Perché
le cose non vanno come il buon senso suggerisce dovrebbero andare?
È
la paura.
La
paura delle malattie, la paura delle guerre, del maltempo, la paura
degli stranieri, quella di perdere il lavoro, di perdere prestigio,
di perdere la casa, i soldi, il benessere, la paura di non essere
all’altezza, di venire delusi, di invecchiare, di essere traditi,
di ammettere le proprie colpe, di confrontarsi con chi è diverso.
Per un verso o per l’altro, paura di morire.
E
il timore costante fa sì che ciascuno di noi riduca vitalità e
spiritualità. E quando non provvediamo da noi stessi, qualcun altro
ce lo procura questo timore corrosivo. In modo sistematico e
funzionale. La condizione violenta, le guerre, la fame, la perdita
del lavoro, l’incertezza, la competizione con l’altro, il nuovo,
il diverso, rende le persone senza volto, una sorta di amalgama
indistinta e priva di volontà.
Cancellare
l’individualità*, le peculiarità di ognuno, trasformare le
persone in gruppo, in massa, in qualcosa di più congeniale e utile
allo scopo. Lo scopo di lasciare le cose come stanno. Eliminare la
consapevolezza che ogni situazione può essere letta da diversi punti
di vista.
Che
esistono nessi di causalità tra gli eventi. Che anche le nostre
minime azioni hanno un peso.
Gli
slogan, i luoghi comuni, i cliché. Il linguaggio usato dai governi,
dai militari, dai mezzi d’informazione. Pura superficie. Pregiudizi
e generalizzazioni. Qualcosa che sia plausibile e non eccessivamente
traumatico, che rafforzi le coscienze a sostegno degli interessi e
degli scopi di alcuni, pochi, e che finisce per radicarsi in ognuno
di noi, senza che la nostra coscienza opponga la minima resistenza,
ormai defraudati di uno spirito critico. Della nostra splendida
umanità. Vittime e complici di prevaricazioni e soprusi. L’unica
possibile rivalsa pare sia, infatti, fare altrettanto, comportarsi
uguale o far finta di niente. Consentire lo stupro metodico del
linguaggio e quindi della società, perché se si perde la capacità
di definire correttamente i problemi si perde anche la capacità di
risolverli. E nel branco, tra chi partecipa e chi osserva, ci siamo
tutti noi.
Non
sapere più cosa significa vivere senza la presenza stabile di un
nemico. Diffidare in primis. Aver smarrito la capacità di
riconoscere il simile, di immedesimarsi in esso.
Chi
vive sempre sulla difensiva, chi ha perduto la percezione del confine
di sé e dell’inizio dell’altro, vive alternando chiusure a
intrusioni senza più il senso della misura né gli strumenti per una
comunicazione reale. E le decisioni prese da chi è in tale
situazione di ansia, timore, e incertezze, sono affrettate e quasi
mai giuste. Un’esistenza condotta in una condizione di ostilità
uccide la gioia di vivere e rende impossibile l’empatia.
Ma,
da qualche parte dentro di noi, sappiamo quando stiamo commettendo un
atto sbagliato o quando ne siamo complici? Esiste ancora un luogo
preciso nell’ombra della nostra coscienza in cui non è possibile
illudersi ed edulcorare?
Saper
capovolgere la prospettiva. L’ascolto e lo sguardo vigili, per
riconoscere, magari per tempo, l’inganno in cui ci siamo lasciati
cadere, per ostinazione e rigidità.
Riconoscere
la miopia, il danno che ci stiamo procurando da soli e, finalmente,
rinascere uomini. Che se è l’intelligenza, come taluni sostengono,
a distinguerci dalle bestie, allora il dettato homo homini lupus non
può più essere passato per ineluttabile.
Quando,
mi chiedo, l’uomo tornerà kalòs kai agathòs, un felice e
seduttivo connubio tra forma e sostanza?
novembre 1997