Visualizzazione post con etichetta #spazio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #spazio. Mostra tutti i post

giovedì 8 dicembre 2016

AFRICA AL PARASIO

Sono rimasta incantata nel vedere in via Vianelli, al Parasio, due donne africane camminare ognuna con una scatola sulla testa. La prima con una confezione intera di latte in tetrapak, l’altra con pacchi presumo di riso, farina, legumi.
Non so ancora dove abitano. Dove sono stati alloggiati.  Da dove vengono soprattutto. Li ho visti a due, tre alla volta e dalle fisionomie direi che saranno dieci, dodici tra uomini, donne e bambini.
Vederle procedere a quel modo, lente, ritte e fiere, ho pensato a quanto deve sembrare strano loro tutto quanto. Anche solo gli spazi, la luce, la temperatura. Gli orari, i modi, le abitudini di noi che siamo qui. I nostri problemi. Altrove, in giro per l’Italia e in giro per l’Europa, avrebbero sentito altri odori, incontrato altri sguardi, visto altri panorami. Ma tutto ugualmente bizzarro e incomprensibile per persone tanto lontane da casa.
Vivo in un posto bellissimo ma se penso alla bellezza dell’Africa, agli orizzonti aperti e profondi,  mi sembra impossibile che chi vi è nato non provi comunque una nostalgia infinita. Il comunque sta per tutti i vergognosi motivi che rendono quelle terre sempre più inospitali e mortifere.

2015

venerdì 15 febbraio 2013

LA CAPANNA

Da bambina pensavo che sarebbe bastato un cassetto. Una scatola. Un anello. Un anello magico che avrebbe contenuto tutto quanto mi era caro o mi potesse servire. Credevo che dentro a uno spazio ristretto, avrei potuto custodire tutto ciò di cui avrei avuto bisogno per vivere.

Ora sono in uno spazio angusto, una sorta di rientranza buia dietro a una libreria: ci sono scatole piene di cose, un aspirapolvere, un asse da stiro, scarpe e tutte quelle cose utili che si tengono nascoste, non visibili. Sono qua e ci sto bene. Accucciata a scribacchiare. Potrei starci a lungo. Sarebbe sufficiente sostituire il contenuto delle scatole con qualche cambio d’abito, una torcia, viveri, cosmetici, acqua, un cuscino e una coperta. Come quando facevo la capanna. Per sopravvivere, per riposare, per dare a se stessi un aspetto presentabile sono sufficienti un paio di metri quadri. Uno spazio vitale che sia solo nostro. Per questo, credo, possiamo vivere così come viviamo. In spazi ben più angusti. Non solo fisicamente. Di quel gioco della capanna, però, abbiamo smarrito lo spirito: non si tratta più di un avventuroso punto di partenza, ma di un misero punto d’arrivo.

2010


P.S. 2023 Ecco, il piccolo contenitore di tutto quanto serve ora lo abbiamo tutti: lo smartphone. Ricettacolo deificato nel quale riversiamo ogni aspetto della nostra vita, da cui suggiamo informazioni e suggerimenti, e attraverso il quale valutiamo noi stessi. L’idea che abbiamo della nostra persona, l’autostima o la disistima, l’importanza sociale, tutto indirizzato, calmierato, pesato, vincolato, deciso da esso. Brutta faccenda.

Io immaginavo un anello ma avrebbe potuto essere anche qualcos’altro. Una borsa alla Mary Poppins, il gonnellino di Eta Beta, insomma un contenitore utile e di dimensioni ridotte che permettesse di viaggiare alla scoperta del mondo con bagaglio leggero. Non certo qualcosa che a portarselo dietro ci desse l’aspetto di un portatore sfiancato perennemente a capo chino.






Tutti i diritti riservati