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domenica 20 ottobre 2019

NON CE NE IMPORTA NULLA?


Non ce ne importa nulla? O è un problema di percezione? Questo è ormai il mio rovello quotidiano.

Sappiamo che è in corso una guerra, un conflitto diffuso*, un insieme di guerre, chiamiamo quello che è un po' come vogliamo, ma lo sappiamo che è così. I notiziari rigurgitano morte e dolore eppure non ci sentiamo coinvolti se non nella misura di un dispiacere calmierato. Non riusciamo a percepire di esserci dentro. Le peggiori tragedie restano fatti di cui sentiamo parlare che non inficiano la nostra capacità di tornare alle nostre faccende. Abbiamo bisogno delle immagini. Dell'immagine di noi stessi dentro la guerra per crederci. Altrimenti è un qualcosa di non qui e non ora. Si tratta della distanza tra venire a sapere una cosa e credere ad essa. Della distanza tra il sapere e il sentire.

Il massimo che riusciamo a concepire è che stia accadendo qualcosa di grave ma di non così diverso da cose già accadute e superate e, pertanto, altrettanto superabile anche senza il nostro intervento o senza che esso sia determinante. Non siamo in grado di metterci in allarme finché percepiamo fatti e problemi solo a livello concettuale e non fisico. Dovremmo ogni giorno provare la sensazione di morire sommersi da un'inondazione o sotto un bombardamento, di seppellire ogni giorno un figlio avvelenato dal cibo con cui l'abbiamo nutrito, un fratello morto d'inedia, una sorella per mancanza di cure adeguate. Di essere ogni giorno scacciati da casa nostra, ridotti in schiavitù, incarcerati per aver detto la verità, fatti saltare in aria per un ideale che non abbiamo voluto tradire. Come un girone infernale che faccia percepire a ogni molecola del nostro io che non possiamo chiamarci fuori.

I dati sconvolgenti di cui veniamo a conoscenza infatti non hanno su di noi che un impatto emotivo transitorio. Crediamo che tutto avvenga in luoghi sufficientemente distanti dalle nostre individuali vite private, che avvenga a causa di grandi forze esterne e che solo da grandi forze esterne possa essere risolto. Attribuiamo la responsabilità di ciò che non va a governi, multinazionali, poteri forti e occulti, ma rimuoviamo il fatto che essi agiscono e producono per noi. Se pur per loro cospicuo profitto, essi agiscono a nostro nome vendendoci ciò che noi ci aspettiamo di poter comprare e avere. E se essi commettono dei crimini, mal amministrano le risorse, causano disordini e condizioni belliche, ci ingannano, o comunque procurano danni, noi siamo corresponsabili senza attenuanti. Quando ci degniamo di scendere per strada a manifestare dovremmo ricordare che è contro noi stessi che dovremmo principalmente farlo. Eppure proseguiamo le nostre esistenze come se tutto fosse altrove, come se noi fossimo, nel migliore dei casi, soltanto scorati e impotenti spettatori. Come quando, all'ora di punta, bloccati in un ingorgo imprechiamo contro il mondo intero, incapaci di vedere che noi siamo l'ingorgo. Che ne siamo parte integrante e pertanto causa.

Quando penso alle generazioni future mi domando se ci chiederanno dove eravamo quando avremmo potuto fare qualcosa o se, nel frattempo, si saranno abituati alle nuove condizioni di vita non avendo per esse un termine degno di paragone e si sentiranno, come noi ora, estranei alla realtà che vivranno e non responsabili per ciò che in essa andrà male.

Il quesito che resta insoluto è: come impegnarci in una guerra che non viviamo, non vediamo e che per noi deve ancora scoppiare?


*Diffuso: attributo qui utilizzato pensando al recente uso in “accoglienza diffusa, albergo diffuso, ecc.”


Ottobre 2018


P.S. Forse la percezione di essere anche noi prossimi a un coinvolgimento diretto nel conflitto diffuso di cui sopra, inizia a farsi strada, A.D. 2025, e, giustamente, siamo pronti a sacrificare i nostri figli per averla vinta sul nemico prima che esso ci sopraffaccia.

Mi fermo qui ma devo decidermi a scrivere un pezzo sulla guerra aggiornato alla luce di questi ultimi recenti anni e in previsione dei prossimi. Il titolo ce l’ho già ma, tempo e salute a parte, provo un senso di disagio nel mettermici perché sarebbe un’ammissione di definitivo disincanto.



lunedì 29 luglio 2019

IL GOVERNO CHE VORREI

Viviamo in una società isterica che cova desideri di rivalsa ma non lo ammette, che si fa forza cercando di attrarre gli interlocutori dalla propria parte, non con solide argomentazioni ma provocandone le reazioni con opinioni ed esternazioni spesso bieche, in un tentativo di corruzione metodico. Ciò nella speranza che chi è di fronte ceda, si tradisca, esprima a propria volta opinioni e sentimenti di cui altrimenti si vergognerebbe. Un processo di svilimento e immiserimento della società in cui si rafforzano, a danno di tutti, pressapochismo e aggressività. Un rancore pervasivo che non aspetta altro che di prendere alle spalle chi non si omologa.

Le conseguenze dell'inadeguatezza di obsoleti sistemi di governo, la sfiducia nel loro operato, la stanchezza fisica e psicologica che sfianca gli individui, sfociano in rabbia. Questi sono i temi centrali che accomunano le crisi politiche nel mondo intero e che vengono elusi ignorando o fingendo di ignorarne le cause prime.

Il problema è che i vari Paesi ragionano senza un'opportuna visione transnazionale perché ancorati a una concezione politica inscritta nei relativi confini nazionali, nella convinzione dell'unicità ognuno della propria storia nazionale. Come se mantenere la memoria storica e culturale del proprio Paese fosse in contraddizione con l'elaborazione di una strategia politica unitaria.*


Oggi tutti i Paesi fanno parte del medesimo sistema e sono sottoposti alle medesime forze e pressioni. Deregolamentazione finanziaria, impatto tecnologico, pervasività dei media, informazione mediocre, incapacità di controllo sui flussi di denaro, individui deprivati di diritti, di identità, di un luogo cui dignitosamente appartenere, precarietà nelle varie sue forme. È disonesto sostenere l'esistenza di sole soluzioni che non siano collettive e, soprattutto, vincolanti senza eccezioni. Abbiamo, inevitabilmente, optato per un mondo globalizzato ma ci siamo fermati all'inizio dell'opera e pretendiamo di poter all'infinito esternalizzare gli effetti collaterali dovuti alla nostra mancanza di serietà progettuale. Illusi di poter riversare le passività in luoghi altri del tutto separati da quello in cui viviamo, come quel tipo che ha commentato, a proposito di uno sversamento di oli nel mare qua davanti, tanto la corrente va verso la Costa Azzurra. Con quali parole si può arrivare a riattivare le sinapsi di chi sragiona in tali termini?


Nello scadimento generale, l'erosione progressiva dello Stato, istituzione certo da ripensare ma imprescindibile in previsione di un nuovo assetto politico mondiale, oggi è caratteristica comune alle varie nazioni. Le autorità politiche nazionali sono tutte, salvo rare eccezioni, in evidente declino, anche laddove fino a pochi anni fa si poteva parlare di eccellenze. Rappresentando ciò l'unica realtà evidente conosciuta dalle ultime generazioni, a parte gli inconsapevoli della gravità dei problemi in cui siamo immersi e pertanto beatamente o, mi si perdoni la libertà semantica e l'asprezza di giudizio, beotamente integrati, a parte gli opportunisti e i faccendieri, a molti tra coloro che restano pare di essere in prossimità della fine del mondo anziché di fronte a un cambiamento di paradigma inevitabile e auspicabile. Coloro che, invece, vedono tale prospettiva purtroppo sono pochi e malvisti. Il fatto incontrovertibile è che nessuno Stato è in grado di uscire da questa situazione di crisi da solo. Crisi deriva dal verbo greco krino (κρίνω) che significa separare, cernere, da cui in senso lato distinguere, discernere, giudicare, capire, quindi scegliere. La crisi comporta una scelta, anzi obbliga ad essa. Vivere in un periodo di crisi, tanto più quando essa si protrae e accentua, significa essere investiti da una responsabilità etica individuale e collettiva, non eludibile e non cedibile, nei confronti di se stessi e dell'intera società umana nel suo divenire. Un imperativo categorico di buona conduzione del bene comune. Che piaccia o no. In ogni epoca accade. Se questa volta pare più ardua delle precedenti forse è solo perché le altre non c'eravamo e non abbiamo idea della fatica che hanno dovuto fare coloro che hanno tenuto duro in nome di quegli ideali che ci permettono di chiamarci uomini.


Se vogliamo progredire, dobbiamo immaginare forme politiche nuove, visionarie, lungimiranti. Dobbiamo completare il processo di globalizzazione con un'innovazione di pensiero che permetta di affrancarci dalla pressione di problemi che noi stessi per incapacità o superficialità d'analisi abbiamo determinato e dal controllo esercitato da coloro cui abbiamo demandato la gestione delle nostre vite, e che tutto sono fuorché buoni governanti. Anche qui, la verità sta nel senso della parola. Governare significa reggere il timone. A chi risulta che il timoniere debba far affondare l'imbarcazione affidatagli? I timonieri servono ma devono essere capaci altrimenti vanno sostituiti. Il problema è che in pochi ne capiscono di mare e per la maggior parte dell'equipaggio e dei passeggeri, se c'è uno al timone vuol dire che sarà capace.


Lo ripeto, nuove forme politiche, visionarie, lungimiranti. Non è utopia come generalmente afferma chi, a corto di argomentazioni, si limita a liquidare il discorso senza sottoporsi a un reale e onesto confronto. La vera utopia, meglio, la vera illusione è credere che tutto possa continuare in questo modo, con qualche pezza qua è là, per salvare la faccia. Governi che promettono grandi cambiamenti per convincere di avere tutto sotto controllo con l'evidenza contraria sotto agli occhi di tutti.


Noi Paesi occidentali opponiamo forse una maggiore resistenza mentale all'idea di un cambiamento tanto radicale perché con difficoltà consideriamo possano esserci forze esterne in grado di influenzare, controllare, modificare, le nostre vicende nazionali, rispetto ai Paesi in via di sviluppo per i quali è sempre stato così. Ci siamo disinteressati di quanto accadeva e accade in vaste zone del pianeta e oggi ci stupiamo per gli effetti che tale disinteresse ha generato.

Non possiamo accettare oltre di essere diretti da speculatori che scommettono sulla penuria delle risorse, da arraffatori di ricchezze, da politici che decidono, ripeto, decidono di non occuparsi dei problemi rimbalzandoli alle generazioni future.

È necessaria la nascita di una democrazia che travalichi i confini degli Stati, che sia in grado di assicurare equità per chiunque. Una nuova concezione di cittadinanza. Nazioni inserite in un'unica architettura di strutture transnazionali stabili, capaci di evitare che le difficoltà di singoli Paesi determinino il collasso del sistema, anzi in cui sarà il sistema stesso a risollevare le sorti di chi è in difficoltà. Tale architettura pertanto non potrà reggersi esclusivamente su principi economico finanziari ma dovrà porre le fondamenta su valori di giustizia e di giustezza da realizzare in tutti gli ambiti di interesse comune quali risorse, salute, istruzione, salari, ambiente, produzione. Un socialismo liberale planetario. Non è accettabile vivere in un sistema siffatto in cui esistano differenze tanto radicali in termini di dignità di vita. Una società in cui, man mano che le cose si mettono al peggio, la “survival tech” permette, in parte, a una buona porzione di individui di sopravvivere senza pretendere dai governi cambiamenti reali. A oggi, la quasi totalità delle innovazioni tecnologiche favorisce infatti lo status quo. Quegli stessi individui che, quando le cose il peggio lo avranno raggiunto, scopriranno che gli strumenti a quel punto necessari saranno alla portata esclusivamente di una ristretta élite.


La mancanza di una strategia realmente progressista, di cui lo stesso capitalismo evidentemente necessita, l'assenza di un equilibrio tra mercati e società civile, con una pericolosa concentrazione della ricchezza, in termini di denaro, risorse, e dati, sono fattori che non potranno che far collassare gravemente l'impianto sociale.

È provato che le società con meno disuguaglianze funzionano meglio. Quindi è realistico pensare che una società globale all'insegna dell'equità e della gestione del buon padre di famiglia sia l'obiettivo cui tendere.

L'ostinarsi in un immobilismo cieco e sordo, al contrario, è posizione da condannare senza concedere attenuanti.


Luglio 2019


* Sul concetto di politica unitaria i riservo di scrivere con maggiore dettaglio in altra sede, soprattutto alla luce delle recenti derive di politica comunitaria (2025)


venerdì 3 maggio 2019

MOLTO SEMPLICE

Chiunque abbia denaro può comprare ciò che vuole e in quantità proporzionale alla propria disponibilità economica. Incluse le risorse del pianeta. Inclusa la vita di chi deve ancora nascere.

È possibile comprare terre fertili, falde acquifere, aria, minerali, cibo. Tanto per semplificare. E anche persone. Ogni moneta permette di entrare in possesso di un pezzo di ricchezza del mondo. Ma il bene più prezioso che si può acquistare, a quanto pare, è il diritto a non dover rendere conto. Né delle conseguenze sociali, in termini di diritti, giustizia, qualità della vita, conflitti, né dell'esaurimento di beni e risorse. Nessuna responsabilità nei confronti di chi non può beneficiarne oggi e di chi non ne troverà domani. Reso legittimo il derubare impunemente il prossimo e le generazioni future. Basta pagare. Ciò che ci governa è il principio che una volta morti noi, morti tutti. Finito il film.

Se intendiamo concedere il nostro beneplacito a ciò, dobbiamo anche, senza accampare scuse, e fare parole inutili, individualmente assumerci la responsabilità morale che tale posizione comporta.

Molto semplice.

Maggio 2019

sabato 29 dicembre 2018

APPUNTI SUL FUTURO

Qualche tempo fa, il mio amico scrittore Marino Magliani mi disse di dover scrivere un pezzo sul futuro. Non precisò altro ma diede a intendere che vista la complessità del tema avrebbe atteso di potercisi dedicare con la dovuta calma. Gli risposi che anch'io da tempo avrei voluto scrivere qualcosa in merito ma, per i medesimi motivi, avevo sempre rimandato. A distanza di alcuni mesi, in questa notte di insolita insonnia, ho deciso di buttar giù a ruota libera un po' di pensieri e vedere cosa ne viene fuori. Non per rubargli l'idea certo ma perché, su un tale argomento, più punti di vista i sono meglio è.
Parto dai fatti. Quelli evidenti. Li elenco. Come i termini di un problema da risolvere.
Prima di tutto il terreno di coltura su cui operare. La condizione di partenza è che siamo nel pieno di un mutamento generale della vita sul pianeta, un mutamento di una portata quale non avremmo mai immaginato e di cui non siamo evidentemente coscienti nella misura necessaria.
Innanzitutto un mutamento dell'ambiente in cui viviamo, che si è ridotto di dimensioni, qualità, risorse, con una conseguente e progressiva inabitabilità dei territori che obbliga a una revisione radicale del modello geopolitico esistente.
Poi abbiamo un'oggettiva trasformazione dei rapporti di potere, una dirompente rivoluzione scientifico tecnologica, una rivoluzione nelle modalità di comunicazione, una significativa mutazione della struttura sociale. Da ciò anche una trasformazione degli individui, una mutazione antropologica di Pasoliniana memoria. Anche se forse ormai anche e soprattutto a livello neurofisiologico, oltreché concettuale e culturale. Anzi, direi che i due livelli si stanno fondendo inesorabilmente.
Da questo primo breve elenco si potrebbe estrapolare la rivoluzione tecnologica come fattore di positività ma, per ora, manterrei una valenza neutra.
Un'altra premessa obbligata per provare a immaginare uno scenario futuro verosimile consiste nell'ammettere che la politica agli inizi del XXI secolo è una politica priva di grandi visioni. Per i singoli stati il governare si è ridotto a un mero amministrare, bene o male, la cosa pubblica internamente ai propri confini nazionali, senza alcuna funzione di guida, privi della più pallida idea di dove saranno i Paesi cui si sovrintende tra vent'anni e tanto meno di dove sarà il mondo. I politici non lo comprendono il mondo e credono di non aver alcun obbligo di comprensione al riguardo. Ben lieti di cederne l'amministrazione al mondo dell'economia e della finanza.
Governi che, rispetto alla realtà, sono in differita di minimo un ventennio. Siamo di fronte a un divario di quasi mezzo secolo tra la forma mentis e, quindi, le convinzioni che dettano le scelte dei nostri politici e la realtà su cui tali scelte dovrebbero avere un impatto costruttivo e lungimirante. Come a dire di voler risolvere i problemi del 2030 con la testa nel 1980. Del tutto ignoranti e per nulla intenzionati a colmarlo questo divario, incapaci di risolvere problemi urgenti e rispondere alle istanze dei popoli della terra, costoro creano un vuoto di potere che sarà inevitabilmente colmato da nuove e più efficienti strutture che non è detto avranno le caratteristiche di trasparenza e democrazia che diamo per scontate. Una totale e allarmante perdita di controllo degli eventi prossimi. Un fallimento senza ritorno nell'indicare una visione perlomeno ragionevole del futuro.
Gli stessi elettori, salvo eccezioni, non sanno nulla dei temi che saranno decisivi per determinare la società futura. Incapaci, senza sbuffare, di leggere un articolo di giornale dall'inizio alla fine, un romanzo che rispetti la consecutio temporum, una qualsiasi cosa che richieda una minima capacità di concentrazione, del tutto digiuni di politica internazionale e dei meccanismi e connessioni che determinano gli eventi, come si può pretendere che prendano anche solo lontanamente in considerazione argomenti tanto, apparentemente, lontani come, ad esempio, la biotecnologia, il decadimento biologico dell'ecosistema, gli obiettivi dei post umanisti, l'intelligenza artificiale, il datismo, correlandoli tra loro? Già il fatto che qualcuno possa proporre loro di farlo susciterebbe un alzata di sopraccigli e uno sguardo di scherno. Roba da intellettuali, da chi ce l'ha grassa. I veri problemi sono altri! Il fatto è che queste stesse persone percepiscono però chiaramente che qualcosa non funziona, che i governi non riescono a far fronte alle necessità, che il proprio voto non ha una presa reale sul potere e riescono solo, sulla base certo di alcuni presupposti veri, a dare colpe a caso. Ad esempio all'UE, che si sarebbe appropriata dei diritti di tutti per cedere agli interessi di una lobby occulta, e quindi vogliono uscirne o ai flussi migratori o a ciò e a chi, a turno, capita sotto. La realtà è che nessuno sa dove sia finito il potere reale. Certo non tra le mani delle persone comuni. Per quanti cortei possano percorrere le strade del mondo, non influenzeranno mai concretamente le decisioni di chi lo detiene. Perché le persone che compongono i cortei non hanno la benché minima influenza nel determinarlo. Chi regge le fila, un pugno di umani, si è adeguatamente parato le spalle e, tutto sommato, non ha bisogno del benestare di nessuno. Da opporre abbiamo solo impegno civile e partecipazione politica ma il livello di competenza di chi gestisce la politica è insostenibilmente basso e la rassegnazione collettiva a votare il meno peggio ha portato infine, in un gioco al ribasso, a una caduta libera in cui ci si arrende persino all'assenza del minimo sindacale di competenza richiesta a chi ricopre un ruolo di amministrazione e di guida. Trasformando l'elettorato in un demos inerte e viepiù privo di coscienza critica. Siamo in una democrazia demoscopica in cui il popolo si esprime su una manciata di questioni senza cognizione di causa. In tale condizione non si dà una partecipazione consapevole e attiva né si sviluppa un autentico interesse per la politica.
Perciò si continua a ragionare all'interno delle singole nazioni del tutto privi di una visione d'insieme che vada la di là di Pil, Spread, e affini.
Con un'opinione pubblica che si deteriora ulteriormente a causa dell'evidente progressivo decadere della qualità dell'istruzione e dei media. E, allo stesso tempo, un'opinione pubblica delusa dalle promesse infrante di un futuro prospero, arrabbiata, e determinata a ritrovare perlomeno una condizione di benessere e sicurezza quale la si è conosciuta fino a qualche tempo fa. Malauguratamente però troppo presa da problemi quotidiani e contingenti per guardare alla luna anziché alla punta del dito. E forte dell'illusione che gli esseri umani si stiano liberando, grazie al cyber spazio, dei vincoli fisico materiali che invece li contraddistinguono. In un processo di adeguamento alla virtualità che porta a non comprendere quasi più la materialità del pianeta in cui si vive, drammaticamente persuasi di poter rimediare indefinitamente ai Game Over con l'introduzione di un'altra monetina.
Non è una bella situazione e, oltre a lasciare gli ultimi dove sono, anzi ingrossandone le fila, che i governanti perseverino nell'ignorare e nel negare le vere cause alla base delle rivendicazioni di chi viveva in una società relativamente omogenea e ora si ritrova a non sapere più qual'è il proprio posto nel mondo, significa abbandonare una massa sterminata di persone al potere di chi sfrutta i timori a proprio vantaggio.
La maggior parte dei fenomeni politici attuali nel mondo esprimono questo sentimento di esclusione dal processo di cambiamento economico sociale. Conservatorismo e xenofobia sono le principali tra le conseguenze di tale sentimento. L'Europa, ad esempio, che ha avuto il grande merito di cancellare le guerre all'interno di un vasto territorio, infine ha soltanto promosso un pensiero politicamente benpensante ma non ha affrontato i problemi alla radice e con una strategia unitaria. In un mondo in cui il dibattito sul futuro è più che altro un catalogo di ingegnerie avanzate che mostrano come saranno le nostre case automatizzate o come saranno efficienti i nostri devices, in cui si pensa solo ad incentivare l'industria dei nuovi bisogni per evitare che la macchina produttiva si arresti, senza nemmeno considerare l'ipotesi di trasformarla, in cui è ormai evidente che gli stili di vita della “modernità” sono praticabili solo per una ristretta porzione della popolazione mondiale e che la promessa universalistica fatta dalla civiltà industriale è stata una mistificazione, cosa ci si può aspettare?
Da una parte abbiamo Pentagono e Ministeri della Difesa di USA, Regno Unito, e Australia, che considerano il cambiamento climatico e le sue conseguenze il maggior fattore di destabilizzazione sociale, si organizzano e investono la parte più grande del loro budget su tale analisi, e hanno come priorità in agenda la sorveglianza di tutto quanto correlato ai problemi ambientali. Abbiamo coloro che portano avanti quella che Christian Parenti ben definisce politica della scialuppa armata, cioè un’opzione che combina interventi contro-insurrezionali a lungo termine, frontiere militarizzate e un’aggressiva politica anti-immigrazione, laddove per gli stati-nazione la priorità sarà esclusivamente tutelare le proprie risorse tenendo a bada le maree di poveri, di rifugiati climatici, e di variamente esclusi.
Dall'altra parte abbiamo una maggioranza di individui che non presta attenzione (non in grado/non più in grado di farlo) alle tesi sensate, ragionate, circostanziate, e su cui fanno presa solo frasi sintetiche, efficaci, apocalittiche. Abbiamo discussioni sui social che sono cloache a cielo aperto, dove regnano scortesia, volgarità, stupidità, prepotenza. Abbiamo ceti medi frustrati e incapaci di identificare le cause dei problemi, e quindi di eliminarle, che si accontentano di capri espiatori subalterni. Perché coloro che sono stati aiutati a raggiungere una situazione migliore rispetto alle generazioni precedenti, sono stati sostanzialmente trasformati in buoni consumatori più che in buoni cittadini, e come tali si comportano e pretendono. Inoltre se è vero, in termini assoluti, che c'è stato un progresso nelle condizioni degli individui, e rispetto al passato sono meno le persone che patiscono fame e malattie, in termini relativi, oggi, alla luce delle reali possibilità di rendere fruibile a tutti un benessere degno, la percentuale di coloro che ne sono esclusi è la prova di un regresso, soprattutto nella misura in cui tale percentuale è in crescendo nonostante lo sviluppo tecnologico e le scoperte scientifiche. Abbiamo Paesi rancorosi e vecchi, di analfabeti funzionali, e Paesi che reclamano il loro turno. E l'educazione, come tentativo non di insegnare la verità ma di trasmettere il desiderio di conoscerla, è venuta meno. Tutto è relativizzato. I fatti non esistono. Esistono solo le interpretazioni. È possibile sostenere qualsiasi cosa. Ma non dimentichiamo che un'interpretazione è però anch'essa un fatto in quanto determina conseguenze concrete. Nel bene e nel male.
Dunque, a partire da questi due fronti, quale futuro è possibile?
Bisognerebbe pretendere che chi governa, oltre ad essere onesto e non colluso, studi, legga, si documenti, chieda consigli e decida per l'amministrazione del proprio carruggio in un'ottica di integrazione con l'amministrazione di tutti gli altri carruggi del mondo.
Sono fermamente convinta, e a più riprese in passato l'ho ribadito, che l'unica via sia quella di un governo globale del pianeta, una federazione planetaria che garantisca il rispetto di norme comuni in ambiti di interesse collettivo, a prescindere dai confini e dai vari accordi commerciali bi, tri, e multilaterali. Ambiente, salute, istruzione, agricoltura, industria, alimentazione, commercio, lavoro. Con l'intento di creare una cittadinanza mondiale che non annulli quelle nazionali in termini di lingua, cultura e tradizioni, sempre che le stesse rientrino nel rispetto delle norme di cui sopra. Un po' dittatoriale forse ma dipende dalla capacità di stabilire delle norme che possano essere di buon grado condivise universalmente. Non è così difficile. Le soluzioni ci sono. Gran parte del problema generale è infatti dato dal fatto che nessuno vuole fare il primo passo in una direzione saggia per paura di ritrovarsi a essere l'unico e sentirsi fesso. Ma se, da domani, tutti fossero costretti a fare nello stesso momento una cosa peraltro buona, si farebbe un passo da gigante verso la soluzione. Siamo a questo punto. I tempi sono stretti. Se stiamo ad aspettare che gli stronzi e gli avidi smettano di essere tali, se stiamo ad aspettare il raggiungimento naturale di una coscienza collettiva siamo fritti.
Non tutti però. O almeno non tutti subito.
E qui vengo a ciò che ho osservato in questi ultimi anni.
Aumentano le comunità nelle quali si pagano imprese private per provvedere a infrastrutture e servizi e in cui il ruolo dello stato si riduce ad amministrare settori sempre più piccoli della società con conseguente indebolimento della coesione sociale all'interno degli stati nazionali.
Quando i governi tolgono welfare e riducono la spesa pubblica, chi può si ritira in abitazioni di lusso, si rinchiude dietro mura, e si identifica con gli altri che hanno anch'essi qualcosa che può essere rubato, unendosi schiena contro schiena al centro della città e lasciando le strade pubbliche ai poveri, agli stranieri, e ai delinquenti. Anche i numeri reali dei movimenti migratori e della presenza di stranieri nelle città non vengono considerati oggettivamente ma si presta attenzione solo all'impatto percepito: la concentrazione delle etnie nei centri urbani e la concentrazione in singole zone degli stessi. Se in un quartiere c'è il 50% di stranieri, facile dedurre che sia così ovunque. Le persone infatti desumono da quanto vedono attorno a sé ogni giorno sia identico a quanto accade nel resto del mondo. Perché ciò che non è omologato lo consideriamo comunque tale attraverso un'espansione della nostra quotidianità individuale a format universale. Il problema della convivenza comunque resta ed è serio, è infatti la percezione dello stesso attraverso le sue conseguenze quotidiane e concrete che conta. Quindi i cosiddetti processi di gentrificazione diventano strumenti finalizzati a una pulizia sociale degli ambienti urbani. Luoghi pubblici dove i muretti hanno sedute in pendenza, dove spicca l'assenza di panchine, in un processo di dissuasione alla sosta, di negazione dell'agorà. Poi, gradualmente, vie pubbliche mal curate, poveri, stranieri, e delinquenti vengono spinti verso l'esterno dell'urbe da un'inesorabile forza centrifuga creata dall'aumento dei costi nelle zone centrali, elette a fulcro di potere economico, sicurezza, efficienza energetica e di servizi. Ricorda qualcosa? In tutto il mondo, nelle grandi metropoli, i centri urbani assomigliano sempre più a cittadelle all'interno delle città. Man mano queste zone assumeranno sempre più l'aspetto di città fortezza così da permettere a coloro che le abitano di poter condividere spazi comuni sicuri al di fuori delle proprie super protette abitazioni. Quel che sarà di terre, mari e cieli, sarà.
Dunque se la natura è maligna, se l'altro è il nostro rivale, se lo Stato non ci protegge, allora lo faranno i nostri denari. Con essi trasformeremo l'urbe a beneficio di noi pochi. Perché poi ci sono anche quelli che fino all'altro ieri denari ne avevano ma ora non più a sufficienza e si aggiungono man mano agli esclusi. La diga delle garanzie sociali della società liberale è ormai crollata. Il problema non è la diversità, il problema non è la disuguaglianza. Il problema è e sarà sempre più la miseria. Che dovrà essere tenuta a debita distanza. Muri contro la minaccia del terrorismo ma la cui ragione non dichiarata è l'allontanamento e lo spostamento non autorizzato dei poveri. Purtroppo l'unica forma concreta di lungimiranza appartiene a coloro che pensando a lungo termine preparano vie d’uscita per se stessi singolarmente o in ristretti gruppi di élite. Coloro che non si affidano certo allo Stato, né si fidano dei loro stessi monopoli o delle guardie armate che pagano, ma solo della ricchezza e del potere accumulati.
Io immagino un futuro banale nella sua prevedibilità distopica. Un futuro in cui l'orbe, per gli spazi ancora abitabili, sarà costellata da immensi conglomerati circolari, composti da successive fasce concentriche scollegate tra loro, dove dal centro verso l'esterno le condizioni di vita andranno da ottime a pessime. Città circolari in un mondo quale quello della Leonia di Italo Calvino. Barriere di cemento armato e muri antiesplosione, torrette, attrezzature per imaging termico, videocamere per la visione notturna, sensori di movimento, droni, blocchi stradali, tutto collegato a un sistema di rilevazione satellitare, come già accade, separeranno tali città dai desolati territori esterni abitati da una grande parte della popolazione terrestre ai limiti della sussistenza e senza possibilità di accesso. Gli esclusi, gli ultimi, vivranno, in insediamenti raffazzonati e degradati che, anziché rimandare soltanto alle abbondanti e predittive letteratura e filmografia di genere, oggi possiamo ritrovare agevolmente in notiziari e immagini del nostro mondo contemporaneo.

Sul pianeta si va verso una realtà di grandi conglomerati. Sarà un processo inesorabile e irreversibile, che presupporrà, per funzionare, la nostra capacità di comprensione e unione. L'alternativa sarà la disfatta totale. E la distopia di cui sopra.
Dobbiamo impegnarci a decifrare il caos sistemico imminente nel quale stiamo entrando, per non essere impreparati, per essere in grado di gestirlo meglio che potremo passo dopo passo.
Abbiamo bisogno, per risolvere il problema della gestione delle risorse con una popolazione in aumento esponenziale, non solo di tecnologie ma di autentiche strategie.
Siamo alle soglie di una rivoluzione tecnologica senza precedenti che permetterà di penetrare e pilotare la mente delle persone in un modo invasivo quale non è possibile spiegare senza apparire folli, inascoltate Cassandre. Ma non dobbiamo aver paura, né avere la presunzione ottusa di credere che tanto tutto si aggiusterà perché nei secoli si è sempre aggiustato. Se è accaduto e siamo ancora qui è stato perché qualcuno si è rimboccato le maniche.
Siamo di fronte a una sfida gigantesca che concerne tutto: migrazioni, economia, commercio, tutela dell'ambiente e delle risorse, diritti, sovranità, liberalismo, qualità della vita, cultura, fino alla definizione stessa di Homo sapiens.
La vogliamo vincere o no?



29 dicembre ore 4.15


P.S. Chiedo scusa per le generalizzazioni funzionali alla sintesi. Per fortuna nel mondo molte sono le persone che vedono e fanno il possibile.










venerdì 28 settembre 2018

CONTRO LA PLASTICA COMPOSTABILE

A fine agosto con un'amica ho trascorso una giornata in una spiaggia libera organizzata con un'ampia zona attrezzata in modo eccellente per umani con cani. Oltre a ciò, ovunque bidoni per la raccolta differenziata e tutti i contenitori alimentari del chiosco in materiale "compostabile". Derivati da canna da zucchero e amido di mais.

Ecco, io sono contraria all'utilizzo di tali materiali. So che può apparire quasi una bestemmia in questo mondo soffocato dalla plastica e che scegliere materiali biodegradabili possa apparire un comportamento virtuoso, etico, e responsabile, ma qualcosa non quadra. La prima impressione è stata di trovarsi in un'oasi felice, una rarità che dovrebbe essere regola. Chi potrebbe non auspicare una società tanto attenta all'ambiente? Il fatto è che si tratta dell'ennesima soluzione di superficie.

Quanta terra serve per produrre sufficiente canna da zucchero e mais da soppiantare l'utilizzo della plastica o diventare biocarburanti? Quante tonnellate annue di pesticidi e fertilizzanti occorrono? Quali danni irreversibili al suolo portano tali monocolture? Quali sono le condizioni dei lavoratori costretti a lavorare a cottimo e privi di tutele? Quali sono i reali costi di questa rivoluzione green?

Il punto non è sostituire la plastica ma rifiutare la cultura dell'usa e getta. Non è cambiando i materiali di qualcosa che utilizzeremo una sola volta che risolveremo il problema. Semplicemente lo sostituiremo con un problema diverso ma altrettanto serio. Dovremmo intanto iniziare facendo un reset del nostro modo di intendere la quotidianità. A partire, ad esempio, dalle grigliate tra amici, dalle mense, dalle scuole e ospedali, da tutti quei luoghi in cui si potrebbe con poco sforzo ritornare a ceramica e vetro. Smettere di credere che le risorse siano infinite. E non solo rinunciare agli imballaggi in plastica ma meditare anche sui cibi che vi sono contenuti, su quale sostenibilità abbiano. Piantarla una buona volta con la degenere filosofia dell'All you can eat. Di ogni prodotto imparare il concetto di supply chains, le catene di approvvigionamento, e non considerare solo il risultato all'interno del nostro portamonete. Riflettere che se paghiamo 750 grammi di passata di pomodoro 58 centesimi, forse qualcun altro da qualche parte sta pagando al posto nostro i costi nascosti che a noi sono risparmiati per renderci consumatori massivi e acritici. Del tutto, poi, incapaci di valutare fenomeni sociali e operare oculate scelte politiche.

Chi non comprende oggi la gravità della situazione, chi elude le domande implicite nell'attuale stato delle cose, ne scoprirà attonito le conseguenze tra qualche anno e l'unica cosa che potrà fare sarà incattivire sempre più, in un processo collettivo e inesorabile di caduta verso il basso.



6 settembre 2018




domenica 16 luglio 2017

LE STRADE DEL PARASIO

Vivo in una città il cui manto stradale nulla ha da invidiare a quello di molti Paesi in via di sviluppo o, semplicemente, con scarsi fondi per le infrastrutture.



Nel mio quartiere la Telecom ha portato la fibra. Una ventina di giorni appresso hanno rifatto l'asfalto e la segnaletica orizzontale nei punti dove sono intervenuti per la posa dei cavi. Ciò ovviamente con la benedizione dell'amministrazione comunale che si è premurata di chiedere di spianare con il bitume eventualmente avanzato alcune buche e avvallamenti importanti.

Il risultato è stato il seguente:












Approfittarne? Aggiungere una quota complementare per ottenere un buon risultato?

Non ci sono le risorse è una risposta non contemplata tra quelle accettabili.

Ma non c'è problema. Continuiamo così. Con il cervello a compartimenti stagno, senza nemmeno provarci a fare qualcosa che abbia un senso.












sabato 1 ottobre 2016

SUSHI FUN

Con tutto che ciò che sta succedendo nei mari del pianeta è allarmante e che lo è in misura maggiore perché invisibile, mi piace mangiare pesce.

Le risorse* ittiche si stanno esaurendo, stiamo raggiungendo il punto di non ritorno ma ciò non ci tocca perché, come si dice, lontano dagli occhi lontano dal cuore.

Il mare non è che una distesa dalle varie tonalità di blu su cui far scivolare lo sguardo verso l’orizzonte. Quello che c’è sotto, fantasiose e colorate storie d’animazione a parte, nell'immaginario collettivo non esiste se non nell'idea di una fonte inesauribile di cibo.

Resta il fatto che mangio pesce. Di stagione e preferibilmente acquistato da uno dei pochi pescatori all'antica rimasti nella città in cui vivo. Di quelli che tornano a terra con pochi chili di pescato vario e spesso con niente. Però, nell'ultimo anno, mi sono lasciata attrarre dall’idea di provare il sushi e ho accettato di aggregarmi a una cena in compagnia in uno di questi ristoranti a catena che spuntano ovunque. Mi sono ritrovata in un luogo da distopia orwelliana. Qualcuno racconterebbe il fatto in termini di tripudio gastronomico. Non solo sushi ma pesce in tutti i modi, oltre a un’infinita varietà di piatti della tradizione, dalle lasagne allo spezzatino, dalla carne alla griglia al risotto allo zafferano. Tutto self service (a parte il sushi che arriva direttamente al tavolo), prezzo fisso, all you can eat. Turni di centinaia di avventori, code fin sulla strada. All’interno, nastri trasportatori per monodosi di sushi percorrono l’intero spazio affiancando i tavoli in modo che ci si possa servire senza doversi alzare, monodosi rigorosamente protette da plastica che, se ci si mette a fare i conti, sono tonnellate di plastica.

Una frenesia alimentare angosciante. Un’orgia.

Alla chiusura chili di cibo finiscono nei bidoni della spazzatura. Non solo ciò che è stato ordinato e avanzato nei piatti, poca roba in effetti, ma quanto è stato cucinato in esubero ed esposto invano. Preparazione di piatti a cottimo sulla previsione di un afflusso x. Il cibo non deve mancare. La parola d’ordine è abbondanza. Ovunque lo sguardo si posi deve trovare vassoi colmi, il cibo deve entrare negli occhi, colmare la visuale rendendoci ciechi. Il senso di appartenenza a uno sciame concorde nell’ingurgitare il più possibile fa il resto. Con la delirante idea in testa che più s’ingurgita più si risparmia. Bipedi con vassoi che strabordano in mezzo ad altri bipedi con vassoi che strabordano. Automi. Il ristorante, grande come un capannone, pari a una catena di montaggio. Dai che domani si va al centro commerciale, sento dire. Sì, dai, che vendono anche il set per farsi il sushi da sé, risponde qualcuno. Mi sento un’aliena mentre vago in questo girone infernale. Al tavolo mi sento un’aliena. Tutti gozzovigliano e decantano. Quelli che ci sono già stati ne parlano con entusiasmo ed enfasi. Io, giuro, non ci metto più piede. Né stomaco. Prima e ultima volta. Amici che sgranano gli occhi. Non capiscono cosa mi disturba. Avrò avuto una giornata pesante.

Una dote che non posseggo è spiegare l’evidenza. Il problema è che per me ormai troppe cose sono evidenti e mi si è ridotto di molto lo spazio di comunicazione. Mi viene in mente Cecità di Saramago.

Mentre sto lì, il vociare assordante, per i più ormai assimilato a rumor bianco gestibile, la luce chiara e intensa, l’andirivieni di strani animali eretti, il bancone su cui squartano un paio di tonni appena scaricati e, di fronte, i bidoni. C’è un tipo che, vista l’ora tarda, preleva dal nastro trasportatore i sushi non consumati ancora intonsi sotto la loro cupoletta in plastica e li getta. Tutto insieme. Plastica e cibo. Ecco, mi gira la testa. Nausea e vertigine. Non è il sangue del tonno. Lo so. Nessun problema con il sangue né con la morte in quanto tale. Mi sale un pensiero cattivo. Che tutto e tutti si sprofondi nelle viscere della terra. Mi viene anche in mente la lunga scena dell’esplosione in Zabriskie Point.


*Uso il termine “risorse” malvolentieri ma questo è il linguaggio in uso ed entrare in un dibattito sull'argomento, per quanto utile, amplierebbe la discussione in misura non sostenibile dall'attenzione dei più. La capacità di concentrazione è sempre più breve e ci si deve accontentare, almeno in prima battuta.



Settembre 2016


domenica 19 giugno 2016

UN DITTATORE ILLUMINATO

A me l’idea che i popoli si mescolino piace un sacco. A parte che chi nasce meticcio in genere è bello, l’unica via che abbiamo è fonderci, amalgamarci, cercare di realizzare una società multietnica con una buona qualità della vita per tutti, in un ambiente sano e nel rispetto di ogni forma vivente. A chi mi dice che è utopia, che non ce n’è per tutti, rispondo a gran voce, andate a studiare prima di aprir bocca. Nonostante la merda in cui stiamo affossando, ce n’è invece ancora abbastanza per tutti e potrebbe esserci ancora il tempo per rimediare ad alcuni danni che tengono in ginocchio miliardi di persone.

Ci vorrebbe un cazzo di dittatore illuminato e onesto che, un bel colpo di spugna, stabilisse una decina di regole per gli abitanti del globo, nessuno escluso, su gestione dell’ambiente, della salute, dell’alimentazione, degli scambi commerciali.* Espropriare le terre ai novelli latifondisti (parliamo di mezzi continenti in mano a quattro gatti e poi diciamo che vanno aiutati a casa loro: non è più casa loro) e restituire ai singoli individui possibilità e relative responsabilità. In modo che ognuno potesse vivere serenamente dov’è nato o dove desidera, perché tutti i luoghi si equivarrebbero per opportunità, salubrità, e assenza di conflitti. Spostarsi, trasferirsi solo per curiosità umana e culturale, per preferenze climatiche ed estetiche, per scelta e per incontro. Sarebbe possibile. È possibile. Ci sono le conoscenze e le finanze per realizzare tutto ciò. E anche ancora un po’ di tempo. L’ingrediente assente è la volontà

2014



*p.s. 2023 Non quella roba che stanno spacciando oggi per attenzione all’ambiente, alla salute, ecc.

mercoledì 6 aprile 2016

LA STORIA DELL'UOMO

Qualche giorno fa un ragazzo di prima superiore mi ha chiesto perché arrivano tutti questi extracomunitari, perché ci sono tutti questi migranti.

Volevo dargli una risposta esauriente, semplice, e completa nei pochi minuti a disposizione. Grosso modo, così, a braccio, quanto segue corrisponde a quanto gli ho detto. Incompleto, senz’altro, e non approfondito ma non mi è venuto nulla di meglio.


“Quando gli uomini hanno iniziato a vivere in gruppo erano, chi più chi meno, tutti in una condizione di uguaglianza nella precarietà. Nel corso del tempo alcuni uomini, per capacità, per astuzia, per fortuna che sia, sono riusciti a migliorare la propria posizione e si sono, diciamo, arricchiti, innanzitutto sfruttando le risorse dei territori. Si era passati gradualmente dall’essere cacciatori-raccoglitori all’essere stanziali e coltivatori-allevatori.

I più scaltri hanno iniziato a raggrupparsi, infatti, principalmente nelle zone geografiche le più favorevoli, attraverso la creazione di sodalizi di varia natura aventi come scopo il rafforzamento del gruppo nei confronti di coloro che non ne facevano parte. Ciò ha determinato una crescita di potere di questi gruppi rispetto ad altri che, conseguentemente, hanno incontrato maggiori difficoltà a intraprendere lo stesso percorso, fino al punto di dipendere per l’accesso alle risorse quasi interamente da coloro che prima di loro, in vari modi, ne sono diventati custodi, proprietari, amministratori, detentori, o quello che è. Tieni conto che per quanto ci si potesse spostare, la maggior parte degli individui restava comunque in ambiti geografici ristretti. Questo sistema è proseguito fino a essere quello attuale. Ciò con l’aggravante che la metodologia di accaparramento delle risorse, la gestione delle stesse, i processi di produzione e di commercializzazione, basati sul presupposto che il benessere raggiungibile sia infinito, sapendo bene che, se lo stesso modello venisse miracolosamente applicato ovunque, il sistema terra non reggerebbe, nel corso del tempo fino a oggi è divenuta esponenzialmente ingestibile. Quindi in assoluta malafede proclamiamo come universali diritti, valori, e stile di vita di cui noi occidentali andiamo tanto fieri. Non li abbiamo infatti concretamente condivisi con il resto dell’umanità perché non è oggettivamente in nostro potere poterlo fare. Ma per noi vogliamo che continuino a valere, costi quel che costi, perché il nostro stile di vita non è negoziabile.

Per finire, la terra si è fatta più piccola, vuoi per le monocolture, vuoi per la desertificazione, vuoi per lo sfruttamento sconsiderato delle risorse, che sia acqua, che siano pesci, che sia foresta, vuoi per i cambiamenti climatici; si è fatta più stretta e più affollata. Un po’ perché essendo sempre meno la terra sfruttabile a disposizione, anche a essere sempre gli stessi individui ad approfittarne, pare di stare più stretti, un po’ perché comunque entro i prossimi trenta, quarant'anni dovremmo essere un paio di miliardi in più.

Quindi, chi sta male, per un motivo o per l’altro, guerra, fame, sete, persecuzioni, si sposta. E iniziano a spostarsi in tanti. E, presumibilmente, eventi estremi che dovessero decimarci a parte, saranno sempre di più. Per cui o si trovano soluzioni intelligenti, quindi lungimiranti, tra cui ripensare il nostro sistema economico, finanziario, commerciale, energetico o si erigono muri. Che è ciò che si sta facendo. E visto che anche nei Paesi che se la passano bene, iniziano ad aprirsi le crepe di un sistema che non potrà che collassare e per molti le condizioni di vita sono peggiorate, peggiorano, e peggioreranno, questi muri vengono eretti con il beneplacito della popolazione che ne resterà al riparo. Molto difficile persuadere persone che hanno poco o sempre meno a condividere con chi non ha nulla. Fa paura. Tanta paura.

Sono riusciti a metterci nella condizione di dover essere complici. Chapeau!

E ciò al di là di qualsiasi differenza culturale, religiosa, o che altro. Fossimo tutti wasp (White Anglo-Saxon Protestant - bianchi di origine anglosassone e di religione protestante) sarebbe uguale, il problema resterebbe, perché saremmo comunque troppi e la ricchezza, o il potere per dirla in modo più chiaro, non può essere per tutti, sennò che ricchezza sarebbe.

Per cui ragazzo mio, mettiti il cuore in pace: o accetti i dogmi in cui siamo cresciuti e tutto ti sembrerà normale, inevitabile, al limite increscioso e spiacevole al pensiero di chi patirà, o cerchi le cause, e allora quello che vedrai non sarà un gran bello spettacolo. Hai presente la pillola azzurra e quella rossa di Matrix? Accettare inconsapevolmente o capire e poi scegliere. La prima opzione, per certi versi, è sicuramente più gradevole.



Consiglio di lettura:

“ Ishmael” di Daniel Quinn (quasi introvabile)





Luglio 2015

lunedì 7 dicembre 2015

I FIGLI DEGLI ALTRI


Non riesco più a starci dietro. Alle coalizioni anti Isis. E, forse, non vale la pena continuare a sprecare energia in tal senso. Solo mi chiedo: la Francia da una parte bombarda per rappresaglia la Siria contro i sunniti dell'Isis e dall'altra diventa interlocutore corteggiato dall'Arabia saudita, ora che gli Usa “fraternizzano” con l’Iran? Arabia saudita le cui posizione e responsabilità riguardo all'Isis sono quanto meno nebulose. Forniture di petrolio a parte, l’ideologia dell'ISIS infatti ricalca l’ideologia wahabita della monarchia saudita in quasi ogni aspetto anche se il mancato riconoscimento della suddetta monarchia come guida legittima del mondo islamico rende l'ISIS una minaccia per l’Arabia saudita, non fosse altro per l’immagine che ne deriva al cospetto delle potenze occidentali. Noi stessi italiani, attraverso molti dei nostri illustri imprenditori stiamo facendo ingenti accordi economici con gli emiri perché gli affari sono affari, in barba alla lunga lista di fatwa antidemocratiche e al non rispetto dei diritti umani degni appunto del peggior integralismo. Insomma da che parte stiamo?

Senza contare il fatto che al Califfato non sembra vero questo bombardamento che sospende il lavoro di partizione della Siria, cui si cercava di mettere mano da parte dei principali poteri internazionali attraverso un estenuante lavoro di negoziati. Si tratta di una questione di potere, si tratta della volontà di restaurare finalmente un immenso Stato sunnita, utilizzando ogni mezzo, plagiando e indottrinando giovani che diventano kamikaze inconsapevoli del pragmatismo che permea le decisioni dei vertici dell'IS. Letteralmente carne da macello.


Ma qui mi fermo, perché ciò che voglio dire è semplicemente che la vera informazione è un lusso che presuppone, oltre a interesse e curiosità, tanto tanto tempo.  Alle nuove generazioni questo tempo viene ingolfato e pertanto viene precluso il diritto a sapere, vengono negati gli strumenti per orientarsi e sviluppare un senso critico. Le si ottunde con il proliferare dei devices (ammennicoli tecnologici) persuadendole di avere a portata di mano tutto quanto serve, privandole invece criminalmente della possibilità di sviluppare una visione d’insieme, dall'alto.

Io non ho figli ma mi stanno a cuore i figli degli altri. La mia amica Katia mi dice di essere ottimista: “Non la generazione di mio figlio, che ha 18 anni e subisce ancora l’influenza della nostra, ma quella successiva vivrà in integrazione, perché è un processo inevitabile e funzionale alla sopravvivenza. Per mio nipote, quando sarà adulto, sarà normale relazionarsi al prossimo in base ai meriti e alle qualità di questi anziché secondo l’etnia.” Mi viene in mente una vignetta che ho visto poco tempo fa. Un adulto chiede a una bambina: ”Ci sono extracomunitari nella tua scuola?” e lei risponde un po’ stupita della domanda: ”Veramente nella mia scuola ci sono solo bambini”.


E il discorso non riguarda solo il problema dell’integrazione ma tutti gli aspetti della vita su questo mondo pianeta. La mia visione in linea di principio è analoga a quella della mia amica, soltanto temo che questa futura umanità vivrà in uno spazio molto più stretto, del tutto videocontrollato, con imposizione di modalità digitali uniformi in ogni ambito della vita, e esponenzialmente meno ospitale. Uno spazio in cui le risorse saranno sempre più concentrate nelle mani di pochi a discapito di una moltitudine che dovrà arrangiarsi e rifuggire la bestialità della lotta tra disperati solo grazie a una fede assoluta in quei valori che trasformano nella difficoltà un nemico in compagno.

I compagni di merenda delle conferenze sul clima e gli accordi economici transnazionali insegnano.


Siamo nel terzo millennio e di fronte a un bivio epocale della nostra storia di esseri umani. E ho la netta impressione che si stia imboccando la direzione sbagliata. Sulla spinta di coloro cui ciò torna comodo, nella loro sete malata di potere, e di una folla sterminata che procede acriticamente perché vittima di un’indotta incapacità di vedere.


novembre 2015


(tutti i diritti riservati)