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lunedì 9 maggio 2016

CAMARGUE APPUNTI

Oggi ho ucciso un pezzo di mare. Probabilmente lo faccio più spesso di quanto io creda.

Mi sono concessa una porzione telline alla camarguese con un bicchiere di vino bianco. Minuscole telline servite in abbondanza ogni giorno e quasi in ogni locale della Camargue.

Ai tavolini accanto, fritture di minuscoli pesci, altrettanto minuscoli moscardini in insalata con le patate.

In una frenesia di somministrazione e ingestione.

Per metterci il carico, il vino è stato servito in bicchieri di plastica trasparente.

Notando che osservavo i vassoi serviti al tavolino accanto, il cameriere mi ha offerto un assaggio di frittura.

Lungo la battigia, di anno in anno, trovo sempre meno conchiglie.


Singolare quanto all'estero ci si senta liberi di parlare la propria lingua incuranti di ciò che si dice, al punto da fare osservazioni su chi passa vicino, certi di non essere compresi. Oggi, 25 aprile, Saint Maries de la mer pullula di italiani. Tutti indistintamente commentano come mai farebbero a casa propria.

Mi sono messa sulla spiaggia a leggere dietro un muretto al riparo dal vento. Mi sono spogliata e sono rimasta in biancheria (sobria e castigata in cotone grigio). Non mi sono accorta di una presenza maschile arrivata sulla passeggiata alle mie spalle ma ho sentito i passi e la voce di una donna che lo apostrofava:

«Ho capito perché ti sei fermato qui.». Ad alta voce a neanche due metri da me che mi sono sollevata a guardare nella loro direzione incontrando lo sguardo di lei.

«Inutile che fai il finto tonto... tanto non hai visto bene, quella avrà più di quarant'anni.»

Considerato che ne ho praticamente cinquanta, è andata bene così.




Mi chiedo perché, visto che in alcune panetterie fanno delle baguettes squisite, molti francesi acquistino quelle dei supermercati, cotte da surgelate, identiche a quelle che trovo nei supermercati in Italia.

Ho visto una corrida in televisione. La cocarde. Mi è piaciuta. Una meraviglia quei bei ragazzi atletici che praticamente volano. Un po' rudi con l'animale ma d'altronde giocano con un toro.

Al ristorante delle telline un suonatore ambulante di chitarra ha intonato canzoni popolari spagnole. Avrà avuto più di cinquant'anni, basso, scuro di pelle, sinceramente cordiale, e una gran bella voce.

E occhi simili a quelli di chi mi suggerì questa destinazione diversi anni fa.

Una piccola Spagna in cui si parla francese.

Mi piace guidare in Camargue.

Mi sento blasfema nel dirlo, pensando a tutti gli articoli che ho scritto sulle automobili, ma percorrere lentamente in auto queste strade mi rilassa in modo inaspettato. Nessun ostacolo alla vista, il giorno che non finisce, il vento, i canneti, laghi improvvisi, animali che attraversano.

Nessun rischio di perdersi e la voglia di proseguire all'infinito.

Svegliarmi, fare un caffè, berlo al freddo davanti alla staccionata, scavalcarla in camicia da notte e chiamare i due stalloni arabi per dar loro il buongiorno. Fraternizzare con il gallo ma non riuscirci con il gatto suo amico. Riempirmi gli occhi di verde e di blu. Sdraiarmi nel campo con i cavalli che brucano vicino e nel cielo uccelli migratori che planano verso le risaie da pochi giorni allagate.

Ogni essere umano dovrebbe poter vivere così. In assoluta empatia con ciò che lo circonda.

Avremmo solo bisogno di spazio, di verde e di azzurro. Solo di questo. Di spazio in ogni sua forma e manifestazione. Ed è ciò che ci stanno sottraendo, che permettiamo ci venga sottratto.








Dopo che ho visto cosa è in grado di saltare un toro, certe recinzioni mi preoccupano.





Ho scoperto che mi piace la pianura.

È strano sentirmi a casa a Saint Gilles.





Ho persino un mio posto segreto cui si arriva violando un divieto d'accesso. Mi siedo e guardo il piccolo Rodano passare. Un ottimo posto per scrivere. Un'ottima prospettiva da cui riconsiderare le cose.

Il livello di inquinanti che il Rodano porta a campi, vigne, e saline, è impressionante.






2016



martedì 23 giugno 2015

SENTINEL 2

Abbiamo avuto bisogno di sparare nello spazio Sentinel 2 per controllare lo stato di salute del pianeta!


23 giugno 2015







lunedì 4 maggio 2015

#EXPO 2015

Altro che un inno e un invito alla cooperazione tra culture e alla produzione e commercializzazione di prodotti di qualità, dove per qualità s'intende anche la sostenibilità del contributo umano e ambientale dell'intera filiera. L’Expo è la celebrazione di una dicotomia: il cibo (presumibilmente) buono, biologico e ogm free per chi ha i soldi e per tutti gli altri no: agricoltura e allevamento intensivi con le tecniche che tale produzione massiva implica, fitofarmaci, diserbanti, e ormoni come se piovesse, ingredienti scadenti e additivi poco salubri, grande distribuzione a prezzi popolari e camminare. Senza contare i costi esternalizzati a cascata: degrado del territorio, inquinamento delle acque, lavoro sottopagato, pessime condizioni di lavoro.
E i milioni di euro spesi per istallazioni pretenziose sono un’offesa alla fame presente in quei Paesi che tali totem vanno a glorificare.
Sono ben altri i passi da fare per realizzare ciò che gli spot di Expo decantano.


Altro che Black Block (infiltrati, figli di papà, o sinceramente arrabbiati che siano), manco un bombardamento intelligente potrebbe cambiare le sorti di un mondo che si vuole rigorosamente diviso in due. Dove quello che ancora di decente avanza non può essere certo distribuito a tutti.

28 aprile 2015




(Tutti i diritti riservati)

mercoledì 21 maggio 2014

GRAZIE A GIUSEPPE CONTE

Voglio ringraziare Giuseppe Conte per aver scritto "Il male veniva dal mare".
Per essere amico di Paul Watson e di Charles Moore.
Per aver detto quello che c'è da dire utilizzando un'accattivante veste narrativa.

domenica 3 novembre 2013

CAMBIAMENTI CLIMATICI E BUSINESS

Leggere delle percentuali di emissioni da ridurre entro una certa data, che in genere è fissata a uno o due decenni di distanza, suscita una certa ilarità.

O ancora, per portare un piccolo esempio fresco e indicativo di come funziona il tutto, la Convenzione di Minamata¹ (cittadina giapponese vittima negli anni ’50 del peggior disastro ambientale e umano causato dal mercurio. Tale Convenzione sancisce entro il 2020 il divieto dell’uso di mercurio. Però solo i nuovi impianti a carbone (tra le maggiori fonti dell’emissione totale di 2000 tonnellate annue) dovranno dotarsi di nuove tecnologie per limitare le suddette emissioni, quelli esistenti no, e l’estrazione di mercurio sarà vietata solo dopo 15 anni dall’entrata in vigore della convenzione.

Innanzitutto perché, di tutti gli accordi internazionali, gli unici veramente vincolanti sono quelli relativi al commercio? Perché i Paesi devono scegliere dei regimi che siano conformi alle regole del WTO? Perché in tutti gli altri casi, si tratti di armi, di diritti umani, di sanità, di ambiente, di clima, di balene, convenzioni e accordi restano lettera morta, carta straccia, tempo, denaro ed energie umane sprecati? O, nella migliore delle ipotesi, non vincolano chi non aderisce? E, tutto sommato, nemmeno chi aderisce?

A proposito delle emissioni, anche di fronte a uno stop immediato e totale di ogni fonte di gas serra, il cambiamento climatico² in atto procederebbe indisturbato per ancora un bel pezzo, per quella che gli scienziati chiamano retroazione positiva, ossia, in soldoni, per i gas già presenti in atmosfera. E il cambiamento è in atto, checché ne dicano esperti prezzolati.

Le prove? A parte l’intensificarsi di fenomeni meteorologici gravi e sempre più frequenti che sono all’onor di cronaca pressoché quotidiana ma che potrebbero venire giustificati adducendo il fatto che nelle varie ere si sono alternati periodi molto freddi a periodi molto caldi, esistono dei fatti inconfutabili.

Società assicurative di importanza mondiale (tra l’altro alcune presenti nell’elenco delle 50 multinazionali più ricche del mondo) hanno avuto negli ultimi anni perdite record per danni causati da eventi climatici e ora si guardano bene dal permettere che ciò si ripeta e stanno esponenzialmente alzando i premi o rifiutando di assicurare in determinate aree.

Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), ente prudente e conservatore, i cui resoconti devono essere approvati dai governi prima di divenire pubblici (quindi devono essere resoconti sufficientemente diplomatici e certo non allarmisti), da vent'anni mette in guardia, e continua a farlo, riguardo ai cambiamenti climatici e alle conseguenze gravi di questo, presentando scenari tutt'altro che rassicuranti. E, appunto, bisogna riflettere sul fatto che si tratta di una versione edulcorata.

L’OMM, l’Organizzazione meteorologica mondiale, dal canto suo paventa scenari raccapriccianti. Ho letto alcuni stralci delle loro ricerche sul decennio 2001-2010 ed è una lettura edificante. In accordo con molte conclusioni dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), ciò che viene fuori è che la percentuale di popolazione mondiale che vive in zone a rischio è e sarà crescente, con annessi problemi di accesso al cibo, all’acqua, alla terra fertile, quindi conflitti e migrazioni consistenti.

Il fenomeno del Land grabbing, di cui ho scritto in un’altra occasione, cioè l’accaparramento di vasti territori a prezzi irrisori da parte di multinazionali e governi è un’ulteriore conferma in tal senso e dice chiaro che lo sanno bene che è meglio, per chi può permetterselo, arraffare a man bassa l’arraffabile.

E poi basta leggere le quotazioni in borsa dei prodotti agricoli, alimentari o per biocombustibili, per notare che non solo tengono ma sono al rialzo costante e che, a parte i colossi di internet, gli investimenti più accreditati sono quelli rivolti al cibo, oltreché ai minerali rari.

Ma passano i decenni e nessuna vera rivoluzione energetica³ è avvenuta né è in procinto di avvenire: tutti gli operatori del settore ora parlano green ma in pratica spendono una percentuale irrisoria dei propri investimenti per un’autentica ricerca e buona parte del cosiddetto green consta nel piantare un paio di alberi in paesi che inquinano ancora poco in cambio dei loro diritti di emissione.

Siamo di fronte a degli incompetenti o a una volontà politica precisa?

Di sicuro c’è che siamo proprio alla frutta.



giugno 2013



Tutti i diritti riservati





¹ https://www.reteambiente.it/repository/normativa/convenzione_minamata_ita.pdf

LEGGETELA E POI DITE SE NON PARE ANCHE A VOI SI TRATTI DI UNA CONVENZIONE DI FACCIATA, CONSIDERATE TUTTE LE DEROGHE E I CASI ESCLUSI DALLA CONVENZIONE. UNA SORTA DI ATTO DOVUTO, VISTI I TEMPI.

In Italia pubblicata la Legge 8 Ottobre 2020 n. 134 (G.U. n. 267 del 27 Ottobre 2020) recante la ratifica ed esecuzione della Convenzione di Minamata sul mercurio fatta a Kumamoto il 10 ottobre 2013.

Alcuni stralci...

per tecniche «disponibili» si intendono, in relazione ad una determinata Parte o ad un impianto specifico sul territorio di tale Parte, quelle tecniche messe a punto su una scala tale da consentirne l’applicazione in un rilevante settore industriale a condizioni economiche e tecniche sostenibili, tenendo conto dei costi e dei benefici, indipendentemente dal fatto che queste tecniche siano utilizzate o messe a punto sul territorio di tale Parte, a condizione che siano accessibili al gestore dell’impianto come stabilito dalla Parte in questione

2. Le disposizioni di cui al presente articolo non si applicano a: a) quantità di mercurio o di composti di mercurio destinate ad essere utilizzate per attività di ricerca di laboratorio o come campione di riferimento; o b) tracce di mercurio o di composti di mercurio esistenti in natura presenti in prodotti quali i metalli privi di mercurio, i minerali o prodotti minerali, incluso il carbone, o i prodotti derivati da questi materiali, e tracce non intenzionali presenti nei prodotti chimici; o c) prodotti con aggiunta di mercurio. TROVERETE LA SPECIFICA NEGLI ALLEGATI

a) impegnarsi a censire le singole riserve di mercurio o di composti di mercurio superiori a 50 tonnellate metriche e le fonti di approvvigionamento di mercurio che producono riserve superiori a 10 tonnellate metriche per anno, situate nel proprio territorio;


² In merito al cambiamento climatico, questo manicheismo tra chi nega tutto e chi afferma acriticamente che le cause sono esclusivamente antropiche, esiste una via di mezzo che si avvicina maggiormente alla verità. Lungo e complesso qui entrare nel merito ma ci tengo a precisare che quando scrivo cambiamento climatico, rivoluzione energetica, energia rinnovabile, lo faccio prendendo le distanze sia dagli atteggiamenti oscurantisti no scienza, sia da quelli dogmatici la scienza ha sempre ragione. Se verso i primi posso provare un moto di comprensione perché i problemi ci sono e la preoccupazione è reale e sentita, verso i secondi sono meno condiscendente visto che, a quanto consto e a parte rare eccezioni, la maggior parte dei propugnatori della nuova dogmatica fede nel progresso sono gli stessi che propinano poi cappotti termici e auto elettriche senza minimamente andare a sfiorare gli autentici punti caldi della questione. Sono presenti in campo due schieramenti opposti entrambi miopi (in uno schieramento ci sono pure conflitti d’interesse e tornaconto vari) e che vinca uno o l’altro non ci avvicineremo non dico a una soluzione o inversione di tendenza ma almeno al rallentare la faccenda.

OCP e Secolo XIX

Ho deciso di pubblicare questo vecchio articolo, perché sono pentita non tanto di non aver fatto valere all’epoca i miei diritti, quanto di aver iniziato ad accettare che il giornalismo in cui avevo sempre creduto non fosse quel gran pilastro


NON È POSSIBILE


Non è possibile, ogni volta mi dico che non è possibile. Non mi capacito della situazione critica raggiunta dal giornalismo italiano: i quotidiani che accompagnano la nostra colazione mi lasciano spesso con la tazzina a mezz’aria. Se da un lato è confortante che notizie degne di attenzione giungano infine in prima pagina, dall’altra il ritardo di anni (!!) con cui ciò spesso avviene è allarmante. Alludo qui alla serie di articoli che il Secolo XIX sta in questi ultimi giorni dedicando alla vicenda dell’OCP, Oleoducto de Crudos Pesados in Ecuador, spacciandoli, sono certa in buona fede, come scoop rivelatore del poco ortodosso comportamento tenuto dall’Agip per conquistare i diritti di sfruttamento petrolifero nel Paese sudamericano. Tanto è meritevole, nonostante lo scarso tempismo rispetto ai fatti, l’intento della citata testata giornalistica, quanto è inquietante che sia stata necessaria la lettura di tali articoli perché ci fosse un minimo di mobilitazione. Coscienze che subito si sono messe all’opera per fare chiarezza: politici, giuristi, europarlamentari, ambientalisti tutti incredibilmente sorpresi e pronti a sdegnate reazioni, interrogazioni, indagini e via discorrendo. Si sono dunque svegliati solo dopo il reportage in questione? Mai sentito parlare prima del fatto? Cosa leggono queste persone? Come passano il loro tempo? Com’è possibile che certe informazioni non giungano alle loro orecchie anche solo per caso? Come può esistere una tale disinformazione, un tale disinteresse? O, semplicemente, di fronte al fatto che una certa questione diventi di dominio pubblico, la si sfrutta demagogicamente?

A marzo del 2002, venuta a conoscenza dell’accordo OCP, mi documentai per quel che mi fu possibile e scrissi una lettera-articolo, inviandola ad alcuni giornali, tra cui il Secolo XIX. Presso la sede del Secolo XIX mi recai poi anche di persona per perorare la pubblicazione ma non ero giornalista e non avevo conoscenze. L'articolo non fu dunque pubblicato, e fin qui nulla di strano, ma tanto stupore e scalpore oggi possono significare solo due cose: o c’è una gran disattenzione da parte del personale delle varie redazioni o c’è, se non malafede, perlomeno censura, nel senso che le cose si sanno, ma si aspetta il momento “giusto” per permettere che vengano rese pubbliche.

Di seguito riporto la lettera cui mi riferisco sopra, lettera che qualcuno deve aver ritrovato da qualche parte e, verosimilmente, sfruttato.


14 marzo 2005

(la presente inviata in data 15 marzo 2005 alla redazione de Secolo XIX)


Marzo 2002

Nel giugno dello scorso anno, dopo anni di attesa, il Ministero dell’energia e delle miniere ha concesso il nulla osta ambientale al progetto di realizzazione dell’OCP, Oleoducto de Crudos Pesados, in Ecuador. Questo nuovo oleodotto, la cui lunghezza complessiva sarà di circa 500.000 chilometri, affiancherà per buona parte del percorso il SOTE, il Sistema di Oleodotto Transecuadoriano che la Texaco realizzò nel Paese più o meno trent’anni fa’. Dicono che potrà trasportare 450.000 barili di petrolio grezzo al giorno tra il terminale situato nell’Amazzonia Ecuadoriana orientale e il Terminale di Esmeraldas sulla costa dell’Ecuador.

L’importanza della costruzione dell’oleodotto è collegata, per il governo dell’Ecuador, al processo di dollarizzazione, ovvero alla scelta del dollaro come valuta nazionale, e richiede forti investimenti di capitale straniero.

L’accordo è stato sottoscritto in giugno tra il governo e un consorzio di compagnie petrolifere, tra cui figura l’italiana Agip per una quota del 7,51%. Queste imprese trasporteranno petrolio per vent’anni, ammortizzando l’investimento, dopo di che l’Ocp diverrà proprietà dello Stato. Stato che si ritroverà tra le mani un impianto logoro perché alla sua regolare manutenzione difficilmente si sarà provveduto nel frattempo.

Nonostante esistano validi motivi per opporsi al progetto, i lavori hanno già preso il via nel mese di agosto. Innanzitutto non ci sarebbe un volume di greggio tale da poter utilizzare entrambi gli oleodotti a pieno ritmo, salvo procedere alla realizzazione di nuovi pozzi con stazioni di pompaggio e centinaia di chilometri di tubazioni per alimentare l’OCP. Questi ulteriori lavori non sono contemplati nel Piano di Gestione Ambientale dell’OCP, già ritenuto insufficiente per mitigare gli impatti negativi sull’ambiente e sulla popolazione che avrà il progetto base. Le stesse procedure della VIA (valutazione di impatto ambientale) si sono ridotte a un’analisi di pochi giorni su porzioni limitate di territorio (in parte già compromesso dal SOTE), per cui non hanno fornito le informazioni necessarie per una corretta valutazione dell’impatto stesso; non c’è stata una consultazione della società civile né hanno considerato i cosiddetti impatti cumulativi: in altre parole tutti gli eventi non pianificati causati dal progetto (insediamenti, disboscamento, incidenti, allontanamento coatto di indigeni dai propri territori, ecc.). Una simile carenza di analisi e l’aver tralasciato questioni chiave nella VIA, ha di certo determinato una sottostima della portata e dell’impatto complessivo di questo progetto. L’oleodotto attraverserà 11 aree protette, aree sorgive di fiumi, foreste primarie, zone agricole, zone geologicamente instabili, centri abitati. Molte organizzazioni internazionali hanno fatto pressioni affinché l’OCP non fosse finanziato, così come hanno richiesto a gran voce movimenti interni all’Ecuador: Accion Ecologica e Mujeres por la madre tierra, in prima linea, continuano infatti a opporsi con valide argomentazioni. Una tra le tante, i guadagni derivanti dalla messa in opera dell’OCP restano alle multinazionali straniere che pagano al governo delle royalty, le quali finiscono nel tritacarne del debito estero.

Per quanto riguarda la posizione dell’Italia, l’Agip, in cambio della cessione dei diritti di sfruttamento petrolifero di una delle zone in questione, il bloque 10, ha dato un quintale di riso, uno di zucchero, burro e sale, ma solo una volta al mese e solo per i mesi di maggio, agosto e novembre 2001. A ciò si aggiungono una lavagna, due palloni, un fischietto, una bandiera dell’Ecuador, quindici piatti, quindici tazze, quindici cucchiai, una pentola, due secchi, un’aula scolastica, uno stipendio di 40 dollari mensili per sei insegnanti per sei mesi, corredi farmaceutici del valore di 200 dollari ciascuno, qualche migliaio di dollari per tubazioni per l’acqua potabile e via delirando. Stupefacente.

Questo progetto, che non avrebbe superato la fase di valutazione se non avesse ricevuto i finanziamenti per operare (nessuna compagnia rischia i propri fondi), ne ha ottenuti da un consorzio di banche il cui intermediario finanziario è l’italiana BNL (Banca Nazionale del Lavoro), che sinora non ha preteso, come sarebbe doveroso, da parte del consorzio bancario una valutazione indipendente da quella fatta dal Consorzio OCP. Inoltre è da tenere in considerazione il ruolo della SACE, l’Istituto per i Servizi Assicurativi del Commercio con l’Estero, che si prende carico dei crediti commerciali andati insoluti, risarcendo le imprese italiane investitrici con denaro pubblico, aumentando quindi il debito verso il settore pubblico italiano, già ampiamente esposto verso l’Ecuador.

Come un tale accordo possa essere stato accettato dalla controparte è spiegabile con il ruolo ambiguo di alcuni rappresentanti delle comunità indigene, che, evidentemente, avranno avuto il loro tornaconto nella contrattazione, nonché con il fatto che lo sfruttamento petrolifero in Ecuador è stato dichiarato dal Governo priorità nazionale e come tale sottostà alla Legge di Sicurezza Nazionale che è al di sopra di tutte le altre leggi. Un escamotage contro l’incostituzionalità dello sfruttamento di zone protette, in quanto dalla Costituzione viene prevista per queste ultime l’inalienabilità.

Tra qualche anno qualcuno, di fronte all’evidenza dello scempio, griderà allo scandalo, ci saranno delle indagini e cadrà qualche testa, ma qualche mese dopo tutto sarà dimenticato. Nel frattempo altre vicende simili si propagheranno come un cancro sulla terra, per essere poi a loro volta esecrate e condannate, senza che una reale volontà d’analisi e prevenzione prenda forma.

marzo 2002

P.S. A fronte dello scoop del Secolo XIX, inviai una raccomandata alla redazione, facendo presente la loro scorrettezza: il pezzo era mio. Inviai in allegato copia originale. Non ottenni riscontro. Non avevo i mezzi per intentare una causa e rinunciai. Me ne pento ancora.


AGGIORNAMENTI (aprile 2013): L’OCP, operativo se pur inizialmente in misura ridotta dal 2003, sta per inaugurare il trasporto di greggio dalla Colombia


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lunedì 29 luglio 2013

DI PASSAGGIO


UNO

Che bei materiali trasparenti! Bisogna proprio cedere il passo. Oh la razionalità tecnologica…

Che belle cosce ha questa commessa! Al di là del bancone come se il bancone non ci fosse!

Tutto è vetrina! L’amplesso s’immagina facile.

Una bella coscienza felice aleggia nell’aria. Oh come tutti sono entusiasti! Coinvolti. Coinvolti da tutto come solo gli indifferenti. Beati gli indifferenti che sono i primi a gioire! Sempre saranno i primi e guardinghi scruteranno gli scettici! Alla malora gli scettici!

Tutto funziona a meraviglia. L’illuminazione sfaccetta la città di inattese policromie e tutto si fa scintillante. Su in alto, agli ultimi piani, si gode la vista su questa estensione interna di case, di strade e negozi e movimento spumeggiante.

Che nessuno ne sia privo! I palazzi hanno le finestre tutte rivolte verso il cuore dell’urbe. Lisce e cieche pareti fronteggiano all’esterno. Immensi condizionatori arroventano l’aria dalla cinta periferica verso lo spazio aperto. Il mondo altrove è altrove e non tocca la libera coscienza dell’oasi. Non si negozia sulla temperatura neanche d’un grado. Aria fresca, aria fresca, aria fresca!

Da lontano chi giunge incontra solo il riverbero uniforme e metallico dei dorsi muti delle abitazioni, che di qua si fanno traslucide e solo iridescenze separano la vita domestica da quella pubblica.

Ma chi giunge? Ben pochi. Sono sufficienti a ogni città un’unica linea ferroviaria e un’unica arteria stradale agibili. Le metropoli offrono funzionalità e benessere standard: a ognuno è bastante la propria. Per lavoro ancora qualcuno si sposta, ma nel caso lo fa per aria.

Giacciono in reticolo abbandonate centinaia di migliaia di chilometri d’asfalto. Oh, la stoltezza dell’uomo!

Viaggiare collegare raggiungere possedere. È di gran lunga bastevole starsene fermi e colonizzare lo spazio che tocca in sorte. Ognuno con meticolosità e determinazione, suggere ciò che serve o aggrada e dal centro diramare in impercettibile e inesorabile forza centrifuga.

Conglomerati. Psoriasi squamosa che secca la terra che resta negli interstizi non inglobati. È terra che avanza! Tanta ce n’è lungo le coste.


DUE

Quel tipo ha infilato la spina del carica batterie nella presa a fianco dello specchio, si è sciacquato le mani e rinfrescato e ha fatto un po’ di boxe con l’immagine riflessa. Si è messo di schiena e sta torcendo il collo, si sta controllando il tatuaggio e la canotta ,che non sia troppo sporca, e ora si fa un panino seduto sulla tazza del cesso. Certo è un tipo che sa come si vive sui treni. Nello sferraglio tra due vagoni ha fatto casa: ha appeso un sacchetto di bottiglie di plastica quasi tutte vuote e si è seduto su una delle piastre di ferro allungando le gambe. Però ha avuto l’accortezza di far passare il filo sotto la porta del bagno e ha portato il telefonino a portata di mano.

Rimane un bel tratto dall’ultima fermata alla meta che ho in mente, un qualche mezzo di fortuna certo lo troverò, saranno un centinaio di chilometri, basta giungere a destinazione, per il ritorno un mezzo altrettanto di fortuna, a meno che non decida di restare, in attesa del rientro.

Meraviglia! Superate le squallide baracche di chi ha scelto di restare in prossimità del mare, spazio e solitudine finalmente, quello che serve per rilassarsi!

La vegetazione cresce anarchica tra le carcasse di automobili abbandonate lungo il lido. Ci sono modelli che hanno quasi cent’anni, alcune appartenute certo a villeggianti. Esseri estinti che una volta all’anno venivano a rinfrancarsi dalle fatiche del lavoro con bagni di sole e di mare.

Cumuli di macerie e rifiuti, in alcuni tratti delle vere e proprie colline che si susseguono a perdita d’occhio. Alla base i reperti più vecchi, di quando l’abbandono era timido e non organizzato, ma d’altronde un rimasuglio di pudore restava nel fare discarica là dove famiglie ostinate ancora si riunivano con ombrelli e asciugamani a fare spiaggia senza mare, ché il mare di giallo cromo e olii e assenza d’ossigeno e vita, d’onda e di risacca inerte lambiva la battigia. Ancora ciechi e sordi trovavano spazio tra detriti e spazzatura e giocavano a carte e mangiavano panini e leggevano riviste e bagnavano i piedi e i bimbi riempivano i secchielli e facevano castelli, quando già avevano chiuso anche gli ultimi stabilimenti più moderni, quelli delle docce disinfettanti. Agli ardimentosi che si tuffavano e a vigorose bracciate attraversavano i liquami, s’imponeva immediata una doccia.

Al divieto di queste, che più non davano sicurezza, seguirono impianti che vaporizzavano acqua a offrire al posto del mare quel minimo di refrigerio vitale. Poi anche quelli chiusero i battenti.

Ora, tra pochi che rovistano in cerca di qualcosa che possa tornare a rinnovata utilità, in attesa di allontanarmi da questa palla dall’odore uniforme, posso godere in pace di questo silenzio di morte.




Racconto tratto dalla raccolta "Incontri" Philobiblon edizioni
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100ESIMO POST

Sono esattamente 26 giorni che non mi dedico al blog, 26 giorni che non scrivo. E’ frustrante. Da un lato la mancanza di tempo e la stanchezza, dall’altro la paralisi. L’abbondanza di argomenti mi paralizza.
Penso: devo lasciar scorrere via tutto quanto. Che i fatti parlino da sé. Non perdermi. Il necessario lavoro di approfondimento e comprensione mi sovrasta e non trovo il giusto canale di comunicazione. Non trovo il modo, o forse il coraggio, di parlare della distanza, di lamentare ad alta voce l’ostinata ignoranza, la risoluzione a non voler sapere, a non voler vedere, a non voler capire.
Tutte le parole mandate nel mondo nei secoli non sono giunte se non a pochi. E continuano a non arrivare che a pochi. Ma ho dichiarato il mio intento, per cui continuo.
Dunque, per questo 100esimo post cosa scrivere? E’ un traguardo simbolico, ma per me importante. Potrei raccontare della pietra tirata in spiaggia da un adolescente a Fratello, il nostro amico del Bangladesh, della signora che al balcone con il marito ha seguito il concerto di Uto Ughi in Piazza dei Corallini a Cervo, con l’IPad sollevato tutto il tempo per riprendere l’avvenimento. Potrei parlare delle news a scorrimento sulla homepage di Libero del 16 luglio (Squalo divora quindicenne – Scoppia la casa, bruciati vivi due bimbi – Nonna abusa della nipotina, poi la strangola), o ancora del senegalese inseguito dai carabinieri e annegato a Ventimiglia  (un amico era presente), dello spot della Apple (E’ questo. Quello che conta è questo. Come vivi un prodotto!). Potrei parlare della vergogna che provo quando apro l’armadio a muro ripieno di scarpe (ne ho di vecchissime, le conservo al meglio, pago l’affitto, non ho l’auto, sono precaria, ma tant’è)
Del barbone cui ho dato una manciata di tabacco e alcune cartine in un vicolo di Genova, di un muratore che tra una bestemmia e l’altra, sul ponteggio discorre con i colleghi del neonato erede al trono inglese. Anche della donna con maschera e boccaglio che ignara, lo sguardo rivolto al fondale, avanza tra i liquami scaricati dagli yachts in rada, dei bambini tra canotti e salvagente a sguazzare nel medesimo putridume. Della pubblicità Vola gratis: c’è il quasi scritto piccolino, ma la voce dice vola gratis. Per inculcare l’idea che possa esistere un qualcosa privo di costi (diretti, indiretti, esternalizzati). Come se la maggior parte delle persone non ne fosse già a sufficienza persuasa. Degli scontri per la Tav. Degli articoli sull’economia: “i segnali di miglioramento ci sono, scenderà il costo del denaro ma resterà pesante la disoccupazione…”. Dell’aumento sui treni interregionali (perché proprio non c’è verso: automobili, automobili, automobili), e di Italo, il nuovo treno low cost, e dell'Alvia 141deragliato in Spagna.
Senza tregua.
Ecco, senza tregua. Potrei riportare mille spunti, ma la sostanza non cambia. I temi di fondo restano gli stessi. E anche la sensazione di essere carne da macello.


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