Ho
deciso di pubblicare questo vecchio articolo, perché sono pentita
non tanto di non aver fatto valere all’epoca i miei diritti, quanto
di aver iniziato ad accettare che il giornalismo in cui avevo sempre
creduto non fosse quel gran pilastro
NON
È POSSIBILE
Non
è possibile, ogni volta mi dico che non è possibile. Non mi
capacito della situazione critica raggiunta dal giornalismo italiano:
i quotidiani che accompagnano la nostra colazione mi lasciano spesso
con la tazzina a mezz’aria. Se da un lato è confortante che
notizie degne di attenzione giungano infine in prima pagina,
dall’altra il ritardo di anni (!!) con cui ciò spesso avviene è
allarmante. Alludo qui alla serie di articoli che il Secolo XIX sta
in questi ultimi giorni dedicando alla vicenda dell’OCP, Oleoducto
de Crudos Pesados in Ecuador, spacciandoli, sono certa in buona fede,
come scoop rivelatore del poco ortodosso comportamento tenuto
dall’Agip per conquistare i diritti di sfruttamento petrolifero nel
Paese sudamericano. Tanto è meritevole, nonostante lo scarso
tempismo rispetto ai fatti, l’intento della citata testata
giornalistica, quanto è inquietante che sia stata necessaria la
lettura di tali articoli perché ci fosse un minimo di mobilitazione.
Coscienze che subito si sono messe all’opera per fare chiarezza:
politici, giuristi, europarlamentari, ambientalisti tutti
incredibilmente sorpresi e pronti a sdegnate reazioni,
interrogazioni, indagini e via discorrendo. Si sono dunque svegliati
solo dopo il reportage in questione? Mai sentito parlare prima del
fatto? Cosa leggono queste persone? Come passano il loro tempo? Com’è
possibile che certe informazioni non giungano alle loro orecchie
anche solo per caso? Come può esistere una tale disinformazione, un
tale disinteresse? O, semplicemente, di fronte al fatto che una certa
questione diventi di dominio pubblico, la si sfrutta demagogicamente?
A
marzo del 2002, venuta a conoscenza dell’accordo OCP, mi documentai
per quel che mi fu possibile e scrissi una lettera-articolo,
inviandola ad alcuni giornali, tra cui il Secolo XIX. Presso la sede del Secolo XIX mi recai poi anche di persona per perorare la pubblicazione ma non ero giornalista e non avevo conoscenze. L'articolo non fu dunque pubblicato, e fin qui nulla di strano, ma tanto stupore e scalpore
oggi possono significare solo due cose: o c’è una gran
disattenzione da parte del personale delle varie redazioni o c’è,
se non malafede, perlomeno censura, nel senso che le cose si sanno,
ma si aspetta il momento “giusto” per permettere che vengano rese
pubbliche.
Di
seguito riporto la lettera cui mi riferisco sopra, lettera che qualcuno deve
aver ritrovato da qualche parte e, verosimilmente, sfruttato.
14
marzo 2005
(la
presente inviata in data 15 marzo 2005 alla redazione de Secolo XIX)
Marzo
2002
Nel
giugno dello scorso anno, dopo anni di attesa, il Ministero
dell’energia e delle miniere ha concesso il nulla osta ambientale
al progetto di realizzazione dell’OCP, Oleoducto de Crudos Pesados,
in Ecuador. Questo nuovo oleodotto, la cui lunghezza complessiva sarà
di circa 500.000 chilometri, affiancherà per buona parte del
percorso il SOTE, il Sistema di Oleodotto Transecuadoriano che la
Texaco realizzò nel Paese più o meno trent’anni fa’. Dicono che
potrà trasportare 450.000 barili di petrolio grezzo al giorno tra il
terminale situato nell’Amazzonia Ecuadoriana orientale e il
Terminale di Esmeraldas sulla costa dell’Ecuador.
L’importanza
della costruzione dell’oleodotto è collegata, per il governo
dell’Ecuador, al processo di dollarizzazione, ovvero alla scelta
del dollaro come valuta nazionale, e richiede forti investimenti di
capitale straniero.
L’accordo
è stato sottoscritto in giugno tra il governo e un consorzio di
compagnie petrolifere, tra cui figura l’italiana Agip per una quota
del 7,51%. Queste imprese trasporteranno petrolio per vent’anni,
ammortizzando l’investimento, dopo di che l’Ocp diverrà
proprietà dello Stato. Stato che si ritroverà tra le mani un
impianto logoro perché alla sua regolare manutenzione difficilmente
si sarà provveduto nel frattempo.
Nonostante
esistano validi motivi per opporsi al progetto, i lavori hanno già
preso il via nel mese di agosto. Innanzitutto non ci sarebbe un
volume di greggio tale da poter utilizzare entrambi gli oleodotti a
pieno ritmo, salvo procedere alla realizzazione di nuovi pozzi con
stazioni di pompaggio e centinaia di chilometri di tubazioni per
alimentare l’OCP. Questi ulteriori lavori non sono contemplati nel
Piano di Gestione Ambientale dell’OCP, già ritenuto insufficiente
per mitigare gli impatti negativi sull’ambiente e sulla popolazione
che avrà il progetto base. Le stesse procedure della VIA
(valutazione di impatto ambientale) si sono ridotte a un’analisi di
pochi giorni su porzioni limitate di territorio (in parte già
compromesso dal SOTE), per cui non hanno fornito le informazioni
necessarie per una corretta valutazione dell’impatto stesso; non
c’è stata una consultazione della società civile né hanno
considerato i cosiddetti impatti cumulativi: in altre parole tutti
gli eventi non pianificati causati dal progetto (insediamenti,
disboscamento, incidenti, allontanamento coatto di indigeni dai
propri territori, ecc.). Una simile carenza di analisi e l’aver
tralasciato questioni chiave nella VIA, ha di certo determinato una
sottostima della portata e dell’impatto complessivo di questo
progetto. L’oleodotto attraverserà 11 aree protette, aree sorgive
di fiumi, foreste primarie, zone agricole, zone geologicamente
instabili, centri abitati. Molte organizzazioni internazionali hanno
fatto pressioni affinché l’OCP non fosse finanziato, così come
hanno richiesto a gran voce movimenti interni all’Ecuador: Accion
Ecologica e Mujeres por la madre tierra, in prima linea, continuano
infatti a opporsi con valide argomentazioni. Una tra le tante, i
guadagni derivanti dalla messa in opera dell’OCP restano alle
multinazionali straniere che pagano al governo delle royalty, le
quali finiscono nel tritacarne del debito estero.
Per
quanto riguarda la posizione dell’Italia, l’Agip, in cambio della
cessione dei diritti di sfruttamento petrolifero di una delle zone in
questione, il bloque 10, ha dato un quintale di riso, uno di
zucchero, burro e sale, ma solo una volta al mese e solo per i mesi
di maggio, agosto e novembre 2001. A ciò si aggiungono una lavagna,
due palloni, un fischietto, una bandiera dell’Ecuador, quindici
piatti, quindici tazze, quindici cucchiai, una pentola, due secchi,
un’aula scolastica, uno stipendio di 40 dollari mensili per sei
insegnanti per sei mesi, corredi farmaceutici del valore di 200
dollari ciascuno, qualche migliaio di dollari per tubazioni per
l’acqua potabile e via delirando. Stupefacente.
Questo
progetto, che non avrebbe superato la fase di valutazione se non
avesse ricevuto i finanziamenti per operare (nessuna compagnia
rischia i propri fondi), ne ha ottenuti da un consorzio di banche il
cui intermediario finanziario è l’italiana BNL (Banca Nazionale
del Lavoro), che sinora non ha preteso, come sarebbe doveroso, da
parte del consorzio bancario una valutazione indipendente da quella
fatta dal Consorzio OCP. Inoltre è da tenere in considerazione il
ruolo della SACE, l’Istituto per i Servizi Assicurativi del
Commercio con l’Estero, che si prende carico dei crediti
commerciali andati insoluti, risarcendo le imprese italiane
investitrici con denaro pubblico, aumentando quindi il debito verso
il settore pubblico italiano, già ampiamente esposto verso
l’Ecuador.
Come
un tale accordo possa essere stato accettato dalla controparte è
spiegabile con il ruolo ambiguo di alcuni rappresentanti delle
comunità indigene, che, evidentemente, avranno avuto il loro
tornaconto nella contrattazione, nonché con il fatto che lo
sfruttamento petrolifero in Ecuador è stato dichiarato dal Governo
priorità nazionale e come tale sottostà alla Legge di Sicurezza
Nazionale che è al di sopra di tutte le altre leggi. Un escamotage
contro l’incostituzionalità dello sfruttamento di zone protette,
in quanto dalla Costituzione viene prevista per queste ultime
l’inalienabilità.
Tra
qualche anno qualcuno, di fronte all’evidenza dello scempio,
griderà allo scandalo, ci saranno delle indagini e cadrà qualche
testa, ma qualche mese dopo tutto sarà dimenticato. Nel frattempo
altre vicende simili si propagheranno come un cancro sulla terra, per
essere poi a loro volta esecrate e condannate, senza che una reale
volontà d’analisi e prevenzione prenda forma.
marzo
2002
P.S.
A fronte dello scoop del Secolo XIX, inviai una raccomandata alla
redazione, facendo presente la loro scorrettezza: il pezzo era mio.
Inviai in allegato copia originale. Non ottenni riscontro. Non avevo
i mezzi per intentare una causa e rinunciai. Me ne pento ancora.
AGGIORNAMENTI
(aprile 2013): L’OCP, operativo se pur inizialmente in misura
ridotta dal 2003, sta per inaugurare il trasporto di greggio dalla
Colombia