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mercoledì 26 febbraio 2020

CORONAVIRUS 2 Imperia

Imperia 24 febbraio 2020 ore 2.45

Un mio amico e suo figlio di due anni stanno dormendo di là. Sono circa le due di notte. Il silenzio, normale nel quartiere in cui vivo, questa notte suona irreale. Prelude a quello diurno che si sta vivendo in molti centri urbani nel mondo a causa delle misure restrittive adottate contro la diffusione del Coronavirus e che, probabilmente, da domani almeno in parte inizieremo a vivere anche qui a Imperia.

Ieri mattina ho provato l'inquietante stato d'animo di sentirmi una delle poche persone a sapere, da fonte ospedaliera fidata, dell'esistenza di casi di contagio in zona in anticipo rispetto alla divulgazione dell'ordinanza regionale, contenente le misure di tutela, da ormai diverse ore di dominio pubblico. Al supermercato verso le tredici per acquistare un paio di cose al banco del fresco osservavo le persone accanto a me ancora ignare di quanto a me noto. Mi sono chiesta che fare. Passare parola al prossimo? A che pro? Per buttare benzina sul fuoco? Adottare le normali cautele igieniche dovrebbe essere prassi comune in una situazione di prevenzione. Inutile creare ulteriore allarmismo.

Andando verso le casse ho sbirciato sugli scaffali di detersivi e disinfettanti. A parte l'amuchina gel, non mancava nulla. E nulla ho acquistato. Ho poi saputo che nelle ore successive il medesimo supermercato è stato preso d'assalto e presumo che presto anche molti generi alimentari saranno di difficile reperibilità.

Al momento sono preoccupata del fatto che, probabilmente, da domani avrò difficoltà ad assistere la zia anziana di un'amica di Milano, ricoverata per una frattura. Le indicazioni precauzionali impongono di utilizzare mascherine idonee e disinfezione costante a coloro vengano in contatto con persone debilitate che rischierebbero molto da un contagio. Dubito che troverò l'occorrente in farmacia. Non si tratta di tutela personale ma di non diventare vettore di contagio. Per quanto tutta la faccenda possa essere l'esito di un'esasperazione mediatica, sottostimare il rischio è stupido.

Fin qui la cronaca delle ultime ore. A seguire le considerazioni che avevo iniziato a scrivere ieri all'alba.

A parte tutte le considerazioni sulle migliaia di morti per malattie curabili nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo, sulle cifre di coloro che ogni anno muoiono per la “normale” influenza, sull'attenzione mediatica breve per i recenti casi di meningite in Toscana, e via discorrendo, vorrei concentrarmi sul fatto che forse l'idea che microrganismi la cui vita, per noi infinitesimale e quindi non computabile nei calcoli che facciamo per le nostre quotidiane scelte, possa penetrare in noi conducendoci alla morte, sia una benedizione. Che l'auspicato e auspicabile cambiamento di molte delle nostre abitudini giunga repentino, e perciò maggiormente sgradito, potrebbe rivelarsi una buona cosa. Rallentare un po' insomma. Abbandonare l'attitudine allo spostamento frenetico. Ne verrebbe fuori anche una mano all'ambiente.

Poi, se vogliamo metterci lì e considerare la situazione veramente grave come la propinano, allora, in termini di procedure d'arginamento del contagio, o si fa sul serio o non si fa niente. Parlando dell'Italia, che si decida di chiudere per una settimana, scuole, cinema, musei, in pratica i luoghi con alta concentrazione di persone, ma non si considerino negozi, bar, uffici, mezzi di trasporto, ecc. sottrarre credibilità alle indicazioni date dalle istituzioni preposte alla gestione dell'emergenza. O si fa profilassi a 360 gradi o non si fa. E si fa uguale in tutto il Paese, non a seconda delle amministrazioni regionali. Così si rischia di danneggiare alcune zone e alcuni settori senza la contropartita di un'efficace controllo del contagio. E poi che senso ha il coprifuoco dalle diciotto ma prima niente? Colazione al bar sì e aperitivo no? E tutti questi guanti e mascherine che dovremmo usare per giustamente non propagare un morbo che resta asintomatico a lungo, una volta usati in giro, che facciamo? Li infiliamo in borsa? Li gettiamo nel primo cestino che incontriamo? Ce li portiamo a casa? Ci vorrebbero raccoglitori di rifiuti speciali in ogni dove e azioni di disinfezione come fanno in Giappone, altrimenti sembra una buffonata. Insomma, o c'è un pericolo serio o non c'è. E gli abiti che indossiamo? L'elenco delle insensatezze sarebbe lungo, quindi mi fermo qui.

Bisognerebbe poi bloccare le merci, se è vero che gli oggetti sono veicoli di trasmissione, ma sarebbe un provvedimento che farebbe collassare il sistema pur per un periodo limitato nel tempo, perciò non si fa. Anche se grande distribuzione, aziende farmaceutiche e affini, un bell'incremento di fatturato al momento ce l'hanno, bloccando le vie di approvvigionamento, alla lunga sarebbe pesante per l'economia. Se aggiungiamo che le direttive sono diverse da Paese a Paese (sarebbe stata una gran prova di coesione per l'Europa*), otteniamo il risultato di un'approssimazione generale. Inoltre i kit diagnostici sono stati approntati in fretta e furia e hanno ovviamente un margine di falsi positivi da considerare. E in ogni caso andrebbero usati dappertutto su larga scala, altrimenti chiaro che vengono fuori luoghi senza infettati e altri dove il risultato è da quarantena nazionale. Insomma il quadro generale dice che o il rischio non è quale stanno dicendo o siamo degli inetti. Potrebbero essere entrambe le cose ma questo è un altro discorso.

Un'altra doverosa riflessione va al fenomeno degli untori, non quelli da caccia all'untore ma i sedicenti untori, quelli che intendono farsi vettori del contagio e propagarlo. Vero o falso sia il pericolo di una pandemia, ovunque si sentono persone dichiarare, per motivi diversi, l'intenzione a fare l'opposto di quanto consigliato. Per scaramanzia, per baldanza, per fatalismo, per rabbia, per stanchezza e sfiducia, per imbecillità. Le derive psicologiche sono altrettanto deleterie che quelle sanitarie. Così come lo sono le derive socio politiche. Pensando ad esempio al fatto che centinaia di migliaia di cinesi sono impiegati in Africa, che decine di migliaia di africani studiano in Cina, e che migliaia di voli all'anno collegano i due Paesi, considerando l'inadeguatezza del sistema sanitario africano in proporzione all'estensione e alla conformazione del territorio, all'assenza di kit per la diagnosi (efficaci o meno che siano), se dovessero aumentare i contagi dalle nostre parti, non mi stupirei di vedere schierare la Marina militare a presidiare il Mare nostrum e impedire qualsiasi accesso alla penisola. Dati gli scenari pregresso e attuale, tutto diventa possibile. Intanto però quelli a essere discriminati siamo noi. Una bella lezione.

Ora, mettendo tutto quanto detto sinora da una parte, credo che a mancarci, più che un vaccino, sia principalmente la cultura della morte. Il memento mori, il ricordati che devi morire, che appartiene solo più alle culture fortemente legate alle tradizioni e alla terra. È necessario ricostruirla questa cultura. A nessuno piace l'idea di terminare il proprio passaggio in questa vita o di perdere persone care ma la ricostruzione di una coscienza collettiva della finitudine umana è doverosa. Al pari degli altri animali, dei vegetali, di ogni forma di vita, dobbiamo morire per permettere alla vita di rinnovarsi. Non possiamo essere immortali e, considerata la nostra impronta ecologica, nemmeno troppo longevi, con buona pace di postumanisti e di tutti i ricconi ibernati. È fisica. Termodinamica. Non c'è alternativa. Funziona così. Ed è una meraviglia.

Oggi però in città lo sconforto ha preso il sopravvento. Come previsto nelle farmacie non ci sono più mascherine né disinfettanti. Fuori dalla ferramenta del centro una coda bella lunga. Entro perché ho bisogno di mascherine per recarmi in casa di cura. Non trovando quelle chirurgiche che servono per proteggere il prossimo, prenderò quelle da cantiere, con il filtro antipolvere. Mi scoccia un po' perché sembrerò una di quelle persone che vuole quelle con il filtro per proteggere se stessa più che gli altri. Tanto non servono. Un placebo. Vaglielo a spiegare. Vabbe'. Infatti la signora prima di me ne compra un centinaio, per sicurezza, dice, non si sa mai. Paga con la carta. Ci lascia una fortuna. Mascherine esaurite. Quelli dietro brontolano. Il negoziante però tira fuori dal cilindro quelle “buone” che proteggono sia chi le indossa che il prossimo. Le M3. Vanno a nove l'una. Con l'alcol al 99% se le disinfetti le puoi utilizzare quattro, cinque volte. Peccato che le buone siano le FP3 ed M3 sia la marca ma, si sa, la confusione regna. Essendo costretta mi rassegno al salasso e ne compro quattro contando che la disinfezione con alcol serva a qualcosa, visto che in clinica ci devo andare ogni giorno.

Quando entro nella stanza della zia della mia amica, questa mi guarda interrogativa e mi domanda se sta succedendo qualcosa di strano. Le rispondo: nulla di strano, solo il genere umano che sta impazzendo. Per fortuna sto solo bofonchiando dentro la maschera e lei non sente. Le faccio cenno di aspettare. Nel corridoio tiro giù la maschera, stavo soffocando lì dentro, e agguanto gentilmente un'infermiera pregandola di procurarmi qualche mascherina normale. Rientro dalla zia. Le dico che ho un po' di tosse e non vorrei contagiarla. Poi apro la finestra, ché negli ospedali da decenni ormai si sono dimenticati che il cambio dell'aria è prassi fondamentale, e mi siedo accanto al letto. Mi lavi un po', per favore, anche la dentiera, ché qui fan finta di niente? Mi chiede. Certo, rispondo. Non ho la tosse, né altro. Abbasso la mascherina, le prendo le mani tra le mie. Sorridiamo. E questo è quanto.

Rientrando a casa osservo l'andirivieni per le strade. Apparentemente tutto normale. Bene. A parte i carrelli della spesa stracarichi, non siamo ancora a livello di psicosi di massa.

Ho interrotto di scrivere perché mi hanno chiamato dalla clinica dicendo che non sarà più possibile fare visite ai degenti. Sono tornata comunque e all'ingresso mi hanno fatto compilare un questionario con i miei dati e la domanda se fossi stata in Cina di recente (!), poi ho parlato con il medico di turno per conoscere i tempi e i dettagli del provvedimento. Dopodiché l'ho pregato di far avere alla zia della mia amica una confezione di grissini, una rivista, una camicia da notte. Ha preso tutto e l'ha consegnato a destinazione. Qualcosa mi sfugge. Perché i grissini sono potuti entrare in reparto e io no? Se vi avessi starnutito sopra poco prima? Tutto molto approssimativo. Se veramente la situazione dovesse rivelarsi seria non ci sarebbero speranze di sfangarla.

Intanto ho deciso di restituire in ferramenta le inutili e costose mascherine, visto che per ora non posso andare in clinica e comunque ne ho recuperate un paio chirurgiche monouso. Qualcuno mi suggerisce di rivenderle a quindici. La tentazione di speculare sull'ignoranza c'è, visto che si tratta di un'ignoranza che trasuda egoismo, non quella bella e sana del so di non sapere, ma è tutta la vita che lotto contro chi lo fa, per cui le regalo.

*p.s.2023 La coesione dell’Europa meglio lasciarla perdere visto come si manifesta: una politica che in ogni decisione dimostra l’esatto opposto di quella che dovrebbe essere l’attenzione e la cura dei propri cittadini.

Cittadini che nei fatti vengono considerati alla stregua di sudditi. .


sabato 20 gennaio 2018

Risciò - Radio online su Spreaker


Bello, dopo aver appena postato un pezzo sulla desolazione del mondo giornalistico, scoprire l'esistenza di una realtà come quella di Radio Risciò dedicata alla Cina. Ascoltate i podcast ( https://www.spreaker.com/show/riscio ). Si può essere d'accordo o meno su contenuti e considerazioni ma è una gran bella finestra su un mondo da conoscere. 
La comunque amara considerazione è che l'ho scoperta perché sono costretta a letto dall'influenza e sto spulciando sul mio account twitter, altrimenti chissà...




giovedì 8 dicembre 2016

TRUMP E LA CINA

A proposito delle varie intenzioni di Trump, quelle di innalzare una barriera di dazi nei confronti della Cina, e sabotare definitivamente il TTP (Trans Pacific Partnership), accordo nato soprattutto per contenerla la Cina, rischiano di essere una scelta strategica decisamente poco felice per gli Stati Uniti.

La Cina è il maggior creditore degli Stati Uniti e, a fronte di una tale politica da parte del neo presidente Usa, potrebbe vendere buona parte dei bond in suo possesso a garanzia del credito facendone crollare il valore e salire gli interessi con gravi conseguenze per l’economia americana e non solo. Inoltre si rafforzerebbe il Free Trade Area of the Asia Pacific che oltre ai Paesi dell’Asean, includerebbe appunto Cina, Australia, Giappone, Nuova Zelanda, India, Corea del sud, dando corpo a un nuovo blocco economico che sposterebbe di molto gli equilibri geopolitici. Trump rischia di ottenere il risultato opposto a quello che si è prefisso.*

Novembre 2016

* P.S. (2025) Di prossima lavorazione due articoli sull’argomento

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Ogni scelta in ambito economico e finanziario deve tener conto di una tale mole di fattori e implicazioni, effetti domino transnazionali, ripercussioni sociali, ambientali, giuridiche, che si potrebbe dire che siamo in una situazione di stallo. In effetti non c’è decisione scevra da una qualche ripercussione negativa. Abbiamo creato un meccanismo sofisticato, complesso, ed enorme al punto che abbiamo il terrore che, a introdurre modifiche dirette all’equità, questo si inceppi o addirittura si scardini lasciando il caos. Ci mettiamo delle pezze con la creazione compulsiva di organismi preposti a…, di accordi commerciali, di sistemi di controllo, una rete infinita di sigle, acronimi diversi che ripetono però lo stesso contenuto e indicano la stessa direzione. Abbiamo così tanta paura e siamo a tal punto arroganti che ci rifiutiamo non tanto di riconoscere la gravità della situazione globale ma addirittura l’esistenza del problema. Lo marginalizziamo. Lo riconduciamo a categorie, lo inscatoliamo, per convincerci di poterlo controllare. Il mondo che siamo riusciti a mettere insieme è troppo fragile per essere cambiato. Di questo siamo convinti.

Il fatto che si tratti di un meccanismo fragile per cui intoccabile non lo rende però giusto. E, vista l’assenza di una reale volontà di ripensarlo, comprensibile che a qualcuno per fanatismo, a qualcun altro per disperazione, venga voglia di distruggerlo.

Novembre 2016

mercoledì 11 novembre 2015

WILL HUTTON E IL TERZO ATTO DELLA CRISI DEL DEBITO

“La crisi dei profughi sembra la dimostrazione che l’ordine politico mondiale sta crollando. Ma per quanto sia meno evidente, il crollo dell’ordine economico è ancora più preoccupante: centinaia di miliardi di dollari stanno abbandonando le economie emergenti, dal Brasile alla Cina. La fuga di capitali e l’esposizione delle banche sono i segni di squilibri dell’economia globale che minacciano le nostre società democratiche almeno quanto alcune reazioni all’immigrazione. Il Fondo monetario internazionale è molto preoccupato. All’incontro annuale del 7 ottobre si è parlato di tremila miliardi di dollari di credito in eccesso a livello globale e della flessione della crescita economica mondiale. Il Fondo sa che serve una risposta internazionale coordinata, ma è probabile che non ci sarà niente di simile. L’influenza che il pensiero liberista e antistatale ha ancora negli Stati Uniti e nel Regno Unito rende un simile intervento altrettanto improbabile della pace in Medio Oriente. Il sistema finanziario globale è ormai fuori controllo. Oggi le grandi banche realizzano gran parte dei profitti facendo affari tra loro, e il risultato è che la loro capacità di creare denaro dal nulla ha raggiunto livelli mai visti. Il fatto che le banche creino liquidità con i prestiti non è una novità, ma con l’emergere di un sistema bancario globale, le banche centrali hanno molte più difficoltà a controllare la situazione. E dato che ormai ci sono pochi limiti alla circolazione dei capitali, questo denaro può essere dato in prestito in

Paesi dove le prospettive economiche sono apparentemente buone. Le bolle speculative che ne conseguono sembrano giustificare i prestiti. Il prezzo degli immobili sale. Le aziende e le famiglie diventano eccessivamente ottimiste e si indebitano sempre di più. I tassi di crescita aumentano vertiginosamente e tutto sembra andare bene finché qualcosa, come un crollo dei prezzi degli immobili o delle materie prime, manda tutto a rotoli e il denaro se ne va con la stessa facilità con cui era arrivato. Secondo Andy Haldane, economista capo della Banca d’Inghilterra, quella che stiamo vivendo è una crisi in tre atti. Il primo ha avuto luogo negli Stati Uniti e nel Regno Unito tra il 2007 e il 2008. Dopo l’entusiasmo del decennio precedente, in cui un esagerato afflusso di credito aveva generato boom illusori, i due paesi si sono accorti all’improvviso che le loro banche avevano concesso troppi prestiti. Le garanzie a fronte dei nuovi prodotti derivati non avevano alcun valore. Il denaro ha cominciato a scorrere via, il sistema bancario britannico si è trovato in bancarotta e per salvarlo ci sono voluti più di mille miliardi di sterline di denaro pubblico. Il secondo atto si è svolto in Europa tra il 2011 e il 2012, quando ci si è resi conto che le banche avevano prestato soldi basandosi sull’errata supposizione che tutti i paesi dell’eurozona fossero uguali. Ancora una volta il credito si è spostato altrove e l’Europa è stata salvata solo grazie all’emissione straordinaria di denaro da parte della Banca centrale europea (guidata da Mario Draghi) e all’austerità nei paesi più indebitati come il Portogallo, la Grecia e l’Irlanda. Il terzo atto sta cominciando ora, e stavolta il fenomeno interessa Paesi che non hanno gli strumenti per fermare il contagio finanziario e le cui banche sono meno solide. Dopo gli Stati Uniti e l’Europa la finanza globale ha inondato di denaro le cosiddette economie emergenti, come Turchia, Brasile, Malesia e Cina: tutti paesi che approfittavano dell’impennata dei prezzi delle materie prime dovuta al boom cinese, a sua volta sostenuto da prestiti incontrollati. La Cina ha prodotto più cemento tra il 2010 e il 2013 che gli Stati Uniti in tutto il novecento. Non poteva durare, e oggi ne abbiamo la prova. Le banche cinesi sono di fatto insolventi: solo una piccola parte degli enormi prestiti che hanno erogato potrà mai essere rimborsata. Per questo non possono prestare denaro al tasso che sarebbe necessario per sostenere la crescita del Paese. Oggi il tasso di crescita reale della Cina è inferiore a quello degli anni di Mao, e i prezzi delle materie prime sono già crollati. Il denaro scorre via dalle economie emergenti, lasciandosi alle spalle aziende e famiglie indebitate e banche al collasso. Questi Paesi non hanno istituzioni come la Federal Reserve o la Banca centrale europea che possano intervenire con misure di salvataggio, ma rappresentano ormai più di metà del pil globale. Non stupisce che il Fondo monetario internazionale sia preoccupato. Il mondo ha bisogno di risposte creative, di un Fmi allargato che rifletta i nuovi equilibri mondiali e aiuti le economie emergenti, e di un adeguato controllo della finanza globale. Ha bisogno che i governi occidentali lancino importanti piani di rilancio economico, basati su investimenti infrastrutturali. Ha bisogno di politiche monetarie intelligenti che permettano tassi d’interesse negativi. Niente di tutto ciò è all’orizzonte: la destra si oppone a queste misure e la sinistra non le sostiene abbastanza. Se la volontà politica di trovare un accordo collettivo sulla crisi dei profughi è insufficiente, quella di riordinare l’economia globale lo è ancora di più”

(Will Hutton, da Il terzo atto della crisi del debito, Internazionale n. 1124 del 16 ott. 2015).


p.s. 2025 - Interessante, con il senno di poi, rileggere questo articolo. Nel bene e nel male.

mercoledì 17 giugno 2015

UN CONSIGLIO LETTERARIO

Un consiglio letterario: il romanzo “La via oscura” di Ma Jian edizioni Feltrinelli. E’ tutto vero quello che c’è scritto. Per chi vuole esprimere opinioni sul colosso economico cinese con cognizione di causa.

Masticando un baco con rabbia, Kongzi dice: “Nemmeno l’imperatore più cattivo della storia della Cina avrebbe contemplato l’idea di sviluppare l’economia massacrando feti e recidendo linee ereditarie! I tiranni di oggi invece ammazzano milioni di bambini senza battere ciglio, e se un bambino sfugge alla loro rete, rovinano i suoi genitori con le multe e la confisca di tutte le proprietà”.

mercoledì 1 aprile 2015

#PETROLIO 1

Nel 2007, con dati aggiornati al 2011, ho scritto un articolo sulla TRI, la terza rivoluzione industriale, e ho dedicato una larga parte alla realtà dei combustibili fossili. Rileggere quanto scritto allora, alla luce dei fatti odierni, procura un certo disagio. Ribadisco le affermazioni a sostegno dei cambiamenti sostenuti dalla TRI ma lo scenario legato al petrolio è apparentemente mutato.

Presumo sia una fase le cui conseguenze non pregiudichino le considerazioni di base fatte a suo tempo ma sta di fatto che tutto pare contraddire le previsioni nefaste sull’incremento del prezzo a barile e l’esaurimento delle risorse petrolifere.

Come mia abitudine per arrivare a considerazioni su quanto si sta verificando, elencherò un po’ di dati e informazioni raccolti negli ultimi mesi. Serve a chi legge come premessa e a me per riordinare le idee.


  • La Cina sta riaprendo la via della seta: una linea ferroviaria lunga 13000 chilometri per raggiungere l’Europa, fino alla Spagna. Il 90% delle merci cinesi viaggia oggi via mare ma Pechino intende cambiare direzione, riducendo tempi e costi dei trasporti. La nuova via della seta è il progetto con cui la Cina s’impegna a creare un’enorme zona di libero scambio verso ovest, anche e soprattutto per contrastare la potenza del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership)* e del TPP (Trans-Pacific Partnership)**. Una serie di enormi investimenti per creare una nuova rete di gasdotti e oleodotti che colleghino l’Asia centrale alla Siberia, per incrementare l’accaparramento di materie prime in Africa e Sudamerica, e per implementare l’estrazione di petrolio nel mar Cinese meridionale e orientale, il cosiddetto nuovo Golfo Persico.

*http://www.corriere.it/inchieste/reportime/economia/trattato-segreto-che-ci-cambiera-vita/0883150a-5565-11e4-af0d-1d33fddfa710.shtml

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/19/grande-truffa-della-nato-economica-ttip/660768/

http://www.ilpost.it/2014/11/06/ttip-2/

**www.geopolitica-rivista.org/23306/i-negoziati-per-il-partenariato-transpacifico-i-possibili-effetti-sui-rapporti-sino-statunitensi-in-asia/

http://www.lolandesevolante.net/blog/2014/02/chomsky-il-patto-trans-pacific-di-obama-e-una-aggressione-neoliberista-di-dominio-sociale/


  • Negli Usa la rivoluzione dello shale (gas di scisto) si sta rivelando una bolla. Wall Street ha ideologicamente foraggiato gli investimenti nel settore ma molte aziende stanno già facendo i conti con la realtà: costi fuori controllo, problemi ambientali, opposizione della cittadinanza, creazione di enormi infrastrutture partendo da zero nel mezzo del nulla. In pochi anni negli USA sono stati scavati migliaia di pozzi ma l’80% di essi rischia di essere antieconomico per la scarsa durata degli stessi in relazione agli investimenti necessari e ai costi ambientali. Per mantenere elevata la produzione e adeguato il ritorno economico, sarebbe necessario procedere a continue escavazioni con impiego di decine di miliardi di dollari all’anno. Dei sei maggiori pozzi che, negli USA, corrispondono all’85% della produzione, cinque hanno tassi di declino tra l’80% e il 95% in 3 anni. Inoltre i prezzi di vendita rischiano di divenire sempre più bassi per l’aumento di disponibilità di idrocarburi sul mercato, anche se lo shale può reggere prezzi più bassi rispetto a quanto possono fare le economie di molte nazioni che hanno i propri PIL dipendenti in certi casi fino al 90% dal commercio degli idrocarburi (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-01-07/venezuela-iran-nigeria-e-russia-vittime-dell-oro-nero-063558.shtml?uuid=ABamXqZC). Ad esempio l’Iran per stare a galla deve vendere a 140 dollari al barile, Mosca a 117 (il mercato idrocarburi finanzia il 50% del Pil), il Venezuela a 120.

La tecnica del fracking:

http://it.wikipedia.org/wiki/Fratturazione_idraulica

http://archivio.panorama.it/scienza/green/fracking-cinque-cose-da-sapere

http://m.greenpeace.org/italy/it/base/News1/blog/tutti-i-pericoli-del-fracking/blog/43951/

http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/fracking-fratturazione-idraulica

http://www.lettera43.it/economia/industria/fracking-il-falso-mito-della-fratturazione-idraulica-in-europa_4367597106.htm


  • L’Algeria è la terza riserva mondiale per gas di scisto, nonché il primo produttore di gas e il terzo di petrolio in Africa. Esiste un forte movimento di opposizione al fracking e ci sono state diverse manifestazioni contro l’azienda energetica di Stato, la Sonatrach, che ha affidato all’americana Halliburton le operazioni.

  • La Libia è tra i primi paesi possessori di riserve petrolifere in Africa e tra i primi produttori insieme ad Algeria, Nigeria e Angola. Ma mentre da giugno a ottobre 2014 aveva incrementato la produzione di 500.000 barili al giorno raggiungendo quota 900.000, da novembre a gennaio 2015 questa è scesa a 325.000 barili per arrivare oggi a una condizione di blocco della produzione, con la chiusura anche di Sidra, il principale porto petrolifero. Inoltre vi è l’ambigua figura del generale Haftar, prima sostenitore di Gheddafi poi, dopo la rovinosa guerra in Ciad dove viene fatto prigioniero, suo nemico. Rilasciato grazie a un accordo con gli Stati Uniti, vola in America e prende là cittadinanza rimanendovi per 20 anni mentre in patria viene condannato a morte. Torna l’anno scorso con l’Operazione dignità per risolvere con un colpo di stato fallito il caos in Libia e attualmente è capo delle forze armate nominato dal governo internazionalmente riconosciuto di Tobruk. Intanto, a sud di Sirte, i jihadisti dello Stato Islamico hanno attaccato due campi petroliferi, Al Bahi e Al Mabrouk, controllati da Tripoli, e scontri per altri pozzi sono in corso

  • Anche in Nigeria c’è stato un incremento della produzione, pari a 400.000 barili al giorno.

  • L’Arabia saudita non taglia la produzione e ribadisce la propria egemonia contro Russia, Usa e Iran, anche se ciò può comportare un avvicinamento di Rouhani verso gli Usa e di Putin verso Assad. Neanche i paesi dell’Opec*, nonostante l’instabilità del Nordafrica, tagliano la produzione e contribuiscono a un eccesso dell’offerta. Riyadh è comunque riuscita a sottrarre clienti anche ad altri produttori, tra cui Venezuela e Nigeria (anch’essi nell’Opec, come l’Iraq e la stessa Arabia Saudita) praticando prezzi competitivi. Le consegne sarebbero cresciute non solo in Asia, ma anche negli Stati Uniti e in Europa. Riad ha abbassato i prezzi di vendita all’EU aggiungendo pressione al mercato. Gli Emirati lo hanno già fatto e la stessa strada seguiranno Iran, Iraq e Kuwait.

Per alcuni giorni ci sono state delle riduzioni sugli sconti con un aumento dei prezzi di listino da parte di alcuni Paesi Opec: oltre all’Arabia Saudita, hanno comunicato rialzi anche Emirati Arabi Uniti e Qatar. Però le scorte petrolifere dovrebbero comunque crescere ancora e ciò tornerebbe ad accrescere la pressione sulle società più indebitate nel settore.

* http://www.borsainside.com/finanzainside/opec/

  • Negli Stati Uniti la produzione di shale oil continua a crescere anche se le compagnie petrolifere hanno annunciato pesanti tagli agli investimenti e il numero delle trivelle sia quasi dimezzato. Le scorte americane sono arrivate a livelli che non raggiungevano dagli anni ’30. Rischia di non esserci più spazio nei serbatoi di stoccaggio a meno che Washington non decida di rimuovere il divieto di esportazione di greggio in vigore dagli anni ’70, come chiedono le compagnie petrolifere. Ma se anche questo accadesse, non sarebbe comunque una soluzione. Inoltre il debito delle compagnie petrolifere ricomincia a fare paura. Con il petrolio di nuovo in discesa - sono tornate a deprezzarsi anche le obbligazioni “spazzatura” che negli Stati Uniti hanno finanziato in particolare lo sviluppo del fracking.

  • Gazprom Il colosso russo del gas, che affianca Rosneft, il colosso del petrolio, ha liquidato i consorziati South Stream (Eni, Edf, Basf – Italia, Francia e Germania), rimborsando capitale e interessi, dopo lo stop sulla costruzione della faraonica infrastruttura che avrebbe aperto una rotta alternativa per il gas russo verso l’Europa rispetto alla via attraverso l’Ucraina.

  • Mentre le potenze del mondo occidentale sono impegnate per raggiungere entro fine mese un accordo sul nucleare iraniano, i colossi economici dell’Asia confidano nella rimozione delle sanzioni e si preparano a comprare il petrolio di Teheran. Il governo iraniano ritiene di poter aumentare la produzione di almeno un milione di barili al giorno in breve tempo a seguito del raggiungimento dell’accordo sulle sanzioni.

  • Il ribasso del prezzo del petrolio ha risvegliato la domanda europea, ma non ha frenato a sufficienza la produzione negli USA che continua a crescere al punto che presto non si saprà più dove metterla.


Mi fermo qui: ce n’è a sufficienza. Di base arrivo a due conclusioni. La prima è che, nonostante alcuni esperti ritengano che un’ulteriore discesa dei prezzi, porterebbe a dei tagli programmati e concordati della produzione a livello internazionale, l’affare è ancora troppo allettante per essere mollato. Meglio tirarne fuori più che si può, accrescere le proprie scorte, sbaragliare gli avversari e puntare al controllo del mercato. La produzione non Opec, in gran parte proveniente dagli Usa, continua infatti ad aumentare arrivando a quasi 60 milioni di barili al giorno e se si somma questa cifra a quella della produzione Opec, si arriva a 95 milioni di barili al giorno. L’abbassamento dei prezzi ha incentivato la domanda nel vecchio continente nonché gli acquisti da parte di raffinerie che vedono la possibilità di margini di guadagno superiori al solito e da parte di speculatori che pensano ad accumulare scorte, ma entrambi i fenomeni non possono essere né duraturi né risolutivi. Tornano quindi sicuramente comodi i disordini socio politici in nord Africa. Il sistema idrocarburi, per quanto obsoleto, ridicolo e folle, deve stare in piedi a qualunque costo. E quando, ad esempio, si dice che ormai la Libia è diventata irrilevante per quanto riguarda l’offerta petrolifera, viene inevitabilmente da pensare che serve che lo sia e che tale irrilevanza sia stata indotta per tamponare la situazione di surplus dell’offerta. E tutte queste notizie, sale, scende, risale, riscende, quello trivella di lì, quell’altro di là, uno rallenta, l’altro accelera, da una parte si ribellano, dall’altra invadono, per quanto interessanti ed esplicative, non sono altro che un susseguirsi di mosse di una partita che vedrà dei vincitori che sicuramente non saremo noi abitanti di questo pianeta. La seconda considerazione è che riflettendo sul fatto che negli anni ’30 con l’energia prodotta da un barile di petrolio se ne producevano cento, mentre oggi con un barile se ne producono cinque, e sull’evidente ed indiscutibile effetto che l’utilizzo smodato degli idrocarburi ha su ambiente, clima e salute, bisognerebbe prendere a calci questa masnada di avvoltoi senza scrupoli che impediscono una rivoluzione energetica necessaria, tecnicamente ed economicamente, checché ne dicano, già realizzabile, e anche finalmente sostenibile.*


Qualche giorno fa ho visto un servizio televisivo sullo status symbol rappresentato dall’auto in Cina. Hanno intervistato un uomo sulla quarantina in un autosalone. Era a scegliere un veicolo alla portata del suo stipendio di 350 euro mensili e, tra le tante auto in vendita, ce n’era anche una adatta alle sue possibilità. Insieme a lui c’erano gli anziani genitori e la figlioletta di otto, nove anni. Non ricordo le esatte parole ma sono state più o meno queste: “Guardate i miei genitori: sono commossi. Per loro sarebbe stato inconcepibile anche solo l’idea di acquistare un’automobile. Sono molto fieri di me. E sono felice per mia figlia, perché se le cose andranno avanti così, per lei sarà normale comprare una bella vettura come quelle laggiù. Si potrà permettere di comprarla e di riempire il serbatoio senza problemi.”

Non ce la possiamo fare. Ora che bisogna smettere, ci sono miliardi di persone che iniziano a emozionarsi come i nostri nonni quando si facevano l’automobile. Vaglielo a spiegare che sono entrati a giochi finiti.


Per concludere, una frase che scrissi in calce a un altro post:


E i peggiori tormenti auguro a colui che sogna di battere all’asta, tenendolo ben alto in vista con il braccio disteso, l’ultimo secchio di greggio. (giugno 2012 – post “Dichiarazione di guerra”)


25 marzo 2015



*P.S. (2023). Ahimè, la mia solita ingenuità. Sì, sì, proprio una rivoluzione energetica sostenibile.



(tutti i diritti riservati)

domenica 8 dicembre 2013

RIVOLUZIONE 3

Dall'11 al 23 novembre ha avuto luogo a Varsavia la diciannovesima conferenza sul clima. Si è stabilito di rimandare le decisioni vincolanti per la riduzioni delle emissioni al vertice di Parigi nel 2015!

Tanto per non smentirsi.

C'è stata una contrapposizione tra UE e Usa nei confronti di Cina e India che non intendono ridurre le loro emissioni in forza di un cosiddetto diritto di fare ciò che altri han fatto prima. Come se agli Stati Uniti dispiacesse il procrastinare: si ritengono in una posizione di svantaggio (avendo già inquinato a sufficienza e non potendo godere eventualmente della possibilità di inquinare ancora come i Paesi in via di sviluppo), e non penso dispiaccia loro il ritardare qualsiasi ratifica, anzi è tutta manna dal cielo...

Occorre un obiettivo a lunga scadenza valido per tutti, sostengono le nazioni ricche. Devono, invece, essere le nazioni ricche per prime a dare il buon esempio, sostengono gli altri.

Questo si chiama impantanarsi.


Quello che ci si ostina a negare è che non si tratta di una questione di opinioni o orientamenti politici, né di chi ha fatto prima cosa e di chi può ancora farlo per mettersi a pari con gli altri.

E' un mero problema geofisico.

Lo sfruttamento delle risorse è da tempo definito con tre aggettivi: illimitato, rapido, e conveniente (per chi le risorse le sfrutta). Deve essere così per essere redditizio ma ciò determina una pericolosa instabilità del sistema terra. Con tutto le derive, ecologiche, sociali, politiche, belliche.

Possiamo riconoscerlo o continuare a fregarcene. Nella seconda ipotesi tutte le parole che si possono fare da questo momento in poi saranno aria fritta.

Vi rimando al post http://barbarapanelli.blogspot.it/2013/11/cambiamenti-climatici-e-business.html


Credo che la maggior parte di tutti questi studiosi e scienziati, climatologi in prima linea, non avesse idea fino a una ventina d'anni fa che il loro lavoro sarebbe stato determinante per le scelte politiche dei Paesi dell'intero pianeta. Che parlare di clima sarebbe stato uguale a parlare di società, di diritti, di conflitti, di migrazioni, di disastri, di sopravvivenza della specie, di critica allo status quo.

Credo che fino a un certo momento non abbiano sospettato, non abbiano visto la natura rivoluzionaria della loro disciplina.

La vera rivoluzione partirà dalla climatologia. Incredibile. E partirà dal basso e si propagherà.

Perché siamo tutti coinvolti. Chi prima, chi dopo, tutti dovremo fare i conti con i cambiamenti in atto. Perché anche il posto di lavoro, la sicurezza personale, la salute, il mettere insieme il pranzo con la cena, e mille altri aspetti della nostra vita, saranno sempre più condizionati dalla realtà geofisica del pianeta che ci ospita, e non potremo più tollerare i comportamenti criminali e avidi di chi ci governa.

26 novembre 2013


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p.s. Sono passati anni e abbiamo quasi risolto la questione. I movimenti politici green hanno suggerito/imposto soluzioni step by step che ci mettono tutti quanti in sicurezza. Auto elettriche, cappotti termici, eolico. Evvai!


 

giovedì 31 ottobre 2013

VENEZUELA E SAN PIETROBURGO

In Venezuela è in atto una recessione. Manifestazioni, malessere, e violenza. Il 3 settembre di quest’anno un black out ha lasciato al buio metà Paese. Il ministro delle finanze dichiara che, a questo punto, sono necessari crescita e indipendenza dalle importazioni. Cambiano avvenimenti e circostanze ma la storia vale per un gran bel numero di Paesi.

Intanto al vertice di San Pietroburgo si va in direzione ostinata e contraria ma non nel senso che tali aggettivi accoppiati vengono a significare da quando un nostro poeta li ha cantati.

Ogni incontro al vertice è in nome dell’abbattimento del protezionismo e in favore della sottoscrizione di accordi commerciali multilaterali, aree di libero commercio (FTA), e accordi commerciali preferenziali (PTA). Nonostante, soprattutto riguardo ai PTA, gli economisti si dividano tra coloro che ritengono tali accordi di ostacolo alla realizzazione di un reale libero scambio globale (in quanto rivolte solo ai Paesi aderenti e a discapito di chi ne è fuori) e coloro che li considerano un passaggio necessario per raggiungere l’obiettivo (potete trovare approfondimenti a cura di Paul R. Krugman, Maurice Obstfeld, Giorgio Basevi, Giacomo Calzolari, Gianmarco Ottaviano, Giuseppe Celi, e molti altri), il risultato per le terre e i popoli resta invariato.

In ordine sparso, per chi aderisce: obbligo di importazioni, si è costretti a comprare ciò che si potrebbe produrre (spesso lo si deve comprare non dal produttore più efficiente, e a scapito della tutela e sicurezza dei lavoratori nel Paese esportatore), obbligo di produrre ciò che il mercato chiede anche a prescindere dalle proprie peculiarità oggettive, stravolgimento di agricolture locali (coltivazione di specie non indigene, monocolture intensive,…), salari al ribasso, disoccupazione, diminuzione* o aumento dei prezzi al consumatore a seconda che si tratti di un cittadino di un Paese cosiddetto sviluppato che compra un manufatto ad esempio dalla Cina, o di un cittadino del terzo mondo il cui Paese sia costretto a importare merci, per quanto a tariffe dette agevolate, e svalutare le proprie per stare nel gioco.

E per chi non aderisce, prima o poi, la necessità di mettersi in ginocchio pur di partecipare.

Inoltre le disquisizioni di cui sopra sono oziose. Perché contrappongono metodologie, quali i PTA, al libero scambio globale. Avrebbe senso la contrapposizione se quest’ultimo fosse sinonimo di un’amministrazione globale del pianeta e dei suoi abitanti secondo criteri di equilibrio, conoscenza dei territori, delle potenzialità e dei limiti degli stessi, recupero delle risorse e tutte le buone cose che potrebbero essere. Ma non è così. E non credo vogliano sia così.


*si tratta di una diminuzione fittizia, perché i costi indiretti (quelli che le aziende chiamano esternalizzazioni) prima o poi si pagano e con gli interessi. E senza disturbare la Cina, facendo un esempio nostrano, se voglio comprare un chilo di formaggio a un terzo del prezzo ragionevole che dovrebbe avere, è ovvio che gli operai del settore saranno pagati meno, che le vacche mangeranno peggio, che un po’ di sofisticazione sarà la norma, che il settore patirà una crisi e per stare a galla, vedi competitivo, dovrà produrre sempre più a meno, e il tutto avrà un peso sociale in termini di cassa integrazione, perdita di posti di lavoro, degrado ambientale, quindi tasse. Ma d'altronde diminuendo il nostro potere d’acquisto, a noi un chilo di formaggio va benissimo pagarlo un terzo del suo valore. Dobbiamo pur farli saltare fuori i soldi per il nuovo modello di I-Phone.

5 settembre 2013

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lunedì 22 luglio 2013

ELENCO 2

VARIE

Nel Regno Unito tagli al welfare per circa 2 miliardi di sterline

Sempre Regno Unito: la regina potrà contare su un gettito fiscale maggiorato di circa 5 milioni di sterline.

Corsa alle terre rare in Groenlandia. L’ex premier Kuupik Kleist dichiarava - non deve accadere come in Africa - ma intanto offriva incentivi fiscali e costi di lavoro ridotti. L’attuale premier, la signora Alega Hammond, mi pare abbia le idee più chiare e intenda ostacolare i cacciatori di risorse.

È morta la Tatcher (08/04). Ma non credo sia politically correct festeggiare.

In Cina al via le riforme verso la privatizzazione delle grandi aziende di stato: energia, telecomunicazioni, trasporti, settori estrattivo e petrolchimico.

Esplosione in una miniera di carbone nella Cina meridionale (13/03)

Un’altra esplosione di gas in una miniera di carbone nel nord-est della Cina (31/03)

Esplosione in una miniera di carbone in Russia, nei pressi di Vorkuta.(11/02)

Sono esplose due pentole a pressione alla maratona di Boston (15/04)

È esplosa una fabbrica di pesticidi in Texas (18/04)

Le votazioni del Presidente della Repubblica: a letto con una brutta bronchite seguo dall’inizio in tempo reale la faccenda. Particolarismi, mediocrità e un fiume di parole a vuoto.

Gli ETF (Exchange Traded Fund) cercano i prossimi Paesi emergenti soprattutto in Africa. Economie di frontiera con standard di garanzie minime per gli investitori, ovvero essere poco vulnerabili agli shock finanziari globali. Appunto. Le garanzie minime che devono avere questi Paesi è sufficiente che siano quelle a tutela degli investitori.


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