sta accelerando una divisione dell’Occidente, iniziata al più tardi con il "presidente di guerra" George W. Bush. Sarebbe quindi ancor più importante se l’Europa vedesse nello shock del coronavirus un’ultima possibilità e si nobilitasse per agire in modo solidale». Come vive questo isolamento? Com'è una vita al chiuso e limitata? «La "frazione parlamentare" degli umanisti – che è comunque "seduta" al proprio computer di casa – ne soffre meno». 
Questa crisi sanitaria globale rischia di aumentare l’influenza delle forze nazional-populiste che già minacciano l’Europa. Come possiamo resistere a queste forze? 
«Questa domanda è indipendente dalla situazione attuale di emergenza e deve trovare una risposta diversa in ogni Paese. In Germania, il passato nazista ci ha vaccinato con più forza contro la ricomparsa del pensiero estremista di destra. Per questo partiti e governi poterono permettersi, sotto l’anticomunismo dominante, di chiudere l’occhio verso la destra. Fin dai tempi di Adenauer – e dalla riunificazione con la Germania Est – questo anticomunismo di facciata ha consentito loro di occultare le componenti fatali del loro passato politico. In Francia, invece, l’estremismo di destra era già organizzato da tempo, ma con radici ideologiche diverse dalle nostre: non è etnonazionalista ma statalista. Ora anche una certa sinistra francese, all'origine universalista, sta sprofondando nell'odio per l’Ue». 
Quale nuova narrazione potrebbero inventarsi gli europei per rinnovare lo slancio verso un’Unione europea non amata e mal coordinata? 
«Contro il risentimento non valgono argomenti e buone parole. Servirebbe solo la capacità di affrontare e risolvere i problemi da parte del nucleo forte del continente (Germania e Francia). Solo su un "ring" di questo genere diventerebbe realistico lottare per la soppressione di una politica mondiale dominata dal neoliberismo. Oggi vediamo che, quando urge il bisogno, solo lo Stato ci può aiutare». 

Intervista rilasciata da Jürgen Habermas a Nicolas Truong per "Le Monde". Traduzione di Luca Corchia e Leonardo Ceppa

sabato 11 aprile 2020

CORONAVIRUS 6 - POST SCRIPTUM

L'altro giorno ho scritto un post sull'onda della preoccupazione per le derive negative, in termini di perdita di diritti, che la gestione dell'emergenza in corso porterà. Vorrei chiarire, visto che qualcuno mi ha chiesto se penso che questa epidemia sia stata provocata da poteri forti e occulti, che non lo penso. Penso però che sia una circostanza agevolmente sfruttabile da chi ambisce ad avere un maggior controllo e quindi un potere via via crescente. Insomma che caschi a fagiolo.

Oggi, invece, rifletto solo sul virus in quanto tale.

Rifletto sulla frenesia di movimento cui l'epidemia ci ha sottratti.

Che non sia questo il tempo giusto e naturale, quello in cui ora siamo costretti? Che l'alterazione dannosa non fosse in quella che prima ritenevamo la normalità?

E rifletto sull'importanza del memento mori, il ricordati che devi morire, che ci è stato sbattuto in faccia.

Ricordarci e accettare che siamo fatti di materia fragile e corruttibile. Che siamo creature viventi legate indissolubilmente a ogni altra creatura vivente. Che la morte è il nutrimento della vita e che con questa cosa dobbiamo fare pace.

Poi penso al mondo.

Penso che qui, in Europa, s'inizia a parlare di fase due, di picco raggiunto, di discesa, come se avessimo già dimenticato quanto abbiamo appena imparato, e cioè che per il virus i confini non esistono. Quindi a meno di non voler puntare all'autarchia e chiudersi ogni nazione a qualsivoglia interazione con le altre, l'affacciarsi di una certa rilassatezza ottimistica mi sembra veramente una cecità. L'unico picco da considerare è quello mondiale. Siamo ancora lontani dal raggiungerlo in salita, parlare di discesa è decisamente prematuro, anche se psicologicamente può aiutare. Stiamo scavando fosse comuni un po' ovunque e non è un bello spettacolo. Finché si trattava dell'Iran vabbe', ma ora persino negli Stati Uniti. E il peggio ha da venire, pare. Gli tsunami africano, indiano, sudamericano s'intravvedono all'orizzonte e sembrano piccoli ma quando si abbatteranno avranno un'altezza tale, una portata tale che allora sì che faremo per bene i conti di tutto quanto. In termini di perdite umane innanzitutto, di crisi sociali, economiche e politiche a seguire.

Stiamo parlando di nazioni in cui il distanziamento sociale spesso è impossibile, come ad esempio in India, Paesi in cui anziché mascherine si distribuiscono bare di cartone per smaltire i famigliari morti, Paesi in cui i sistemi sanitari erano già al collasso, vedi ad esempio il noto caso del Venezuela, o in cui sono se non praticamente inesistenti, di certo insufficienti. Paesi in cui c'è un medico di famiglia ogni tot migliaia di persone, in cui mancano i presidi base e i letti in terapia intensiva sono poche decine in un'intera nazione. Paesi che rischiavano l'insolvenza economica già prima della pandemia in corso, soffocati dagli interessi su debiti estinti da un pezzo, con capi di governo, senza nulla togliere ad alcuni governanti e accoliti nei Paesi Sviluppati, alternativamente se non contemporaneamente, ignoranti, corrotti, criminali, e pertanto incapaci di gestire l'emergenza.

Come possiamo non pensare all'effetto domino, alle ripercussioni devastanti di ciò che sta per accadere? Forse potremo cinicamente farci una ragione per la morte di decine di migliaia di profughi costretti forzatamente in aree di stazionamento “provvisorio”, per la morte di centinaia di migliaia di persone che vivono in bidonvilles, slums, favelas, baraccopoli in giro per il mondo, ma come faremo a gestire la perdita di potere d'acquisto delle classi medio basse, visto che è su tale potere che gira il mondo? A gestire il fallimento di intere filiere produttive? A gestire il peso sanitario? La perdita di formazione per i giovani, la disoccupazione cronica?

Eppure qui, le persone, certe che a breve tutto rientrerà nella normalità, passano il tempo a escogitare stratagemmi per raggiungere impunemente le proprie seconde case.

Aprile 2020



P.S. 2023 - Mi tocca fare un post scriptum al post scriptum. Con indulgenza verso me stessa rileggo quanto sopra. Non è che voglia disconoscere le mie varie considerazioni, al contrario, piuttosto ritengo che il contesto dato da cui sono scaturite non fosse proprio quello reale. Tant’è che di alcuni tsunami, tanto per fare un esempio, non è giunta eco.



venerdì 14 febbraio 2020

CORONAVIRUS


Non volevo scriverne temendo di impantanarmi in riflessioni su censura, interessi dell'industria farmaceutica, globalizzazione, ipotesi di complotto, letteratura e cinematografia distopiche, e via discorrendo, poi ho concluso che almeno poche righe su quest'epidemia o pandemia che dir si voglia, dovevo scriverle.

L'epidemia di Coronavirus oltre a essere un'emergenza sanitaria è anche, se non principalmente, una sindrome sociale che, in certi casi, rasenta la psicosi di massa. Una sindrome che rivela molto della condizione umana agli albori del terzo millennio dell'era cristiana. Rivela pregiudizi, fa emergere paure inconsce, scatena istinti aggressivi.

In un mondo complesso ed estremamente fragile porta alla luce, tra le altre cose, la nostra ipocrisia. Sollecitati da un'informazione globale sfuggita di mano e incapaci di distinguere dove finisce il resoconto di un’emergenza e dove comincia la costruzione mediatica di un allarme, paventiamo un'ecatombe imminente che sicuramente questa volta ci colpirà. Colpirà proprio noi che altrimenti ci sentiamo lontani dai mali del mondo, che ci reputiamo in qualche modo immuni alle tragedie fuori porta. Improvvisamente sicuri che prima o poi arriverà la catastrofe che ci punirà, perché in qualche modo siamo consapevoli di meritarla una punizione.

E ora, con il coronavirus, ci ritroviamo a temere per la nostra vita così come è accaduto per l'aids, la mucca pazza, l'ebola, la Sars, l'influenza aviaria. Se poi si riuscirà a contenere l'epidemia, se troveranno un vaccino e una cura efficace, coloro che la scamperanno, presumibilmente la gran parte, vergognandosi della paura provata, liquideranno la faccenda come l'ennesima crisi sovrastimata. Replicando in tal modo la propensione alla superficialità e alla non lungimiranza. Torneremo a considerarci fuori dall'ecosistema terrestre, fuori dalla società umana, insomma non a bordo della stessa barca. Fino alla prossima emergenza.

Intanto, però, come dimostrano gli episodi di intolleranza, le aggressioni e gli insulti, le assurde pantomime di baristi con tuta protettiva e mascherina, la corsa all'accaparramento di disinfettanti e presidi ospedalieri protettivi, il saccheggio dei negozi di ferramenta per le mascherine, in molti, come sempre in queste occasioni, stiamo mostrando il nostro lato peggiore, quello dell'ignoranza presuntuosa e prevaricatrice.

Forse non siamo riusciti, nonostante la professata fiducia nelle dell'umana gente magnifiche sorti e progressive, ad affrancarci da una memoria collettiva profonda pronta a riemergere ai primi segni di una qualche nuova forma di contagio che richiami le pandemie passate della storia umana, di cui la peste è l'emblema. Il rifiuto dell'altro quindi come atavismo mentale, un riflesso comportamentale ben presente in molti aspetti della nostra vita sociale. Come quando siamo infastiditi o imbarazzati di fronte a chi chiede l'elemosina forse perché una parte della nostra memoria di specie ricorda quando le città europee rigurgitavano mendicanti, straccioni, diseredati. Come se gli individui che incontriamo ai bordi dei marciapiedi, quelli che scendono dai barconi, tutti coloro che vivono ai margini di una vita dignitosa, fossero i fantasmi di un passato, peraltro neanche tanto lontano, che fa a pugni con l'idea di un mondo evoluto, prospero e avanzato. Un passato con cui non vogliamo più avere niente a che fare.

Noi che dimentichiamo di far parte di un unico sistema, parte di una società umana strettamente interconnessa, noi che siamo incuranti delle centinaia di migliaia di persone che muoiono ogni anno di malattie facilmente curabili, quali ad esempio la malaria, e che non siamo, se non occasionalmente, interessati a tutti quei problemi che schiacciano buona parte dell'umanità perché irrazionalmente persuasi di non farne parte, in questi giorni non dormiamo bene. Siamo tormentati e inquieti.

Ci stanno dicendo che il virus sopravvive a lungo sulle superfici...

Potrebbe mai darsi che l'inquilina del piano di sotto che fa le pulizie dai tedeschi che erano a Venezia a gennaio nello stesso periodo in cui vi ha soggiornato la coppia di Taiwan positiva al Coronavirus, possa aver contratto il contagio? Be', sì, potrebbe darsi.

Febbraio 2020

martedì 7 gennaio 2020

FINE ANNO

Volevo fare un resoconto dell'anno appena terminato. Un bel po' di argomenti su cui avrei voluto soffermarmi e riflettere scrivendone. Uno sguardo sintetico sul mondo, che è poi lo spirito da cui è nato questo blog. Raccontare anche cos'è accaduto nella mia vita, però solo nella misura in cui potrebbe essere utile a parlare della vita stessa. Nominare e raccontare di alcune persone che mi hanno fatto provare una grande gioia interiore. Di altre che hanno messo a dura prova la mia fiducia nel potere del dialogo e del confronto, nonché la mia indole pacifica. Avrei voluto poi dedicare tempo e parole a due amici che hanno deciso di anticipare la propria dipartita lasciando una voragine all'altezza dell'addome. Infine mettere giù un elenco di buoni propositi e riuscire a scrivere finalmente una sorta di manifesto umano, un'esortazione, un testamento ideale, qualcosa che possa suscitare un dubbio, un fremito, una folgorazione. Magari un desiderio improvviso e irrefrenabile di fare qualcosa di buono per chi verrà e non solo essere venuti al mondo così, come per caso.

Ho creduto fosse la mole di intenzioni a impedirmi di scrivere. Poi, più concretamente, ho pensato fosse la difficile situazione che sto vivendo in questo periodo ad aver occupato tutte le mie risorse mentali e fisiche. Di fatto non ho scritto nulla.

Poi la sera del 31, in barba alla febbre, ho deciso di fare due passi qui nel borgo antico e siamo andati con il mio compagno a sederci sugli scalini del sagrato di San Pietro, da cui si vede un tratto di Aurelia. Alle 23.50 le strade vuote, nessun'automobile in circolazione. Silenzio. La luce arancione dei lampioni. Alle 00.05 il traffico aveva già ripreso la consistenza abituale.

È stato in quel preciso momento che ho capito. Probabilmente un qualche organo nel mio corpo, una ghiandola di cui non sono a conoscenza, aveva già da tempo metabolizzato questa cosa che né la mente né il cuore, o quella cosa che ne dovrebbe essere la sintesi, avevano ancora compreso. L'inutilità. Dello sforzo di dire. Di mostrare ciò che è evidente. E che è stato già ripetutamente, sapientemente ed esaurientemente dispiegato e spiegato da pensatori ben più capaci di me. La gente non si ferma. Non mi piace dire gente, ma in questo caso è il termine corretto. La gente non si ferma. Questo è il punto. La compressione del tempo. La ricerca compulsiva di gratificazioni immediate. A bordo di quelle automobili, a parte quelli che andavano o tornavano dal lavoro, a parte quelli che si spostavano per una qualche emergenza, tutti gli altri erano persone incapaci di stare dov'erano, bisognose di andare altrove, persone che avevano pianificato di spostarsi, di non restare troppo a lungo in un luogo ma di farsi vedere in più posti possibili. No, la gente non si ferma. Non ne ha nessuna intenzione. E se non ci si ferma non si vede, se non si vede non si pensa, e se non si pensa be' allora quella sensazione di inutilità che mi opprime e m'impedisce di scrivere ha una sua ragione d'essere.


3 gennaio ore 2.45



lunedì 6 gennaio 2020

UN CONFORTEVOLE PRIVATO

Vorrei che fosse ben chiaro a tutti coloro che mi conoscono, e a coloro che ancora forse mi conosceranno, che nella mia vita, nel mio mondo, nella realtà che io contemplo, sono benvenute tutte le persone di buona volontà o, per meglio dire, le persone animate dal voler far bene. Non m'importa la provenienza geografica, l'orientamento sessuale, l'eventuale credo religioso, la formazione culturale, l'aspetto esteriore. Sono tutti benvenuti. Io divido l'umanità tra onesti e disonesti, tra chi almeno ci prova e chi no, tra persone per bene e stronzi. Tra buoni e cattivi, insomma. I principi etici su cui ho fondato la mia esistenza, per quanto non ne sia stata sempre all'altezza, sono imprescindibili. Nessun legame, parentale, sentimentale, amicale può avere la precedenza sui valori che ritengo fondanti in un essere umano.

Se un'amica, un fratello, un amante dovessero prendere posizione in contrasto a ciò in cui credo fortemente, bene, io mi schiererò dalla parte di quella che ritengo essere la giustizia. Nessuna forma di discriminazione, di generalizzazione, di giudizio sommario sarà accettato. Alcun disprezzo o violenza. E se qualcuno mi dovesse dire ma, allora, non mi vuoi bene veramente, se dovesse mettersi in competizione e pretendere da me una scelta, sappia che non avrò dubbi. Come non li ho avuti quando la scelta è stata tra ciò che ritengo giusto e corretto e un lavoro, una convenienza economica, o altro che avrebbe potuto agevolarmi nella vita. La difesa del debole, di chi è ingiustamente trattato, di quanto va difeso e protetto, verrà sempre prima. Né rinuncerò al confronto, al desiderio di conoscere l'altro, quand'anche l'altro fosse sgradito a chi, in un modo o nell’altro, fa parte della mia vita.

Non cederò mai a un confortevole privato.

2015

domenica 20 ottobre 2019

NON CE NE IMPORTA NULLA?


Non ce ne importa nulla? O è un problema di percezione? Questo è ormai il mio rovello quotidiano.

Sappiamo che è in corso una guerra, un conflitto diffuso*, un insieme di guerre, chiamiamo quello che è un po' come vogliamo, ma lo sappiamo che è così. I notiziari rigurgitano morte e dolore eppure non ci sentiamo coinvolti se non nella misura di un dispiacere calmierato. Non riusciamo a percepire di esserci dentro. Le peggiori tragedie restano fatti di cui sentiamo parlare che non inficiano la nostra capacità di tornare alle nostre faccende. Abbiamo bisogno delle immagini. Dell'immagine di noi stessi dentro la guerra per crederci. Altrimenti è un qualcosa di non qui e non ora. Si tratta della distanza tra venire a sapere una cosa e credere ad essa. Della distanza tra il sapere e il sentire.

Il massimo che riusciamo a concepire è che stia accadendo qualcosa di grave ma di non così diverso da cose già accadute e superate e, pertanto, altrettanto superabile anche senza il nostro intervento o senza che esso sia determinante. Non siamo in grado di metterci in allarme finché percepiamo fatti e problemi solo a livello concettuale e non fisico. Dovremmo ogni giorno provare la sensazione di morire sommersi da un'inondazione o sotto un bombardamento, di seppellire ogni giorno un figlio avvelenato dal cibo con cui l'abbiamo nutrito, un fratello morto d'inedia, una sorella per mancanza di cure adeguate. Di essere ogni giorno scacciati da casa nostra, ridotti in schiavitù, incarcerati per aver detto la verità, fatti saltare in aria per un ideale che non abbiamo voluto tradire. Come un girone infernale che faccia percepire a ogni molecola del nostro io che non possiamo chiamarci fuori.

I dati sconvolgenti di cui veniamo a conoscenza infatti non hanno su di noi che un impatto emotivo transitorio. Crediamo che tutto avvenga in luoghi sufficientemente distanti dalle nostre individuali vite private, che avvenga a causa di grandi forze esterne e che solo da grandi forze esterne possa essere risolto. Attribuiamo la responsabilità di ciò che non va a governi, multinazionali, poteri forti e occulti, ma rimuoviamo il fatto che essi agiscono e producono per noi. Se pur per loro cospicuo profitto, essi agiscono a nostro nome vendendoci ciò che noi ci aspettiamo di poter comprare e avere. E se essi commettono dei crimini, mal amministrano le risorse, causano disordini e condizioni belliche, ci ingannano, o comunque procurano danni, noi siamo corresponsabili senza attenuanti. Quando ci degniamo di scendere per strada a manifestare dovremmo ricordare che è contro noi stessi che dovremmo principalmente farlo. Eppure proseguiamo le nostre esistenze come se tutto fosse altrove, come se noi fossimo, nel migliore dei casi, soltanto scorati e impotenti spettatori. Come quando, all'ora di punta, bloccati in un ingorgo imprechiamo contro il mondo intero, incapaci di vedere che noi siamo l'ingorgo. Che ne siamo parte integrante e pertanto causa.

Quando penso alle generazioni future mi domando se ci chiederanno dove eravamo quando avremmo potuto fare qualcosa o se, nel frattempo, si saranno abituati alle nuove condizioni di vita non avendo per esse un termine degno di paragone e si sentiranno, come noi ora, estranei alla realtà che vivranno e non responsabili per ciò che in essa andrà male.

Il quesito che resta insoluto è: come impegnarci in una guerra che non viviamo, non vediamo e che per noi deve ancora scoppiare?


*Diffuso: attributo qui utilizzato pensando al recente uso in “accoglienza diffusa, albergo diffuso, ecc.”


Ottobre 2018


P.S. Forse la percezione di essere anche noi prossimi a un coinvolgimento diretto nel conflitto diffuso di cui sopra, inizia a farsi strada, A.D. 2025, e, giustamente, siamo pronti a sacrificare i nostri figli per averla vinta sul nemico prima che esso ci sopraffaccia.

Mi fermo qui ma devo decidermi a scrivere un pezzo sulla guerra aggiornato alla luce di questi ultimi recenti anni e in previsione dei prossimi. Il titolo ce l’ho già ma, tempo e salute a parte, provo un senso di disagio nel mettermici perché sarebbe un’ammissione di definitivo disincanto.



venerdì 27 settembre 2019

Deproducers - Pianeta Verde





Dall’incontro di quattro produttori del calibro di Vittorio Cosma, Gianni Maroccolo, Max Casacci e Riccardo Sinigallia nasce un progetto innovativo e coinvolgente, un connubio senza precedenti tra musica e scienza. Deproducers è una sorta di collettivo che si propone di musicare dal vivo conferenze scientifiche raccontate in maniera rigorosa ma accessibile.
Planetario, il primo capitolo del 2012, unisce la musica alle conferenze spaziali dell’astrofisico e direttore del Planetario di Milano Fabio Peri. Il tutto con il corredo delle immagini originali concesse dall’ESA per lo spettacolo.
Botanica, il secondo capitolo del 2016, crea una colonna sonora per le incredibili rivelazioni sulla vita segreta delle piante, narrate con rigore da Stefano Mancuso, uno dei massimi neurobiologi viventi.
Nel 2019 vede la luce il terzo capitolo, DNA, prodotto dai Deproducers e da AIRC. Lo spettacolo porta sul palco il filosofo ed evoluzionista Telmo Pievani, e gode della consulenza scientifica del professore e ricercatore Pier Paolo Di Fiore.

domenica 5 maggio 2019

FUCILARE GLI EXTRA

L'ufficio postale è gremito. Alcune persone in attesa all'esterno tengono d'occhio il display con i numeri di chi è in coda. Entro comunque e prendo un biglietto. Numero 88. Ho ventotto persone davanti. Esco, vado a bermi un caffè in un bar lì vicino, e ritorno ad attendere il mio turno restando nei pressi dell'ingresso. Dopo un po' ho solo più dodici persone davanti. Temevo peggio. Tocca al numero 76. Ma il numero 76, un tipo accanto a me che ho notato, corpulento, barba da pirata, accento albanese, è al telefono. Alcuni numeri devono aver desistito perché mancano all'appello. I tre sportelli operativi chiamano il 77, e a seguire l'84 e l'85. Nel frattempo il 76 termina la telefonata e rientra nell'ufficio. Non appena uno sportello si libera si fa avanti. Entro anche io. Colgo un brontolio sommesso che in pochi secondi aumenta di tono forse perché il disappunto è condiviso dalla maggior parte degli astanti.

- Non si fa così.

- Avrebbe dovuto prendere di nuovo il numero e rimettersi in coda daccapo

- Questi che vanno a farsi un giro e poi pretendono di passare...

- Chi si crede di essere.

-È un extracomunitario.

- Sono dei prepotenti.

- Devono tornarsene a casa loro.

- Questi stranieri non meritano niente.

L'uomo si volta e reagisce in prima battuta dicendo che era in coda anche se fuori e che non era andato a farsi un giro. Poi, al crescere dell'ostilità, manda tutti a quel paese e torna a sbrigare la propria pratica.

Il disappunto generale cresce e i commenti rivolti all'uomo si fanno pesanti.

Intervengo pacatamente rivolgendomi a tutti in generale:

- Signori, la vita è già difficile, perché dobbiamo contribuire a complicarcela? Anziché prima il 76 e dopo il 77, è passato prima il 77 e dopo il 76. L'attesa è uguale. Certo il signore avrebbe potuto essere un po' più garbato ma a nessuno fa piacere essere aggredito.

Per tutta risposta una signora d'età s'inalbera:

- Questi extra (dice proprio extra, non spreca neanche fiato a pronunciare la parola per intero) son tutti gentaglia. Non sono italiani. Questi extra ci vogliono passare davanti.

Al che mi sento in dovere di precisare, educatamente e con il sorriso:

- Signora, non crede sia scorretto farne una questione di nazionalità? Se proprio dobbiamo fare una divisione, facciamola tra buoni e cattivi.

Al che la signora, rivolgendosi ai vicini di sedia, rincara la dose.

- Questi extra, prenderli uno a uno, raccoglierli in giro, metterli tutti in fila, e fucilarli.

- Signora, queste non sono cose da dire e soprattutto non sono da pensare.

- Non la riguarda. Di che s'impiccia?

- Be', se lei fa un'affermazione tanto grave in modo udibile in un luogo pubblico, mi riguarda eccome. E poi la memoria, insomma, un po' di cose dovrebbe ricordarsele, a meno che...

Nello stesso momento il display segna il turno dell'88. Lascio in sospeso la frase. Vado allo sportello. Sento bisbigliare alle mie spalle e colgo:

- Quella è una che se la fa con gli extracomunitari.

Terminata l'operazione mi dirigo verso l'uscita, augurando a tutti una buona giornata, senza sarcasmo né astio. Da tempo sono convinta che il nemico bisogna spiazzarlo. E dico nemico per semplificare, si è tutti vittime di qualcuno o qualcosa, fosse anche solo di se stessi. Comunque sia, gentilezza contro aggressività. Maggiori possibilità di riuscire in qualcosa di buono. Cerco nello sguardo dei presenti qualcosa che mi suggerisca i loro pensieri, le loro emozioni. Giusto un uomo mi guarda dritto negli occhi e leggo approvazione. La maggior parte distoglie lo sguardo. Nel frattempo sono entrate persone ignare dell'accaduto. L'albanese se n'è andato da un pezzo.

Lo so. È solo un piccolo fatto ma mentre m'incammino sento un peso nell'anima. Una gran tristezza. Per queste persone che vivono spente, vuote, aride. Timorose della morte e perciò aggrappate alle quattro cose che danno loro sicurezza convinte che rappresentino la sostanza della vita. Del tutto incapaci di empatia. Solo più predisposte ad alimentare le difficoltà e il malcontento, rovinando in primis le proprie giornate. Mentre costeggio i banchi del mercato penso frasi in ordine sparso. Un'impresa immane spetta alle persone di buona volontà. Il senso di impotenza. La tentazione di arrendersi. Il rifiuto di farlo.

                                                                                        Maggio 2019


venerdì 3 maggio 2019

MOLTO SEMPLICE

Chiunque abbia denaro può comprare ciò che vuole e in quantità proporzionale alla propria disponibilità economica. Incluse le risorse del pianeta. Inclusa la vita di chi deve ancora nascere.

È possibile comprare terre fertili, falde acquifere, aria, minerali, cibo. Tanto per semplificare. E anche persone. Ogni moneta permette di entrare in possesso di un pezzo di ricchezza del mondo. Ma il bene più prezioso che si può acquistare, a quanto pare, è il diritto a non dover rendere conto. Né delle conseguenze sociali, in termini di diritti, giustizia, qualità della vita, conflitti, né dell'esaurimento di beni e risorse. Nessuna responsabilità nei confronti di chi non può beneficiarne oggi e di chi non ne troverà domani. Reso legittimo il derubare impunemente il prossimo e le generazioni future. Basta pagare. Ciò che ci governa è il principio che una volta morti noi, morti tutti. Finito il film.

Se intendiamo concedere il nostro beneplacito a ciò, dobbiamo anche, senza accampare scuse, e fare parole inutili, individualmente assumerci la responsabilità morale che tale posizione comporta.

Molto semplice.

Maggio 2019

lunedì 18 marzo 2019

A CHE SERVE?


A cosa serve che io continui a studiare? A cosa serve ciò che imparo? A cosa servono questi decenni trascorsi con l'intento di lasciare qualcosa di buono per chi verrà? Come instillare la voglia di comprendere al di là delle apparenze? Come trasmettere l'attenzione di una vita? Come far nascere in chi a essa si affaccia il desiderio di dare un senso propositivo e lungimirante alla propria esistenza? A cosa è servito il credere fortemente nell'essere umano, se oggi tutto va in malora e l'ignoranza, arrogante o ridanciana che sia, dilaga? Se l'involuzione mentale è direttamente proporzionale all'innovazione tecnologica?

A cosa serve sapere del destino degli altri? A cosa serve portare il carico dell'altrui sofferenza e ogni giorno restare sepolti da notizie che in luoghi diversi e con dinamiche diverse raccontano la medesima storia?

Sapere ad esempio di villaggi avvelenati da sversamenti criminali. O della vita che aspetta i keniani che tornano al loro Paese dopo aver fatto parte del gruppo Al Shabaab somalo. O della morte dei bambini filippini per una profilassi sbagliata voluta dal loro governo. O degli intrallazzi di questo o quel governo.

Dell'assassinio sistematico di chi denuncia corruzione e abusi. Della disperazione di chi non avrà mai giustizia. Dello strazio di chi è stato mutilato nel corpo e nell'anima. A cosa serve cogliere lo sguardo smarrito di chi vaga tra rovine di incendi, bombe, frane, alluvioni, terremoti? Di chi è lacerato dalla solitudine. Di chi, magari a distanza di pianerottolo, fatica a mettere in tavola un pasto. A cosa serve riconoscere la stanchezza di chi cede? Il vuoto d'espressione di chi è stato derubato della fanciullezza? Di chi è stato trasformato in merce. Di quest'umanità in sovrannumero che vaga senza meta.

Questi volti che escono dalla carta stampata, per ognuno dei quali migliaia restano nel limbo di una distanza inenarrabile. Corpi, persone che esistono, sconosciute, dolenti, che vivono vite remote. Donne, ragazze, bambine, uomini, ragazzi, bambini. Lineamenti e occhi. Massa infinita d'anime che si estingue senza sfiorare la vita.








mercoledì 13 febbraio 2019

IL DESTINO DELLA PUTTANA



All'angolo del Vico dell'amor perfetto, su piazza delle Vigne a Genova, riconosco Carmela. Va per gli ottanta, prostituta da tutta una vita. A neanche un metro un crocicchio di africani. Dall'accento capisco che non sono senegalesi. L'ultima volta che sono stata da queste parti erano senegalesi. Mi avvicino e la chiamo per nome. Si volta e leggo nello sguardo il classico, ti ho già vista ma non so chi sei. Sono un amica di Maurizio, - le dico - mi ha pregato, se ti avessi incontrata, di portarti i suoi saluti. Lei esita qualche secondo poi fa mente locale e mi chiede come sta. Le racconto che sta abbastanza bene e che ha trovato un po' di lavoro dalle parti di Imperia. Tempo addietro aveva lavorato per qualche mese in via San Luca e aveva stretto amicizia con alcune signorine, come le chiama lui. Al mattino faceva colazione in un bar e comprava la colazione per tutte loro. La sera, a termine giornata, passava a salutarle e a scambiare quattro chiacchiere. Carmela sorride e dice che è contenta per lui. Poi mi racconta che la vita è sempre più difficile nei vicoli. Questi - mi confida – sono più pericolosi. Se ho decifrato correttamente il suo racconto in un italiano straniero e biascicato, la maggior parte sono ex bambini soldato. Insensibili e incattiviti. Li guardo. Un paio sono pieni fino agli occhi di droga. Alcuni si fanno i fatti loro, un altro paio ci tiene d'occhio. Mi si stringe il cuore. Non vedo uomini pericolosi. Vedo i figli che quest'umanità imperfetta ha partorito. Tutti gli errori commessi presentano il conto. Se si costruiscono inferni, prima o poi si rischia di trovarcisi impantanati. Sono così vicini e così lontani questi giovani uomini. Con quale linguaggio avvicinarsi? Detesto il tradimento di ciò cui ho creduto per tutta la vita. Il senso di fallimento che provo. La rabbia verso chi è più forte della giustizia. Non quella legale ma quella che determina la giustezza del vivere. Sono io a essere lontana da loro.

Con tutte le difficoltà e la precarietà della mia vita so di essere una privilegiata.

Cosa posso dire a questa donna? Cosa posso raccontarle?

Le prendo la mano tra le mie, la saluto, le auguro di star bene.

Mi allontano e raggiungo l'amica con cui sono con un pensiero che si ripete nella testa. Le scelte, il merito, certo c'entrano ma è solo per caso, solo per l'aver avuto più fortuna nella vita, che non sono come lei in piedi tra i vicoli in attesa.





La mia amica mi fa una foto fuori dal bar delle Vigne nei pressi del Vico dell'amor perfetto.

NOA

Il ristorante è accogliente, la cucina buona. Con la mia amica ci siamo concesse due giorni di vacanza a Genova, città che lei non conosce. La donna che ci serve al tavolo ha un bel modo di porsi. È cordiale e guarda dritto negli occhi. Dopo il secondo, la mia amica mi domanda se intendo mangiare anche il dolce. Sono sazia e rispondo che non potrei mai farcela ad affrontare un boccone in più, inoltre non amo particolarmente i dolci. Giusto a un bûnet non saprei dire di no ma non corro rischi visto che si tratta di un dolce delle Langhe e dubito lo servano in un'osteria di Genova. Quando la donna si avvicina, la mia amica le chiede cosa c'è di dolce e lei inizia l'elenco proprio con il bûnet. Scoppiamo a ridere. Mi tocca ordinarlo. La donna è stupita della nostra ilarità ed esita con aria interrogativa. Le spieghiamo la faccenda e ride anche lei. Si crea un'intimità leggera e piacevole. In quel momento il lavoro è tranquillo, per cui si intrattiene qualche minuto con noi. Ci raccontiamo a vicenda chi siamo. Poche parole, l'essenziale per presentarsi in modo informale. Parliamo anche di lavoro. Lei è egiziana. Vive a Genova da dodici anni. Separata, suo marito era violento, mantiene una figlia di undici anni, che è stata operata al cuore pochi mesi fa. Lavora a chiamata e non guadagna abbastanza per affittare una casa. Può permettersi soltanto una stanza con il bagno in comune. Le domando dov'è sua figlia mentre lei lavora. Mi spiega che esiste l'associazione delle Vigne; volontari che aiutano chi è in difficoltà. Una famiglia di italiani si occupa della ragazzina durante l'orario del lavoro. Poco dopo mezzanotte la va a riprendere e tornano nella loro stanza. Dice che la figlia dovrà subire un altro intervento ed è preoccupata perché è veramente difficile tirare avanti. Lei non ha paura di lavorare. Accetta tutti i lavori regolari che le propongono. Vuole garantirle un avvenire diverso dal proprio. Vuole che studi e che un marito, se lo vorrà, se lo possa scegliere. L'importante è poterla curare. Sono fortunata che qui c'è il Gaslini, conclude. Durante tutto il racconto ha sempre sorriso. Crede nella propria tenacia, e che la vita possa essere migliore. Ha detto tutto lei, cosa aggiungere o rispondere? Solo rimediare a una dimenticanza iniziale.

Io mi chiamo Barbara, e tu?

Noa, mi chiamo Noa.

Febbraio 2019



giovedì 3 gennaio 2019

PROPOSITI PERSONALI PER IL NUOVO ANNO

PREMESSA FONDAMENTALE: trovare finalmente un buon medico che mi restituisca a una vita normale


QUINDI IN ORDINE SPARSO: riprendere a camminare ogni giorno all'alba lungo la costa, riscoprire anche le passeggiate notturne, ritornare vegetariana, continuare ad aiutare chi ha bisogno di aiuto facendo del mio meglio, non aver paura di chiedere aiuto, dedicarmi con metodo al nuovo libro anche solo un paio d'ore al giorno, raccogliere tutte le mie poesie, accettare solo lavori pagati il giusto libera dal timore di non riuscire a pagare l'affitto, smettere di fumare, bere più acqua, non dire sempre sì, riuscire ad aprir bocca con le persone aggressive anziché restare muta e tachicardica, restare resiliente, restare aperta al prossimo, liberarmi dal peso delle delusioni, essere presente, prendermi cura dello spazio attorno al condominio in cui abito, impegnarmi per aprire una biblioteca al Parasio con tutti i libri che ho, mantenere saldi i principi, adottare un gatto, dopo dieci anni riuscire ad andare a trovare la mia amica Daniela a Procida, incontrare nuovamente una balena, recuperare la capacità di ricordare ciò che studio per condividerlo con gli altri, ascoltare musica più spesso, trovare tempo per tutti senza sottrarne a me stessa, andare per un po' da Liliane e Marc a Saliers e prendermi cura dei due cavalli, recuperare la conoscenza del francese, studiare sul serio il tedesco, in alternativa imparare lo spagnolo o il portoghese, riuscire a portare chiarezza in un paio di situazioni irrisolte, ritrovare il piacere di cucinare, fare fotografie, andare al cinema con mia madre, imparare a riconoscere le costellazioni.


È bello scrivere un elenco del genere, chiarisce le idee. Provate.



P.S.(2023) Non è andata come mi ero proposta nonostante abbia reiterato le mie buone intenzioni anche per gli anni successivi. Ho continuato ad aiutare il prossimo, mi sono occupata degli spazi condominiali, ho terminato il libro (dal 2021), ho smesso di fumare (poi però ho ripreso). Quanto al resto, tra intervento al cuore e aggravamenti vari, pandemia e lockdown, lutti vari, sparizione dei cavalli, lavori a chiamata per sopravvivere, insomma, non se n’è fatto niente. 


lunedì 31 dicembre 2018

BARBARIE



Mi sanguina l'anima 
di queste sorelle e fratelli macellati
Da tutta una vita e nulla è cambiato

domenica 11 novembre 2018

IL TEMPO DELLA DISTRAZIONE

Il tempo della distrazione è finito. Ed è finito da un pezzo. Ad accampare scuse per la propria cecità non si fa bella figura, più dignitoso affermare di fregarsene. Tutto avviene sotto i nostri occhi. Ma è ancora corretto parlare di distrazione? Il sospetto di un deficit neuronale acquisito, a questo punto, è da prendersi in considerazione. Come se una buona parte del genere umano fosse stordita da una sindrome di sospensione dell'incredulità e di incapacità di percezione e quindi fosse divenuta disfunzionale.

L'umanità si sta auto infliggendo atti di barbarie senza soluzione di continuità: soprusi, degrado, saccheggi, crudeltà. Questa sarà l'eredità che avremo voluto lasciare.

Rifiutate il cinismo, mi vien da dire, rifiutate la paura, rifiutate la connivenza. Chi ancora riesce a riconoscerli.

Infatti l'ignoranza e il caotico e rumoroso silenzio che ci circondano sono il prezzo da pagare per la sicurezza del nostro stile di vita. Siamo gli schiavi moderni: inconsapevoli e beati. Perché, in fondo, nella nostra quotidianità, aggrappati all'inviolabilità delle nostre quattro cose, tutti i benefit che ci vengono elargiti ci paiono luminosi.

Una società cui manchi la libertà di parola, anzi una in cui non si percepisca la necessità di averla questa libertà e in cui il senso delle stesse parole non venga più compreso, è un luogo buio e profondo. Quando a tale buio ci si abitua allora, ecco, qualsiasi cosa priva di valore ma vagamente luminescente ci può essere propinata come alternativa alla luce.

Siamo individui singoli cui alla fin fine poco importa dell'altro perché con estrema difficoltà riusciamo a metterci nei suoi panni. Siamo tutti inesorabilmente e ontologicamente legati alla nostra individuale esistenza. Ma quando l'esistenza di uno è costruita sulla miseria di un altro, come si può affermare di essere in buona fede? Non vedere, a questo punto della storia umana, credo sia una colpa. Ma dai più viene chiesto: cosa c'è da vedere? Lo schermo dei nostri devices è una ripetizione modulare tascabile della parete della caverna di Platone. Il flusso ininterrotto di tragedie un efficace anestetico.

E mi chiedo, come può una società che nega i fatti, che ignora, manipola, o nasconde le informazioni, ed elude le responsabilità, rinnovarsi? Su quali basi può poggiare senza una coscienza etica? Come può senza una vera conoscenza? Quella umile che sa di non sapere e brama di comprendere.


Al mondo nulla è più degno della difesa del valore della vita. E, in linea di principio, non ci sono persone che possano concedere diritti agli altri. I diritti in quanto tali appartengono già a ogni essere vivente, e invocarli non solo è umiliante ma quasi un paradosso. Né per la giustizia, intesa come equità e non come giustezza, è necessario cercare ragioni, perché essa è una ragione in sé. Però, visto il contesto, il continuare a trovare scusanti per la propria condotta indifferente, e l'addurre cause sociali, storiche, politiche, economiche per il “problema” dei diritti umani, non sono altro che forme di indulgenza verso un'ignoranza e un'ingiustizia crescenti. Un'ignoranza attiva molto pericolosa che si crede intelligenza perché per la prima volta nella storia può esprimersi sempre e comunque e che si permette di considerare non vero ciò che non capisce. E di urlare insulti contro chi cerca di andare a fondo delle cose ed è costretto ad argomentare in modo complesso ciò che di fatto è complesso. Negando ogni possibilità di confronto perché non in grado di sostenerlo, mancando basi culturali e abitudine all'analisi.

Il risultato, quindi, sono idee immobili che prosperano e arrestano il progresso reale, perché è più agevole far disimparare a pochi che insegnare daccapo a molti. Concetti girati e rigirati dalla giostra dei media, infusi di significati interscambiabili in funzione della convenienza del momento qualunque essa sia. Democrazia, rivoluzione, sviluppo, crescita, sicurezza, integrazione, modernità...

Ricordiamo che senza i nomi giusti le cose non sono più le stesse e alcune cessano di esistere E che se nessuno vede, le notizie spariscono, i fatti spariscono, e i problemi sembrano risolti. E si diventa irrimediabilmente ciechi. Resta solo rabbia invidiosa da vomitare su chi ancora vede sperando che siano sempre meno.


Ottobre 2018

venerdì 28 settembre 2018

UNA POESIA


VONGOLE

Dopo il respiro lento a dare la sabbia
questo momento lungo ammonticchiate
sotto a un’acqua che si scalda di grado in grado
state severe chiuse ostinate
A trattenere immobili tra le valve
la vita unica vostra conosciuta
fino alla resa speranza che il calore mortale
non venga dall'esterno il dolore

Forse appartiene al cosmo
del dentro, allora aprirsi
ingoiare il fiato di liquido fresco
che ancora forse verrà da fuori
Le stolte!
Alcune con quale tenacia invece
resistono a schiudersi.
Lo sanno
Ma infine anche l’ultima cede

2014



(presente nell'antologia Riflessi di Ponente - Edizioni La Vita Felice)