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giovedì 20 aprile 2017

TRUMP, ERDOGAN, KIM JONG-UN E IL DIRITTO ALLA DISCONNESSIONE

Erdogan ha ottenuto quello che voleva, gli altri due si son messi a tirare bombe più grosse degli altri. 
Giusto pescando tra le ultime notizie.
Le persone un po' dappertutto continuano a morire malamente, gli errori vengono ripetuti con ostinazione caparbia, empatia e intelligenza latitano.
Non vedo cos'altro poter aggiungere.
Mi appello al cosiddetto diritto alla disconnessione. Ma non solo per la domenica. Tutti i santi giorni. Almeno per un po'. Mi prendo una pausa: userò il tempo così recuperato per studiare e scrivere. I personaggi del libro che dovrei decidermi a iniziare mi perseguitano come magnifiche presenze.
Direi che, se tutto va bene, mi farò viva verso fine maggio.
Nel frattempo cercate di godervi la primavera.

martedì 7 marzo 2017

LA FED ALZA I TASSI DI INTERESSE

La Fed alza i tassi di interesse, Trump contrasta la delocalizzazione produttiva, vuole finanziare gli investimenti in infrastrutture e tagliare le tasse agli investitori locali. Cosa accadrà?

Non lo so. Considerazioni personali a parte, penso che se Trump premierà le aziende che ritireranno ad esempio la produzione di auto in Messico a favore della mano d’opera statunitense e se porterà avanti i progetti di realizzazione di nuove infrastrutture, sicuramente l’occupazione aumenterà, in particolare in quelle zone depresse che hanno contribuito alla sua elezione. Dubito però che miglioreranno le condizioni di vita delle persone perché, presumibilmente, il loro potere d’acquisto diminuirà.

Inoltre sarà più costoso pagare il debito in dollari accumulato negli anni e caleranno le esportazioni verso gli Usa ma, vista la rete non facilmente districabile di connessioni economiche e finanziarie globali, se Trump punterà sulla creazione di infrastrutture interne, vi troveremo senz'altro uno sbocco per i nostri investimenti. Senza contare che, come giustamente osserva Rampini, sulla scena mondiale è ben presente un nuovo interlocutore cui rivolgersi in maniera più massiccia di quanto fatto finora. Anche se proprio quest’ultimo fatto potrebbe negli anni portare a conseguenze preoccupanti. Trump, infatti, se da un parte fa l’autarchico, dall’altra non intende certo rinunciare alla posizione di supremazia degli Usa nel mondo, per cui gioco forza, visto che la Cina è già ben presente in Africa e pure in Sudamerica, verranno velocemente a cerarsi i presupposti per una nuova guerra fredda che avrà conseguenze per tutti quanti.

Diciamo che, rispetto a quanto potrà accadere, in questo momento il mio approccio è di curiosità. Perché con tutta le nostre capacità di previsione restiamo comunque immersi in un mondo rapido, assai complesso, per muoverci nel quale abbiamo l’esperienza di neofiti che procedono per tentativi, aggrappati, nel migliore dei casi, a quanto la storia passata ci ha insegnato in merito alle dinamiche economiche, politiche e sociali. Per onestà intellettuale dobbiamo riconoscere che potrebbero esserci conseguenze ed esiti imprevisti. Potremmo venir contraddetti nelle nostre convinzioni. In fondo è la prima volta che in ogni ambito della vita planetaria tutto procede in modo tanto convulso, frenetico, contraddittorio. Le implicazioni si espandono in modo geometrico esponenziale ed è, senza tirare in ballo anche Heisenberg, quasi impossibile tener conto di tutti i fattori che determineranno un risultato. Quindi direi: stiamo a vedere e cerchiamo di capire.



Marzo 2017



Aggiornamento (Agosto 2023): Il Science Act di Biden è nella sostanza una dichiarazione di guerra alla CIna

sabato 25 febbraio 2017

Sono élite e me ne vanto

Vorrei condividere con voi un articolo che offre alcuni provocatori spunti di riflessione.


Sono élite e me ne vanto  di Flavia Gasperetti

L’élite è il nemico. Intellettuale, salottiera, radical-chic, fighetta. Lo dicono tutti. Se la Gran Bretagna è uscita dall’Europa, se Trump è presidente degli Stati Uniti, se i grillini spopolano da noi e così via, è tutta colpa di questo insidioso nemico. Ecco, ho inevitabilmente pensato leggendo un articolo qualche giorno fa: quel nemico sono io. Quanto a te, caro lettore, se hai tra le mani questo giornale, ci sono buone probabilità che lo sia anche tu.
L’articolo in questione è di Eliane Glaser, uscito il 2 febbraio scorso sull’Independent, e inizia così: «In quanto accademica londinese di inclinazione progressista, faccio parte del nemico della nostra epoca: l’élite liberale e metropolitana». Si tratta di un’energica chiamata alle armi contro coloro che hanno sostituito alla lotta di classe la lotta contro le accademie culturali, alle battaglie contro le diseguaglianze l’odio contro ogni forma di intellettualismo, alle battaglie delle minoranze la guerra alle minoranze.
Eliane Glaser ce l’ha con coloro che più hanno da guadagnare da questo cambio delle carte in tavola. Ce l’ha con Trump e quello che lei chiama l’oligopolio filisteo, ma è inevitabile vederci un’accusa più ampia che ha a che vedere con il clima ideologico che sostiene questi oligopoli: i nuovi populismi e la loro scomunica sistematica di tutto ciò che il loro nemico aveva di più caro: competenze rigorose, idee complesse, buon governo, giornalismo condotto con scrupolo e dotato di risorse adeguate.
Per i populisti di oggi, indubbiamente, Eliane Glaser è il nemico. E, ancora una volta, lo siamo anche noi. E dopo la Brexit e Trump, sappiamo che noialtri nemici italiani possiamo dire di essere avanti: grazie a un ventennio apripista passato a staccarci di dosso le penne e la pece, quando alla fine siamo stati derubricati da membri dell’establishment comunista e forcaiolo a servi della Kasta, non abbiamo fatto una grinza.
Non è stato difficile, diciamoci la verità, farci mettere all’angolo. Inclusiva per vocazione, l’élite progressista è probabilmente l’unica élite della storia umana che vive la sua condizione di elitarietà come una sconfitta, si vergogna, e dal momento che si vergogna spreca tutto l’arsenale analitico di cui dispone grazie a solidi studi sparandosi nei piedi, in un esercizio di perenne e distruttiva autocritica. È possibile un’altra via? È possibile non sentirsi insultati quando qualcuno ti chiama élite, borghese, radical-chic? Tu con il tuo pedante politicamente corretto? Tu e la tua ossessione per la raccolta differenziata? È possibile provare… orgoglio?
Me lo chiedo perché, lo ammetto, io stessa passo troppo del mio tempo persa in ruminazioni astiose contro l’élite progressista di casa mia. E la sostanza della mia critica può essere divisa al cinquanta e cinquanta in carrettate di uva acerba – sono una fonte inesauribile di risentimento e invidia sociale verso quanti (decido io, d’imperio) hanno più privilegi di me – e il fastidio provato quando qualcuno dell’élite non si comporta abbastanza da élite, quando non osserva i principi cardine sopra riassunti da Glaser.
Quando tollera nelle sue schiere persone dalle competenze dubbie, quando alle idee complesse preferisce il sentimentalismo e le proprie stanche mitologie, o si arrende a idee meno complesse ma rassicuranti, auto-assolutorie, quando governa per slogan ma protegge lo status quo. Eppure, mentre leggevo l’articolo ho sentito riaffiorare dentro di me l’eco di un’altra protesta esasperata, un altro precedente e altrettanto sentito “nun ce rompete”, quello di Tom Wolfe in difesa della bistrattata borghesia, del ceto medio e tutto ciò che più gli sta a cuore: «Pace, ordine, istruzione, duro lavoro, iniziativa, creatività, cooperazione, occuparsi gli uni degli altri, occuparsi del futuro dei bambini, patriottismo, correttezza e onestà». La borghesia! – pare quasi di sentirlo strepitare – La bestia umana non può essere meglio di così! Che vuoi pretendere di più? Nel bene e nel male, argomentava Wolfe, la borghesia è la forma più alta mai raggiunta dall’evoluzione umana.
E allora non potremmo, argomento invece io, dargli tregua una volta tanto? E invece, il ceto medio progressista è ostaggio della dialettica rispettosa che lui stesso ha creato, chino sotto il peso del proprio senso di colpa secolare verso gli svantaggiati (non importa quanto tu sia nuovo a questa élite, non importa se i tuoi genitori hanno zappato la terra per farti studiare: sei istruito, hai un impiego, sei di sinistra: ecco, sei un borghese, ritira pure il tuo statutario senso colpa alla cassa), è riluttante a dire qualcosa che possa offenderli e questo vale pure quando gli svantaggiati decidono di fare delle epiche, tonanti, cazzate.
Il populismo, dicono i più forbiti, è una risposta democraticamente illiberale a una percepita non democraticità del liberalismo. Può darsi, ma cosa si fa quando questa risposta viene articolata dando fuoco alla casa con tutti dentro, piromani inclusi? Come si dice, rispettosamente, al populista che si sta dando la zappa sui piedi, che sta facendo il bambino?
Il carattere infantile dei populismi odierni l’ha riassunto come meglio non si poteva David Runciman sulla London Review of Books in un pezzo che si intitolava Is this how democracy ends? I leader carismatici intorno ai quali si raccolgono i populisti non sono, come vuole la tradizione, figure di uomo forte, padri autoritari che possano difenderli da ciò che li opprime. «Non può essere vero. Trump è un bambino, il politico più infantile che io abbia mai incontrato», dice Runciman. E non è difficile vedere che questo era vero di Silvio Berlusconi, come lo è oggi di Beppe Grillo.
E chi sono, allora, gli adulti in quest’equazione? Gli adulti che «permettono ai votanti di dare in escandescenze e coalizzarsi col più teppista della classe, certi del fatto che ci saranno sempre i grandi, poi, a rimettere tutto a posto?». Lo Stato, dice Runciman, le istituzioni democratiche. E tutti coloro che si fanno garanti, che si battono per proteggere la salute di queste istituzioni. In poche parole, noi, il nemico. Gli adulti siamo noi, e questo è un pensiero terribile, tutto sommato. Se gli adulti siamo noi, adesso cosa facciamo?

mercoledì 8 febbraio 2017

TRUMP, THIEL, E L'EFFETTO SERRA

Ma com'è che Peter Thiel, cofondatore di PayPal, da un lato sostiene Trump e dall'altro finanzia lo Seastanding Institute per il progetto, promosso dal governo della Polinesia francese, di realizzazione di microcittà galleggianti anti effetto serra organizzate all'insegna dell'acquacoltura, dell'eolico e del solare? Soffre di disturbi di dissociazione?

4 febbraio 2017




giovedì 8 dicembre 2016

TRUMP E LA CINA

A proposito delle varie intenzioni di Trump, quelle di innalzare una barriera di dazi nei confronti della Cina, e sabotare definitivamente il TTP (Trans Pacific Partnership), accordo nato soprattutto per contenerla la Cina, rischiano di essere una scelta strategica decisamente poco felice per gli Stati Uniti.

La Cina è il maggior creditore degli Stati Uniti e, a fronte di una tale politica da parte del neo presidente Usa, potrebbe vendere buona parte dei bond in suo possesso a garanzia del credito facendone crollare il valore e salire gli interessi con gravi conseguenze per l’economia americana e non solo. Inoltre si rafforzerebbe il Free Trade Area of the Asia Pacific che oltre ai Paesi dell’Asean, includerebbe appunto Cina, Australia, Giappone, Nuova Zelanda, India, Corea del sud, dando corpo a un nuovo blocco economico che sposterebbe di molto gli equilibri geopolitici. Trump rischia di ottenere il risultato opposto a quello che si è prefisso.*

Novembre 2016

* P.S. (2025) Di prossima lavorazione due articoli sull’argomento

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Ogni scelta in ambito economico e finanziario deve tener conto di una tale mole di fattori e implicazioni, effetti domino transnazionali, ripercussioni sociali, ambientali, giuridiche, che si potrebbe dire che siamo in una situazione di stallo. In effetti non c’è decisione scevra da una qualche ripercussione negativa. Abbiamo creato un meccanismo sofisticato, complesso, ed enorme al punto che abbiamo il terrore che, a introdurre modifiche dirette all’equità, questo si inceppi o addirittura si scardini lasciando il caos. Ci mettiamo delle pezze con la creazione compulsiva di organismi preposti a…, di accordi commerciali, di sistemi di controllo, una rete infinita di sigle, acronimi diversi che ripetono però lo stesso contenuto e indicano la stessa direzione. Abbiamo così tanta paura e siamo a tal punto arroganti che ci rifiutiamo non tanto di riconoscere la gravità della situazione globale ma addirittura l’esistenza del problema. Lo marginalizziamo. Lo riconduciamo a categorie, lo inscatoliamo, per convincerci di poterlo controllare. Il mondo che siamo riusciti a mettere insieme è troppo fragile per essere cambiato. Di questo siamo convinti.

Il fatto che si tratti di un meccanismo fragile per cui intoccabile non lo rende però giusto. E, vista l’assenza di una reale volontà di ripensarlo, comprensibile che a qualcuno per fanatismo, a qualcun altro per disperazione, venga voglia di distruggerlo.

Novembre 2016

lunedì 14 novembre 2016

A PROPOSITO DELL'ELEZIONE DI TRUMP

A proposito dell'elezione di Trump, ho letto anche un po' di rassegna stampa statunitense: forse per la prima volta la denuncia della gravità di un accadimento è tanto condivisa e i toni e le parole usati da molti editorialisti non lasciano spazio a fraintendimenti.
Speriamo che a Trump non monti il prurito da purghe come a quello stronzo di Erdogan.