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mercoledì 2 ottobre 2024

CONSIDERAZIONI IN ORDINE SPARSO SU CANCEL CULTURE, INCLUSIVITÀ, DISGREGAZIONE SOCIALE

Nel cortile il bambino vede per la prima volta un africano, sgrana gli occhi meravigliato ed esclama “Ma è tutto nero!”

L’africano sorride, io di rimando.

Se il bambino avesse conosciuto la parola negro, forse avrebbe esclamato “Ma è tutto negro!”

E, probabilmente, l’epilogo sarebbe stato identico.

Perché a comandare non è la parola ma il sentire. Nel caso specifico, la meraviglia.

E la meraviglia suscita sorriso perché arriva dal cuore.

Le parole sono tutte pure. In linea di massima.

La descrizione di ciò che si presenta alla vista, ai nostri sensi in generale, attraverso l’utilizzo di termini presenti nei vocabolari non è deprecabile di per sé. Può essere criticabile e riprovevole in specifici contesti e, soprattutto, sulla base di un’intenzione negativa. Anche parole belle possono essere usate in modo offensivo. E, sin qui, tutto molto ovvio.

Ora è però in atto una vera e propria guerra ideologica sull’utilizzo delle parole. Chi le vuole eliminare, chi ne vuole manipolare i significati, chi ne vuole ridurre il numero. Con buona pace della capacità di elaborazione del pensiero critico e quindi della libertà.

Un conflitto che sta ulteriormente dividendo la società per il tramite di un processo di ristrutturazione manicheistica del pensiero che non può che portare allo smarrimento della ragione e alla disintegrazione definitiva della società stessa. Infatti, l’impostazione o bianco o nero è già ben radicata. Che si parli di ecologia, di conflitti, di clima, e a seguire un elenco lunghissimo le cui voci meriterebbero ognuna una trattazione dedicata, o si sta da una parte o dall’altra, o sei con me o sei contro di me. Non è contemplato né contemplabile che ci sia del vero nelle asserzioni di entrambe le parti che si fronteggiano, né che entrambe possano sbagliare. Gli uni hanno totalmente ragione, gli altri totalmente torto. Chi siano gli uni e chi gli altri dipende dalla parte presso cui ci si colloca.

Questo il terreno da cui si parte.

Poi, iniziando dal politicamente corretto, si arriva alla cancel culture e si procede con le varie derive.

Ho un amico che all’alba spazza le strade del quartiere. Il mio amico fa lo spazzino. Ho sempre ritenuto il suo un bel lavoro. Mi piace alzarmi molto presto quando la città è silenziosa, mi piace pulire, mi piace il decoro. Avrei fatto volentieri la spazzina.

Mio nonno era cieco. Una ferita di guerra. Allo sbarco in Sicilia si era unito agli americani. È morto a novant’anni. Ben lucido. Ricordo che s’infastidì quando udì dire per la prima volta “non vedente”. Gli pareva assurdo doversi definire attraverso una locuzione negativa quando dire cieco esemplificava la faccenda. E, con l’ironia caustica che lo contraddistingueva, sciorinava una serie di esempi. Uomo dalla schiena non dritta (che per lui non avere la schiena dritta aveva un altro e ben preciso significato), uomo con una gamba diversamente lunga, uomo non magro,...

Gobbo, zoppo, grasso. Dov’è il problema? Chiedeva.

Minorato, infelice, storpio, infermo, menomato, offeso. Quant’era ricca la lingua italiana per definire gli sfortunati? Perché fare giri di parole? Per non identificare la persona con il proprio handicap? Bene, ma questo è un problema di chi sta attorno e deve imparare a stare al mondo e a non giudicare uno perché gli manca magari un piede senza considerare tutto quello che invece non gli manca e per cui magari si distingue o eccelle. Detestava i comportamenti fastidiosamente commiserevoli. Chi sta attorno se lo deve proprio dimenticare che a uno gli manca un piede. O che è cieco. Ovviamente entro i limiti della sicurezza. Specificava.

Un caro amico privo di un braccio, nessuno lo invitava a pranzo o a cena e quando capitava, brodini e purè. Indossava un orribile e antica protesi di plastica. D’estate maniche lunghe. Una volta l’ho invitato e, sapendo che ama la carne, bistecca con patate. “Bistecca?” ha sbottato stupito quando si è trovato il piatto davanti. “Sì, bistecca. Te la taglio io. E togliti ’sta felpa che fa caldo e magari pure il braccio che tanto tutti sanno che ti manca”. Senza giri di parole ma, ovviamente, in tono amichevole. Per quanto subito contrariato per essere stato colto alla sprovvista, si è poi sentito alleggerito da un peso e, a fine serata, mi ha ringraziato. Troppi scrupoli e precauzioni nei suoi confronti lo obbligavano a una costrizione maggiore di quella cui era da sempre vincolato e che era già sufficientemente faticosa.

Per non offendere si corre facilmente il rischio di peggiorare le cose, che la parola divenga tabù, e, nel suo caso, le parole tabù erano tante: braccia, protesi, tirare, lanciare, sollevare, abbracciare: un’infinita teoria di verbi legati all’uso delle braccia. A quel modo si ritrovava amputato nella vita, nel dialogo, nella relazione, ben più di quanto non lo fosse per il braccio mancante.

Chiamiamo le cose con il loro nome! Non c’è nulla di male.

Si può dire anche negro. Dipende dal come e dal perché lo si dice. In quale momento, a chi, con quale fine. Non si può avere paura delle parole scomode. Vanno affrontate e non depennate.

Cosa c’è di umiliante nella parola bidello? Operatore scolastico è un termine algido, spersonalizzante, così lontano anche da tutta una tradizione letteraria. Siamo divenuti tutti operatori di qualcosa. Secondo me si tratta di un impoverimento lessicale che nulla ha a che vedere con la salvaguardia della dignità delle persone. Primo perché tutti i lavori sono dignitosi, almeno per definizione, secondo perché con definizioni asettiche possiamo nascondere realtà spesso difficili e complesse ed evitare appunto di affrontarle.

Prendiamo i Gig worker. Evvai! Ma che bella parola. Sono un gig worker! Suona accattivante.

I gig worker includono appaltatori indipendenti, lavoratori di piattaforme online, lavoratori di ditte a contratto, lavoratori a chiamata e lavoratori temporanei. Per lo più le ultime due categorie. La precarietà assunta grazie a un neologismo anglofono a crescita dell’occupazione, con buona pace di continuità, sicurezza, diritti e tutta quanta la serie di attributi che dovrebbero caratterizzare il lavoro per poterlo definire tale. E tutto ciò entra nel pensiero collettivo come normalità, al punto che, ad esempio, pare ordinario e accettabile suggerire a una donna sessantenne disoccupata per problemi di salute di lavorare per Deliveroo et similia.

Dobbiamo prestare attenzione alla metamorfosi del linguaggio. Non si tratta di restare attaccati al passato, di rifiutare neologismi, di osteggiare l’uso di parole straniere, ma bisogna salvaguardare i significati e badare a che non vengano stravolti. E sarebbe necessario evitare che un singolo termine includa troppe realtà. Come nell’esempio succitato, ogni categoria lavorativa inclusa nel termine gig worker ha caratteristiche particolari ben definite. Un appaltatore indipendente non è un lavoratore a chiamata. Se si cancellano le differenze ci si preclude la possibilità di risolvere problemi specifici.

Un conto è ragionare in termini di doverosa attenzione, un altro è servirsi delle differenze per manipolare il pensiero in funzione di un cambiamento sociale disgregante.

Parte integrante di questa trasformazione verso una lingua politicamente corretta sono la cultura woke, nella sua recente versione, con tutte le conseguenti ramificazioni tra cui la scrittura cosiddetta inclusiva.

La cultura woke, un insieme di teorizzazioni e di pratiche nato dall’idea di “risvegliare” gli afroamericani (wokesignifica“sveglio, persona che tiene gli occhi aperti”) per spingerli a rivendicare i loro diritti, si è ampliata sempre più, andando via via includendo temi apparentemente slegati ma con il denominatore comune di incorporare elementi di discriminazione e violenza. Dalla tutela di minoranze etniche, vittime di colonialismo, di epurazioni, o qualsiasi altro genere di sopraffazione e discriminazione, si è giunti a integrare praticamente ogni genere di diversità. Genere, razza, inclinazione sessuale, linguaggio, fede, educazione, cultura, aspetto fisico, alimentazione, gusti letterari, insomma qualsiasi preferenza o idiosincrasia personale, pubblica o privata, eletta ad attributo appartenente all’ennesima minoranza da difendere e non offendere. Tale movimento, oltre ad aver trovato leader e testi manifesto, oltre a essere divenuto un potente mezzo di marketing e nuovo corposo cliente per il mercato, sta rendendo inammissibile pronunciarsi su pressoché qualsiasi cosa senza incorrere nel rischio di essere tacciati, a seconda del caso, di razzismo, egoismo, insensibilità, conservatorismo, bigottismo. A ciò si aggiunga il processo di cancellazioni e demolizioni, materiali e non,in ogni ambito. Dall’abbattimento di statue all’espunzione di parti o totale eliminazione di testi, dalla rimozione di simboli alla censura e all’ostracismo di autori ritenuti portatori di discriminazioni o semplicemente scomodi per appartenenza geografica e quindi essi discriminabili (la storia recentissima è prodiga di esempi). Un innegabile tentativo di rimaneggiamento storico e sociale a colpi di damnatio memoriae.

I neonati movimenti di condanna della cancel culture, per quanto anch’essi spesso settari in quanto poco inclini a un reale confronto, sorgono inevitabilmente da quest’estremizzazione di un movimento nato in origine per un fine socio politico necessario e accusano la penetrazione incontrollata del wokismo, in ogni ambito della vita sociale, di produrre una discriminazione inversa.

In effetti ciò accade ormai da tempo senza soluzione di continuità anche con la complicità di chi molto probabilmente non avrebbe personalmente intenzione di infierire contro qualcuno creandogli problemi o difficoltà di sorta. Nell’epoca dei social purtroppo accade spesso che, sull’onda dei commenti su un fatto di cronaca, sulle esternazioni di una persona, insomma su una qualunque questione di dominio pubblico, tutti si possa contribuire a una vessazione mediatica con conseguenze anche gravi. Un licenziamento, un allontanamento, una depressione, un suicidio. Il termine in uso per definire tale fenomeno è shitstorm. Un numero consistente di persone che manifesta il proprio dissenso nei confronti di qualcuno. Individuo, gruppo, organizzazione, azienda, che sia. Ciò avviene, se non in modo istantaneo, in tempi assai rapidi, si propaga in modo virale, e impedisce qualsiasi riflessione dettata dal semplice buon senso. Una comunicazione scevra di filtri attraverso cui i partecipanti protetti dall’anonimato ripropongono la dinamica del branco. La vittima ne può uscire veramente malconcia e segnata a vita. Rifiutare questa condotta non significa però negare il diritto all’espressione di un dissenso collettivo. Per portare un esempio tra i tanti, alcune note azioni di boicottaggio sono state importanti e hanno contribuito a una presa di coscienza su problematiche che dovevano essere portate all’onore della cronaca. Ma si tratta di situazioni ben diverse.

Insomma, pur non volendo far del male a nessuno ma solo e semplicemente inserirsi in una discussione “vivace” per sentirsi parte della tendenza del momento, il partecipare a linciaggi mediatici, senza neanche dedicare un minuto alla verifica dei fatti e all’analisi di quanto si va a giudicare, può condurre a conseguenze concrete anche gravi e sarebbe necessario che tutti prendessero coscienza di ciò prima di fare i leoni da tastiera. Si critica qualcosa considerato offensivo o addirittura pericoloso, si prende in giro, si offende, sperando in retweet e reazioni, si creano e condividono meme, il tutto spesso senza volere realmente la testa di qualcuno ma solo perché si ha la necessità vitale di rigettare fuori tutto quanto di negativo si deve ingoiare ogni giorno in un mondo sempre più difficile ed estraniante. Solo che alle volta poi la testa rotola giù per davvero. Singolarmente forse non si desidera sul serio il male di qualcuno ma collettivamente però è quello che si ottiene. Che poi qualcuno se lo possa anche meritare è una questione che scoperchia il vaso, quindi evito qui di entrare nel merito.

In pratica, dunque, si è partiti dalla rivendicazione di diritti (woke!), si è allargato il movimento in nome della difesa delle minoranze e il raggiungimento di una totale inclusività e si è finiti con l’insultare il prossimo a ogni piè sospinto. A furia di han tutti ragione, la ragione non ce l’ha più nessuno. Un tutti contro tutti che la dice lunga, a mio avviso, sulle reali intenzioni di taluni sponsor di tali movimenti.

Un discorso molto ampio e complesso che porterebbe a lunghe digressioni.

Venendo alla“scrittura inclusiva”, che sostituisce con un complesso sistema di interpunzione il dominante plurale maschile onnicomprensivo, la nota finale in schwa, con la stura all’obbligo di accettazione collettiva sull’infinità e fluidità di generi esistenti sta contribuendo, anziché al rafforzamento, all’indebolimento dell’identità individuale. Che in natura non esistano solo maschi e femmine è risaputo mail genere sessuale tavolino dubito fortemente sia contemplato nell’elenco. Sicuramente il recente incremento di confessioni e ostentazioni pubbliche di così variegate inclinazioni sessuali sono anche il sintomo di un malessere diffuso e crescente in una società in cui Essere è impresa titanica. L’eco mediatica, l’emulazione, la necessità di apparire per esistere hanno dato il via infatti a un’esplosione di manifestazioni di sessualità che arrivano fino all’identificazione di se stessi quali oggetti, e sempre con la prerogativa implicita che tali inclinazioni possano mutare in continuazione, anche ogni istante, secondo il contesto, e ciò in nome di una fluidità che, se pur comprovata dalla biologia animale (protozoi e non solo), in tali eccessivi termini diviene ridicola (anche se il teriomorfismo e il tecnomorfismo di cui parla l’estetica transumanista raccontano di fluidità e ibridazione continua come transizione funzionale al superamento dell’antropocentrismo – interessante approfondire). Nel privato, e ovviamente senza ledere a nessun livello il prossimo, ognuno è libero di esprimere la propria sessualità come preferisce ma pretendere l’istituzionalizzazione e la propagazione socioculturale della propria idea in un ambito tanto intimo lo trovo stupido e aggressivo. Eppure sono in tanti che fomentano e ci marciano.

Tutti questi fenomeni sono strettamente collegati al discorso dell’inclusività. All’ideale di una società da cui nessuno resti escluso, in cui ogni individuo possa inserirsi senza essere vittima di pregiudizi e discriminazioni. Uguali diritti e opportunità per chiunque (su questo poi si aprirebbe un discorso infinito), ognuno con le proprie caratteristiche distintive: inclinazioni, credenze, cultura e via elencando, nel gran paniere della società, con l’unico obbligo comune di rispettare le norme di convivenza civile.

Considerazioni ragionevoli in funzione di un obiettivo nobile.

Se non fosse che la faccenda sta decisamente sfuggendo di mano.

Il punto è infatti che se ogni individuo, per una qualsiasi propria peculiarità, può essere considerato vittima di discriminazione e pertanto identificabile con una minoranza, portando all’estremo tale premessa, potremmo arrivare a un numero di minoranze pari al numero di individui e ciò corrisponderebbe alla scomparsa della società. Il paradosso dell’essere totalmente inclusivi è ottenere, tramite una divisione parossistica e irrimediabile, una parcellizzazione del tessuto sociale tale da non poter nemmeno più usare il termine tessuto perché di esso non rimarrebbe traccia. Ogni inclusione presuppone una definizione talmente particolareggiata e specifica che porta gioco forza all’esclusione di chi non rientra appieno nella definizione data. Ogni minima e specifica inclusione comporta esclusione.

L’attenzione al particolare è fondamentale e importantissima in ogni ambito ma quando è estrema, e soprattutto strumentalizzata, distoglie dalla visione d’insieme. Si perde ciò che accomuna. Si perdono le connessioni tra le cose. La specializzazione eccessiva, lo si vede negli indirizzi di studio e nell’esercizio delle professioni, porta a non vedere più tutto quanto sta intorno. La difficoltà che oggi s’incontra per avere una diagnosi medica racconta molto bene questo meccanismo.

Tutti questi fenomeni hanno una corrispondenza a livello politico. Due ambiti, quello culturale e quello politico, che vanno a convergere pur, forse solo apparentemente, partendo da presupposti diversi.

La parcellizzazione politica infatti non nasce da fenomeni sedicenti inclusivi, anzi il contrario, e dipende principalmente dalla debolezza dei governi. La crescente incapacità che questi hanno di farsi carico dei problemi della res publica, incapacità la cui origine è facilmente rintracciabile nella lunga serie di sottoscrizioni di trattati commerciali transnazionali che hanno lasciato agli Stati nazionali solo più il vuoto involucro di un’importanza istituzionale, laddove pressoché nessuna decisione pratica può più essere presa in autonomia ma sempre e solo sotto l’egida del beneplacito del sistema finanziario, si esplicita, anziché in una volontà reale di riappropriazione, in un’inclinazione suicida a negare la propria impotenza reale e nel favorire la disgregazione sociale mettendo tutti contro tutti.

Le classi politiche, tutte se pur in modi diversi, favoriscono l’ansia individuale dei propri cittadini raccontando che essa in realtà esiste per la preoccupazione riguardole minacce all’identità collettiva del Paese cui appartengono. Qualsiasi sia il problema, anziché andare alle radici e alle cause prime, improvvisano e giocano. Prendono un sintomo e lo trasformano nella malattia. Prendono un effetto e lo trasformano in causa. Prendono un fenomeno e lo trasformano in spiegazione. Come dire, tu non sei vittima ad esempio della nostra arroganza, o superficialità che sia, che ci ha portato a svendere il Paese ma di chi viene a derubarti dove sei nato. O, in alternativa, le colpe sono tutte del partito avversario. Una cosa non esclude l’altra ma mai ho sentito un’assunzione di responsabilità da parte di qualche governante. E ciò a livello mondiale.

Aggiungiamo a tutto questo che, per come è strutturata la società dei consumi e senza voler denigrare i propositi di integrazione del reddito a favore di chi è in difficoltà (non entro nemmeno qui nel merito della questione perché si aprirebbe un capitolo a sé), il numero di nuovi poveri è comunque destinato ad aumentare. Con la conseguenza che da cittadini ci si sta trasformando sempre più in sudditi. L’induzione poi, da parte del capitale produttivo, al “bisogno” di ciò che in realtà non abbisogna, la necessità di smaltire gli eccessi produttivi per evitare l’implosione del sistema, la costrizione a possedere tecnologie sempre di ultima generazione per non essere tagliati fuori dalla possibilità di accesso a servizi essenziali, e tutti gli esempi che si possono fare, sono tra le cause principali. I poveri aumenteranno inesorabilmente e il divario fra poveri e ricchi anche. Non è demagogia, è aritmetica. Cosa fare di questi poveri e nuovi poveri? Per prima cosa evitare di attrarli. O esiste una forma di welfare comune a tutti gli Stati sovrani o quei pochi che ancora ne mantengono uno sono destinati ad abbandonarlo. Esiste già infatti tra gli Stati una competizione negativa per evitare di diventare calamite assistenziali. Quindi erosione più o meno graduale del benessere sociale, riduzione dei servizi, esternalizzazione degli stessi, crescente flessibilità in ogni aspetto della vita, che tradotto vuol dire precarietà, insicurezza, impossibilità di progettare. Solo un’azione sovranazionale e sovracontinentale potrebbe neutralizzare tale spirale mettendo paletti uguali per tutti quanti in settori determinati, quali accesso all’istruzione e alla salute, condizioni e trattamento dei lavoratori, protezione dell’infanzia etc. Ma ne siamo ben lungi. Il sempre maggiore malcontento viene incanalato, agevolmente in quanto sentimento spontaneo nelle situazioni di malessere, in insofferenza e ostilità verso tutti coloro che vengono percepiti come alieni, barbari, nemici. A partire dal vicino di casa nato dove siamo nati noi. Cresce la frammentazione politica, crescono le ideologie segregazioniste. Vengono proposte soluzioni politiche a favore di autonomie geografiche molto circoscritte in nome della tutela dei territori e delle culture locali (il che ha un senso perché chi meglio di chi ci vive, malversazioni a parte, può amministrare il luogo in cui vive?), unità politiche di misure ridotte, che hanno però meno chances di opporsi all’internazionalismo della finanza e di organizzare una qualsiasi forma di opposizione o resistenza. Difficile andar d’accordo tra condomini, figuriamoci tante minuscole entità amministrative separate e chiuse in se stesse.

Dunque, da una parte possiamo dire che più si è inclusivi più necessariamente si presta attenzione alle particolarità, alle differenze, a tutto quando rende diversi, e più questo processo avanza, più l’inclusività presuppone una frammentazione della società che può condurre all’assurda conseguenza che ogni individuo potrebbe rivendicare il riconoscimento di un’autonomia giuridica. Alle volte ho la netta impressione che talune rappresentanze politiche, dietro la maschera del rispetto e dell’integrazione, nascondano un artifizio per riuscire a dirigere con maggior facilità le sorti del pianeta in un momento talmente complesso che star lì ad aspettare che miliardi di persone prendano coscienza e agiscano collettivamente con cognizione di causa è impensabile. Sempre che poi a qualcuno importi di tale presa di coscienza, direi anzi il contrario. Un agire mistificatorio che lede l’integrità delle persone e della società. Lasciando in tal modo un portone spalancato a chi voglia approfittare della situazione per proprio tornaconto.

Dall’altra, possiamo dire che più si teme la perdita della propria identità a livello di appartenenza a uno Stato sovrano, più si propagandano chiusura di confini e rifiuto di identità politiche collettive (e ci tengo a precisare che movimenti quali +Europa suscitano in me repulsione perché sono lontanissimi dagli ideali di Ventotene e ugualmente penso per quanto riguarda la direzione politica dell’UE), l’unica cosa che si ottiene è la perdita definitiva del poter ragionare insieme sul destino dell’umanità.

Insomma, giriamola come vogliamo, il risultato non cambia. Ed è un risultato triste e anch’esso ben lontano dall’ideale di una società civile degna di tale attributo. Resta solo una gran confusione che offre il destro a governanti, altrimenti inetti, di poter amministrare, al riparo da critiche e conseguenze, la vita non di cittadini ma, come dicevo, di sudditi ormai defraudati di ogni capacità di comunicazione e collaborazione.

Che sia tramite la manomissione del linguaggio, che sia a causa di scelte politiche operate da individui che al giro possono essere considerati, incapaci, impreparati, inconsapevoli, disonesti, scellerati, arriviamo al medesimo esito. Gli effetti li abbiamo sotto gli occhi. Con tutto il potenziale che abbiamo tra le mani siamo in caduta accelerata verso il basso. Anziché elevare ogni individuo a quelli che dovrebbero essere gli alti valori di una società degna, l’imbarbarimento avanza e, purtroppo, l’unica soluzione adottata da tutti pare sia arroccarsi, rinchiudersi nelle proprie roccaforti di pensiero e rinforzare le mura di difesa. Il terrore di vedersi defraudati e travolti non risparmia nessuno. E anche i liberi pensatori, coloro che ancora credono nei valori di humanitas, il vir bonus nella vita pubblica e in quella privata, frutto di educazione e cultura, portato a comprensione e assistenza, o tacciono e scelgono di autoesiliarsi o si parlano addosso dandosi ragione a vicenda all’interno di ristretti ed elitari gruppi di appartenenza. Facendo il gioco del nemico.

Il sogno di una federazione mondiale precipita nell’incubo di una parcellizzazione progressiva di territori e culture, dove piccolo sarà sinonimo di autodeterminazione e libertà, dove si moltiplicheranno minuscole enclavi nate ognuna in nome di una propria appartenenza da proteggere, in uno spirito da campanile portato all’eccesso, fino all’atomizzazione sociale in cui ognuno sarà Stato, chiuse le finestre, sprangate le porte, allarmati i cancelli. Antifurto, telecamere, guardie. E a quel punto la possibilità di arrivare a scalzare le radici dei problemi sarà svanita. Sarà svanita la possibilità di risolverli. Di snidare le cause, di riconoscere le vere forze dietro tali cause. Insicurezza e paura anziché diminuire si acuiranno in modo ossessivo e, a quel punto, mentre staremo nelle nostre prigioni fortezza, ci sarà chi potrà agire impunemente godendo delle risorse del pianeta e arricchendo grazie ad esse.

Alle volte però pare quasi ci sia, oltre a un necessario progetto di controllo delle masse, una componente psicologica umana, quasi una patologia: una strenua volontà di perdersi.

Esiste una via d’uscita?

Si è tanto parlato e scritto di globalizzazione, di omogeneità culturale, di multiculturalismo, di universalismo. Paiono sinonimi ma sono termini che esprimono concetti assai diversi l’uno dall’altro.

Sulla globalizzazione, che è quanto sta accadendo, si è detto alla nausea ed è sotto gli occhi di tutti che essa sia servita in massima percentuale ad agevolare il mondo finanziario e imprenditoriale, un mega monopolio, quindi non mi ci soffermo.

L’omogeneità culturale ha una valenza piuttosto negativa perché implica la rinuncia da parte di tutti di una buona fetta del proprio retroterra. Implica una perdita considerevole in funzione di un consenso e della possibilità di appartenere a un consesso in cui non si litiga perché tutti la pensano uguale.

Multiculturalismo invece, parola dal suono bello e promettente, significa coesistenza di diverse culture. Non è detto però che poi queste comunichino, anche perché principalmente la cultura è qualcosa di legato al luogo di nascita, a un territorio, a una lingua, e non dipende da una scelta, quindi non presuppone necessariamente apertura all’altro. E comunque perché una comunicazione e un confronto avvengano è necessaria un’intermediazione costante che permetta la comunicazione attraverso un sistema di traduzioni tra culture. Un’operazione complessa che potrebbe non rendere fedelmente i significati originali appartenenti appunto a culture eterogenee.

Resta l’universalismo che, filosoficamente parlando, non entra nel merito dei contenuti culturali, non dice chi è meglio, chi ha più ragione, ma si dipana in modo laico al di sopra di territori fisici e politici valorizzando la capacità che dovrebbe essere insita in tutti di comunicare e comprendersi reciprocamente e, soprattutto, di agire costruttivamente anche in presenza di altri che agiscono in modo diverso. Una sorta di lucidità comportamentale basata su alcuni assoluti che ormai avremmo dovuto aver fatto nostri. Una capacità di negoziazione continua che permetta di mettere al centro la cittadinanza come valore assoluto scindendola da ogni altro genere di appartenenza. Un modello appartenente alla migliore tradizione repubblicana. Quella libera da propositi di omogeneizzazione. L’essere cittadino indipendentemente dalla propria estrazione culturale. Una società policulturale laica il cui governo si limiti a un’amministrazione equa e corretta della res publica, senza intrusioni nella vita privata dei cittadini, senza servirsi del privato come arma di distrazione per celare la propria incompetenza.

Sono sempre stata convinta che una global governance intesa come Federazione di Governi che legiferino sui temi fondamentali e comuni, sulla cosa pubblica per intenderci, con equità e lungimiranza, lasciando autonomia sul resto, possa essere la soluzione vincente. Al momento ne stiamo saggiando la versione adulterata. Corrotta, manipolata, contraffatta, manomessa, guastata. Per avidità e fame, a quanto pare inappagabile, di potere. Voglio sperare che sia possibile ancora un cambio di direzione. Lo spero con tutta me stessa.






























sabato 11 aprile 2020

CORONAVIRUS 6 - POST SCRIPTUM

L'altro giorno ho scritto un post sull'onda della preoccupazione per le derive negative, in termini di perdita di diritti, che la gestione dell'emergenza in corso porterà. Vorrei chiarire, visto che qualcuno mi ha chiesto se penso che questa epidemia sia stata provocata da poteri forti e occulti, che non lo penso. Penso però che sia una circostanza agevolmente sfruttabile da chi ambisce ad avere un maggior controllo e quindi un potere via via crescente. Insomma che caschi a fagiolo.

Oggi, invece, rifletto solo sul virus in quanto tale.

Rifletto sulla frenesia di movimento cui l'epidemia ci ha sottratti.

Che non sia questo il tempo giusto e naturale, quello in cui ora siamo costretti? Che l'alterazione dannosa non fosse in quella che prima ritenevamo la normalità?

E rifletto sull'importanza del memento mori, il ricordati che devi morire, che ci è stato sbattuto in faccia.

Ricordarci e accettare che siamo fatti di materia fragile e corruttibile. Che siamo creature viventi legate indissolubilmente a ogni altra creatura vivente. Che la morte è il nutrimento della vita e che con questa cosa dobbiamo fare pace.

Poi penso al mondo.

Penso che qui, in Europa, s'inizia a parlare di fase due, di picco raggiunto, di discesa, come se avessimo già dimenticato quanto abbiamo appena imparato, e cioè che per il virus i confini non esistono. Quindi a meno di non voler puntare all'autarchia e chiudersi ogni nazione a qualsivoglia interazione con le altre, l'affacciarsi di una certa rilassatezza ottimistica mi sembra veramente una cecità. L'unico picco da considerare è quello mondiale. Siamo ancora lontani dal raggiungerlo in salita, parlare di discesa è decisamente prematuro, anche se psicologicamente può aiutare. Stiamo scavando fosse comuni un po' ovunque e non è un bello spettacolo. Finché si trattava dell'Iran vabbe', ma ora persino negli Stati Uniti. E il peggio ha da venire, pare. Gli tsunami africano, indiano, sudamericano s'intravvedono all'orizzonte e sembrano piccoli ma quando si abbatteranno avranno un'altezza tale, una portata tale che allora sì che faremo per bene i conti di tutto quanto. In termini di perdite umane innanzitutto, di crisi sociali, economiche e politiche a seguire.

Stiamo parlando di nazioni in cui il distanziamento sociale spesso è impossibile, come ad esempio in India, Paesi in cui anziché mascherine si distribuiscono bare di cartone per smaltire i famigliari morti, Paesi in cui i sistemi sanitari erano già al collasso, vedi ad esempio il noto caso del Venezuela, o in cui sono se non praticamente inesistenti, di certo insufficienti. Paesi in cui c'è un medico di famiglia ogni tot migliaia di persone, in cui mancano i presidi base e i letti in terapia intensiva sono poche decine in un'intera nazione. Paesi che rischiavano l'insolvenza economica già prima della pandemia in corso, soffocati dagli interessi su debiti estinti da un pezzo, con capi di governo, senza nulla togliere ad alcuni governanti e accoliti nei Paesi Sviluppati, alternativamente se non contemporaneamente, ignoranti, corrotti, criminali, e pertanto incapaci di gestire l'emergenza.

Come possiamo non pensare all'effetto domino, alle ripercussioni devastanti di ciò che sta per accadere? Forse potremo cinicamente farci una ragione per la morte di decine di migliaia di profughi costretti forzatamente in aree di stazionamento “provvisorio”, per la morte di centinaia di migliaia di persone che vivono in bidonvilles, slums, favelas, baraccopoli in giro per il mondo, ma come faremo a gestire la perdita di potere d'acquisto delle classi medio basse, visto che è su tale potere che gira il mondo? A gestire il fallimento di intere filiere produttive? A gestire il peso sanitario? La perdita di formazione per i giovani, la disoccupazione cronica?

Eppure qui, le persone, certe che a breve tutto rientrerà nella normalità, passano il tempo a escogitare stratagemmi per raggiungere impunemente le proprie seconde case.

Aprile 2020



P.S. 2023 - Mi tocca fare un post scriptum al post scriptum. Con indulgenza verso me stessa rileggo quanto sopra. Non è che voglia disconoscere le mie varie considerazioni, al contrario, piuttosto ritengo che il contesto dato da cui sono scaturite non fosse proprio quello reale. Tant’è che di alcuni tsunami, tanto per fare un esempio, non è giunta eco.



lunedì 12 marzo 2018

A PROPOSITO DELL’ESITO ELETTORALE


Queste elezioni si sono giocate principalmente sul tema dell’immigrazione nel nostro Paese. Quindi salto tutti gli altri punti su cui sarebbe peraltro interessante dibattere e arrivo alla questione principale.

Sono venuti allo scoperto i cosiddetti cripto razzisti, coloro che fino a ieri, per pudore o vergogna, hanno mantenuto un profilo basso e ora si sentono finalmente parte di un pensiero condiviso e pubblico. Scoprire che esiste un fronte comune diffuso contro quella che viene passata come un’illegittima invasione ha fornito impulso e alibi. Un senso di riconoscimento e di appartenenza che manleva dal farsi portavoce in prima persona di istanze scomode e altrimenti eticamente discutibili. È così che accade. Seguire la corrente per sottrarsi all'onere di porsi domande e cercare risposte, delegando al gruppo la scelta della direzione da intraprendere.

Prendere atto di ciò mi regala una buona dose di libertà. Libertà di non prendere più sul serio chi circoscrive il proprio dispiacere riguardo alle brutture del mondo al fremito emotivo suscitato da un singolo fatto, da una singola immagine, rimanendo però avvinghiato alla propria vita di sempre considerandola non negoziabile.

Innanzitutto sono stanca e stufa di tutti quelli che intasano il web di emoticon piangenti per ogni foto commovente di bimbo, che sia Aylan riverso sulla battigia, che sia la bimba che tappa gli occhi alla bambola per risparmiargli la vista della guerra; stufa di chi si commuove e s’indigna a singhiozzo e se ne fotte delle centinaia di bambini che muoiono ogni giorno, annegati, affamati, bombardati, e che nessuno scatto ha immortalato.

Sono stufa di chi dice, Non sono razzista ma questa è casa nostra. Queste sono le nostre cose. Il nostro lavoro. La nostra nazione. La nostra terra. Nostro è un aggettivo possessivo plurale che si richiama al pronome ‘noi’ che, non per forza a parer mio, deve considerarsi in opposizione al pronome ‘’voi, e tantomeno al pronome ‘essi/loro’. Invece, nei fatti, ‘noi’ sempre più indica chiusura ed esclusione.

Sono stanca di tacere per quieto vivere. Di non trovare le parole con cui rispondere alla dissimulata ferocia, all'insolenza educata, all'inespugnabile assurdo blaterare. Sono stanca della banalità del male. Dell'ignoranza sbandierata, dell’indolenza intellettiva.

Andare a vedere. Toccarla, annusarla, provarla la vita. Poi aprir bocca.

Voglio avvicinarmi alla signora per bene che in coda alla cassa qualche giorno fa, squadrando due donne maghrebine che stavano scegliendo uno smalto per unghie, osservava che la soluzione finale di Hitler resta ancora la migliore. Voglio dirle in modo gentile e pacato, Son le persone come lei ad essere inutili, dannose e superflue.

Io divido in buoni e cattivi. Come a scuola sulla lavagna. A questo punto sì. Una bella riga in mezzo e via. Per il resto siamo uguali e con questo per me il discorso è chiuso.

A coloro che ribattono, Tu fai della filosofia e vai a indagare le cose perché evidentemente te lo puoi permettere, hai il tempo che ti avanza, Ti preoccupi degli altri perché te la passi bene, ce l’hai grassa, e avanti così senza sapere di cosa stanno parlando, fornirò copia dei miei redditi e li inviterò dove abito per un caffè.

Non ce la faccio proprio a pensare che se la mia vita è difficile e piena di problemi, la colpa è di altre persone con una vita difficile e piena di problemi. Non mi riesce proprio. Il mio cervello s’inceppa nel tentativo di elaborare un pensiero tanto assurdo. Se non trovo lavoro è colpa tua perché lo stai cercando anche tu. Suvvia.

Non riesco a dividere lo spazio in fuori e dentro, soprattutto se i requisiti per stare dentro si riferiscono a un arbitrario diritto di proprietà sancito dall’essere nati nel territorio del dentro, dal parlare un idioma comune e vestirsi in un certo modo.

Eppure a tutto ciò diamo il nome di diritto acquisito, di difesa della democrazia.

Una democrazia che trae la propria legittimazione dalla Nazione di appartenenza a partire da una base etnica, linguistica, culturale, e ne legittima l’esistenza e la rafforza.

Una Nazione fondata sul territorio, sul possesso del territorio e in cui i cittadini si sentono naturalmente proprietari dei luoghi in cui sono nati e vivono. Una democrazia che vale solo per loro.

Una democrazia le cui idee universali non varcano i confini, non ne hanno la forza, e smettono di essere valide al di là di essi, diventando inapplicabili all'altro. Ecco la colpa prima dei migranti: portare in evidenza la falla del sistema. Muoversi e portare alla luce il fallimento di una democrazia che mostra tutta la propria debolezza nel momento in cui si riferisce al mondo “esterno”. Un’inclusione che vale solo per l’interno e diviene esclusione quando rivolta all’esterno. Il paradosso, il cortocircuito delle fondamenta stesse della democrazia nel momento in cui mette alla prova la sua universalità. Chi migra ha per questo l’onere di affrancarsi da una colpa attribuita d’ufficio. Non importa chi è, non importano le sue idee, le sue vicissitudini, i suoi ideali. Non importa la sua storia, quella della sua famiglia, quella del Paese di provenienza. Alla pari, livellati in un’unica massa informe che nulla ha a che vedere con noi. Una massa indistinta che risveglia paure ancestrali, l’orror vacui in cui ogni essere umano potrebbe precipitare.

Chi si sposta viene a trovarsi in un luogo dove non dovrebbe essere, in un luogo altrui e che quindi non gli spetta. Ma quale arbitraria investitura abbia stabilito la legittimità della precedente occupazione sarebbe da stabilirsi.

Come fare senza mezzi? Come fare se non ce n’è neanche per noi? Come integrare chi è tanto diverso culturalmente? Abbiamo sviluppato un buon senso immunitario. Un rifiuto verso chi arriva come premurosa sollecitudine nei suoi confronti

Ma, ogni volta che affermiamo che ognuno deve vivere nel proprio Paese, stiamo emettendo una condanna. Il non possiamo accogliere implica l’impronunciabile lasciamoli morire. Implica l’attribuzione di una minor quota di umanità all'altro fino all'estrema conclusione che i migranti non sono umani. Almeno non quanto noi.

Proviamo a immaginare di essere improvvisamente colpiti da amnesia e di non ricordare il luogo in cui siamo nati, di non ricordare nulla delle nostre origini, e di iniziare a muoverci sulla terra alla ricerca di un posto dove stare e in cui riconoscerci. Ecco, allora scopriremmo improvvisamente l’assurdità e l’iniquità delle regole che oggi stabiliscono chi ha diritti e chi no. Pretenderemmo che la libertà di movimento divenisse diritto fondamentale. Vedremmo la cittadinanza come privilegio feudale.

L’immigrazione selvaggia e incontrollata va regolamentata, si afferma a gran voce. Il punto è che è obsoleto parlare di emigrazione ed immigrazione. Si tratta semplicemente di migrazione. Il territorio è unico e finito. O si trova il modo di condividerlo equamente o non voglio più sentire parlare di etica e diritti umani. Certo, i passi si fanno uno alla volta. Iniziando dall'Europa. È necessario rivedere il Trattato di Dublino, esigere una politica europea degna di questo nome che responsabilizzi ogni stato membro, creare dei corridoi aperti, ma non si possono perdere di vista i valori che rendono un essere umano degno di definirsi tale e, ognuno nella propria individualità, deve muoversi per la creazione di un futuro cosmopolita. Schiere di filosofi hanno affrontato l’argomento e spesso sono giunti a un impasse ma ciò non è sufficiente per arrendersi, a meno di non rinunciare appunto a quell'humanitas cui tanto volentieri ci riferiamo.

Altrimenti il mondo sarà per alcuni e alcuni altri avanzeranno fuori dalla conta.

E cosa facciamo di quelli che restano, di quelli che avanzano? Gli apolidi, i senza patria, i rifugiati. Esseri contaminati principalmente dalla povertà. Infatti non è lo straniero di per sé, non è il migrante in quanto tale che rifiutiamo. Se il suo portafogli gli permette di non intaccare i nostri privilegi siamo disposti a chiudere un occhio sulle tanto esecrate diversità culturali. È che oggi esiste uno straniero più straniero di altri: il povero che abbiamo creato e che ora bussa alla porta.

Esseri contagiosi, indesiderabili, scomodi, per cui alcun posto è previsto nell'ordine mondiale così come oggi è pensato. Ed è proprio a partire dalle categorie di pensiero che bisogna agire, dal significato dei termini che usiamo e come li usiamo. Dal nostro rifiuto non solo di trovare ma proprio di cercare le cause prime degli eventi. Di assumerci ognuno la nostra propria quota di responsabilità. Smettere di comportarci come se la povertà fosse una catastrofe naturale inevitabile di cui nessuno è responsabile. Invece, in questo mondo diasporizzato in cui sono saltati confini geopolitici e concettuali, ci si ostina a decontestualizzare gli accadimenti anziché vedere gli obblighi conseguenti alle sempre più strette interdipendenze e connessioni planetarie. Siamo di fronte a una frammentazione delle responsabilità per la quale l’essere inconsapevoli, il non vedere gli effetti negativi delle proprie singole azioni, non rende innocenti. Non ci si può più esimere. Non è più il tempo di accampare giustificazioni.

E poi basta con questa pretestuosa distinzione tra profughi e migranti, come se la guerra civile mondiale in corso si facesse solo con le bombe.

La cittadinanza dev'essere giuridica e avulsa dall'origo. Perché, domando, una comunità deve essere retta da una discendenza genetico territoriale? E non, invece, dalla partecipazione politica di cittadini che esercitano i propri diritti e ottemperano ai propri doveri all'interno di una compagine sociale cosmopolita?

È il momento per un autentico nuovo ordine mondiale, per nuove forme politiche ancora inimmaginabili ai più. L’ottenimento dello Jus migrandi richiederà una lotta simile a quella combattuta per l’abolizione della schiavitù (che peraltro sussiste) e sarà il punto di partenza per un cambiamento socio politico dovuto, tanto inevitabile quanto auspicabile, in cui saranno giustamente preservate le identità culturali e linguistiche, ma nel quale per i grandi temi, la salute, la preservazione dell’ambiente, il lavoro, la giustizia, la tassazione e il welfare, dovrà esistere una governance planetaria del tutto indipendente dal potere finanziario e da interessi particolari.

10 marzo 2018





mercoledì 3 agosto 2016

ATTACCO

A casa di mia madre.

Servizio del Tg5 del 2 agosto.

Attacco dei cinghiali. Difendersi dall'attacco dei cinghiali che oltre a invadere le nostre città causano nelle campagne danni ingenti all'agricoltura, costringendo alla chiusura molte piccole aziende. Animali selvatici in sovrannumero che ci assediano. Non possiamo vivere blindati in casa.

La Coldiretti in piazza Duomo a Firenze sventola striscioni con scritto "riprendiamoci il territorio" e porta una coppia di cinghiali invitando a immaginare un futuro in cui orde di ungulati scorrazzassero per le vie cittadine. Mi viene in mente quando nel 1926, un gran numero di antenati di questi malvisti quadrupedi furono portati allo Stadium di Torino per una spettacolare caccia in costume regionale. Aneddoti.

Mi trattengo dall'entrare nel merito della questione, anche perché, mentre inizio a scrivere, gioco con il telecomando della televisione e i pensieri mutano direzione. Pubblicità e altre notizie vengono sciorinate con estrema disinvoltura nella scelta dei termini: attacco dei mercati, attacco dei batteri, eliminazione degli odori, golpe sui rifiuti, assedio del caldo, confini del benessere, guerra delle tariffe, divisione degli spazi...

Normalmente rifiuto l'estrapolazione di una frase o di una locuzione dal contesto in cui è inserita ma so anche che esistono diversi tipi e diversi livelli di linguaggio e, non so perché, ormai da parecchio tempo a questa parte ho come sviluppato un sensore nuovo, non so in quale organo situato, che fa sì che dal fiume di parole che sento, alcune mi giungano evidenziate e si uniscano in un ipertesto riguardo al quale l'unico dubbio è in che misura sia dettato da mie convinzioni e in che misura sia ciò che il committente intende far narrare e di cui intende convincere.



2 agosto 2016



sabato 2 aprile 2016

LA BULGARIA PROTEGGE L'EUROPA

Condanniamo la violenza, infatti ne affidiamo l'esercizio ad altri.
Ciò che accade sul confine bulgaro è esecrabile.

lunedì 14 marzo 2016

IL CORAGGIO DI ANDARE A VEDERE



Un mio conoscente ieri ha aperto un gruppo su WathsApp inserendo tutti i contatti della sua ben folta rubrica per condividere l’importanza del referendum del 17 aprile (cui vi invito calorosamente a partecipare) e per informare dell’accordo, poco noto, del 21 marzo 2015 tra Italia e Francia per ridefinire i confini marittimi delle due nazioni, accordo al momento non ancora ratificato dall’Italia. Le implicazioni sono diverse, e anche in questo caso, visto che le due cose sono collegate, vi invito a cercare informazioni sulla faccenda, ma il nocciolo è che perderemo voce in capitolo sulla gestione di acque che ci riguardano non tanto come proprietà ma come impatto sulle nostre vite.

Ciò che mi preme dire qui, però, è che l’azione di questa persona è stata coraggiosa. Si è esposto, nome e cognome, ha buttato un sasso e non ha nascosto la mano, ha creato una piccola onda, e noi dobbiamo imparare a diventare parte di un onda, quando è quieta, ben motivata, e animata solo dal desiderio del bene comune. Diventare molecole che si muovono nella direzione del buon senso e della condivisione. È un imperativo morale. In ogni fase storica e sociale si arriva a un momento in cui si deve prendere posizione; non farlo comporta responsabilità pari all’agire male. La famosa banalità del male. Il problema è che, se si è persa la capacità di vedere, di sentire dentro l’urgenza di dare un senso, se pur modesto, alla nostra comparsa alla vita, allora non si può nemmeno essere consapevoli del proprio non agire. Ma se qualcuno, con umiltà e audacia, ci si avvicina per offrirci uno squarcio, una prospettiva, un dubbio, allora almeno accogliamo l’opportunità e andiamo a vedere di che si tratta. Potremmo improvvisamente scoprire qualcosa di nuovo e importante e persino rimpiangere di non esserne stati fino al giorno prima consapevoli. Con tutte le difficoltà che la consapevolezza in genere presuppone. Ma, insieme ad esse, avremmo la sensazione di essere vivi e non soli.

Nei primi cinque minuti di creazione del gruppo su WathsApp, è stata una cascata di numeri seguiti da un ha abbandonato, di tanto in tanto qualche frase di smarrimento, chi siete? cosa volete? Salvo qualche sparuto intervento, dei pochi che hanno dedicato un minimo a raccapezzarsi, per invitare a restare, a capire, a non spaventarsi, solo timore e fuga. Ecco, quella cascata di abbandoni è la misura del timore che ci attanaglia e blocca. La paura dell’altro. Non si comunica con chi non si conosce, questa è la regola. Si scappa. E si perdono grandi opportunità di conoscenza e crescita.


13 marzo 2016

lunedì 23 novembre 2015

UNA RIFLESSIONE DI STEFAN ZWEIG

"(...)
Come sono insensati, ci ripetevamo l'un l'altro, questi confini, ora che un velivolo li può sorvolare tanto facilmente! Come sembrano artificiose queste dogane e queste guardie di frontiera, quanto sono in contraddizione con lo spirito dei tempi che anzi aspira inewuivocabilmente all'unione e alla fraternità universale!
(...)
Può anche essere che allora, con l'ingratitudine tipica del genere umano, noi non realizzammo quanto questa grande ondata ci sorreggesse con forza e sicurezza, ma soltanto chi ha vissuto in quest'epoca della fiducia universale sa che tutto ciò che è venuto in seguito è stato solo decadenza e oscuramento."

Stefan Zweig - Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo -1941

giovedì 12 novembre 2015

LE NUOVE CITTÀ

Stanno sorgendo ovunque, sono solo le prime ma diventeranno tantissime.

Prima le chiamavamo bidonvilles se erano lontane, periferie degradate se erano nostrane, e in entrambi i casi le relegavamo alla sfera del purtroppo ci sono anche i reietti, purtroppo c’è anche una parte di esseri umani che soffre povertà e malattia ma pian piano rimedieremo. Ora invece si tratta di nuovi agglomerati che sorgono nei Paesi sviluppati, accampamenti, zone nate di transito, dove il flusso crescente di persone fa sì che molte di esse diventino stanziali. Perché necessariamente all’interno di tali comunità deve aumentare l’organizzazione sociale e pratica, e qualcuno che la gestisca deve esserci. Tanti troveranno un ruolo e uno spazio e lo faranno proprio.

Quante realtà disperate e inizialmente provvisorie ci sono ormai in ogni parte del mondo? E con caratteristiche tanto lontane dal nostro immaginario quotidiano quanto vicine a certa cinematografia apocalittica. Basta pensare ai bambini tubo di Ulan Bator.

La “Giungla” di Calais è l’embrione di una di queste nuove città. Come a Ceuta e a Melilla. Città che cresceranno. Non più nelle periferie urbane, attorno a nuclei custodi di cibo e opportunità, ma a ridosso di confini, di reti, di muri, di fossi, di mari. Di qualsivoglia barriera che separi da una condizione di vita considerata migliore.

Settembre 2015

venerdì 14 agosto 2015

DATI #IMMIGRAZIONE


Nelle mie ricerche di approfondimento riguardo al tema dei profughi e dell’immigrazione in Italia, ho trovato, da fonti a mio avviso attendibili, una serie di dati e informazioni che, per quanto uno li voglia ben soppesare e non prendere come precisi al millimetro, danno di che riflettere.

Premesso che il fenomeno delle migrazioni è un evento di portata mondiale irreversibile che sarà la sfida del nuovo millennio, con tutte le problematiche già esistenti che diverranno via via più complesse, e che, contrariamente a quanto, almeno da noi, i media comunicano, non riguarda solo la nostra nazione o solo l’Europa ma la maggior parte delle nazioni del mondo, vorrei condividerne alcuni con voi in ordine sparso e per quanto possibile senza alcun commento.


- Nel 2014 sono sbarcati in Italia circa 140.000 profughi, esuli, migranti economici o comunque li si voglia etichettare, ma più di 100.000 se ne sono già andati. L'obiettivo di restare nel nostro Paese vale per pochissimi.

- Da quando è iniziato il nuovo fenomeno dei flussi al 2013 le persone che nel mondo hanno lasciato il proprio Paese erano 213 milioni, a cui aggiungendo un 15% di coloro il cui spostamento non risulta, si arriva al 4% della popolazione mondiale.

- In alcuni paesi gli immigrati residenti superano il 30% della popolazione locale (Golfo Persico, Guyana, Brunei), in altri superano il 20% (Canada, Australia, Stati Uniti, Arabia saudita, Libia) L’Italia ha un 8% circa.

- L’INPS, parlando di noi, non è giunto al tracollo ma ha in questi anni in parte risanato il bilancio grazie ai contributi a fondo perduto di molti stranieri.

- Quasi il 9% del Pil italiano l’anno scorso è stato prodotto da stranieri. Il saldo attivo annuo relativo alla loro presenza è pari per lo Stato italiano a circa 3 miliardi di euro.

- In 5 anni in Italia gli stranieri hanno aperto imprese regolarmente registrate, con un aumento del 21% a fronte di un calo di quelle italiane del 7% (su questo punto varrebbe la pena aprire un dibattito a parte, in quanto evoca numerosi perché).

- Dal 1988 a oggi sono morte nel Mediterraneo circa 25.000 persone (morti accertate).

- Secondo dati Onu in Africa gli immigrati sono poco meno di 20 milioni, in Asia 70 milioni, in America Latina 9 milioni. Un 100 milioni di persone che si spostano su un asse sud-sud o all'interno di una vasta area continentale (Asia). In Europa circa 70 milioni, negli USA 53 milioni.

- I Paesi che accolgono il maggior numero di rifugiati: al primo posto il Pakistan 1,6 milioni, Iran 870mila, Germania 660mila, Kenya 570mila, Siria 480mila, …

- I nostri Cda, Cei, Cara, rispettivamente centri accoglienza, centri di accoglienza richiedenti asilo, centri di identificazione ed espulsione, in cui vengono smistati coloro che vengono soccorsi dai Cpsa, centri di primo soccorso e accoglienza, in situazioni di urgenza vengono potenziati con una rete di centri e strutture minori sparsi per il territorio nazionale, senza che vi sia un coordinamento generale, standard equivalenti, normative comuni. Per tutto ciò si spendono centinaia di milioni di euro ogni anno senza che uno solo venga speso per concrete attività di integrazione (insegnamento dell’italiano, avvicinamento ai meccanismi burocratici e alle norme, approccio al lavoro, ecc.)

- Negli ultimi 4 anni il numero di profughi siriani che ha fatto richiesta di asilo in Europa rappresenta il 6% del totale di coloro che sono fuggiti dal conflitto, circa 250.000. I restanti sono arrivati e rimasti soprattutto in Turchia, circa 2 milioni, e negli altri Paesi limitrofi, altrettanti. La popolazione europea è 7 volte maggiore di quella turca.

- In Europa in 15 anni hanno bussato alle porte circa 1 milione e 200.000 “irregolari” da diversi Paesi del mondo. Chiaramente non sono stati accolti tutti.

- Il Kurdistan (5 milioni di abitanti) ha accolto 1 milione e mezzo di rifugiati. Facendo la debita proporzione, è come se noi, in Italia, ne avessimo accolti 20 milioni.


Potrei proseguire, ma non posso evitare di lasciare un po’ di spazio ad alcune considerazioni che ritengo fondamentali:

- Le grandezze demografiche con cui ci siamo confrontati per decenni si sono evolute rapidamente, e di pari passo quindi conflitti, problemi legati al clima, alla desertificazione, alla difficoltà di accesso alimentare e idrico, al Land grabbing (ad esempio gli africani emigrano da una terra ricchissima che non è quasi più per nulla la loro), alla banale ricerca di lavoro. Da aggiungere lo spostamento, se pur minimo, di coloro che mirano a una formazione universitaria internazionale divenuta obbligatoria per la classe dirigente di molti Paesi in via di sviluppo

- Continuano a riferirsi alle ondate migratorie come a un fenomeno eccezionale che, ci rassicurano, rientrerà. E intanto per arginarlo, ai confini aggiungono muri. Invece non si tratta di qualcosa di transitorio; al contrario questi flussi aumenteranno e si protrarranno nel lungo periodo. Pertanto necessitiamo di intelligenza, lungimiranza e reale volontà di integrazione. Prepariamoci alla gestione di una società nuova che sarà inevitabilmente multietnica.

- Sicuramente rivedere il trattato di Dublino, che impone al rifugiato di restare nel Paese di arrivo che ha accolto la domanda di asilo (fatto questo che tra l’altro alimenta il far finta di non vedere e lasciar passare senza registrare), combattere le mafie che “fatturano” centinaia di milioni di dollari, rivestendo quasi il ruolo di una società di servizi, in quanto vanno a riempire un vuoto legislativo e organizzativo internazionale, rispondendo a una domanda crescente che non trova altri interlocutori, sono due imperativi cui non ci si può sottrarre. Farlo però significherebbe riconoscere la vera natura e la vastità del problema e perciò ammettere di fronte all'opinione pubblica che non rientrerà un bel nulla e che è giunta l’ora di tirarci tutti su le maniche e farci un po’ più stretti a tavola. Fermo restando che non sarebbe neanche necessario metaforicamente stringersi, visto che sul pianeta ci sono risorse sufficienti per tutti. Il solito problema dell’accaparramento e della distribuzione arbitraria. Poveri contro poveri perché ci fanno credere che non ce n’è a sufficienza.

- L’unica differenza tra noi e “loro”, come ho già scritto in altra occasione, è il colore del passaporto. I  profughi non nascono illegali. Siamo noi a renderli tali.

- Credo che un giorno si studierà a scuola il fenomeno delle migrazioni come il fatto più rilevante di questo secolo, fatto che ci richiama, aggiungendo urgenza all'urgenza, a una saggia e finalmente equa gestione delle risorse. Purtroppo oggi non c’è la minima consapevolezza della portata e del significato di quanto sta accadendo. Le variabili, in termini di provenienza, cultura, motivazioni, età, classi sociali, sono talmente tante che non riusciamo a far rientrare questo processo sociale mondiale in nessuna delle categorie con cui finora abbiamo gestito la storia. Mi auguro profondamente che umiltà, buon senso, e volontà di vedere e capire prendano il sopravvento in tempo utile. Se ci arrivano persone comuni evidentemente la maggior parte dei politici, degli analisti, dei giornalisti, e via dicendo non sono all'altezza del proprio compito e dovrebbero dedicarsi ad altro prima di fare ulteriori danni.



luglio 2015