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martedì 12 novembre 2019

LE RADICI DEL CIELO DI ROMAIN GARY

Ho ripreso in mano un libro letto parecchi anni fa.


"...
che non si possono vedere i grandi branchi correre attraverso gli immensi spazi africani senza sentirsi spinti a giurare di fare qualunque cosa pur di perpetuare fra noi la presenza di questa meraviglia della natura la cui visione farà sempre sorridere di gioia ogni uomo degno di questo nome.
...
il tempo dell'orgoglio è finito e dobbiamo guardare con maggiore umiltà e comprensione alle altre specie animali, differenti ma non inferiori.
...
Su questo pianeta l'uomo è ormai arrivato al punto di aver davvero bisogno di tutta l'amicizia che può trovare e, nella sua solitudine, ha bisogno di tutti gli elefanti, di tutti i cani, di tutti gli uccelli.
...
È tempo di rassicurarci sul nostro conto mostrando che siamo capaci di preservare questa libertà monumentale, goffa e magnifica che ancora sopravvive accanto a noi."


da "Le radici del cielo" di Romain Gary - Neri Pozza edizioni - Premio Goncourt* 1956 (!)


Un libro che racconta molto bene l'Africa. Da una prospettiva intima, la realtà socio culturale e politica di un Paese percorso dai processi di affrancamento dal colonialismo. Un libro che racconta bene la natura umana. Da leggere!


* Il premio Goncourt 2019 è stato attribuito a Jean-Paul Dubois con il romanzo "Tous les homme n'habitent pas le monde de la même façon" Ed. L'Olivier

Novembre 2019


venerdì 1 settembre 2017

"ELECTROCUTING AN ELEPHANT" un film di THomas Edison


Il filmato di Thomas Edison del 1903 dell'esecuzione di un elefante reo di aver assassinato due custodi.

https://www.youtube.com/watch?v=NoKi4coyFw0

Fino all'Ottocento, gli animali potevano essere processati e condannati se infrangevano leggi umane. Forse la deriva delle idee di alcuni studiosi che nel corso dei secoli hanno giustamente ritenuto gli (altri) animali dotati di coscienza, sensibilità, volontà, cultura...


venerdì 18 agosto 2017

PIOVRA

Finalmente un bagno all’alba.
Subito ho pensato che si trattasse di un polpo ma le dimensioni, per quanto aumentate dal vetro della maschera, erano eccezionali. Grande quasi quanto me. Una piovra forse?

Il mondo si sta rovesciando.
Le immagini degli africani che sfondano la frontiera a Ceuta, animali degli abissi che arrivano sotto costa: ogni cosa è segno che sta iniziando a rovesciarsi tutto.

Nessun lager, barriera o recinto, nessun protocollo sul clima, impediranno il moto di inclinazione progressiva. Come per quella dell’asse terrestre ogni 13000 anni, tutto deve essere ripensato.
Velocemente.


10 agosto 

giovedì 19 maggio 2016

FUNERALI GREEN

Credo di aver pensato alla morte ogni giorno della mia vita da quando ho avuto un pensiero consapevole. L’ho sempre considerata come un accadimento necessario per quanto doloroso. Vedevo ingiallire le foglie degli alberi, le vedevo cadere e, seccando, frantumarsi in pezzetti sempre più microscopici, l’anno seguente ne apparivano di nuove, e ciò che provavo era l’intuizione della perfezione.

Quando a otto anni trovai mio nonno morto nel letto, a parte il sollievo evidente che la morte rispetto alla lunga agonia che aveva sofferto gli stava procurando, mitigai il dolore pensando: perché mai gli esseri umani dovrebbero avere un destino diverso da piante e animali?

Per consolare mia nonna che, con diverse scuse, avevo cercato di tenere il più a lungo possibile lontana dalla stanza da letto, ricordo che le dissi, tra le altre cose, che era impossibile non morire. Pensa, le dissi, se nessuno morisse, non basterebbe lo spazio, il cibo, le case, non basterebbe l’universo intero alla lunga.

Quando al liceo studiando fisica lessi questa cosa, che tutto va inesorabilmente dal caldo al freddo e mai il contrario, la seconda legge della termodinamica, pensai che gli uomini in realtà l'energia la consumano solo e non ne producono per nulla (la scovano, la trasformano, la usano, la commerciano, ...), per cui aumentando il numero di umani in modo esponenziale, l’energia in tutte le sue forme si sarebbe esaurita anch'essa sempre più velocemente degradandosi senza poter essere più utilizzabile. Quindi la morte è funzionale alla vita, fu la mia conclusione e, da allora, ci convivo serenamente.


Il lutto e la perdita, lacerano l'anima ma la morte in sé non ha nulla di brutto.


La morte è solo una delle sembianze attraverso cui la vita si manifesta.


Certo è che i nostri metodi di sepoltura mettono barriere al ciclo naturale e i nostri cimiteri sono ingombranti. Quasi dieci anni fa lessi il libro Stecchiti di Mary Roach e in un capitolo trovai la storia di una donna dell’Europa del nord che aveva avviato, animata da autentico amore per il prossimo e per il creato, un’azienda per il compostaggio dei cadaveri. Pensai che fosse un’ottima idea e che volentieri avrei fatto fare quella fine al mio corpo, solo che considerando l’inquinamento generato dal trasporto dello stesso, avrei vanificato l’intento di diminuire la mia impronta ecologica. L’idea del chilometro zero restava basilare. Ora però si sta diffondendo, se pur lentamente, una filosofia verde anche nel settore pompe funebri, per cui dalle bare fai da te in semplici assi di legno all’intrigante Capsula Mundi, forse realizzerò questa mia minima ultima volontà. Se da vivi far danno ci è quasi inevitabile, che almeno da morti si possa esserne esonerati.


http://www.capsulamundi.it/it/





p.s. tra le notizie sull'argomento ho trovato, a proposito della cremazione, la possibilità offerta da una ditta di pompe funebri, di procedere alla diamantificazione del defunto partendo dalle sue ceneri!

lunedì 9 maggio 2016

CAMARGUE APPUNTI

Oggi ho ucciso un pezzo di mare. Probabilmente lo faccio più spesso di quanto io creda.

Mi sono concessa una porzione telline alla camarguese con un bicchiere di vino bianco. Minuscole telline servite in abbondanza ogni giorno e quasi in ogni locale della Camargue.

Ai tavolini accanto, fritture di minuscoli pesci, altrettanto minuscoli moscardini in insalata con le patate.

In una frenesia di somministrazione e ingestione.

Per metterci il carico, il vino è stato servito in bicchieri di plastica trasparente.

Notando che osservavo i vassoi serviti al tavolino accanto, il cameriere mi ha offerto un assaggio di frittura.

Lungo la battigia, di anno in anno, trovo sempre meno conchiglie.


Singolare quanto all'estero ci si senta liberi di parlare la propria lingua incuranti di ciò che si dice, al punto da fare osservazioni su chi passa vicino, certi di non essere compresi. Oggi, 25 aprile, Saint Maries de la mer pullula di italiani. Tutti indistintamente commentano come mai farebbero a casa propria.

Mi sono messa sulla spiaggia a leggere dietro un muretto al riparo dal vento. Mi sono spogliata e sono rimasta in biancheria (sobria e castigata in cotone grigio). Non mi sono accorta di una presenza maschile arrivata sulla passeggiata alle mie spalle ma ho sentito i passi e la voce di una donna che lo apostrofava:

«Ho capito perché ti sei fermato qui.». Ad alta voce a neanche due metri da me che mi sono sollevata a guardare nella loro direzione incontrando lo sguardo di lei.

«Inutile che fai il finto tonto... tanto non hai visto bene, quella avrà più di quarant'anni.»

Considerato che ne ho praticamente cinquanta, è andata bene così.




Mi chiedo perché, visto che in alcune panetterie fanno delle baguettes squisite, molti francesi acquistino quelle dei supermercati, cotte da surgelate, identiche a quelle che trovo nei supermercati in Italia.

Ho visto una corrida in televisione. La cocarde. Mi è piaciuta. Una meraviglia quei bei ragazzi atletici che praticamente volano. Un po' rudi con l'animale ma d'altronde giocano con un toro.

Al ristorante delle telline un suonatore ambulante di chitarra ha intonato canzoni popolari spagnole. Avrà avuto più di cinquant'anni, basso, scuro di pelle, sinceramente cordiale, e una gran bella voce.

E occhi simili a quelli di chi mi suggerì questa destinazione diversi anni fa.

Una piccola Spagna in cui si parla francese.

Mi piace guidare in Camargue.

Mi sento blasfema nel dirlo, pensando a tutti gli articoli che ho scritto sulle automobili, ma percorrere lentamente in auto queste strade mi rilassa in modo inaspettato. Nessun ostacolo alla vista, il giorno che non finisce, il vento, i canneti, laghi improvvisi, animali che attraversano.

Nessun rischio di perdersi e la voglia di proseguire all'infinito.

Svegliarmi, fare un caffè, berlo al freddo davanti alla staccionata, scavalcarla in camicia da notte e chiamare i due stalloni arabi per dar loro il buongiorno. Fraternizzare con il gallo ma non riuscirci con il gatto suo amico. Riempirmi gli occhi di verde e di blu. Sdraiarmi nel campo con i cavalli che brucano vicino e nel cielo uccelli migratori che planano verso le risaie da pochi giorni allagate.

Ogni essere umano dovrebbe poter vivere così. In assoluta empatia con ciò che lo circonda.

Avremmo solo bisogno di spazio, di verde e di azzurro. Solo di questo. Di spazio in ogni sua forma e manifestazione. Ed è ciò che ci stanno sottraendo, che permettiamo ci venga sottratto.








Dopo che ho visto cosa è in grado di saltare un toro, certe recinzioni mi preoccupano.





Ho scoperto che mi piace la pianura.

È strano sentirmi a casa a Saint Gilles.





Ho persino un mio posto segreto cui si arriva violando un divieto d'accesso. Mi siedo e guardo il piccolo Rodano passare. Un ottimo posto per scrivere. Un'ottima prospettiva da cui riconsiderare le cose.

Il livello di inquinanti che il Rodano porta a campi, vigne, e saline, è impressionante.






2016



mercoledì 23 marzo 2016

LOCATION PER UNA FIABA

C’era una volta un posto dove le case erano tutte alte alte e strette strette, con una porticina in basso e una o due finestre piccole piccole appena sotto il tetto. In genere la casa era sempre di fronte, ma il tetto si vedeva in prospettiva e cioè da davanti e da un lato insieme. Ogni casa aveva un giardino bello verde con fiori alti dai colori sgargianti. Ogni giardino aveva almeno un albero e ogni albero aveva frutti. Spesso alberi e fiori erano della stessa altezza. Sotto l’albero o nelle vicinanze c’erano sempre un tavolo imbandito e delle sedie.
Nel giardino c’erano sempre delle persone anch’esse  molto molto alte e, a volte, comprese le scarpe e i capelli o i cappelli arrivavano quasi fino al tetto della casa che era appena più alta dell’albero. In questo modo le persone potevano cogliere i frutti con poca fatica, bastava allungare un braccio e prenderli. E potevano anche lavare le finestre o spolverare il tetto della casa senza bisogno di scale. E anche annaffiare i vasi sul balcone e i balconi sembravano cassetti. Ogni tanto qualcuno annaffiava i fiori del giardino e se, per distrazione, lo faceva da troppo lontano, le gocce d’acqua dall’annaffiatoio si muovevano orizzontalmente nell’aria per coprire quella distanza e giunte sopra il fiore, allora ricadevano su di esso. Il cielo era sempre blu e c’era sempre il sole quando era giorno e una fetta di luna e tante tante stelle tutte in fila, tante righe di stelle, quando era notte. La particolarità era che sia di notte che di giorno nello spazio tra la striscia blu del cielo  e la striscia verde della terra c’era sempre luce e le persone potevano stare sempre fuori. Era meglio se stavano fuori, perché per entrare nella casa dovevano mettersi a quattro zampe per passare dalla porticina e poi, una volta dentro, potevano starci solo in piedi uno attaccato all’altro con la testa che sfiorava il soffitto e dovevano pure fare attenzione a muoversi poco per non urtare le pareti. Se dormivano in casa, dormivano in piedi: avevano inchiodato ai muri in alto dei grossi cuscini morbidi e ci appoggiavano la testa e si mettevano a dormire. Non rischiavano di cadere, perché non c’era proprio spazio e se a qualcuno mentre dormiva gli si piegavano le gambe, scivolava un po’ ma poi si fermava, perché le ginocchia si puntavano contro le gambe degli altri e rimaneva bloccato così. Quando gli alberi erano due si poteva legare un’amaca e riposare lì, oppure sdraiati sul prato, che era molto più comodo che starsene dritti dritti dentro la casa. Per lavarsi era la stessa cosa: in mezzo al soffitto di fianco al lampadario era fissato un rubinetto e la pigna di una doccia, si apriva l’acqua e voilà. Il sapone, le spugne, gli spazzolini da denti erano su delle mensole appese alle pareti sopra i quadri, che erano quadri impermeabili, altrimenti si sarebbero rovinati con tutto quel umido. Anche l’armadio era impermeabile: era alto e sottile e occupava due lati interi della casa, si apriva con delle cerniere e dentro c’erano le scarpe, i vestiti, i libri e i fiocchi per i capelli. E i cappelli. I vestiti, le scarpe, i fiocchi e i cappelli erano tutti molto belli e colorati. Gialli, rosa, arancione, rosso, blu, verde e i colori erano molto brillanti. C’erano vestiti per tutte le occasioni: pantaloni lunghi e corti, molto pratici per andare a passeggio e stare in campagna, gonne corte per l’estate e gonne lunghe e vestiti da principessa per le serate e i balli. Diciamo che era un posto in cui in casa ci si andava solo per necessità e si trascorreva la maggior parte del tempo fuori. A volte accadeva che qualcuno dovesse andare dentro per prendere o fare qualcosa, magari la mamma o la figlia o un’amica o il babbo, ma subito gli veniva l’istinto di guardare dalla piccola finestrella là in alto cosa succedeva in giardino e dal basso gli altri vedevano spuntare da quel buco quadrato lassù prima il naso poi tutta la faccia con gli occhi sgranati e curiosi e allora gli facevano ciao con la mano e gli gridavano, vieni che è pronto il caffè, vieni che facciamo un gioco, vieni che prendiamo il sole. Allora chi era dentro si accucciava per sgusciare attraverso la porticina e correre fuori e tutti insieme bevevano il caffè, giocavano con la palla o con i gatti e con i cani o con la palla insieme ai cani, che i gatti non erano capaci, e dopo si mettevano a saltare e saltare sempre più in alto, che con i piedi superavano l’altezza del tetto, e saltavano saltavano per prendere il sole.
C’erano sempre gli animali, qualche volta non si vedevano perché erano dietro la casa o nascosti dagli alberi, ma poi venivano sempre fuori. Ce n’erano di vario tipo: innanzitutto i cani e i gatti, poi almeno un cavallo, delle galline, qualche capra, conigli, senza contare i pesci nel cielo e gli uccelli nel torrente o nel laghetto, perché certi giorni si confondevano e sbagliavano posto. I gatti, in genere, erano anche loro piuttosto alti, in alcuni casi più dei cani, ma questi ultimi si consolavano perché i cavalli, che non erano pony, non erano più alti di loro, anzi a volte leggermente più bassi e  andavano insieme trotterellando per il giardino e quando erano stanchi si riparavano all’ombra dei petali dei fiori. Per cui quello era un luogo in cui non era difficile incontrare gatti più grossi di cavalli e nascosti in mezzo ai fiori cavalli che brucavano l’erba. E poi c’erano galline così ciccione che non passavano sotto il tavolo e quando ci provavano restavano incastrate e certi conigli avevano le orecchie così lunghe che facevano il solletico alle nuvole e le facevano scappare perché non resistevano al solletico. Per quello c’erano sempre il sole e la luna belli brillanti, perché le nuvole scappavano via ridendo. Che si sa, se una nuvola ride troppo poi scoppia e scende la pioggia e bisogna ripararsi tutti sotto l’albero, perché non sempre la pioggia scende fresca e leggera, certe volte ne scende un mucchio e tutta insieme e ci si bagna peggio che sotto la doccia aperta al massimo e si rischia di prendere il raffreddore. Meglio che vadano a ridere da un’altra parte le nuvole, non troppo lontano però, qualche decina di metri soltanto, perché comunque l’acqua serve al ruscello, serve alla terra, agli alberi e ai fiori e anche per fare la doccia e il caffè. E serve anche ai pesci quando scendono dal cielo e tornano al laghetto.





(disegni di Elena Dumas – 8 anni)

racconto tratto da "Incontri" ed. Philobiblon - 2008



(tutti i diritti riservati)

venerdì 29 gennaio 2016

KINDER PANE CIOC


La prima volta che ho sentito utilizzare il termine “appetizzante” è stato da un veterinario, a proposito di mangimi animali. Sostanze aggiunte agli alimenti per renderli particolarmente appetibili fino a determinare una forte dipendenza a un prodotto.

Non amo i dolci, salvo quelli al cucchiaio fatti in casa con amore e in modo tradizionale, però ieri alla cassa di un discount ho ceduto alla tentazione di acchiappare una confezione in offerta di Kinder Pane Cioc cacao. Di sicuro è stata la parola cacao a sedurmi, alimento che amo e che non può certo essere definito dolce.

Un'ora prima di cena, riordinando in cucina ho dato un morso a una delle merendine e ho risposto i due terzi avanzati in una scatola. Il tempo di andare nell'altra stanza per dedicarmi ad altro e sono dovuta tornare indietro per riaprire la scatola e ingurgitare con altri due morsi il resto della merendina. Agghiacciante. Appetibile è un termine riduttivo. La dipendenza è immediata. Si chiama sofisticazione alimentare. E la faccenda degli appetizzanti è solo la punta dell’iceberg.

Da un ventennio mi interesso di cibo (agricoltura, pesca, allevamenti, processi industriali, sofisticazione alimentare) quindi nessuna sorpresa ma mentre ingoiavo avidamente l'ultimo boccone mi sono ricordata di un libro.


(…) il semaforo segnò verde. Ma le auto in corsa verso la spiaggia di Pula non si mossero di un millimetro. Né la mia né la sua. La strada era intasata, come ogni sabato mattina. Nessuno osò neppure sfogarsi con il clacson, un gesto inutile. Il rosso si riposizionò sulle nostre teste, e il bambino iniziò a scartare una merendina. Gli sorrisi.
«Mangia, bimbo bello, mangia», pensai.
Avevo riconosciuto la confezione. Il produttore era un mio cliente. Ogni mese lo rifornivo di alcuni quintali di ovoprodotto. Proveniva da una ditta di riciclaggio di rifiuti del torinese che, invece di smaltire uova ammuffite, rotte, invase da parassiti, le ripuliva alla buona della putrescina e della cadaverina e le trasformava in una poltiglia confezionata in comodi bidoncini da cinque chili, pronti per essere versati nelle impastatrici delle industrie dolciarie. E non doveva essere cattiva dato il gusto con cui il bambino ora addentava la merendina con un'avidità da adulto, senza lasciare che neppure una briciola cadesse fra i sedili. Il proprietario della ditta non aveva mai fatto domande sulla qualità del prodotto ma il prezzo e l'assenza di etichette sui contenitori spiegavano già tutto.
© 2007, Giulio Einaudi editore

Francesco Abate, Massimo Carlotto – Mi fido di te
Gennaio 2016

mercoledì 11 novembre 2015

ADOZIONI DI CANI E BAMBINI

Un’amica ha salvato un #Galgo, uno di quei levrieri  che in Spagna, quando smettono di correre o non sono buoni per farlo, nel senso che non portano a casa il risultato, muoiono di morte lenta. Molto lenta. Andate su Google a prendervene una vista, se siete di stomaco robusto.
La decisione della mia amica ha fatto nascere una piccola polemica sul fatto che canili e gattili qui in Italia rigurgitino esseri altrettanto bisognosi di cure ma, alla fine, ciò che conta è salvare una vita. Ogni vita conta.
Analogamente, ho notato recentemente che alle note immagini di bambini africani da adottare a distanza, si affiancano quelle di bambini bianchi e si diffonde il concetto di “adozioni in vicinanza” (Mission bambini” aiutare davvero ogni giorno, questo lo slogan, con 15 euro al mese), per aiutare il milione di bambini che versano in Italia in condizioni di indigenza. Più che legittimo. Si vuole salvare il mondo e poi ci si dimentica del dirimpettaio...
Però in quest’epoca di migrazioni e barriere suona demagogico l’improvviso interesse per i poveri di qui. Ci sono sempre state organizzazioni attente al problema ma il fatto che oggi ad esse venga fornito uno spazio mediatico che fino a ieri non avevano, mi lascia un po’ interdetta.
Lo stesso stato d’animo che provo quando una pubblicità mi dice che con 9 euro al mese posso aiutare a risolvere il problema della cecità nei Paesi in via di sviluppo. Ben venga, ma sapere che si fa leva per lo più sul senso di colpa mi indispone. Perché in conclusione deve essere l’uomo comune, con tutto il senso di impotenza che ha già in collo, a dover rimediare alle carenze delle istituzioni? Dovrebbe esserci una sinergia da entrambe le parti, un impegno dal basso e dall'alto, però la verità resta che nel mondo si spendono 3 milioni di dollari al minuto in spese militari e poi si vengono a chiedere a me 9 euro. Volendo anche credere che vadano a buon fine, resta valida anche se non pronunciata la considerazione scurrile e spontanea che andrebbe rivolta tout court ai governanti (politici e non!) del pianeta.


Settembre 2015

venerdì 9 ottobre 2015

PESCI

Ho letto che il numero dei vertebrati marini sarebbe diminuito del 49% in 45 anni. Alcune specie, sgombri e tonni, del 74%. Almeno un minuto di silenzio ci vorrebbe.


Fonti: WWF, Zoological society of London

lunedì 13 luglio 2015

GLI ANIMALI DEL CIRCO

Una decina di giorni fa, alle due del pomeriggio, con una temperatura percepita di 40 gradi, sono andata a guardare gli animali del circo vicino al Parco urbano di Imperia.
Ho chiesto il permesso al responsabile e sono andata sul retro del tendone, tra roulotte, gabbie e recinti.
Ho chiacchierato con i lavoranti, quasi tutti di origine indiana o stati limitrofi, persone che stanno anni senza vedere i loro cari e considerano ciò normalità.
C’erano quattro dromedari, due struzzi, un asino, tre pony, un paio di bufali e altrettanti lama, una zebra, una giraffa, una tigre, due leoni e sei leonesse.
Perché andare a vederli? Si sa che fa male all'anima o, almeno, dovrebbe. Mi sono semplicemente detta vengo a soffrire un po’ visto che voi soffrite sempre. Serve a poco ma sottrarsi significa facilitare rimozione e oblio.

Non c’è spazio per voi, non c’è spazio per tutti gli altri animali che ancora godono di qualcosa di simile alla libertà, e non c’è soluzione a questo. Perché non c'è più spazio per l’animale uomo (non che abbia meriti particolari per averne maggior diritto) e quel che resta lo si accaparra in pochi, perché, checché ne dicano, si sa bene che per quanto sembri ancora molto, in realtà è meglio accantonarne per i tempi magri a venire.
Per cui me ne sono stata in piedi sotto la canicola polverosa a guardarvi negli occhi. E nei vostri occhi chiaro e lampante il nostro destino.





















2 luglio 2015

mercoledì 17 giugno 2015

INIZIANO LE VACANZE


Ma almeno li mangiate?

Di più ormai non riesco a chiedere. Che almeno lo scempio abbia il fine di un appagamento per il palato. A questo si è ridotti per indurre in riflessione. Se la risposta è, come di prassi, no, non li mangiamo, se non c’è neanche una giustificazione da buongustai, allora forse ci può essere la magra consolazione di un timido ma poco convinto imbarazzo che si affaccia sul volto di queste orde di mamme, papà e nonni che incitano frotte di figli e nipoti a saccheggiare gli scogli e riempire retini e secchielli con ogni sorta di molluschi e altri piccoli esseri acquatici scovati con determinazione stupefacente. Altrimenti lo sguardo di fastidio incredulo è traducibile facilmente con, ma che te ne frega a te se li mangiamo o no?


giugno 2015


domenica 5 aprile 2015

HO UCCISO UNA GATTA

Oggi ho ucciso una gatta.

Tornavo in scooter dal pulire una casa. Non andavo veloce ma tenevo la destra, un metro dal bordo strada, in quel tratto un basso cordolo di cemento a confinare l’erba alta. È saltata fuori con un balzo gettandosi sotto la ruota. Avessi avuto almeno qualche metro di reazione mi sarei buttata di lato, sarei caduta, non importa. Invece ho sentito il suo corpo sotto il mio peso. Mi sono fermata, l’ho raccolta e l’ho tenuta in braccio accarezzandola e parlandole finché è morta, pochi minuti dopo. Sono accorse dai palazzi lì accanto alcune persone che badano a una colonia di gatti e siamo stati insieme fino alla fine. Ho pensato di chiamare il soccorso veterinario ma era evidente che non sarebbe sopravvissuta al tempo della telefonata. Si è gonfiata subito nel basso addome di emorragia interna e gengive e lingua in pochi istanti sono sbiancati, e ha perso urina e feci, l’intestino spaccato.

Hanno portato un sacco nero per portarla via. Solo per il trasporto, ha detto un uomo, poi la mettiamo nella terra. Nella terra senza plastica, stia tranquilla, l’importante è che non si sia fatta male lei. Sto bene, grazie, io sto bene, sto bene.

Solo qualcosa all’anima, che in quel momento avrebbe fatto a cambio senza esitazione, la mia vita per la sua. Solo qualcosa all’anima.



4 Aprile 2015

venerdì 20 febbraio 2015

MOLESKINE 8

Sul serio negli ultimi 40 anni abbiamo perso la metà dei vertebrati* esistenti?


*Nel reportage di Nature ovviamente alludevano agli animali non umani.


2015

lunedì 16 febbraio 2015

COMUNICAZIONE ANIMALE

Non possiamo sapere ciò che provano gli altri animali, e se realmente provano qualcosa, perché non parlano e non sono in grado di comunicarcelo. Questa convinzione è diffusa e resiste, anche se siamo nel terzo millennio e abbiamo conoscenze sufficienti per mettere da parte un antropocentrismo ormai obsoleto.

Forse non possiamo sapere cosa esattamente sentono ma non possiamo dubitare che ciò accada, e con grande intensità. È così evidente, così chiaro che essi comunicano e siamo noi spesso a non essere in grado di comprenderli.

Perché poi non considerare che possano possedere sistemi di comunicazioni più evoluti del nostro? No, non sia mai.

Andiamo a caccia di forme aliene di vita intelligente. Abbiamo spedito nello spazio una sonda con formule matematiche, musica classica, disegni di Leonardo, versi di balene, e parecchia altra roba che dovrebbe indicare il nostro livello di evoluzione, ci siamo dichiarati pronti a un confronto e poi, di fronte allo sguardo di un essere di questa terra che non si presente antropomorfo, gridiamo la sua inferiorità.


Non ricordo il nome dello studioso che guardando negli occhi una giraffa disse:

È confortante sapere di non essere al centro del creato.


Giugno 2013

lunedì 24 novembre 2014

SPIAGGIA PER CANI

Un barboncino gigante, un labrador nero, una lupa simil coyote, un bastardino aitante, un volpinoide di taglia media, un mezzo yorkshire e mezzo qualcos’altro. Non si erano mai visti e hanno creato una comunità in pochi minuti. Ogni nuovo arrivato viene avvicinato, annusato e inserito nel gruppo senza conflitti.

Hanno uno spazio dove essere liberi, sanno riconoscerlo come tale e lo condividono.


Giugno 2014




(tutti i diritti riservati)

venerdì 9 maggio 2014

LA DESTRA FRANCESE E LA CARNE DI MAIALE

Tra le tante proposte avanzate dagli undici sindaci francesi del Fronte nazionale di Marine Le Pen, c’è quella di uniformare le mense scolastiche a prescindere dalle esigenze religiose. In soldoni, carne di maiale per tutti, anche per musulmani ed ebrei.

Lasciando perdere considerazioni su come vengono nutriti e mantenuti in “salute” i maiali, la loro carne non bisognerebbe darla manco ai cristiani. Insieme a una marea di altri alimenti che vengono propinati regolarmente nelle mense.


7 maggio 2104


Tutti i diritti riservati

mercoledì 2 aprile 2014

DA PORTO MAURIZIO A ONEGLIA

Cammino da Porto Maurizio a Oneglia lungo la “superstrada”. Il primo tratto in realtà lo percorro di sotto, in prossimità del parcheggio del nuovo porto.

Alcuni camper sono parcheggiati. Vedo una coppia di pensionati sull’uscio del proprio chiacchierare con una coppia di giovani. Una ragazza e un ragazzo dall’aspetto trasgressivo, tatuaggi e orecchini a profusione, e due cani killer che saltano giù dal loro camper parcheggiato accanto al primo.

La donna anziana ora è china a coccolare i due quadrupedi e sorride.

Sorrido anch’io. E penso che la soluzione di tutto è così a portata di mano.

Sbuco all’imbocco del nuovo parco urbano ma, per questa volta, proseguo lungo il marciapiedi che fiancheggia la strada carrozzabile. Il bordo strada è zeppo di spazzatura. Ne raccolgo un po’ poi rinuncio. All’altezza dell’ex discoteca Nova, poco prima e poco dopo, la vegetazione inselvatichita, il tripudio di versi di uccelli che la animano, il rumore tra l’erba di lucertole e altri piccoli animali che hanno trovato un buon habitat, mi fanno pensare che la zona potrebbe diventare una piccola oasi faunistica. Altrove sarebbe già cosa fatta. Non che mi piaccia il concetto di oasi ma a ciò siamo ridotti.

Più avanti il moderno edificio, peraltro non brutto, con vista sul depuratore, conferma il contraddittorio e insensato spirito urbanistico che ha sempre caratterizzato Imperia, già quando non aveva nome. Giunta al pianoro deserto della parte portorina delle ex Ferriere Voltri, penso come ogni volta che mi manca l’imponente scheletro narrante.


25 febbraio 2014



Tutti i diritti riservati

lunedì 18 novembre 2013

LA MEDUSA SOCIALE


1

Tutti in riva come Bartelboom, come Palomar prima di lui, ma non come loro a guardare, anzi a cercare il confine tra terra e mare, a individuare l’onda perfetta, quella che senza indugi ci fa dire, ecco il confine netto e preciso, il confine definito e definibile. Tutti in riva, sotto un sole torrido, senza potersi bagnare, solo guardare il liquame che galleggia e, per non affrontare la realtà di un accumulo esponenziale cui, di stagione in stagione, ci abitueremo, si socializza e ci si ingegna in una caccia alle meduse, capri espiatori della nostra cecità. Individui che in altro contesto si ignorerebbero, qui e ora si scambiano consigli, opinioni, punti di vista. C’è chi indica e chi provvede. Col retino a “liberare” il mare da questi intrusi, da questi urticanti esseri sicuramente sgradevoli al contatto, in una sorta di trasposizione d’intenti. Un’azione per un’altra ormai impossibile.

2006


2

Libera spiaggia di ghiaia attento alle barche Francesco quali barche solo due piccoli gommoni da bimbo al di qua del frangiflutti attento alle onde lo sguardo si perde smarrito ma cos’è un onda tranquilla Giulia non ti porto nel mare se non vuoi anche il babbo sta vicino non vedi non s’allontana sta dove tocca mai più in là di due metri dalla riva guarda la signora si è portata il lavoro a maglia e quelli giocano a carte si son portati persino il tavolino sì ma non riesco a spostare l’asciugamano l’hanno bloccato con una gamba del tavolino Andrea Andrea non ti allontanare non andare in acqua che ci son le meduse l’hanno detto che ci sono guarda le ragazze coi retini che le tolgono e poi cosa ne fanno le fanno seccare così non ci fanno più male è proprio sporco il mare non si può più fare il bagno tranquilli son velenose le meduse e bruciano forte la pelle ti rimane il segno no il segno no allora è meglio che ti bagni solo un po’ per rinfrescarti ma hai visto lo smalto di questa tipa è verde proprio quel verde che ti dicevo che volevo il vestito certo che volevo leggere la rivista ma ci sono i suoi piedi mamma mamma cosa c’è non vedi che sto parlando su fa amicizia con qualche bambino ma mamma voglio fare un castello e non c’è sabbia per fare un castello prova a farlo con la ghiaia ma è tutta occupata dagli asciugamani allora fatti un bagno ma ci son le meduse ho paura allora va a prenderti un gelato che poi andiamo a fare la spesa ma domani torniamo certo che torniamo siamo in vacanza ma se ci sono ancora le meduse ma va’ sta’ tranquillo che le tolgono tutte.

2007


(brani tratti da "Incontri" edizioni Philobiblon 2008


Tutti i diritti riservati



Toccato piccole meduse con le dita

la testa

non i tentacoli

prima le nocche poi i polpastrelli

E’ una questione di desiderio

Tentacoli Polpastrelli.


2005



Silenziosi 


muoiono esseri

iridescenti

rotondeggianti


violacei


nel buio di sbieco

luci dal molo

illuminano


ricoprono


sulla rena onde

piane portano

china li guardo


8 novembre 2013 ore 22.15 Spiaggia d'Oro Imperia


venerdì 8 novembre 2013

CORMORANI

Uno stormo di cormorani a buttarsi in picchiata nella chioma della palma all'altezza della mia finestra sul Parasio. Le sette di sera. Troppo buio per fotografarli. Un fracasso di ali e di foglie nel libeccio. Avanti e indietro nella frenesia di quello che pare un gioco, mi volano a un paio di metri dalle braccia protese.

Gennaio 2014