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martedì 26 gennaio 2016

RISCHIO DI UNA LEGGERA PIOVIGGINE IN LIGURIA

 … e rischio di una leggera pioviggine in Liguria.

Non credo alle mie orecchie. Le trasmissioni radio proseguono ma non le seguo: continua a frullarmi in testa la frase… rischio di una leggera pioviggine in Liguria. Rischio? Manco si trattasse di un allerta meteo per piogge intense a carattere di rovescio.

Ma Cristo santo, siamo a rischio siccità e questi non resistono, non ce la fanno proprio… devono per forza insinuare un senso di allarme, perché è così che funziona. Qualsiasi notizia deve essere trasmessa in modo da procurare ansia.


24 gennaio 2016



martedì 25 giugno 2013

L'ASSENZA

L’assenza da queste pagine procura un senso di colpa. In questo tempo, in cui chi prima fa arrivare un messaggio più possibilità ha di raggiungere l’obiettivo che si è prefisso, quello della riflessione diventa un limite. E se poi dobbiamo, nella vita, correre per riuscire a pagare l’affitto e tirare a campare dignitosamente, s’impone nelle mezz’ore sottratte alla frenesia e all’ansia, una scelta difficile. Buttarsi nella mischia del web senza stare troppo a pensarci o fermarsi, abbandonarsi al flusso dei pensieri e cercare di fare il punto?

Potrei mettermi a scrivere di ogni fatto che va a mettere in movimento mente e spirito ma la sostanza resta la stessa, le considerazioni di base identiche. E poi, troppe le vicende, ogni giorno.

E serve questo fiume di parole? Servono anche le mie?

E ancora: evitare l’assenza da una coscienza virtuale, coscienza che dovrebbe servire a migliorare le vicende di quest’umanità smarrita sul proprio pianeta, ne determina un’altra di assenza, più grave, più profonda. Tra scontrini, bollette, e digitali finestre sul mondo, si resta fuori dalla vita. E non va bene.


E poi succedono cose come questa, che apri la posta e trovi una mail che ti dice che hai un nuovo follower su twitter, il nono. Twitter su cui giri i post del tuo blog. E leggi un nome e quel nome è Luis Sepulveda. E ti prende un’emozione profonda che piangi. E speri che legga ogni cosa che hai scritto. Che ci trovi l’ennesima conferma che nessuna parola è vana, nessun’azione lo è. Lo dico a me stessa.

La conferma che qualcuno che trova e raccoglie il testimone c’è sempre. Anche se non lo sai.



10 giugno 2013


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sabato 8 giugno 2013

CANCRO

Cos'è quest'epidemia?

Che stringe il cerchio sempre più stretto. Questo male che divora l'intestino e poi tutto il resto.

E se non è il colon, sono i polmoni, la tiroide, l’esofago, lo stomaco, il cervello… Il colon è quello che sento con maggior ricorrenza.

Quando nel giro di un paio d'anni, una decina abbondante tra le persone che conosci ti dice che ha una bestia che gli mangia l’intestino, e con il tempo il numero delle persone aumenta, inizi a pensare a un contagio.

A qualcosa che si trasmette.

A qualcosa che ci entra dentro.

Ti fa guardare l’altro come qualcuno che non c’è già più e si inizia subito a metabolizzare il distacco, ci si porta avanti. Ci si fa il callo.

E ti fa pensare che c'è solo da mettersi in fila.

Sarà il cibo, sarà l’aria, sarà l'inquinamento elettromagnetico. Non lo so. Quel che sia. Non importa più. Abbiamo evidentemente messo delle cause irreversibili.

Benvenuti nel nuovo millennio!

14 maggio 2013



P.S. 2024 ora, in era post Covid, si parla e si scrive di turbo cancro. Abbassamento della fascia d’età colpita, manifestazioni improvvise, decorsi rapidi. Con tutta la diatriba sui vaccini, nel cui merito mi rifiuto qui di scrivere perché necessita una trattazione a sé, ritengo che, ci sia un nesso o meno, non ci si debba stupire dell’incremento di tale patologia. Sottovalutate e non debitamente affrontate le cause, al pari di un’epidemia incrementa. 

Tumori e neoplasie maligne, e antibioticoresistenza sono le vere emergenze sanitarie. Finché, però, l’approccio medico non terrà conto di fattori altri oltre alle terapie a danno avvenuto, dubito si faranno passi avanti. Prova ne è che rispetto alle cause dell’altro grave rischio all’orizzonte, cioè le zoonosi, ci comportiamo come le scimmiette non vedo, non sento, non parlo. La maggior parte dei nostri comportamenti macroscopici non fanno che dare una mano a che il peggio si avveri.



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lunedì 28 gennaio 2013

PAURA

Perché le cose non vanno come il buon senso suggerisce dovrebbero andare?

È la paura.

La paura delle malattie, la paura delle guerre, del maltempo, la paura degli stranieri, quella di perdere il lavoro, di perdere prestigio, di perdere la casa, i soldi, il benessere, la paura di non essere all’altezza, di venire delusi, di invecchiare, di essere traditi, di ammettere le proprie colpe, di confrontarsi con chi è diverso. Per un verso o per l’altro, paura di morire.

E il timore costante fa sì che ciascuno di noi riduca vitalità e spiritualità. E quando non provvediamo da noi stessi, qualcun altro ce lo procura questo timore corrosivo. In modo sistematico e funzionale. La condizione violenta, le guerre, la fame, la perdita del lavoro, l’incertezza, la competizione con l’altro, il nuovo, il diverso, rende le persone senza volto, una sorta di amalgama indistinta e priva di volontà.

Cancellare l’individualità*, le peculiarità di ognuno, trasformare le persone in gruppo, in massa, in qualcosa di più congeniale e utile allo scopo. Lo scopo di lasciare le cose come stanno. Eliminare la consapevolezza che ogni situazione può essere letta da diversi punti di vista.

Che esistono nessi di causalità tra gli eventi. Che anche le nostre minime azioni hanno un peso.

Gli slogan, i luoghi comuni, i cliché. Il linguaggio usato dai governi, dai militari, dai mezzi d’informazione. Pura superficie. Pregiudizi e generalizzazioni. Qualcosa che sia plausibile e non eccessivamente traumatico, che rafforzi le coscienze a sostegno degli interessi e degli scopi di alcuni, pochi, e che finisce per radicarsi in ognuno di noi, senza che la nostra coscienza opponga la minima resistenza, ormai defraudati di uno spirito critico. Della nostra splendida umanità. Vittime e complici di prevaricazioni e soprusi. L’unica possibile rivalsa pare sia, infatti, fare altrettanto, comportarsi uguale o far finta di niente. Consentire lo stupro metodico del linguaggio e quindi della società, perché se si perde la capacità di definire correttamente i problemi si perde anche la capacità di risolverli. E nel branco, tra chi partecipa e chi osserva, ci siamo tutti noi.

Non sapere più cosa significa vivere senza la presenza stabile di un nemico. Diffidare in primis. Aver smarrito la capacità di riconoscere il simile, di immedesimarsi in esso.

Chi vive sempre sulla difensiva, chi ha perduto la percezione del confine di sé e dell’inizio dell’altro, vive alternando chiusure a intrusioni senza più il senso della misura né gli strumenti per una comunicazione reale. E le decisioni prese da chi è in tale situazione di ansia, timore, e incertezze, sono affrettate e quasi mai giuste. Un’esistenza condotta in una condizione di ostilità uccide la gioia di vivere e rende impossibile l’empatia.

Ma, da qualche parte dentro di noi, sappiamo quando stiamo commettendo un atto sbagliato o quando ne siamo complici? Esiste ancora un luogo preciso nell’ombra della nostra coscienza in cui non è possibile illudersi ed edulcorare?

Saper capovolgere la prospettiva. L’ascolto e lo sguardo vigili, per riconoscere, magari per tempo, l’inganno in cui ci siamo lasciati cadere, per ostinazione e rigidità.

Riconoscere la miopia, il danno che ci stiamo procurando da soli e, finalmente, rinascere uomini. Che se è l’intelligenza, come taluni sostengono, a distinguerci dalle bestie, allora il dettato homo homini lupus non può più essere passato per ineluttabile.

Quando, mi chiedo, l’uomo tornerà kalòs kai agathòs, un felice e seduttivo connubio tra forma e sostanza?

 novembre 1997



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