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sabato 13 luglio 2024

IL GATTO NERO


È diventato un gatto nero bello grosso. Quasi ingombrante. Anzi proprio un gatto mammone pronto a gettarsi sulle nostre anime tremolanti e colpevoli. Giusto che sia così. Perché ognuno di noi singolarmente è responsabile. Colpevole forse è eccessivo anche se, visto che le colpe esistono, ogni tanto bisognerebbe farsene carico.

Sui social sono state dette, o urlate, tante cose ed è così vasta la gamma di commenti che riproporli uno via l’altro creerebbe solo ulteriore confusione sulla faccenda. Sommariamente le posizioni si possono raggruppare in tre schieramenti principali. Il primo conta coloro che sono rimasti sconvolti, addolorati, increduli. Il secondo raggruppa gli arrabbiati, i furiosi, i linciatori, gli occhio per occhio dente per dente. Il terzo gli indulgenti, quelli che minimizzano, quelli che ci sono cose ben più gravi, quelli che i nomi non vanno fatti, quelli che sono solo minorenni. Posizioni contrastanti espresse inesorabilmente insultandosi, in un crescendo di denigrazione reciproca tra utenti di tastiere che dimostra di che pasta siamo fatti e di quanto la crescente incapacità umana di fare il punto, collaborando nel confronto, sia ormai irreversibile. In particolare, devo ammettere, mi urtano quelli che, esemplificando, dicono “Ma con tutte le atrocità che vivono milioni di bambini nel mondo stiamo a fare una questione di Stato per un gattino?” Quella logica ferrea che presuppone che se uno manifesta una reazione riguardo a un fatto significa che di altri fatti se ne sbatta. E, per inciso, ci tengo a sottolineare che, per il discorso che intendo fare, l’importanza del gattino è relativa. Non è il focus delle mie riflessioni ma un semplice punto di partenza e, non fosse stato per le tonnellate di cattiverie che sono venute fuori, probabilmente non avrei scritto una riga in merito.

Comunque, tornando alle varie posizioni, secondo me hanno tutti ragione e tutti torto. Nel senso che a caldo ciascuna posizione ha una sua legittimità ma ciò che ha determinato il lancio dell’ormai famoso gattino nero è un insieme di cause interconnesse e complesse.

Sto cercando in questi giorni di mettere giù le basi per un pezzo su intelligenza artificiale, algoritmi, tecnologie virtuali e vorrei evitare di ripetermi qui ma, indubbiamente, una correlazione con quanto accaduto esiste ed è a essa che vorrei limitarmi con due considerazioni.

La sperimentazione dell’esistenza delle nuove generazione avviene per lo più attraverso mezzi tecnologici (al momento direi in massima percentuale attraverso un unico mezzo tecnologico) che propongono una versione della realtà non adesa alla materia. I sensi, sì, sono coinvolti ma le esperienze possono essere riprodotte all’infinito. Game over significa conclusione temporanea. Tutto è ripetibile finché si ottengono il risultato e il punteggio ambiti. Si muore e si resuscita. Si uccide ma non davvero. Il sangue è fatto di pixel, la carne maciullata anche. Questa la prima considerazione. Ed è, lo specifico per non venire immediatamente tacciata di essere antica, una considerazione fatta da una cinquantottenne mezza nerd priva di pregiudizi nei confronti del mondo virtuale e amante delle tecnologie. La differenza è che io, come molti altri, sia per età che per formazione, possiedo un retroterra o, per farmi capire, un background di esperienze e studi tale che non ho alcun problema a distinguere fruizione attiva da fruizione passiva e, soprattutto, virtuale da reale. Tralascio qui le infinite e filosofiche riflessioni su cosa sia o possa essere la realtà. Restando terra terra, mi limito a dire che personalmente sono in grado di distinguere tra un’uccisione o un danno reali e analoghi virtuali. L’imprinting fortissimo cui invece sono sottoposti i giovani a partire da un’età sempre più prossima alla primissima infanzia è qualcosa della cui portata non siamo ancora ben consci. Riuscire a esserlo è un lavoro. Una conoscenza approfondita delle nuove tecnologie e della loro progressiva e rapida evoluzione comporta tempo e studio e lo stile di vita della maggior parte di noi non consente di stare al passo della questione con aggiornata cognizione di causa, per cui è normale e scusabile il nostro sottovalutare. La realtà, però, per le nuove generazioni (perdonate se generalizzo, lo detesto ma è necessario) è quella roba lì che si vede negli schermi. Quando lo sguardo si allontana da essi quello che si trovano di fronte queste creature prive di strumenti di analisi e critica non è altro che un’estensione un poco bizzarra del loro mondo abituale. Il gattino è vivo, è morto, è vivo, è morto, chi lo sa? Insomma una riedizione riduttiva e triste del gatto di Schrödinger. Scagliarlo da un parapetto per vedere l’effetto che fa è un atto normale. Non è uccidere veramente. Lo si capisce dai commenti in cui i ragazzi si giustificano. “A immaginare prima tutta la bagarre che è seguita al nostro atto non lo avremmo fatto!”. Il problema è la bagarre, non l’atto compiuto. Per questo mi rifiuto di attribuire loro una colpa. Certo che viene voglia di prenderli a sberloni e insegnargli a stare al mondo, forse però è proprio nell’insegnare a stare al mondo che siamo stati latitanti. Con buona pace di chi avanzerà obiezioni del tutto legittime su necessità famigliari, orari di lavoro, complessità e logorio della vita moderna, di fatto abbiamo delegato. Giustificati. Costretti. Ma l’abbiamo fatto. Si è iniziato con il delegare ai nonni, poi alla televisione, ora agli smartphone. Riguardo i nonni, visto che ho ricevuto critiche dure in merito, vorrei spiegare che un conto è che l’affidare avvenga in un contesto di famiglia tradizionale, potremmo dire di impostazione contadina, in cui convivono varie generazioni e nell’arco delle ore lavorative i compiti di cura vengono lasciati a chi è più anziano e non lavora più ma è ancora in grado di provvedere alle mansioni domestiche o comunque di trasmettere insegnamenti, un conto è quando ciò avviene in una società in cui ognuno vive a casa propria e i nonni devono farsi perdonare del peso sociale che rappresentano facendo risparmiare sulla baby sitter. Sto continuando a generalizzare, lo so, ma percentualmente la sostanza è questa. Comunque sia, esiste una responsabilità collettiva che risale indietro di qualche generazione. Anzi, una mancanza di assunzione di responsabilità cui appunto di generazione in generazione a succedersi si può sempre meno attribuire colpa proprio perché si sono esponenzialmente ridotti un passo alla volta gli strumenti mentali dei futuri genitori. Infatti una delle domande oggi è: che genitori riusciranno mai a essere queste povere creature? Perché questo sono. Povere creature. Povere perché li abbiamo impoveriti, gli abbiamo sottratto la capacità di comprendere, di analizzare e dunque interagire criticamente con l’ambiente in cui stanno crescendo. Un ambiente in velocissima evoluzione. Non sto dicendo che i giovani siano inetti, incapaci, stupidi. Sto dicendo che nemmeno noi “adulti” abbiamo gli strumenti per gestire tale velocità, gli stessi insegnanti non hanno, e non possono avere per motivi di tempo e programmi ministeriali da rispettare, la formazione adeguata per farlo, quindi come possiamo aspettarci che degli adolescenti possano gestire tali enormi e pesanti cambiamenti in modo ineccepibile? Possono solo lasciarsi andare al flusso della corrente, immergersi in quello che incontrano durante la loro crescita ritenendo a buon diritto che la vita sia quello che incontrano. Ogni generazione ha fatto così.* E parliamo di una generazione che ha comunque percepito benissimo di avere di fronte un futuro di merda. Senza tirare in ballo il discorso green che sennò apro una parentesi di pagine dal tono bellicoso nei confronto di tutti quanti, green e no green, è indubbio che questi ragazzi si ritroveranno adulti a dover pagare per l’aria che respirano. Pieni di debiti a babbo morto, senza prospettive degne, già abituati al degrado dove ti giri ti giri.

Per la seconda considerazione mi rifaccio alle “challenges”, alle sfide riportate sempre più frequentemente dalla cronaca e comunque sempre in misura da punta dell’iceberg. In tutte le modalità declinabili. Che siano repliche di fight club con appuntamenti di gruppo per menarsi come se non ci fosse un domani, o imprese individuali sconsiderate come stare attaccato esternamente al vagone di un treno in corsa alla caccia di likes, o ancora torturare se stessi, torturarsi reciprocamente, torturare animali, tutte quante esse si verificano a mio avviso per tre motivi principali: la noia o meglio l’assenza di stimoli che producano entusiasmo e voglia di realizzare qualcosa di bello e importante (e come non capire tale stato d’animo?), l’identificazione del proprio esistere con il numero di “mi piace” perché quello è il metro di autoriconoscimento esistenziale che gli abbiamo lasciato in eredità, e, non ultima, la curiosità di trasporre “fuori” (nel mondo dei vecchi) le esperienze provate “dentro” nel mondo reale in cui vivono loro, i giovani, per vedere, come scrivevo sopra, l’effetto che fa.

Dunque sì, hanno compiuto un gesto grave, non si discute, ma sono portatori delle colpe dei padri e, non lo sanno, ma stanno già scontando la pena. E fine pena mai.

Esistono certo isole felici, enclavi sociali in cui una minoranza di essi può godere di buoni insegnamenti, di esperienze formative decenti, di relazioni umane esemplari, e ciò non necessariamente legato all’appartenenza a una classe sociale benestante o ricca, ma tali realtà non possono rappresentare la media da cui è necessario partire per un’analisi verosimile.

Per concludere.

Giusto l’altro ieri sono riuscita finalmente a concedermi una nuotata. A pochi metri da me erano sdraiate due ragazze fotocopia che ascoltavano brani di musica per me inascoltabili (ma non voglio entrare nel merito dei gusti musicali di ognuno, ci mancherebbe) cantandone i testi senza sbagliare una parola. Confesso di non aver recepito una frase di senso compiuto ma anche questo è marginale. O almeno spero lo sia, considerato il recente racconto di una madre che ha accompagnato la figlia quindicenne a un concerto e, sotto il palco, un’orda di ragazze pettinate, truccate e agghindate uguali inneggiava, pollici in su, al cantante che urlava che le donne sono buone solo per fare pompini o per essere stuprate. Tornando alle due ragazze in spiaggia, cantavano e, sempre sdraiate, ballavano con le mani (come ho visto fare da una influencer di cui non ricordo il nome) riproducendo una sequenza di gesti in alcuni passaggi allusivi e volgari, il tutto filmandosi soddisfatte. Unghie lunghissime, french manicure (si dice ancora così?) elaborate e anelli su ogni dito. Dopo una mezz’ora di esibizioni hanno spento la musica soddisfatte e si sono messe a chiacchierare ridendo a ogni frase. Ne ho colte due a qualche minuto una dall’altra.

“Ma secondo te le unghie vanno ancora bene per i video o sono già antiquate? Le abbiamo fatte dieci giorni fa, dovremmo controllare su tiktok prima di mettere online!”

...

“Comunque adesso cosa facciamo? È tutto una noia. Sai cosa dovremmo fare? Hai visto quanto parlano di ‘sta storia del gattino di merda? Stasera parliamo con i ragazzi. Dovremmo farlo anche qui. Un gattino da qualche parte lo troviamo ma dobbiamo lanciarlo da un posto più figo, eh, cosa ne dici?”


Amen.

Luglio 2024

p.s. Hanno osservato che l’atteggiamento delle due ragazze rappresenta la trasgressione tipica degli adolescenti quando sono liberi dal controllo genitoriale o scolastico. Stupidate da vacanza per farsi notare e fingere di essere grandi. Mi permetto di dissentire. Sì, le motivazioni di partenza sono sempre le stesse e le “trasgressioni” raramente sono esenti da conseguenze ma le modalità odierne sono tristi e inquietanti. Forse perché più che trasgressioni sono atteggiamenti in odore di omologazione inconsapevole. Ne siamo vittima noi grandi, figuriamoci loro. Spero di sbagliare.

domenica 27 ottobre 2019

BURRO DANESE SALATO

Sono un po' in imbarazzo all'idea di ciò che sto per scrivere e che è molto distante dai contenuti cui dedico abitualmente la mia ricerca ma è accaduto un fatto che non riesco a togliermi di testa.

Lo so che se cerco su google cartucce per la stampante o una casa in affitto, nei giorni successivi il browser s'intasa di pubblicità di cartucce e portali immobiliari. Fin lì nulla di strano. So che se ho il telefonino acceso accanto a me mentre scherzo con il mio compagno che dice che sono sorda e lo invito a regalarmi un apparecchio acustico, alla prima connessione sul web mi appariranno offerte di apparecchi acustici di sorta. E fin lì non molto bene ma sappiamo come funziona la faccenda. Però quello che mi è accaduto alcuni giorni fa mi ha leggermente scosso.

Prima parte - Colazione a letto prima di andare a lavorare. Caffè, pane tostato, burro e marmellata. Telefonino del mio compagno sul comodino. Chiacchierando gli dico che amo il burro salato per la colazione e che da ragazza in casa mia si usava il burro danese Lurpack, quello con la carta argentata.

Specifico che per motivi di salute da molti anni non compro burro.


Seconda parte – Nel pomeriggio ci rechiamo in un supermercato in cui vado mediamente una o due volte al mese per alcuni prodotti specifici. Alla cassa passo la mia tessera fedeltà (non voglio qui aprire un capitolo sulle carte fedeltà) e a pagamento effettuato ricevo un buono sconto per una confezione di burro danese salato Lurpack.

Brivido lungo la schiena. Per essere una coincidenza, è inquietante. Percepisco fisicamente mia razionalità vacillare. Per un attimo mi sento catapultata in un mondo controllato dal Grande Fratello, un mondo ovviamente piatto e governato da rettili sotto spoglie umane, con nanochip, diffusi dalle scie chimiche, che vanno a infilarsi nei pori della nostra pelle e con sostanze chimiche introdotte in farmaci e alimenti per condizionare le nostre capacità percettive e intellettive...

Poi mi sono venuti in mente il sistema Echelon, Edward Snowden, l'NSA (l'agenzia per la sicurezza nazionale statunitense). Tutto ciò che negli ultimi decenni è stato indagato e dimostrato, attraverso interrogazioni parlamentari e inchieste serissime. E mi sono ricordata che i dati raccolti su di noi con il nostro più o meno consapevole beneplacito e quelli sottratti attraverso i nostri devices con tecniche degne della migliore letteratura di spionaggio e fantascienza, vengono venduti a grandi aziende e multinazionali. Ma a essere veramente inquietante è la velocità con cui ciò avviene. Solo un complesso e omnicomprensivo sistema di intelligenza artificiale può arrivare a tanto e se si è affidata a un tale sistema la gestione dei dati significa che esistono accordi forti, ad alto livello, non trasparenti, e ben consolidati. Ciò dà la misura dell'inesorabile inadeguatezza dei tentativi di ripensare la società in termini di equità e giustizia. Brivido lungo la schiena.





venerdì 9 novembre 2018

ULTIMI DUE LIBRI LETTI

Un testo con cui ho dialogato, viste le numerose note a margine della mia Bic. Per tutta la trattazione l'autore, Colin Crouch professore emerito in Sociologia, tiene fuori dal discorso la questione della giustezza del sistema che analizza, fino alle conclusioni in cui preconizza l'avvento di un governo transnazionale come unica soluzione possibile ai problemi con cui ci stiamo, almeno alcuni, confrontando.
Un centinaio di pagine interessanti e una buona bibliografia di riferimento.

Colin Crouch - Salviamo il capitalismo da se stesso - Ed. Il Mulino







Un'ottima panoramica sull'attuale, e meno noto, orizzonte scientifico attraverso il racconto di un profano, con un linguaggio per non addetti ai lavori, colloquiale e, a tratti, ironico. Un riassunto efficace di vari argomenti di cui ho letto in questi ultimi anni singole trattazioni. Anche in questo caso consiglio di approfondire i riferimenti bibliografici e video inseriti dall'autore nel testo. Dalla crioconservazione, alla Singolarità, attraversando i movimenti di estropianesimo, transumanesimo, postumanesimo, il mondo dei grinder, e quello della fede. Le correlazioni tra morte, vita eterna, intelligenza artificiale, robotica, e società.

Mark O'Connell - Essere una macchina - Adelphi

giovedì 11 ottobre 2018

AI - INTELLIGENZA ARTIFICIALE - (1)


Ieri ho partecipato a una giornata di studio, nell'Aula Magna del Rettorato dell'Università di Torino, riguardante l'intelligenza artificiale: "Intelligenza Artificiale. Una realtà tra sogno e magia". Un argomento che seguo da anni e su cui cerco di mantenermi aggiornata. Pur avendo, o forse proprio per questo, una formazione umanistica, amo la scienza e l'innovazione tecnologica nella misura in cui possono migliorare la vita sia individuale che collettiva nonché le condizioni dell'ambiente. E mi interessano in gran misura le implicazioni filosofiche, etiche e, non ultime, legali della questione.

Si sono succeduti vari relatori e, al termine, è seguita una tavola rotonda con studenti dei corsi di Laurea in Informatica e del Politecnico. Si è rimasti sul generale, alla fine si è parlato più che altro dell'Internet delle cose, cioè della tecnologia che permette prestazioni performanti grazie all'estensione della connessione internet a oggetti e luoghi, quindi non propriamente di intelligenza artificiale. Una trattazione direi dA primo approccio, nulla che non sapessi già, per cui il mio desiderio di apprendere qualcosa di novo è stato in parte deluso. Dico in parte perché si è trattato comunque di un'occasione di incontro e perché al termine ho avuto modo di scambiare opinioni con alcuni uditori.

Tra essi una psichiatra che, durante il dibattito e di fronte all'entusiasmo acritico e eccessivamente specialistico degli studenti, ha fatto riferimento alle patologie legate all'utilizzo compulsivo di schermi come unico tramite con il mondo. Patologie da anni ormai contemplate nel DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali dell'APA Associazione Psichiatria Americana). Forse la dottoressa è uscita un po' dal tema della discussione ma ciò è servito a evidenziare come le nuove generazioni, capaci e brillanti, difettino di una visione d'insieme, come siano incapaci di guardare dall'alto. Si sono mostrati increduli all'idea che possano esistere simili patologie e non avevano mai fatto caso al fatto che nei rapporti virtuali non si utilizzino alcuni sensi, quali olfatto e tatto, e che possano esserci mutazioni posturali, indebolimento muscolare, abbassamento della vista. Sanno cos'è la linguistica computazionale ma hanno difficoltà a dare una definizione esaustiva di linguaggio. Sono fieri di quella che viene chiamata Quarta Rivoluzione Industriale, Industria 4.0, ma mi chiedo se sappiano cos'è la Terza Rivoluzione Industriale. A questo proposito sono costretta ad ammettere che la definizione che ne do io non corrisponde esattamente a quella che si trova online, intendendola infatti io nell'accezione rifkiniana¹, se mi passate il termine.

A un certo punto è intervenuta dal pubblico Silvia Rosa Brusin, la nota conduttrice di TG Leonardo. Sottolineando la diretta proporzionalità tra la massima prestazione di un'applicazione e la quantità di dati necessari, e cioè più vuoi che funzioni più dati ci devi mettere, ha sollevato la questione della necessità di legiferare in materia senza regalare la totalità dei nostri dati sensibili² privi del benché minimo controllo sull'uso che ne verrà fatto. Anche in questo caso un misto di imbarazzo, forse maggiore vista la notorietà dell'interlocutrice, e di sufficienza, come a dire: sono in là con gli anni, non sono al passo con i tempi, non vedono le potenzialità, hanno paure irrazionali. Di fatto non hanno risposto se non in modo evasivo.

Ho preso parola anch'io chiedendo se ritenevano del tutto fuori luogo discutere di un'etica per le “macchine” visti e considerati gli obiettivi assai concreti dei movimenti transumanisti e postumanisti. Hanno tergiversato qualche secondo e sono passati ad altro senza rispondere. Evidente il fatto che non sapessero di cosa stavo parlando. Spero che qualcuno mosso da curiosità sia andato a documentarsi.

Ammiro la loro dedizione, la fiducia che hanno nel progresso, la capacità di destreggiarsi agevolmente in ambiti tanto complessi ma io non voglio una futura generazione di tecnici abilissimi, ma una di uomini capaci, riflessivi, lungimiranti, in grado di tenere le redini, non solo di oliare i mozzi delle ruote. Perdonate ragazzi, la mia è una generazione di mezzo. Tra i libri e la rete. Forse non riesco a spiegarmi perché ormai abbiamo linguaggi diversi ma concedete a me, alla psichiatra, alla signora Brusin, di ritenerci a buon diritto un amalgama felice di conoscenze. Persone capaci di vedere verso entrambe le sponde e formulare una visione d'insieme, una sintesi altrimenti preclusa.

Dovrebbe essere obbligatorio, nelle facoltà scientifiche, almeno lo studio della filosofia e della geografia sociale ma, vista la recente abolizione del tema di storia dagli esami di Maturità, la vedo dura. Si vuole eliminare dalle menti la capacità di contestualizzare e ciò è di una gravità senza precedenti alla luce della rapidità con cui tutto si sta evolvendo.

Altrettanto grave è che i relatori, per tutto il tempo di questo dibattito innescato dall'uditorio, abbiano lasciato la palla ai giovani e siano rimasti muti.

Da menzionare, tra le cose sentite, il riferimento fatto da un relatore all'industria dell'etichettatura: il lavoro nascosto e sottopagato dei data- tagger.

Per il resto me ne sono andata via con un senso di perplessità e, credo legittima, preoccupazione.

Stamane, leggendo un articolo sull'argomento, ho trovato questa frase: “la densità delle persone è proporzionale alla densità dei dati.”. Non so spiegarlo in poche parole ma io la frase l'avrei detta almeno alla rovescia. Pensateci.


Ottobre 2018


¹ Alla luce di quanto viene realizzato dei dettami della TRI (terza rivoluzione industriale illustrata da J.Rifkin), faccio un passo indietro e mi dissocio. Il pensiero di partenza era buono, la messa in pratica deludente.


² Riguardo la cessione dei dati, vi invito a dedicare un’ora del vostro tempo alla visione de “Terms and Conditions May Apply” - https://peertube.uno/w/7Q4S1t7dFr41qHQMcMYAAh





giovedì 28 febbraio 2013

TRANSUMANESIMO

Mi piace guardare le persone. Tutte le persone. Mi è impossibile andare per le strade senza osservare i miei simili. Senza guardarli in volto. Serve a riconoscere se stessi e a riconoscersi tra noi appunto in quanto simili, per quanto ciò possa apparire bizzarro, considerate le diversità a volte sorprendenti tra individui della stessa specie. Eppure ci riconosciamo: si chiama empatia.

Poi penso a Blade Runner, alla possibilità di trovarmi di fronte invece un essere ibrido, uomo macchina, senziente e forse capace di provare emozioni, e mi dico che non potrei non considerarlo un individuo. Altrove ho scritto sulle implicazioni etiche che il progresso scientifico tecnologico comporta e non voglio qui ripetermi, solo torno sulla conclusione: un tale individuo ha dei diritti che vanno tutelati esattamente come quelli di un paraplegico che si esprima con l’ausilio di un computer o, comunque, di un diversamente abile. Ora, se consideriamo diverse aree scientifiche e cioè gli studi sull’Intelligenza Artificiale, le nanotecnologie, l’ingegneria genetica, la neurologia, le biotecnologie applicate, la criogenizzazione, è evidente che ci troviamo nel bel mezzo di una rivoluzione profonda che ci costringe fin d’ora a rivedere e confermare o meno i principi e i valori sui quali abbiamo fondato, o cercato di fondare, la storia umana.

I nostri nipoti dovranno fare i conti con una società molto diversa da quella attuale e noi abbiamo la responsabilità di assumere una posizione in merito.

Anche termini quali eugenetica liberale, transumanesimo, individui postumani, devono entrate nelle nostre teste. Dobbiamo sforzarci di comprenderli, con onestà e coerenza, senza schierarci per forza pro o contro, ma provando a trovare il giusto equilibrio tra ciò che è sacrosanto e ciò che è comunque legittimo. C’è un’immensa zona grigia ed è proprio lì che bisogna lavorare.

Dobbiamo confrontarci con un movimento culturale, intellettuale e scientifico che afferma “il dovere morale di migliorare le capacità fisiche e cognitive della specie umana e di applicare le nuove tecnologie all’uomo, affinché si possano eliminare aspetti non desiderati come la sofferenza, la malattia, l’invecchiamento, e, persino, la morte.” E ancora, sarà individuo qualunque entità, umana, animale*, extraterrestre, cyborg, in possesso di ratio. E qui arrivano le prime domande: cosa significa migliorare? Su cosa si baserà il criterio di normalità? Esisteranno dei limiti alla ri-progettazione umana che, attraverso l’individuo transumano, porterà a quello postumano?* E chi apparterrà ancora alla cerchia degli umani, come verrà considerato? Un Pc con “cervello umano” sarà persona? Si tratterebbe certo di un riduzionismo funzionalista, persona solo in quanto ente razionale, ma seconde me si considera la questione dalla prospettiva sbagliata. Non si vuole concedere lo status di persona a una macchina senziente perché non s’intende considerare la razionalità come parametro determinante, in quanto ciò comporterebbe il considerare i disabili mentali non persone. Ebbene i disabili mentali sono persone, con tanto di diritti, (esistono molti modi per sentire ed esprimere il proprio io), ma perché vogliamo discriminare un cyborg se comprende e magari sarà in grado di auto evolversi sino a compiere scelte autonome? Non sarebbe né giusto né coerente. E accadrà: non è fantascienza, è solo questione di tempo e di interessi.. Il problema lo vedrei più sul fronte del controllo. Chi gestirà, come, e con che fine. Per il resto questo processo è già in corso e non si arresterà: fa parte della nostra natura andare avanti, di confine in confine. Cerchiamo di gestire la cosa al meglio. E teniamo a mente che nessuna conquista tecnico-scientifica può trasformare la società se non è accompagnata da una rivoluzione culturale, sociale e politica. Ci si deve poter riconoscere in un obiettivo per rivendicare o accettare la messa in atto di tutte le misure atte a conseguirlo. Di questo dobbiamo essere consapevoli. I transumanisti lo sono, tant’è che parlano esplicitamente di un lungo e complesso lavoro di persuasione, per far sì che l’accettazione delle varie fasi di trasformazione vengano accolte dalle persone senza ostacoli e traumi.

Ma, al dunque, oltre all’invito ad approfondire l’argomento, io che da bambina volevo fare l’astronauta e che divoro letteratura scientifica, mi chiedo, proprio in nome di ciò, anziché migliorare l’essere umano, non sarebbe già una gran cosa dargli una vita migliore? E poi, non saranno proprio la nostra fragilità e caducità, la nostra limitatezza nel tempo ad essere cifra della nostra grandezza?

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MTI – Movimento Italiano Transumanista

WTA – World Transhumanist Association

*Molto interessante approfondire le posizioni di Roberto Marchesini, fondatore della zoo antropologia, sostenitore del Movimento Italiano Postumanista, e autore di testi interessanti, uno tra tutti, “La fabbrica delle chimere”. La zooantropologia (argomento trattato però in altri saggi), in breve, ritiene l’eterospecifico (in questo caso l’animale) come soggetto, un’entità in grado di dialogare con l’uomo e di contaminarlo, ed è necessario salvaguardare l’eterospecifico con i suoi caratteri di soggettività, di diversità dall’uomo, di peculiarità, e cioè non reificare, non antropomorfizzare, non considerarlo come cifra. Arrivare a considerare la relazione uomo-animale, e la referenza che ne consegue, un contributo insostituibile. A diminuire la distanza che separa la nostra specie dalle altre. Se la biologia evoluzionista ha creato un legame di tipi filogenetico, la zoo antropologia ne crea uno di tipo ontogenetico. L’eterospecifico viene ad assumere un ruolo specifico nell’ontologia umana.

Tra l’altro, avendo letto il saggio di cui sopra, mi domando quale sia stata la chiave di volta che lo ha spinto a sostenere il postumanismo: se, per certi versi, lo comprendo, per altri no, e non mi dispiacerebbe un confronto sulla questione.

2011

AGGIORNAMENTO

* Ho finito di leggere “Estetica postumanista” di Roberto Marchesini e mi sono resa conto di quanto sommariamente conoscessi postumanismo e transumanesimo. Ero convinta che postumaniso e transumanesimo fossero fasi di un unico processo, invece si tratta di due correnti ben distinte se pur con manifestazioni analoghe, sopratutto per quanto riguarda l’uso della tecnologia. In sintesi, il postumanismo vuole essere un superamento dell’umanismo, della concezione antropocentrica, dell’uomo vitruviano, attraverso una contaminazione con l’altro (teriomorfismo e tecnomorfismo) che rende l’uomo più vulnerabile, certo, ma maggiormente permeabile a ciò che lo circonda. La nascita di un ibrido transpecifico consapevole delle radici e del destino comune di tutti gli esseri appartenenti alla sfera del vivente. Non più l’umano che emerge per opposizione dicotomica ma il postumano che è l’essere che si connette con ciò che è oltre il suo corpo e prende coscienza del continuum con il non umano in una realtà in cui la natura (e la tecnologia) non è più palcoscenico, l’animale non è più portatore di quelle funzioni biologiche da cui ci si vuole affrancare ma parte dell’ontopoiesi umana. Il posumanismo parla di trasformazione della consapevolezza. Una sorta di neoumasismo relazionale.

Il transumansimo, al contrario, non parla di connessione ma di potenziamento dell’uomo, attraverso la tecnologia. Quindi permane la visione antropocentrica che il postumanismo rifiuta. Il transumanesimo parla di iperumanismo che liberi dai vincoli del biologico ‘estraendolo’ dal divenire.

Il libro è da leggere. Ricco di spunti su cui riflettere. Io l’ho riempito di considerazioni a latere, punti esclamativi, domande, commenti di condivisione o di disapprovazione. Potrebbe essere un buon esercizio confrontarsi con questa nuova estetica, in senso filosofico, che è già ben radicata e si esprime nei più svariati campi.

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA:

- Post-Human di Roberto Marchesini

- Essere una macchina di Mark O’Connell

- Beyond Boundaries di Miguel Nicolelis

- Il cervello universale di Miguel Nicolelis

- Postumanesimo e filosofia di Claudio Bonito

- Il gene del diavolo di B.M. Assael

- La vita segreta di Andrew O’Hagan

- Le identità in Myazaki di Matteo Quinto

- Estetica postumanista di Roberto Marchesini


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