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giovedì 14 maggio 2020

CORONAVIRUS - SCENE



SCENA 1 - Interno negozio - Dal ferramenta - 14 febbraio (prodromi)
Fuori dalla ferramenta del centro c'è la coda. Mi servono delle viti a stella. Aspetto il mio turno. Entro. La signora prima di me ha comprato un centinaio di mascherine ffp2, per sicurezza, dice, non si sa mai come si metteranno le cose. Paga con la carta. Ci lascia una fortuna. Mascherine esaurite. Quelli dietro di me brontolano. La signora esce. Il negoziante a questo punto tira fuori dal cilindro quelle “buone” che proteggono sia chi le indossa che il prossimo. Le M3, dice. Vanno a nove euro l'una. Con l'alcol al 99% se le disinfetti le puoi utilizzare quattro, cinque volte. Peccato che le “buone” siano le ffp3 ed M3 sia una marca ma, si sa, la confusione regna. Compro le viti, pago, esco. Alle mia spalle, dall'interno del negozio sento un accavallarsi di voci che mi ricorda quei venditori ambulanti di rimedi infallibili circondati da una folla di creduloni.

SCENA 2 – Esterno, supermercato - La coda - 24 febbraio (prodromi)
Umanità in coda. Ci sono una decina di carrelli in attesa davanti al mio. Al primo carrello un uomo anziano, alto, in abiti da campagna, i capelli grigi arruffati. Con una striscia di elastico da sartoria passato dietro la testa tiene a coprire naso e bocca un ritaglio irregolare di naylon spesso e opaco che ondeggia a ogni respiro. Al secondo carrello un uomo di mezza età che da dietro una mascherina chirurgica rende partecipe l'uditorio di un sopruso subito. Carabinieri che passavano lungo la strada gli hanno fatto una multa di 300 euro mentre badava all'orto di casa insieme al figlio, entrambi privi di mascherina. Al terzo carrello una donna tra i quaranta e i cinquanta, dall'aria imperturbabile, vestita in modo sobrio ma molto elegante, sfoggia una mascherina moderna e impeccabile, con valvola, elastici e tessuto in tre nuances verde acqua. Probabilmente griffata. Al quarto carrello una donna dall'aspetto affaticato indossa una mascherina chirurgica piuttosto logora. Sta appoggiata al carrello con aria rassegnata. Al quinto carrello un uomo giovane, mascherina e guanti, parla al telefono senza prendere fiato. Si sta lamentando del tempo sprecato in coda. Gesticola. Tocca il carrello, il telefono, la mascherina, la abbassa, si gratta, cerca qualcosa in tasca, sfila un guanto, lo infila nuovamente, tocca il carrello, riposiziona la mascherina. Senza smettere di parlare. Al sesto, settimo e ottavo carrello una coppia. Lei un carrello, lui due. A distanza come da regola. Lei a gesti e gridando sottovoce intima al marito di non dimenticare nulla. Al nono carrello una donna si volta e inveisce contro quella che la precede, dicendo che non si può andare in due a fare la spesa. Le viene risposto che a loro, la coppia, non importa, che non intendono rischiare di restare senza scorte di cibo. Al decimo carrello, il primo della fila, una donna molto anziana, in cappotto grigio e scarpe basse, mascherina chirurgica ben sistemata e una sporta di stoffa appesa al braccio. Ha l'aria di chi con fare dimesso ma risoluto è pronto ad affrontare l'ennesima tragedia.

SCENA 3 - Esterno, balcone - Uomo solo 1 - metà marzo
Tardo pomeriggio. Un uomo appoggiato alla ringhiera, lo sguardo sul panorama del condominio di fronte. Alle sue spalle, all'interno, nessuna luce. Sta fumando una sigaretta. Sbircia qua e là sui balconi altrui con aria distratta. Accanto a lui i mastelli della raccolta differenziata. Tre su cinque straripano. Quello della plastica con il coperchio tenuto giù dal peso di due sacchetti che lasciano intravvedere bottiglie e contenitori di cibo, quello della carta aperto da cui sbucano diversi cartoni di pizza piegati in due, quello del vetro pieno oltre misura e circondato da innumerevoli bottiglie di birra e di vino. L'uomo finisce la sigaretta e getta il mozzicone di sotto.

SCENA 4 - Interno, bagno - Uomo solo 2 - metà marzo
L'uomo rientra a casa, sfila le scarpe, poggia la borsa della spesa all'ingresso. Ha acquistato tra le altre cose dei surgelati. Deve sbrigarsi a disinfettare tutto prima di riporre il cibo in dispensa e nel frigo. Va in bagno. Toglie la mascherina e la getta in un contenitore apposito che apre con un pedale. Apre il rubinetto dell'acqua calda, si lava le mani per mezzo minuto, chiude il rubinetto, se le asciuga. Si toglie il giubbotto. Lo va a stendere fuori dalla finestra. Nel mentre gli appare alla mente l'immagine del rubinetto del bagno. Per aprire l'acqua l'ha toccato con le mani contaminate e per chiuderlo dopo essersi lavato si è quindi nuovamente contaminato. Quindi ha contaminato anche l'asciugamani. Va a prenderlo e lo getta in lavatrice. Prende da sotto il lavandino un detersivo disinfettante spray. Lo utilizza sulla maniglia dell'anta sotto al lavandino, su quella dello sportello della lavatrice, va in camera a prendere un asciugamano pulito. Torna in bagno. Lo appende. Con lo spray disinfetta il rubinetto. Ripete l'operazione di lavaggio delle mani. Si asciuga soddisfatto della propria attenzione ai dettagli. Sta per uscire dal bagno. Osserva l'asciugamani. Quando è andato in camera a prenderlo aveva ancora le mani contaminate, per cui ha contaminato la maniglia dell'armadio e l'asciugamani stesso. Lo prende e getta anche quello nella lavatrice. Prende lo spray. Disinfetta la maniglia dello sportello della lavatrice per la seconda volta. Va in camera disinfetta la maniglia dell'armadio, prende un terzo asciugamani. Torna in bagno, lo appende. Sta per uscire, si ferma di colpo. Le ultime operazioni le ha effettuate con le mani contaminate dall'asciugatura del secondo asciugamani. L'uomo si porta le mani al viso e inizia a piangere in preda allo sconforto. Poi, in preda al panico, prende lo spray e se lo vaporizza in faccia. Quindi ricomincia daccapo la cerimonia del lavaggio delle mani e della disinfezione delle superfici. Sul pavimento del corridoio intanto, alla base del sacchetto della spesa, si sta formando un rivolo d'acqua.

SCENA 5 - Interno, bagno - Donna sola 1- fine marzo
In bagno una gatta è acciambellata in cima alla cesta del bucato. Una donna si sta specchiando. Indossa occhiali da vista. La ricrescita è a tre centimetri. Prende lo spray ritocco, divide i capelli man mano lungo la scriminatura e vaporizza il colore. I capelli sono diventati appiccicosi e opachi. Li raccoglie con una pinza. Le sopracciglia sono oscene. Si avvicina a un piccolo specchio rotondo a ingrandimento. Prende la pinzetta e inizia a strappare il superfluo. Sbaglia una presa e si forma un buco. Per rimediare è costretta ad assottigliare le sopracciglia di almeno tre millimetri. Il risultato le cambia la fisionomia. In peggio. Torna davanti allo specchio sopra il lavandino. Una fine peluria ricopre il volto. Se n'è accorta in macchina, guardandosi in uno specchietto retrovisore alla luce del sole. Prende una crema depilatoria rosa. La stende sulla parte inferiore del volto. La posa deve durare circa tre minuti. Mentre aspetta nota alcuni punti neri sul naso. Si avvicina allo specchio e li schiaccia con decisione visto che i pori della pelle si ostinano a trattenere lo sporco. Il naso è arrossato. Le si rompe un capillare e si allarga in una macchia rossa nella pelle. Sente bruciare. Non è il capillare. Sono trascorsi dieci minuti. Con una spatola rimuove velocemente la crema depilatoria. Si lava e deterge con cura. La pelle del volto è congesta e infiammata. La donna prende una crema idratante nella speranza di un sollievo. Avvicinando il viso allo specchio nota sulle guance due nuove rughe verticali piuttosto marcate. Indossa gli occhiali. Va allo specchio rotondo per osservarle meglio. Scopre che, in realtà, un reticolo fitto di nuove piccole rughe si è formato agli angoli delle labbra. Le sale lo sconforto. Si cosparge di crema idratante perché il bruciore non molla. Scioglie i capelli. Esce dal bagno. Va verso la porta d'ingresso. La apre per prendere un cestello d'acqua dimenticato accanto allo zerbino. Mentre è china si apre una delle quattro porte affacciate al pianerottolo. La sua vicina che fa la segretaria dall'avvocato. In successione la donna vede decolletès con tacchi, gambe lisce e appena brunite, una gonna attillata. Ritornando in posizione eretta, incontra lo sguardo della vicina. Le sta sorridendo. Denti bianchissimi, labbra con un velo di rossetto, pelle e incarnato perfetti, taglio fresco e colore impeccabile. Un rigurgito d'odio le sale dallo stomaco.

SCENA 6 - Esterno, portone - Donna sola 2 - inizio aprile
Una donna appoggia un mastello giallo accanto ad altri mastelli gialli sul marciapiedi. Saranno circa le dieci di sera. La luce giallo arancio dei lampioni inonda la via, le facciate, le palme. La donna ritorna sui propri passi verso un portone. L'aria è insolitamente tiepida. Spira una brezza piacevole che fa fremere le foglie delle palme. La donna appoggia la schiena a uno stipite del portone e guarda dinanzi a sé, verso il mare. Alcuni gabbiani volteggiano tra i tetti. La donna tira fuori dalla tasca una busta in pelle. Si arrotola una sigaretta, la accende. Inspira. Abbandona le braccia lungo il corpo, trattenendo la sigaretta tra le dita. Chiude gli occhi. Annusa l'aria. Li riapre. Sorride. Nessuno in giro. Da una qualche finestra lì vicino arriva la voce di una televisione.

SCENA 7 - Esterno, vicolo - Due pusher - fine marzo
Vicoletto nei pressi di un piazzale a parcheggio. Una donna con un sacchetto della farmacia. Due uomini confabulano appoggiati a un muretto. Li oltrepassa. Si sente il click di un accendino. Un istante dopo un aroma di hashish. La donna si volta e li guarda. I due uomini la guardano a loro volta, con aria interrogativa. Non cogliendo segni di sorta da parte sua tornano alle loro cose. Si sente uno dei due dire, Buono fumare in questo periodo, meglio di psicofarmaci.

SCENA 8 - Esterno, via pedonale - Donna con mascherina - metà aprile
Passa una donna, non molto alta, cappotto rosso, foulard, capelli corvini cotonati. La mascherina è tirata su al centro della testa a guisa di cappellino. Un peccato non poterla fotografare. Ha sbaragliato qualsiasi altro tentativo di trasformare un presidio sanitario in accessorio fashion.

SCENA 9 - Esterno, strada - Stesa di mascherine e lenzuola dipinte - fine aprile
Il via vai delle automobili è ricominciato. Non il traffico consueto ma un movimento che risulta strano dopo tanto silenzio e assenza di movimento. Hanno allentato le restrizioni. Le persone hanno voglia di uscire se pure con cautela. Inventarsi un motivo di necessità per prendere l'auto e circolare senza entrare in contatto con il prossimo è comunque liberatorio. Lo sguardo va alle facciate delle case, alle finestre, ai balconi. Sui fili della stesa, al posto delle bandiere della pace, delle magliette rosse, del tricolore, degli striscioni verità per Giulio Regeni, mascherine chirurgiche accanto alla biancheria, e lenzuola con hastag Io resto a casa, hastag Andrà tutto bene, hastag Ce la faremo.

SCENA 10 - Esterno, marciapiedi - Coda ufficio postale . inizio aprile
All'esterno dell'ufficio postale si è formata una coda. Quattro persone. Tutti con la mascherina. Due donne indossano anche guanti in lattice. Le due donne si conoscono e stanno chiacchierando a distanza di sicurezza.
A: …infatti non capisco chi si ostina a non indossare guanti e mascherina.
B: Sono egoisti. C'è chi rispetta le regole e chi no. Mi fanno una rabbia. Non è giusto. Eppure l'hanno detto in tutte le lingue che mascherina e guanti servono per combattere il coronavirus.
A: Hai ragione. Anch'io non li sopporto. Comunque affari loro se si ammalano. Non vogliono capire. Io, che vivo da sola, mascherina e guanti li tengo anche in casa.
B: E fai bene. Lo faccio anche io. Se servono bisogna tenerli su il più possibile.
Bisognerebbe intervenire, dir loro qualcosa. Ma cosa?

SCENA 11 - Esterno, parcheggio - Incontro clandestino - fine marzo
Quartiere residenziale a basso scorrimento di traffico. Sono seduta in auto sotto casa. Arriva una donna in auto e parcheggia. Sulla quarantina. Non si accorge di me. Dopo pochi minuti arriva un'altra auto. Alla guida un'altra donna. Sui settanta. Parcheggia. La prima donna apre la portiera, scende, e, da dietro la mascherina, saluta la seconda donna che è scesa anche lei dall'auto. Ciao mamma.
Carla, ciao, come stai? Risponde la madre sorridendo con gli occhi. Rimane però a qualche metro di distanza. Figlia, Sto bene, e tu? Bene, bene, non ti preoccupare.
Tacciono, si guardano impacciate. Poi la figlia dice, Togliamoci la mascherina, da poterci vedere per bene in viso. E se la tolgono, anche se la madre, Sei sicura? Certo che sono sicura. Poi la figlia le va incontro, la abbraccia, le accarezza la testa, la bacia sulla fronte. La madre è felice.

SCENA 12 - Interno, camera - Telefonata dalla Questura – fine aprile
La donna è seduta sul letto quando squilla il telefono.
A: Buongiorno, lei è la signora Rossi?
B: Sì, sono io.
A: Lei è venuta due giorni fa in questura per una denuncia?
B: Sì.
A: Lo sa che non poteva?
B: In che senso, scusi?
A: Si tratta di un furto d'identità online. La competenza è della polizia postale.
B: Sì, certo, infatti ho chiamato la postale ma essendo loro distanti dal mio domicilio e aperti solo il mercoledì e abitando io a duecento metri dalla questura, mi hanno detto di scrivere tutto quanto e portare la denuncia in questura da dove sarebbe stata loro inoltrata.
A: Hanno sbagliato. E comunque lei ha infranto la legge venendo in questura.
B: Infranto la legge?
A: C'è l'obbligo di quarantena. Le devo fare una multa.
B: Una multa?? Perdoni, ma io prima di venire, ho telefonato in questura, spiegando tutto e mi è stato detto di venire per depositare la denuncia. Sono venuta in portineria e lì ho atteso un suo collega che mi ha condotto in un ufficio. Ha preso la denuncia, ha apposto un timbro, mi ha fatto firmare e mi ha detto che il tutto sarebbe stato inoltrato alla postale.
A: Lei comunque non poteva venire in questura. È vietato muoversi dal proprio domicilio se non per cause di comprovata necessità.
B: Perdoni ma, a parte il fatto che io risiedo a duecento metri dalla questura e pertanto a una distanza attualmente concessa per lo sgambamento quotidiano, lei mi sta dicendo che posso andare fino in centro a comprare le sigarette ma non posso venire a sporgere denuncia per furto di identità, tanto più che stanno chiedendo a tutti i miei contatti soldi a mio nome? Non è una necessità il voler tutelare me stessa e gli altri dalle conseguenze di un'azione criminosa? E perciò mi farete una multa?
A: È appunto quello che le sto dicendo.
B: Mi scusi, ma io ho fatto quello che mi è stato detto di fare dalla polizia postale e da un qualche suo collega in questura. In base a ciò che lei asserisce, avrei dovuto mettere in dubbio affermazioni fatte da rappresentanti delle istituzioni?
Silenzio
B: È ancora in linea?
A: Sì
B: Quindi?
A: Hanno sbagliato alla polizia postale e ha sbagliato anche il mio collega. Però lei non doveva venire lo stesso perché le disposizioni sulla quarantena sono di dominio pubblico.
B: Abbia pazienza, senza voler mancare di rispetto, secondo me dovreste chiarirvi le idee tra di voi. Io non ho fatto nulla di sbagliato nel momento in cui mi sono attenuta alle vostre indicazioni.
A: Sarebbe dovuta andare alla postale.
B: Eh, no, in base a quello che ha detto sinora, nemmeno lì sarei dovuta andare...
A: Appunto. Ci vada la prossima settimana, dopo il 5 maggio. E per questa volta la multa non gliela facciamo. Buongiorno
B: Ok, mi arrendo. Buongiorno
La donna resta seduta sul letto a meditare sul senso dell'esistenza.

SCENA 13 - Esterno - Via pedonale – Umanità - inizio maggio
Un uomo e una donna stanno chiacchierando sul marciapiede davanti a un fruttivendolo. Non si incontrano da un po' di tempo. L'uomo le sta chiedendo come sta, come vanno le cose. La donna risponde che ha ormai esaurito i suoi pochi risparmi, che non ha pagato l'affitto del mese in corso, che non sarà in grado di pagare le prossime bollette, che se prima aveva difficoltà a trovare un lavoro, ora sarà più difficile, vista la situazione generale. Non sa per quanto tempo ancora potrà fare la spesa. Un secondo uomo, in fila fuori da un negozio, ascolta la conversazione e interviene educatamente, chiedendo alla donna se sa di potersi recare in municipio per un aiuto economico. La donna ringrazia e risponde che sì, lo sa e l'ha già chiesto, ma l'aiuto va solo a chi ha perso il lavoro a partire da gennaio dell'anno in corso. L'uomo esprime il suo rincrescimento e ritorna in disparte. Dopo qualche istante si avvicina di nuovo, discretamente e in punta di piedi, e chiede alla donna se può permettersi di offrirle la spesa. La convince gentilmente ad accettare i soldi che le mette in mano. Lei riesce solo a dire grazie. Anche se il viso è nascosto dalla mascherina e dagli occhiali, è chiaro che sta piangendo. La donna solleva gli occhiali per guardare l'uomo negli occhi. Continua a guardarlo e a ringraziarlo con lo sguardo mentre lui si allontana con la stessa discrezione con cui si è avvicinato a lei. Non gli ha chiesto il suo nome. Non gli ha nemmeno detto il suo. Le resta solo un volto da ricordare. Il volto di un Uomo.

SCENA 14 - Esterno - Passeggiata - metà aprile
Dopo oltre un mese di reclusione la prima breve passeggiata entro duecento metri da casa. Una donna seduta sui gradini del sagrato della chiesa a godere del sole tiepido del pomeriggio.
Sembrerà una bestemmia, ma tutto pare perfetto.
L'autostrada e la via Aurelia silenziose, il mare libero, il cielo anche.

SCENA 15 - Esterno, città -Vento
Piena quarantena. Pieno panico. Le strade sono deserte. Le finestre chiuse. Un vento deciso spazza le strade, s'infila nei vicoli, s'attorciglia negli angoli. Mulinelli di foglie e cartacce, di guanti e mascherine chirurgiche.


mercoledì 26 febbraio 2020

CORONAVIRUS 2 Imperia

Imperia 24 febbraio 2020 ore 2.45

Un mio amico e suo figlio di due anni stanno dormendo di là. Sono circa le due di notte. Il silenzio, normale nel quartiere in cui vivo, questa notte suona irreale. Prelude a quello diurno che si sta vivendo in molti centri urbani nel mondo a causa delle misure restrittive adottate contro la diffusione del Coronavirus e che, probabilmente, da domani almeno in parte inizieremo a vivere anche qui a Imperia.

Ieri mattina ho provato l'inquietante stato d'animo di sentirmi una delle poche persone a sapere, da fonte ospedaliera fidata, dell'esistenza di casi di contagio in zona in anticipo rispetto alla divulgazione dell'ordinanza regionale, contenente le misure di tutela, da ormai diverse ore di dominio pubblico. Al supermercato verso le tredici per acquistare un paio di cose al banco del fresco osservavo le persone accanto a me ancora ignare di quanto a me noto. Mi sono chiesta che fare. Passare parola al prossimo? A che pro? Per buttare benzina sul fuoco? Adottare le normali cautele igieniche dovrebbe essere prassi comune in una situazione di prevenzione. Inutile creare ulteriore allarmismo.

Andando verso le casse ho sbirciato sugli scaffali di detersivi e disinfettanti. A parte l'amuchina gel, non mancava nulla. E nulla ho acquistato. Ho poi saputo che nelle ore successive il medesimo supermercato è stato preso d'assalto e presumo che presto anche molti generi alimentari saranno di difficile reperibilità.

Al momento sono preoccupata del fatto che, probabilmente, da domani avrò difficoltà ad assistere la zia anziana di un'amica di Milano, ricoverata per una frattura. Le indicazioni precauzionali impongono di utilizzare mascherine idonee e disinfezione costante a coloro vengano in contatto con persone debilitate che rischierebbero molto da un contagio. Dubito che troverò l'occorrente in farmacia. Non si tratta di tutela personale ma di non diventare vettore di contagio. Per quanto tutta la faccenda possa essere l'esito di un'esasperazione mediatica, sottostimare il rischio è stupido.

Fin qui la cronaca delle ultime ore. A seguire le considerazioni che avevo iniziato a scrivere ieri all'alba.

A parte tutte le considerazioni sulle migliaia di morti per malattie curabili nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo, sulle cifre di coloro che ogni anno muoiono per la “normale” influenza, sull'attenzione mediatica breve per i recenti casi di meningite in Toscana, e via discorrendo, vorrei concentrarmi sul fatto che forse l'idea che microrganismi la cui vita, per noi infinitesimale e quindi non computabile nei calcoli che facciamo per le nostre quotidiane scelte, possa penetrare in noi conducendoci alla morte, sia una benedizione. Che l'auspicato e auspicabile cambiamento di molte delle nostre abitudini giunga repentino, e perciò maggiormente sgradito, potrebbe rivelarsi una buona cosa. Rallentare un po' insomma. Abbandonare l'attitudine allo spostamento frenetico. Ne verrebbe fuori anche una mano all'ambiente.

Poi, se vogliamo metterci lì e considerare la situazione veramente grave come la propinano, allora, in termini di procedure d'arginamento del contagio, o si fa sul serio o non si fa niente. Parlando dell'Italia, che si decida di chiudere per una settimana, scuole, cinema, musei, in pratica i luoghi con alta concentrazione di persone, ma non si considerino negozi, bar, uffici, mezzi di trasporto, ecc. sottrarre credibilità alle indicazioni date dalle istituzioni preposte alla gestione dell'emergenza. O si fa profilassi a 360 gradi o non si fa. E si fa uguale in tutto il Paese, non a seconda delle amministrazioni regionali. Così si rischia di danneggiare alcune zone e alcuni settori senza la contropartita di un'efficace controllo del contagio. E poi che senso ha il coprifuoco dalle diciotto ma prima niente? Colazione al bar sì e aperitivo no? E tutti questi guanti e mascherine che dovremmo usare per giustamente non propagare un morbo che resta asintomatico a lungo, una volta usati in giro, che facciamo? Li infiliamo in borsa? Li gettiamo nel primo cestino che incontriamo? Ce li portiamo a casa? Ci vorrebbero raccoglitori di rifiuti speciali in ogni dove e azioni di disinfezione come fanno in Giappone, altrimenti sembra una buffonata. Insomma, o c'è un pericolo serio o non c'è. E gli abiti che indossiamo? L'elenco delle insensatezze sarebbe lungo, quindi mi fermo qui.

Bisognerebbe poi bloccare le merci, se è vero che gli oggetti sono veicoli di trasmissione, ma sarebbe un provvedimento che farebbe collassare il sistema pur per un periodo limitato nel tempo, perciò non si fa. Anche se grande distribuzione, aziende farmaceutiche e affini, un bell'incremento di fatturato al momento ce l'hanno, bloccando le vie di approvvigionamento, alla lunga sarebbe pesante per l'economia. Se aggiungiamo che le direttive sono diverse da Paese a Paese (sarebbe stata una gran prova di coesione per l'Europa*), otteniamo il risultato di un'approssimazione generale. Inoltre i kit diagnostici sono stati approntati in fretta e furia e hanno ovviamente un margine di falsi positivi da considerare. E in ogni caso andrebbero usati dappertutto su larga scala, altrimenti chiaro che vengono fuori luoghi senza infettati e altri dove il risultato è da quarantena nazionale. Insomma il quadro generale dice che o il rischio non è quale stanno dicendo o siamo degli inetti. Potrebbero essere entrambe le cose ma questo è un altro discorso.

Un'altra doverosa riflessione va al fenomeno degli untori, non quelli da caccia all'untore ma i sedicenti untori, quelli che intendono farsi vettori del contagio e propagarlo. Vero o falso sia il pericolo di una pandemia, ovunque si sentono persone dichiarare, per motivi diversi, l'intenzione a fare l'opposto di quanto consigliato. Per scaramanzia, per baldanza, per fatalismo, per rabbia, per stanchezza e sfiducia, per imbecillità. Le derive psicologiche sono altrettanto deleterie che quelle sanitarie. Così come lo sono le derive socio politiche. Pensando ad esempio al fatto che centinaia di migliaia di cinesi sono impiegati in Africa, che decine di migliaia di africani studiano in Cina, e che migliaia di voli all'anno collegano i due Paesi, considerando l'inadeguatezza del sistema sanitario africano in proporzione all'estensione e alla conformazione del territorio, all'assenza di kit per la diagnosi (efficaci o meno che siano), se dovessero aumentare i contagi dalle nostre parti, non mi stupirei di vedere schierare la Marina militare a presidiare il Mare nostrum e impedire qualsiasi accesso alla penisola. Dati gli scenari pregresso e attuale, tutto diventa possibile. Intanto però quelli a essere discriminati siamo noi. Una bella lezione.

Ora, mettendo tutto quanto detto sinora da una parte, credo che a mancarci, più che un vaccino, sia principalmente la cultura della morte. Il memento mori, il ricordati che devi morire, che appartiene solo più alle culture fortemente legate alle tradizioni e alla terra. È necessario ricostruirla questa cultura. A nessuno piace l'idea di terminare il proprio passaggio in questa vita o di perdere persone care ma la ricostruzione di una coscienza collettiva della finitudine umana è doverosa. Al pari degli altri animali, dei vegetali, di ogni forma di vita, dobbiamo morire per permettere alla vita di rinnovarsi. Non possiamo essere immortali e, considerata la nostra impronta ecologica, nemmeno troppo longevi, con buona pace di postumanisti e di tutti i ricconi ibernati. È fisica. Termodinamica. Non c'è alternativa. Funziona così. Ed è una meraviglia.

Oggi però in città lo sconforto ha preso il sopravvento. Come previsto nelle farmacie non ci sono più mascherine né disinfettanti. Fuori dalla ferramenta del centro una coda bella lunga. Entro perché ho bisogno di mascherine per recarmi in casa di cura. Non trovando quelle chirurgiche che servono per proteggere il prossimo, prenderò quelle da cantiere, con il filtro antipolvere. Mi scoccia un po' perché sembrerò una di quelle persone che vuole quelle con il filtro per proteggere se stessa più che gli altri. Tanto non servono. Un placebo. Vaglielo a spiegare. Vabbe'. Infatti la signora prima di me ne compra un centinaio, per sicurezza, dice, non si sa mai. Paga con la carta. Ci lascia una fortuna. Mascherine esaurite. Quelli dietro brontolano. Il negoziante però tira fuori dal cilindro quelle “buone” che proteggono sia chi le indossa che il prossimo. Le M3. Vanno a nove l'una. Con l'alcol al 99% se le disinfetti le puoi utilizzare quattro, cinque volte. Peccato che le buone siano le FP3 ed M3 sia la marca ma, si sa, la confusione regna. Essendo costretta mi rassegno al salasso e ne compro quattro contando che la disinfezione con alcol serva a qualcosa, visto che in clinica ci devo andare ogni giorno.

Quando entro nella stanza della zia della mia amica, questa mi guarda interrogativa e mi domanda se sta succedendo qualcosa di strano. Le rispondo: nulla di strano, solo il genere umano che sta impazzendo. Per fortuna sto solo bofonchiando dentro la maschera e lei non sente. Le faccio cenno di aspettare. Nel corridoio tiro giù la maschera, stavo soffocando lì dentro, e agguanto gentilmente un'infermiera pregandola di procurarmi qualche mascherina normale. Rientro dalla zia. Le dico che ho un po' di tosse e non vorrei contagiarla. Poi apro la finestra, ché negli ospedali da decenni ormai si sono dimenticati che il cambio dell'aria è prassi fondamentale, e mi siedo accanto al letto. Mi lavi un po', per favore, anche la dentiera, ché qui fan finta di niente? Mi chiede. Certo, rispondo. Non ho la tosse, né altro. Abbasso la mascherina, le prendo le mani tra le mie. Sorridiamo. E questo è quanto.

Rientrando a casa osservo l'andirivieni per le strade. Apparentemente tutto normale. Bene. A parte i carrelli della spesa stracarichi, non siamo ancora a livello di psicosi di massa.

Ho interrotto di scrivere perché mi hanno chiamato dalla clinica dicendo che non sarà più possibile fare visite ai degenti. Sono tornata comunque e all'ingresso mi hanno fatto compilare un questionario con i miei dati e la domanda se fossi stata in Cina di recente (!), poi ho parlato con il medico di turno per conoscere i tempi e i dettagli del provvedimento. Dopodiché l'ho pregato di far avere alla zia della mia amica una confezione di grissini, una rivista, una camicia da notte. Ha preso tutto e l'ha consegnato a destinazione. Qualcosa mi sfugge. Perché i grissini sono potuti entrare in reparto e io no? Se vi avessi starnutito sopra poco prima? Tutto molto approssimativo. Se veramente la situazione dovesse rivelarsi seria non ci sarebbero speranze di sfangarla.

Intanto ho deciso di restituire in ferramenta le inutili e costose mascherine, visto che per ora non posso andare in clinica e comunque ne ho recuperate un paio chirurgiche monouso. Qualcuno mi suggerisce di rivenderle a quindici. La tentazione di speculare sull'ignoranza c'è, visto che si tratta di un'ignoranza che trasuda egoismo, non quella bella e sana del so di non sapere, ma è tutta la vita che lotto contro chi lo fa, per cui le regalo.

*p.s.2023 La coesione dell’Europa meglio lasciarla perdere visto come si manifesta: una politica che in ogni decisione dimostra l’esatto opposto di quella che dovrebbe essere l’attenzione e la cura dei propri cittadini.

Cittadini che nei fatti vengono considerati alla stregua di sudditi. .