giovedì 28 febbraio 2013

TRANSUMANESIMO

Mi piace guardare le persone. Tutte le persone. Mi è impossibile andare per le strade senza osservare i miei simili. Senza guardarli in volto. Serve a riconoscere se stessi e a riconoscerci tra noi appunto in quanto simili, per quanto ciò possa apparire bizzarro, considerate le diversità a volte sorprendenti tra individui della stessa specie. Eppure ci riconosciamo: si chiama empatia. 
Poi penso a Blade Runner, alla possibilità di trovarmi invece di fronte a un essere ibrido, uomo macchina, senziente e forse capace di provare emozioni, e mi dico che non potrei non considerarlo un individuo. Altrove ho scritto sulle implicazioni etiche che il progresso scientifico tecnologico comporta e non voglio qui ripetermi, solo torno sulla conclusione: un tale individuo ha dei diritti che vanno tutelati esattamente come quelli di un paraplegico che si esprima con l’ausilio di un computer o, comunque, come quelli di un diversamente abile. Ora, se consideriamo diverse aree scientifiche e cioè gli studi sull’Intelligenza Artificiale, le nanotecnologie, l’ingegneria genetica, la neurologia, le biotecnologie applicate, la criogenizzazione, è evidente che ci troviamo nel bel mezzo di una rivoluzione profonda che ci costringe fin d’ora a rivedere e confermare o meno i principi e i valori sui quali abbiamo fondato, o cercato di fondare, la storia umana. 
I nostri nipoti dovranno fare i conti con una società molto diversa da quella attuale e noi abbiamo la responsabilità di assumere una posizione in merito. 
Anche termini quali eugenetica liberale, transumanesimo, individui postumani, devono entrate nelle nostre teste. Dobbiamo sforzarci di comprenderli, con onestà e coerenza, senza schierarci per forza pro o contro, ma provando a trovare il giusto equilibrio tra ciò che è sacrosanto e ciò che è comunque legittimo. C’è un’immensa zona grigia ed è proprio lì che bisogna lavorare. 
Dobbiamo confrontarci con un movimento culturale, intellettuale e scientifico che afferma “il dovere morale di migliorare le capacità fisiche e cognitive della specie umana e di applicare le nuove tecnologie all’uomo, affinché si possano eliminare aspetti non desiderati come la sofferenza, la malattia, l’invecchiamento, e, persino, la morte.” E ancora “Sarà individuo qualunque entità, umana, animale*, extraterrestre, cyborg, in possesso di ratio”. 
E qui arrivano le prime domande: 
Cosa significa migliorare? 
Su cosa si baserà il criterio di normalità? 
Esisteranno dei limiti alla ri-progettazione umana che, attraverso l’individuo transumano, porterà a quello postumano? 
E chi apparterrà ancora alla cerchia degli umani, come verrà considerato? 
Un pc con “cervello umano” sarà persona? 
Sembrerebbe un riduzionismo funzionalista, persona solo in quanto ente razionale, ma secondo me si considera la questione dalla prospettiva sbagliata. Non si vuole concedere lo status di persona a una macchina senziente perché non s’intende considerare la razionalità come parametro determinante, in quanto ciò comporterebbe il considerare i disabili mentali non persone. Ebbene i disabili mentali sono persone, con tanto di diritti, (esistono molti modi per sentire ed esprimere il proprio io), ma perché vogliamo discriminare un cyborg se comprende e magari sarà in grado di auto evolversi sino a compiere scelte autonome? Non sarebbe né giusto né coerente. E accadrà: non è fantascienza, è solo questione di tempo e di interessi… Il problema lo vedrei più sul fronte del controllo. Chi gestirà, come, e con che fine. Per il resto questo processo è già in corso e non si arresterà: fa parte della nostra natura andare avanti, di confine in confine. Cerchiamo di gestire la cosa al meglio. E teniamo a mente che nessuna conquista tecnico-scientifica può trasformare la società se non è accompagnata da una rivoluzione culturale, sociale e politica. Ci si deve poter riconoscere in un obiettivo per rivendicare o accettare la messa in atto di tutte le misure atte a conseguirlo. Di questo dobbiamo essere consapevoli. I transumanisti lo sono, tant’è che parlano esplicitamente di un lungo e complesso lavoro di persuasione, per far sì che l’accettazione delle varie fasi di trasformazione vengano accolte dalle persone senza ostacoli e traumi. 
Ma, al dunque, oltre all’invito ad approfondire l’argomento, io che da bambina volevo fare l’astronauta e che divoro letteratura scientifica, mi chiedo, proprio in nome di ciò, anziché migliorare l’essere umano, non sarebbe già una gran cosa dargli una vita migliore? 
E poi, non saranno proprio la nostra fragilità e caducità, la nostra limitatezza nel tempo, la soggezione e l’emozione che proviamo al cospetto della vita e della morte, ad essere cifra della nostra grandezza? 

MTI – Movimento Italiano Transumanista 
WTA – World Transhumanist Association 

*Molto interessante approfondire le posizioni di Roberto Marchesini, fondatore della zoo antropologia, sostenitore del Movimento Italiano Transumanista, e autore di testi interessanti, uno tra tutti, “La fabbrica delle chimere”. La zooantropologia in breve, ritiene l’eterospecifico (in questo caso l’animale) come soggetto, un’entità in grado di dialogare con l’uomo e di contaminarlo, ed è necessario salvaguardare l’eterospecifico con i suoi caratteri di soggettività, di diversità dall’uomo, di peculiarità, e cioè non reificare, non antropomorfizzare, non considerarlo come cifra. Arrivare a considerare la relazione uomo-animale, e la referenza che ne consegue, un contributo insostituibile. Arrivare a diminuire la distanza che separa la nostra specie dalle altre. Se la biologia evoluzionista ha creato un legame di tipo filogenetico, la zooantropologia ne crea uno di tipo ontogenetico. L’eterospecifico viene ad assumere un ruolo specifico nell’ontologia umana. 

 2011

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martedì 26 febbraio 2013

LA NUVOLA

Tutto il bello di stare a casa, cita una recente pubblicità di Sky. E, in effetti, in quest’epoca di austerity mondiale, ridurre spostamenti e godere del mondo, conoscendo persone e scoprendo luoghi e realtà, restandosene in casa, pare una grande conquista. Ridurre l’impronta ecologica personale un ottimo obiettivo da raggiungere. E non solo intrattenimento, ma anche socialità e lavoro. Piattaforme sociali e piattaforme aziendali. 
Puoi lavorare dove vuoi, pensare solo al tuo businnes, trasferire server e dati nella nuvola e alleggerire la tua azienda dal peso dell’IT (Information Technology). Clicca per partecipare. Tutto può stare nella nuvola. 

In Italia la Telecom ci propone la Nuvola Italiana, una piattaforma evoluta che consente alle aziende di trasferire server e dati godendo di tutta una serie di servizi. 
Ma dove stanno le nuvole? Stanno nei Data Center. 

Nel mondo ce ne sono circa tre milioni, che lavorano 24 ore su 24 al massimo della potenza. La maggior parte dell’elettricità consumata (quasi il 90%) serve per scongiurare il rischio di crash e per mantenere i server in stand by in attesa di essere utilizzati. Ettari di terreno ricoperti da capannoni refrigerati e circondati da generatori a gasolio, per essere proprio sicuri di non restare senza corrente. 
La realtà, insomma, è ben lontana da quella suggerita dalla nuvola. L’immagine di efficienza e rispetto dell’ambiente che viene proiettata non corrisponde al vero. Per quanto i processori siano sempre più efficienti e i supporti sempre più piccoli, la produzione di informazioni è in crescita esponenziale. 
Il problema siamo noi. Crediamo che i dati siano, come dire, eterei e non occupino spazio o, comunque, inezie. Così tanta roba può stare in una chiavetta. E allora conserviamo, immettiamo in rete e trasmettiamo di tutto. Non cancelliamo mai. Perché nella rete ci siamo noi, ormai gli abbiamo affidato la nostra memoria, le nostre emozioni, i nostri legami sociali. E poi vogliamo risposte immediate quando cerchiamo qualcosa e dall’altra parte le aziende hanno una bella premura di risponderci. E siamo miliardi. E tutto questo giro di dati, ogni clic, ogni download, ogni filmato delle vacanze condiviso divora energia e inquina. 
Peccato.

 novembre 2011


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BE GREEN

Mi capita sempre più spesso di veder reclamizzati eco-oggetti, manufatti con materiali riciclati e certificazioni d’ordinanza. Ben vengano se pur una moda, eppure in molti casi resto perplessa. 
L’oggetto di oggi è “Batteryhause”, un porta batterie esauste in legno certificato e da riforestazione. 
Riciclare le batterie e combattere la deforestazione: questi sono i due messaggi che passano. 

Io le batterie scariche, in attesa di portarle nell’apposito contenitore di raccolta, le metto in una ciotola da latte sbreccata. 

Soffochiamo le nostre vite per produrre denaro utile a soddisfare bisogni indotti e non necessari che dovrebbero procurarci felicità oltreché rate. E per tacitare le nostre coscienze, bollini verdi a profusione. 

 novembre 2011 


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domenica 24 febbraio 2013

ORDINANZE INTELLIGENTI

Oggi pomeriggio mi sono recata in in un supermercato a Imperia Oneglia per fare un po' di spesa; una confezione da 3 scatole di pelati, yogurth, una confezione di stracchino, una confezione di fette biscottate, un paio di chili di patate, uno spazzolino da denti, una confezione con 3 lattine di birra, 1 cartoccio di succo di frutta.
Avevo notato che l'accesso ad alcuni scaffali era interdetto da delle strisce di naylon ma pensavo fosse perché stavano risistemando la disposizione della merce. Infatti, come altre persone, ho oltrepassato con la dovuta cautela l'ostacolo per prendere succo e birre. Giunta alla cassa, mi è stato detto che, per un'ordinanza del Comune, oggi, nell'area prossima allo stadio era vietata la vendita di alcolici e, in generale, di bibite in qualsivoglia confezione. 
Motivo?
Per evitare incidenti durante lo svolgimento della partita Imperia Chieri (risultato 2-4, per chi fosse intreressato).
Alla mia obiezione: capisco l'alcol, ma anche il succo di frutta?
Eh, sì per il tappo..., per evitare lanci di oggetti contundenti in campo...
Il tappo di plastica?
Eh, sì, c'è scritto così, per noi è un bel danno

Ma stiamo scherzando?
Mettiamo anche, e non lo so perché non seguo il calcio locale, si sia trattato di un incontro "caldo", ma, a parte i doverosi controlli all'ingresso, per rientrare nella logica di chi ha concepito l'ordinanza, avrebbero dovuto impedirmi di acquistare anche i pelati e le patate...
Ho verificato negli altri due supermercati aperti nelle vicinanze: idem. I bar nei dintorni erano chiusi e non avevo tempo di fare un controllo a tappeto, comunque, visto che chi volesse contundere troverebbe mille soluzioni per riuscirci, mi pare evidente tanto l'inutilità di tale iniziativa quanto il disservizio e il danno economico che ha procurato.

Mi riservo di procurarmi e leggere l'ordinanza in questione e rettificare eventuali inesattezze.


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sabato 23 febbraio 2013

Molte persone si stanno informando per la pratica di restituzione dell'IMU


venerdì 22 febbraio 2013

EROI

Prego per il dottor Denis Mukwege e per il giovane Akilimali Saleh. 
Perché mantengano forza e determinazione. 
Perché non dubitino mai del valore di quello che fanno. 

Che io muoia domani non importa, il mio spirito è nella direzione del terzo millennio. 
Anche senza vederne gli esiti, anche se ci vorrà un secolo, o forse due o tre, tutto il tempo che ci vorrà. Anche invano, maledizione, anche invano. 
Perché è questa la direzione. 
Intelligenza e umanità. 

Il futuro si sta avverando. Possiamo andare a picco ma non è detto. 
Chi è d’esempio ci riempie l’anima. Impariamo ad essere noi d’esempio. 
Un meraviglioso contagio. 

Il dottor Mukwege è un ginecologo che esercita nella Repubblica Democratica del Congo. 
In 15 anni ha operato decine di migliaia di donne e bambine vittime di stupro etnico, mettendo a rischio la propria incolumità.
Ha cercato e ottenuto l’attenzione della comunità internazionale, sono stati pubblicati dei dossier, ha ricevuto premi e riconoscimenti, ma quell’ondata di indignazione che avrebbe dovuto fermare il massacro non c’è stata e lui non se ne capacita. 

(una cifra nell’ordine di 500.000 donne violentate in 16 anni ) 

Vagine con dentro pezzi di legno e vetri 
Vagine lacerate dai rasoi e dalle baionette 
Vagine corrose dalla soda caustica 
Vagine date alle fiamme 

Madri rese schiave e nutrite con la carne dei propri figli 
Bambine che non potranno più essere né donne né madri. 

Akilimali Saleh è un liceale di 15 anni. Conduce a Goma un programma radiofonico sui diritti dell’infanzia. 
A 15 anni. Un uomo. 
Che ha avuto la fortuna e la forza di non essere trasformato in un bambino soldato e la volontà di non soccombere all’orrore del luogo in cui vive ma di lottare perché l’orrore finisca. 

Fonti: Human Rights Watch “La guerre dans la guerre” 
Internazionale n.984 2013 
Radio3 

febbraio 2013 


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giovedì 21 febbraio 2013

SIAMO TUTTI RIVOLUZIONARI

Siamo tutti rivoluzionari, noi che sappiamo guardare con occhio e mente allenati, noi che sappiamo leggere tra le righe, noi che non ci fregano con le versioni ufficiali. Noi che vogliamo salvare il mondo. Rivoluzionari dell’ultima ora. Schizofrenici individui con un piede nell’utopia, l’altro nel compromesso. 
Cerchiamo di credere che le cose non vanno così male. Nel mondo ci sono aree depresse, governi sbagliati, risorse distribuite in modo non uniforme, ma, tutto sommato, questo nostro grande pianeta, questa nostra umanità possono ancora avere un buon futuro. Non è necessario rivedere del tutto il proprio stile di vita, alcuni aggiustamenti dovrebbero essere sufficienti, poi se le cose non andranno come dovrebbero andare, se la giustizia non sarà per tutti, se il cibo non sarà per tutti, se le cure non saranno per tutti, se la terra non sarà per tutti, noi avremo comunque fatto del nostro meglio. 
Sì, certo, fare un poco è meglio che non fare niente, ma non basta. 
Siamo addolorati per il karma surreale del popolo giapponese, siamo giustamente preoccupati per le agitazioni del nord Africa, siamo indignati per le speculazioni finanziarie che reggono le sorti del mondo, siamo scandalizzati per la corruzione politica e il degrado morale. Ma, appunto, non basta. 
Dovremmo fare un salto di qualità per far sì che le cose cambino sul serio, ma non ne siamo capaci. 
Perché non c’è rivoluzionario che non desideri una sacrosanta vacanza, capi d’abbigliamento nuovi, un minimo di tecnologia, un paio di mezzi di locomozione e che non voglia essere proprietario della casa in cui vive, che non si getti a capofitto nella rete dei mutui trentennali, che non vincoli scelte e legami alla scadenza di rate. 
Abbiamo creato una sincope tra il concetto di eternità e l’inferno. Il possesso come autodeterminazione, il possesso come giogo. Tutto si contrae nella stipula di un mutuo bancario. Sono le banche ora che amministrano la metafisica, sono loro la guida delle nostre anime. Sono a tutti gli effetti delle entità. Cui abbiamo offerto in sacrificio la nostra dignità e il nostro futuro. 
Volesse il cielo che la nube raggiungesse ognuno di noi. 
La nube radioattiva dal Sol levante. Non metafora ma concreta rappresentazione di ciò che siamo. 
Cioè di ciò che finora abbiamo fatto . 


11 marzo 2011 


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UNA PROPOSTA INDECENTE

Parafrasando Swift, ecco una proposta per supplire all’inefficacia delle moratorie a salvaguardia dei cetacei, promosse dall’IWC (International Whaling Commission), inefficacia dovuta non solo all’inosservanza criminale delle moratorie stesse da parte di alcuni Paesi, ma soprattutto all’inadeguatezza del sistema interno di voto, che permette, attraverso modalità di veto che disimpegnano agevolmente chi non voglia adeguarsi, di potersi sottrarre legalmente alle decisioni prese. Senza contare che gli Stati non membri della Commissione. non sono in alcun modo vincolati 
Mi rivolgo pertanto a Greenpeace, alla Sea Sheperd e a tutte le altre associazioni che si battono per la tutela delle balene e propongo una soluzione che potrebbe apparire estrema ma che sortirebbe il primo risultato veramente utile dai tempi d’oro di Paul Watson and company. 
Si potrebbe selezionare una decina di esemplari all’anno (anche se dubito che sarebbe necessario ripetere l’operazione e ciò giustificherebbe maggiormente la validità della proposta, grazie all’ottenimento del massimo risultato con il minimo sforzo/sacrificio) e imbottirli di esplosivo, con un sistema di detonazione che si attiverebbe solo ed esclusivamente, in un qualche modo da definire, una volta tirato il corpo a bordo per la lavorazione. Chiaramente l’iniziativa dovrebbe essere diffusa dai mezzi d’informazione. Semplice ed efficace. Anzi, forse, ancora più semplice, sarebbe diffondere la notizia senza realmente trafficare con l’esplosivo. Nel dubbio, molti lascerebbero perdere. 

Indecente, forse, ma più ragionevole senz’altro della famosa idea di Bush di segare i boschi per proteggerli dagli incendi! 

novembre 2003 

p.s. 11.03.2011 la realtà supera sempre l’immaginazione 




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PULCINELLA E I SUOI SEGRETI

E se ce l’avessero messo a bella posta il signor Assange? Per illuderci che un nobile paladino stia combattendo per la democrazia e la libertà? Il signor Julian Assange e i suoi collaboratori hanno in effetti realizzato un progetto più che degno, qualcosa in cui ho sempre creduto: sfidare lo status quo e portare alla luce ciò che va portato alla luce, risvegliare le coscienze e tentare di rendere questo mondo un posto migliore. E i sassi che scaglia, inevitabilmente e per fortuna, stanno creando piccole onde prima di affondare. Dibattiti, analisi, indignazione. Persone prima ignare porteranno ora avanti il testimone. Un’ottima cosa. Sarà abbastanza? Il potere sta nel controllo dell’informazione e della comunicazione ed è necessario difendere un’iniziativa come Wikileaks; è necessario che lo facciano in prima linea sopratutto i giornalisti, quelli cui il bavaglio è ancora allentato, perché potrebbe non rimanere tale per molto. Ma la posta è alta e i governi debbono e intendono mantenere il controllo a ogni costo. 
Per una divergenza di vedute sull’uso del preservativo trasformata, secondo il codice penale svedese, in stupro, è intervenuta addirittura l’Interpol con un mandato di cattura europeo e si teme l’estradizione negli Stati Uniti, dove al Robin Hood dell’informazione, considerato da repubblicani e democratici un “terrorista hi-tech” paragonabile ai terroristi telebani, si farebbe capire in modo inequivocabile che certe alzate di testa sono pericolose e minano pace e sicurezza: i governi devono poter mantenere un buon margine di segretezza per agire a livello internazionale e mantenere equilibri già tanto precari. Non tutto può essere reso pubblico, perlomeno non subito. E i Pentagon Papers* insegnano. 
Eppure, nonostante la persecuzione, qualcosa non mi convince, manca il pathos, non lo sento. Non era così che mi ero immaginata l’eroe, quello che avrebbe dato una sferzata al corso degli eventi. Manca la passione. Che sia disincanto? A queste genti che non s’indignano per nulla, do le mie perle perché in questo credo e questo ho deciso di fare, ne facciano l’uso che credono. Ai posteri l’ardua sentenza? Soddisfatto l’ego, contenti tutti? Qualcosa non mi persuade lo stesso. 
Per questo mi chiedo, che ce l’abbiano messo a bella posta questo Pulcinella che ci sgranella segreti? E di cui non ne giunge già nulla più che un’eco? 


 *Nel 1967, il Segretario della Difesa, Robert McNamara, ordinò uno studio confidenziale sulla guerra del Vietnam.; lo studio rimase segreto fino alla sua pubblicazione nel 1971. Daniel Ellsberg e un altro ricercatore copiarono i documenti con l’intenzione di renderli pubblici e li consegnarono al New York Times che cominciò la pubblicazione a partire dal giugno dello stesso anno per un totale di 134 documenti. I Pentagon Papers denunciarono le menzogne e gli omicidi di massa compiuti dagli Stati Uniti nel Sud-est asiatico nei 23 anni presi in considerazione dallo studio (1945-1967)

gennaio 2011 


Un pensiero a Bradley Manning 


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mercoledì 20 febbraio 2013

IL DUBBIO

Quale arroganza. Ostinati ad aver ragione. Rinnegando il principio fondamentale del metodo scientifico, il dubbio. Se non si dubita delle proprie convinzioni è improbabile che si facciano grandi scoperte, che ci sia un progresso sociale, civile, umano. 
L’immobilismo mentale. 
Il vero scienziato, e ogni individuo dovrebbe similmente approcciare la vita, non esclude nulla a priori e riconosce la limitatezza delle proprie capacità percettive e intellettive al cospetto della realtà. La fisica dovrebbe illuminarci in tal senso…Eppure ce ne stiamo abbarbicati e intransigenti, e anche un poco tronfi, facendo no con il braccio parato in avanti verso quanto ci mette in discussione. Come se fossimo il centro dell’universo. E, per usare metafora sintetica e chiara, seghiamo il ramo su cui siamo seduti, e se qualcuno ci dà una voce per farcelo notare, la prendiamo come affronto personale e ci mettiamo a segare con maggior lena per dimostrare il torto di chi ci mette in guardia. 

gennaio 2009

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lunedì 18 febbraio 2013

FRATELLO

Ha 46 anni. E’ nato in Bangladesh. Ed è un uomo fortunato. 
Vive e lavora in una città di riviera, clima mite, turismo, macchia mediterranea. Per tutta la stagione estiva cammina lungo il litorale per vendere monili, bandane, e poco altro. Porta anche un secchio con fette di cocco. D’inverno son rose, scimmiette dagli occhi lampeggianti di rosso, accendini. 
Quando arriva alla nostra spiaggia di pietre sotto Capoberta, fa una pausa, siede con noi, gli offriamo una sigaretta, lui ci offre il cocco, parliamo. Comunichiamo, perché parlare risulta difficile. Niente italiano, se non cinque parole in croce, e quanto all’inglese arriviamo a dieci. Ha portato una maglietta e un pareo per fare il bagno con noi. Li ha infilati per l’evenienza in un tubo che sbuca dal muraglione di pietra, da non doverseli portare avanti e indietro. Senso pratico e capacità di vedere le cose per quello che potrebbero essere oltre che per quello che sono. 
Uno di noi lo ha chiamato Fratello, come si chiamano tra loro i maschi amici di questa compagnia, e questo è diventato il suo nome. Anzi il nome comune con cui si chiamano tra loro, e con cui lo chiamiamo noi donne. Condivide una camera con dei connazionali qui a Imperia, ha il permesso di soggiorno, la licenza di ambulante e paga le tasse sul misero guadagno che a stento lo fa sopravvivere. Son tre anni che non vede moglie e figli e ne passeranno ancora parecchi prima che possa permettersi un volo di rientro. Se mai accadrà. Ma è un uomo fortunato. 
Negli Emirati Arabi gli operai del Bangladesh, insieme a cingalesi, indiani, birmani, thailandesi, cioè l’80% della popolazione e il 95% della forza lavoro, invece si suicidano. 
Paghe misere, un massimo di 300 dollari al mese, che spesso non vengono neanche saldate, condizioni di lavoro con orari disumani, e la totale assenza di condizioni di sicurezza. Passaporti requisiti dai datori di lavoro e contratti scritti in arabo in cui si accettano salari di molto inferiori al pattuito fatti firmare a forza. Inoltre con la recessione, molti cantieri vengono fermati: anche nella grande Dubai si percepisce che non è più come negli anni ’60 e ’70 e si rallenta il ritmo. E questi lavoratori che hanno raggiunto gli Emirati contraendo debiti per pagarsi il viaggio, si ritrovano senza lavoro, senza la paga promessa per quello che hanno lavorato, senza soldi per mangiare, nell’impossibilità assoluta di saldare i debiti contratti, e con la certezza, nel caso di riuscire miracolosamente a rientrare nel proprio Paese, di rischiare la vita e farla rischiare ai propri famigliari. Per molti di loro l’unica via d’uscita è la morte. 
Sì, Fratello è un uomo molto fortunato. 

estate 2012 

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domenica 17 febbraio 2013

ALCUNI LIBRI

Nel piccolo appartamento in cui vivo non c’è posto per una libreria. In equilibrio contro le pareti, pile di libri. Al giro tolgo la polvere. Quelli che seguono sono i titoli della pila di turno e li ho trascritti.
Suggerimenti di lettura. Tutti ottimi libri.

“Una società alla deriva” Cornelius Castoriadis
“Foreste” Robert Harrison
“Il rapporto Lugano” Susan George
“Imperatrice nuda” Hans Ruesch
“La battaglia delle farfalle” Peter Laufer
“Buonanotte signor Lenin” Tiziano Terzani
“Le ombre bianche” Ennio Flaiano
“Scritti corsari” Pier Paolo Pasolini
“Il sangue della Cina” Pierre Haski
“Egemonia americana e stati fuorilegge” Noam Chomsky
“La saggezza di madama Wu” Pearl S. Buck
“La creazione” Edward O. Wilson
“Guerra è pace” Arundhati Roy
"Trilogia della fondazione” Isaac Asimov
“Al di là del bene e del male” Friedrich Nietzsche
“Il prete bello” Goffredo Parise
“Ecocidio” Jeremy Rifkin
“La globalizzazione e i suoi oppositori” Joseph E. Stiglitz
“Le balene lo sanno” Pino Cacucci
“Operette morali” Giacomo Leopardi
“Il vangelo secondo Gesù” Josè Saramago
“Raccontare, resistere” Luis Sepulveda – Bruno Arpaia
“La fabbrica delle chimere” Roberto Marchesini
“Fame” Knut Hamsun
“Dagherrotipi” Karen Blixen
“Il concerto dei pesci” Halldor Laxness

2007


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INVENTARIO ITALIANO

- attacco al senato, chiuso il portone, lode al questore, sdegno della classe politica, “sosteniamo il governo per non tradire l’impegno preso con gli elettori”, Bertone Tarcisio comunica supporto morale ed economico da parte del Vaticano al pdl, compravendita ministri, si chiudono le camere (!), Lele Mora cacciato da Cortina, golpe morale, causa allo stato, violazione della privacy, ricorso alla corte di Strasburgo, i diritti dell’uomo, manomissione uffici del tribunale, il più grande perseguitato dopo Cristo, scollamento tra politica e potere, manomissione delle parole, le prime tredici pagine dedicate al signore e alle sue cortigiane, tante donne per le strade con la sciarpetta bianca, emergenza rifugiati nord Africa, colpo di stato della magistratura, …esima edizione del Festival di Sanremo, crescita produzione industriale Italia 2010 +5,3%, 150° anniversario Unità Nazionale, Anonymus si presenta e rivendica attacchi informatici, riforma della giustizia, Mani Pulite non ci sarebbe mai stata, la prescrizione breve e le Br in procura, sentenza Thyssen, una Commissione per verificare l’idoneità dei testi scolastici, un passo indietro sul nucleare, la proposta di Asor Rosa, lo sbarco a Pantelleria, Schengen sì, Schengen no, morte di un volontario, lo scippo dei referendum …

E poi ci si stanca. Si lascia che le settimane trascorrano senza passare in edicola, senza radio, né altro. Finché la coscienza rimorde e si ricomincia daccapo. 
A prendere atto. 


gennaio 2011


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venerdì 15 febbraio 2013

MENTRE IL PACIFICO MUORE

“Ma non capite che il suicidio della specie umana è l’ultimo definitivo apice di tutti i nostri collassi morali?” scriveva nel 1977 Hilbert Schenck in “Mentre l’Atlantico muore” 

Perdere il futuro come se avessimo a disposizione ancora tempo e soluzioni in abbondanza per rimediare agli sbagli, alle imprudenze, alle nefaste conseguenze di calcoli solo utilitaristici. Giocarselo al buio il futuro. Perché i veri giocatori sanno che smettere quando si perde non si fa. Bisogna perseverare. Per cento volte che si va a bagno, un paio si vince e com’è emozionante avere tra le mani tutte quelle belle fiches colorate. L’aritmetica lasciamola fuori e per far quadrare i conti in positivo esternalizziamo le voci passive. 
Non sappiamo come si fa a tornare indietro ma teniamo pigiato l’acceleratore. E continuiamo a distruggere. Ci dimentichiamo di aver distrutto. Sicuramente ce ne dimentichiamo. Non c’è altra spiegazione per la nostra indifferenza. E per la nostra non dovuta indulgenza. Un ben oliato congegno di rimozione. Siamo così abituati a raccontarcela sul nostro passato e sul presente, che stiamo rendendo, parafrasando Borges, il futuro irreversibile. 
Neanche un mese trascorso e il Giappone oggi merita soltanto un trafiletto a latere. Mentre quello che sta accadendo e che accadrà dovrebbe tenere in allarme il mondo intero. Dovrebbe farci inginocchiare a chiedere scusa per la nostra arroganza. Amo la scienza e il genio dell’uomo che scopre, ma la seduzione dei benefici immediati, soprattutto se pecuniari, non lascia scampo. Non riusciamo ad essere all’altezza delle nostre capacità. E stiamo uccidendo il mare. Ci impegniamo anche parecchio. 
 
Ogni tanto mi dedico a un giochetto perverso. Pesco vecchie notizie, soprattutto catastrofi e vado a vedere cosa accade dieci, venti, trent’anni dopo. Bhopal (India 1984), Chernobyl (Russia 1986), Exxon Valdez (Alaska 1989), Prestige (Galizia 2002), per citarne alcune note. 
Gli esiti vado a vedere. Umani, ambientali, giudiziari. Mentre noi nel frattempo ci siamo dedicati ad altro, c’è qualcuno oggi che continua a pagare sulla propria pelle le conseguenze di quegli atti. In sintesi. In dettaglio diventa rivoltante. Ecosistemi irrimediabilmente compromessi, malattie, morte. Ora, se anche non possiamo più farci nulla, dovremmo comunque tenere tutto quanto nel conto generale, in modo che le nostre proiezioni per il futuro possano avere un minimo di senso. 
 
Il signor Stewen Newman si è aumentato lo stipendio annuo di 200.000 dollari arrivando a quota 1.100.000. Il suo merito? Essere a capo di una compagnia che ha potuto vantare il 2010 come il miglior anno per la sicurezza, con soltanto 11 morti sul lavoro. 
Il signor Newman è a capo della società svizzera Transocean, società che ha concesso in affitto, per mezzo milione di dollari al giorno, la piattaforma Deepwater Horizont alla compagnia britannica BP. Gli undici morti sono quelli del disastro nel Golfo del Messico. 
Tra l’altro la BP ha di recente fatto richiesta presso il governo degli USA per nuove trivellazioni nel Golfo. La richiesta è stata respinta. 

dicembre 2010 
  

Quello che sta accadendo minuto dopo minuto nell’Oceano Pacifico è molto di più di tutti i disastri di cui sopra. È qualcosa di grosso. Una gran brutta faccenda. Il racconto di Schenck pare profetico. Uno studio scientifico ha ipotizzato in base ai dati in possesso, tra le varie conseguenze a breve termine (mesi), la morte di 5000 balene. Sono solo balene. Ma 5000 a breve termine danno l’idea della merda che abbiamo messo in mare. 

Ora questo gruppo di stoici e composti esseri umani rinuncerà al proprio piatto preferito e passerà il resto del tempo a svuotare il mare con un secchiello ( o con una nave per stoccare l’acqua contaminata (!) se la Russia gliela darà). A raddoppiare, triplicare, decuplicare, se sarà necessario, i parametri di tollerabilità alle radiazioni per non dover dichiarare invivibile il proprio territorio.
Emblema e prefigurazione del nostro intero e comune destino. 

2011 

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SENZA I MILLE

L’altro giorno ho letto su un quotidiano il titolo “Saviano senza i mille”. Non ho proseguito con la lettura dell’articolo, presumendone il contenuto, lasciandomi persino sfuggire, sul momento, l’illustre firma. 
Non voglio scrivere pro o contro di lui, solo considero che siamo di fronte a un individuo che è riuscito ad attrarre attorno a sé un seguito ingente di sostenitori (oltreché di detrattori). 
Ma dove sono questi sostenitori? 
Inesorabilmente seduti in penombra e solitudine davanti a uno schermo. In battaglie virtuali impegnati. A sottoscrivere appelli, a firmare petizioni, a discutere in forum, a raccogliere e girare dati e informazioni. Boicottiamo, doniamo, aggiungiamo il nostro nome a interminabili elenchi, inoltriamo lettere preconfezionate e siamo in tanti a farlo. Finalmente! Non siamo più soli. Immergersi nella rete con entusiasmo senza riserve; la grande comunicazione, la comunicazione totale, globale, meravigliosa, unica, democratica! La libertà così a portata di mano tra le mura domestiche, uno sguardo al mondo e uno all’arrosto. Possiamo finalmente riscattarci dalle nostri disillusioni, dal disincanto e dalla frustrazione. Possiamo nuovamente metterci in gioco per ciò in cui abbiamo sempre creduto e possiamo farlo nei ritagli di tempo. Un nuovo, raffinato ed ecologico esercizio di democrazia. O una perversa pratica onanista? Uno zuccherino per la nostra anima? 

Creeremo un meraviglioso mondo virtuale, etico e giusto, se ci impegneremo, dalla nostra consolle, ma una volta, almeno una volta, andiamo a camminare e respirare sul lago d’Aral o sul lago Ciad dei nostri intenti, guardiamoci attorno con le mani sui fianchi, strofiniamo le dita con la polvere e poi torniamocene da dove siamo venuti, ché ognuno ha un proprio posto dove stare. 

novembre 2010 


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COLEI CHE HA TANTE COSE DA DIRE

Colei che ha tante cose da dire. Se mi avessero battezzato con un nome pellerossa, questa sarebbe stata la traduzione del mio nome. 

Perché quando vedi qualcosa di importante e ti pare che a chi ti è intorno invece sfugga, non puoi tacere o fare a meno di indicare con il dito. 

E mi piego, ciò nonostante, alla trafila del devi passare di qui, del devi usare queste parole e non queste altre. Rinnego il mio sapere, sconfesso il mio sentire. Faccio abiura e chiedo beneplaciti e conferme. Non so affermarmi come animo pensante ma anch’io, maledetta, credo nella necessità di un nulla osta dall’alto. Di un deus ex machina che dichiari: Sì, anche lei è degna. 

 No! Io lo grido a gran voce: sono degna. Non c’è errore che possa commettere per il quale potrei non essere perdonata. Perché è l’anima che io metto. Sia altare o banchetto. 

Oh, ma a starsene in disparte, divora il dubbio d’aver smarrito la ragione. Smarrito il senso, buttato all’aria ogni cosa per ritrovarlo, non resta altra spiegazione che la follia. 

Individuo stanziale, che non va a vedere, che relega l’esperienza diretta al ruolo di ancella prepotente e fastidiosa, che fruisce del riverbero con il sopracciglio inarcato. Dove il pathos? Dove l’emozione e l’adrenalina che fanno fluire pensieri, parole, atti? Dove il coraggio e l’umiltà di andare al confronto e constatare che non è come si credeva, sconfessare il proprio credo o piuttosto avere conferma e maggiormente rinsaldarsi nei propri propositi? 
Ma non è necessario. Tutto non è che ripetizione. Il moto perpetuo. Di grandezze e meschinità. Nulla di nuovo, se non nella forma. 
Ecco dunque, far vivere il mondo ai propri occhi, interpretarlo nelle minime sfumature, rifletterlo, raccontarlo, standone lontani. Non solo immaginare, ma vedere con precisione da postazione fissa. 
 
La presunzione! Legittima della ragione. Col tempo però soltanto stampella e poi ferro morto. L’autunno degli intelletti. Cervelli disidratati. Che si accartocciano. Acquiescenza, narcosi, marcescenza. Abdicazione al disincanto. 

Ma io scrivo lo stesso. Scrivo per fare spazio. Convinta. Dal piccolo tinello, celletta d’alveare tellurico, con pazienza certosina, costruisco atomi. 

Ma, come per l’assassino di Roth, è la dimensione privata che sovrasta e conduce. E mangia. Mi mangia. E le parole muoiono una volta scritte. 

giugno 2010


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LA CAPANNA

Da bambina pensavo che sarebbe bastato un cassetto. Una scatola. Un anello. Un anello magico che avrebbe contenuto tutto quanto mi era caro o mi potesse servire. Credevo che dentro a uno spazio ristretto, avrei potuto custodire tutto ciò di cui avrei avuto bisogno per vivere. Ora sono in uno spazio angusto, una sorta di rientranza buia dietro a una libreria: ci sono scatole piene di cose, un aspirapolvere, un asse da stiro, scarpe, e tutte quelle cose utili che si tengono nascoste, non visibili. Sono qua e ci sto bene. Accucciata a scribacchiare. Potrei starci a lungo. Sarebbe sufficiente sostituire il contenuto delle scatole con qualche cambio d’abito, una torcia, viveri, cosmetici, acqua, un cuscino e una coperta. Come quando facevo la capanna. Per sopravvivere, per riposare, per dare a se stessi un aspetto presentabile sono sufficienti un paio di metri quadri. Uno spazio vitale che sia solo nostro. Per questo, credo, possiamo vivere così come viviamo. In spazi ben più angusti. Di quel gioco della capanna, però, abbiamo smarrito lo spirito: non si tratta più di un avventuroso punto di partenza, ma di un misero punto d’arrivo.

  2010



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mercoledì 13 febbraio 2013

IL PAPA E LA COREA

Ho continuato a mettere online vecchi articoli, senza scrivere nulla sui fatti di questi giorni.

Il papa che si dimette.

Innescando diatribe, suscitando sdegno, trovando comprensione, intasando i quotidiani.

Prendendo per buone le sue motivazioni, la sua scelta non è altro che l’ammissione inevitabile che essere il vicario di Cristo e il pastore in terra della Chiesa universale, per quanto investitura cui non si dovrebbe poter abdicare una volta accettata, non preserva dall’essere uomo mortale.
Semplicemente.

Ed è così difficile a volte comprendere. Perché la medesima azione può essere dettata tanto da coraggio quanto da viltà. Lui sa cosa sta facendo e perché. Lasciamolo in pace con la propria coscienza.

Voglio pensare che sia un segno e di consapevolezza che siamo realmente entrati in un’era nuova e di ammissione dei propri limiti a muoversi nel modo giusto all’interno di essa. Succede a chi è abituato a porsi molte domande e cerca di darsi risposte serie.
Dubitare.

C’è chi invece non dubita.

Il test nucleare della Corea del Nord

C’è gente che fa esplodere sotto al proprio sedere qualcosa come mezza bomba di Hiroscima.

No, non ci siamo proprio

Da sentirsi ridicoli a preoccuparsi per gli additivi chimici e per il consumo del territorio

Anche questo è un segno. Anzi è proprio un faro puntato su chi siamo.

Ripeto: se la sono fatta scoppiare sotto al proprio sedere.




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martedì 12 febbraio 2013

UN ORCO NERO MITE

Il fascismo piace perché racchiude le aspirazioni frustrate, esalta gli odi camuffandoli da diritti e rassicura l’inferiorità del popolino. Il fascismo non è un credo politico, è un modo di essere. È una condizione umana. La ricerca di un’esistenza quieta, tiepida, comoda. Elegante nel portamento e priva di conflitti. 
Soprattutto interiori. La fame di approvazione. Di una qualsivoglia autorevole investitura. Ci si sente meno soli. Se si fa tutti la stessa cosa e sorrisi sbiancati ci assicurano che si tratta della cosa migliore. 
L’intelligenza collettiva è uno sforzo sovraumano, l’assunzione collettiva di responsabilità un’utopia. 
La sindrome di T.I.N.A. (there is not alternative) una complicazione letale. 
Ci siamo dentro fino al collo. 
E non perché movimenti di neo destra si fanno sentire qua e là. O perché proprio dalla Germania parte un’analisi sulla recrudescenza del fenomeno in Europa. O perché i Neocon governano il pianeta. O per il fascismo in India. Non c’è un colore, una bandiera, una sigla. Non piove dall’alto. Siamo noi. Siamo noi che ci lasciamo permeare, avvolgere, sedurre. 
Quell’ammaliante sensazione di essere blanditi e persuasi. Nessuna fatica, nessuno sforzo. Convinti. O comunque sufficientemente soddisfatti di come vanno le cose. Accogliere tra le gambe il demone purché non rincari la benzina. Grati, abbeverarsi allo sgocciolamento che sbava dalla bocca del leviatano che abbiamo partorito e che dobbiamo pur riconoscere sangue del nostro sangue. 
Il fascismo siamo noi. Siamo noi che tiriamo dritti. Che a cottimo e in nero tentiamo di vendere a chi l’ultima cosa che dovrebbe fare è comprare. Noi che commerciamo futuri come fossero patate, li ipotechiamo, li pubblicizziamo, quando di futuri non ce n’è quasi più. Noi che accettiamo la manomissione dei fatti, che assimiliamo nuovi significati per antiche parole con una velocità sorprendente. Che ci creiamo un’immagine del mondo in campionatura random.
Che l’assurdo non c’inquieta e le contraddizioni le snobbiamo perché sono fastidiose. Noi che non ci costa la delazione, e tantomeno il silenzio, a danno degli altri, anzi abbiamo perso il senso di cosa siano. Ci viene naturale calpestare se c’è da calpestare e lasciar correre se conviene lasciar correre. E facciamo tanto d’occhi se qualche spirito libero dichiara, Ecce homo. Se insiste poi, allora lo ignoriamo e, alla peggio, lo mettiamo alla berlina. 
Siamo noi che, come i mafiosi accolti la domenica in chiesa, riposizioniamo la nostra anima con sms da 2 euro. 

gennaio 2010 


Andiamo a vedere quale fascia sociale, e perché, con il proprio sostegno, sta facendo diventare Alba Dorata uno dei partiti principali della Grecia. 

2011 


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se si pretende giustizia si deve decidere da che parte stare

ATTACCHI DI PANICO

Dicono che alcuni nascano con la camicia, alcuni normali, altri senza pelle. E somatizzano, questi ultimi, gli sfortunati, patiscono. Ulcera, ipertensione, debolezza cronica. Oppure gli manca l´aria, gli viene lo strozzo in gola, gli attacchi di panico. Una vera e propria epidemia figlia del nostro mondo evoluto. Ci si sente schiacciati, si percepisce che le cose non vanno come dovrebbero, non si sa come affrontare la vita e si trattiene dentro tanto il malessere quanto il desiderio di fare qualcosa. Fondamentale mantenere il controllo per non sentirsi diversi ed emarginati. E ci si ammala. 
Forse la soluzione è finalmente al diavolo il controllo! E al diavolo gli attacchi di panico. 
Il punto di partenza è che siamo, o almeno io lo sono, arrabbiati. E molto. 
Ma come si può sostenere che qualcosa non va, in uno stato di pace apparente e di buon funzionamento delle cose, in assenza di un grande dramma umano collettivo? A questo punto, però, mi sembra che quanto a evidenti drammi collettivi ci siamo, per cui… Per cui se si ha qualcosa da dire, bisogna farlo. Ed è necessario che sia in modo semplice e chiaro per chiunque. Questo è l´imperativo cui non è lecito sottrarsi. Il dovere morale (chiamiamolo col suo nome) che impegna tutti. Non esiste un non coinvolgimento: il silenzio, la mancata assunzione di una posizione hanno lo stesso valore, anzi hanno lo stesso peso, ma in negativo, di una denuncia. Com’è che si dice…? Chi tace acconsente? Ora si dice silenzio-assenso. Se vale per i trapianti e per l’attivazione della segreteria Telecom perché non deve valere per tutto il resto? 
Bene, io non taccio. E mi assumo la responsabilità anche delle stupidaggini che potrò, in buona fede, dire. Sono arrabbiata perché ci stanno prendendo in giro. Ogni giorno, con maestria, lo stanno facendo. Per come ci raccontano le cose, per come negano l’evidenza, per come ci propinano assurdità spacciandole per buon senso. 
Inculcare nell’opinione pubblica, ad esempio pensando alla propaganda martellante di alcuni anni fa, la convinzione che nella prossima strage “ci puoi essere tu!!”, (avrebbero potuto direttamente farci uno spot), e che, quindi, quello che fanno è tutto legittimo. È da un po’ che la mettono giù così; cosa aspettiamo a pretendere spiegazioni degne di questo nome? A pretendere giustizia? Ci hanno abituato all’assurdo, all’osceno, all’offesa fisica e psicologica sui nostri simili, e su noi stessi senza che la cosa ci inquieti più di tanto. E, a questo punto, non vogliamo nemmeno più che smettano. 
Sono arrabbiata perché non riesco a fare nulla di maggiormente utile alla mia integrità psichica che cambiare canale e guardare una soap o una sit-com. Perché so già che, tra un anno, tra due, tre, all’infinito, ce ne sarà sempre un´altra a ottundermi il cervello e io sarò grata. Sarò grata per quei venti minuti di stand by, durante i quali l´unico segno di vita cerebrale sarà togliere il volume alla pubblicità. 
Ci confesseranno, stretti nella morsa dell’evidenza, atroci verità e noi le accoglieremo con un senso di ineluttabilità che sarà la nostra sconfitta. Sempre più adattati, sempre più “adatti” alla società quale dovrà essere per il mantenimento dello status quo. Stravolgono il significato semantico dei termini, il linguaggio non permette più di comunicare, si sovrappongono monologhi inconcludenti in cui si arriva al linciaggio reciproco pur dicendo le stesse cose o non dicendo nulla. In questa confusione linguistica, come si può pretendere di riuscire, anche solo in minima parte, a difendersi dal martellante lavorio dei mezzi “d’informazione” che spianano la strada, spianando le nostre menti? Come possiamo, se anche i concetti dettati dal buon senso comune vengono annientati metodicamente fino a farci accettare che un termine porti in seno un contenuto reale opposto a quello che il termine stesso dovrebbe richiamare alla nostra mente? 

Per fortuna che c’è Costa Crociere, la vacanza che ci mancava, c’è il Lotto, la grande opportunità, la grande chance per avere la vita che abbiamo sempre voluto. C’è Win for life, ci sono le communities, i forum, i blog, la chirurgia estetica e le selezioni televisive. 

Mi viene in mente un gran libro: La famiglia Winshaw

Ad un certo punto uno dei protagonisti mentre infila nel forno una confezione di Salsicce e purè “Inforna e mangia”, si sofferma a guardare le immagini sulla confezione. Davanti, una famiglia di quattro persone intorno al tavolo, tutti belli e in buona salute, sul retro, una scritta che dice come portare in tavola e una piccola foto. Mostra una porzione di salsicce e purè sopra un piatto: le salsicce in una metà dello stesso, il purè nell’altra. Coltello e forchetta di fianco. Nient’altro. Al protagonista a questo punto viene un sospetto: che qualcuno da qualche parte si stia mostruosamente divertendo alle sue spalle nonché a sue spese. Vede improvvisamente in quella foto un insulto rivolto a sé e al mondo intero, cava la vaschetta di plastica dal forno e la caccia nell’immondizia. Noi dovremmo fare altrettanto. Offenderci. Abbiamo perso la capacità di offenderci. Di indignarci. Stiamo lì a sbavare per una videochiamata, perché il mondo è tutto intorno a noi e invece dovremmo prendere tutto quanto e fargli fare la fine della salsiccia con purè. Fino a che punto siamo disposti a renderci ridicoli? 

febbraio 1998 


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… la maggior parte delle nostre energie viene utilizzata per lavorare e guadagnare il denaro necessario a poter continuare a lavorare…

lunedì 11 febbraio 2013

PER CONQUISTARE MEMORIA E IMMORTALITA’

Per conquistare memoria e immortalità, per sconfiggere la morte, per dimostrare chi siamo, per fargliela vedere. Abbiamo e avremo sempre tutto sotto controllo. La tecnologia ci salverà, il progresso ci salverà. La nostra intelligenza ci salverà. Nei millenni abbiamo affrontato profonde crisi ma siamo ancora qui. E saremo sempre qui. Quello che è, quello che accade è esattamente quello che deve essere, quello che deve accadere. Parte integrante della nostra evoluzione. Se facciamo una cosa è perché la possiamo fare. Perché possiamo gestirla. Tutto ciò che avviene nella nostra esistenza di specie è inevitabile. Proclamiamo a gran voce. Per motivare anche le peggio nefandezze. Stolti e arroganti. E con un basso concetto di noi stessi. Refrattari al pensiero che possa essere vero che la nostra intelligenza ci salverà e che, pertanto, potremmo percorrere strade diverse. Usiamo argomentazioni di tipo economico come la base più solida da cui partire per gestire la vita su questo pianeta. La visione meno lungimirante nella storia della civiltà. Perché con tutte le nostre conoscenze ci siamo giocati ogni alibi possibile. 
Occhi a terra senza accampare scuse. Almeno questo, per decenza. Accettare la sentenza che verrà. Inevitabile. Un prezzo ridicolo, a fronte di un benessere galoppante e un portafoglio sempre più gonfio, il risultare ai posteri più ignoranti e miopi dei nostri predecessori di epoche definite oscure. Noi sappiamo cose e abbiamo prove della nostra follia. Eppure perseveriamo e scherniamo o, addirittura, perseguiamo coloro che vedono l’assurdità di un sistema che mette al primo posto l’economia. Le sorti magnifiche e progressive del capitalismo finanziario. L’accumulo esponenziale di denaro. Senza un tetto, senza un massimo. Senza pudore. Noi che cerchiamo negli spazi più reconditi dell’universo altre forme di vita non abbiamo la forza morale di opporci a chi annienta forme di vita su questo pianeta. Il paradosso estremo. Così assurdamente agire, come se il resto del mondo non esistesse. Come se non fosse tutto inesorabilmente collegato. Tutto è sempre collegato. Non c’è evento che non determini. Ma la velocità con cui gli effetti ora si propagano è talmente elevata, in questo spazio che abbiano reso tanto stretto con la comunicazione così rapida e il consumo del territorio, che non ci stiamo più dietro. Non ce la possiamo fare. Ma ci persuadiamo l’un l’altro che sia tutto nella norma. Nulla di particolarmente eccezionale. Nulla di che insomma. I cocci sotto al tappeto. E il cervello in stand by. 
La perdita del senso di nesso di causalità. 
La perdita del senso di responsabilità. 
Sapientoni affatto intelligenti. Esperti a compartimenti stagno. 

 agosto 2006 

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1° USCITA A 99 CENTESIMI

La bolla immobiliare americana insegna: inondare il mercato di liquidità e produrre debito. Ecco perché la facoltà della Fed di immettere denaro svincolato da una reale ricchezza, è in odore di tirannide. Ha in mano tutto. Fondata, con firma del presidente Woodrow Wilson, nel 1913 con il Federal Reserve Act, e su iniziativa di Rockfeller, J.P. Morgan e Rothschild, tre concorrenti che, adocchiato l’affare, hanno accantonato le rivalità, la Federal Reserve Bank, è il più grande cartello del pianeta. Ecco, pare che per riuscirci fosse necessario eliminare tre forti oppositori: Benjamin Guggenheim, Isador Strauss, e John Jacob Astor. E pare che tutti e tre fossero in crociera insieme sul Titanic. La cui storia, nel centenario del disastro, esce in edicola a fascicoli a 99 centesimi. Il Titanic fu terminato a Belfast nel 1909 e venne a far parte della flotta della White Star Lines, controllata da Morgan. Il capitano, un certo Edward Smith, con 26 anni di navigazione nel Nord Atlantico alle spalle, salpa il 12 aprile 1912. A bordo sale anche Francis Brown che però sbarca a Queenstown. Tale Brown era un superiore gesuita del capitano Smith. Idem per i bancari di cui sopra. Anch’essi gesuiti. Coincidenze. 

 maggio 2012 
 
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DARK POOL

Tra gli spazi che non vediamo perché non siamo ancora capaci di considerarli tali, uno ha attirato la mia curiosità: la piscina nera. O dark pool. I dark pool sono esecuzioni di transazioni relative a blocchi di azioni, a prezzi vantaggiosi e con ripercussioni minime sul mercato, che avvengono fuori dal libro pubblico degli ordini. Prendendo per buone le ripercussioni minime, resta la questione della trasparenza. Ci assicurano che la tracciabilità è possibile a transazione avvenuta nella maggior parte dei casi, ma cosa vuol dire la maggior parte? E in tutti gli altri casi? E, visto che tutto può avvenire in modo tanto occulto con estrema facilità, chi glielo fa fare di dire poi come sono andate veramente le cose? Che percentuale sul totale delle transazioni ricoprono le movimentazioni dark pool? Chi le effettua e perché? O meglio, il perché è intuibile, ma i governi e la società civile non hanno la possibilità di monitorare, giudicare e quindi influenzare tali operazioni che insieme ai capitali spostano risorse, potere ed equilibri politici. Inoltre quanto sono attendibili i dati ufficiali su PIL, crescita economica e quant’altro? I dark pool sono messi nel conto? E se no, allora tutto quello che ci viene detto, tutte le previsioni, le scelte economiche e politiche non dovrebbero forse essere riconsiderate? 

Credo fermamente che oggi sia doveroso per ognuno di noi imporsi di superare la barriera di un linguaggio per addetti ai lavori e cercare di comprendere i meccanismi economici e finanziari, le ideologie sottese ad essi e, soprattutto, imparare a cogliere i collegamenti. E tenere a mente che questo spazio sconfinato in cui crediamo di vivere sta tutto sul cartone del Risiko.

 novembre 2009 

Per restare in tema. Nuovi strumenti finanziari sviluppatesi nella seconda metà degli anni ’90, ma applicati su base mondiale a partire dal 2000, i cosiddetti derivati, hanno avuto un obiettivo preciso: consentire ai crediti bancari, nella tradizione non liquidi, di trasformarsi in attivi negoziabili Si chiama cartolarizzazione dei crediti (dai mutui ipotecari, ai crediti alle imprese, prestiti al consumo, scoperti delle carte di credito, ecc.) che così possono essere acquistati da fondi pensione, compagnie di assicurazioni, grandi imprese, Stati, enti locali, ecc. Otteniamo così titoli costruiti su ipoteche (MBS – Mortgage-Backed Security), titoli garantiti da crediti (CDO – Colletarised Debt Obbligations) mescolati ad altri strumenti finanziari . E, infine, il CDS (Credit Default Swaps) e cioè un contratto il cui oggetto è rappresentato dalla protezione rispetto al rischio: l’acquirente si mette al riparo dal default di un certo titolo, corrispondendo al venditore che si impegna a risarcirlo di un’eventuale perdita, un versamento periodico. A partire dall’anno 2000, il valore dei derivati, che nel decennio precedente era quasi irrilevante, è andato crescendo in modo esponenziale, superando il valore totale del mercato azionario e finanche il valore dell’intero Pil mondiale, fino a raggiungere nel 2011 ( rilevamento della BRI – Banca delle Regolamenti Internazionali), pare, i 700 trilioni di dollari, dieci volte il Pil mondiale e la metà di tale importo è in mano a 5 istituti bancari statunitensi. 
Quello che pare è che la finanza sia un mercato dei debiti nascosti da algoritmi complessi che vengono acquistati in ultimo da persone non competenti, tra cui amministratori pubblici (con soldi pubblici) e privati cittadini. Si mescolano i debiti e li si rivendono con l’aiuto delle agenzie di rating. Ma quanto valgono questi prodotti, se valgono qualcosa? Quanto denaro c’è veramente nelle casse delle banche? E se, come si diceva, gli asset di alcune diventano via via superiori al Pil dei rispettivi Paesi di appartenenza, e non possono fallire(!), è ora, forse, di ripristinare la differenza tra banche commerciali e banche finanziarie, o di separare nettamente all’interno di ogni istituto bancario le due funzioni, sostenendo i principi base della proposta di un ex presidente della Federal Reserve, Paul Volcker negli Usa, e delle analoghe proposte di John Vickers in Inghilterra e del finlandese Erkki Liikanen in Europa*, di impedire poi che avvengano operazioni fuori bilancio, di chiudere i mercati ai derivati, di definire rigidamente i tassi di credito. 
Di opporsi al malcostume di privatizzare i profitti e socializzare le perdite. 
Di avere il coraggio di dare uno scrollone al tavolo e far crollare il castello di carte! 

* peccato che undici sui dodici membri del gruppo di lavoro, che ha trasmesso il rapporto alla Commissione Europea a ottobre 2012, fossero dirigenti di istituzioni finanziarie.

(settembre 2012) 

Il fottuto problema è che il denaro da mezzo di scambio è divenuto esso stesso merce. E noi dall’essere una società che possiede un’economia di mercato siamo divenuti una società di mercato. 

Esperti del settore, annunciando una sicura ripresa a partire dal 2013, ci invitano a investire nuovamente risparmi in azioni (settori energetico, farmaceutico e tecnologico), in Exchange Traded Found, e quant’altro. E noi, con le nostre magagne, perché non dovremmo crederci? Dopo un Natale così di musi lunghi e cupi, perché non credere in una Nuova Era che riproponga gli stessi rassicuranti ideali di benessere che ci hanno accompagnati fin qui? I recenti risultati politici giapponesi insegnano: le preoccupazioni economiche sono risultate ben più forti di tutte le altre. Resta refrattaria all’immaginazione l’idea che tali ideali di benessere (concreto) si possano conseguire più avvedutamente. 


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CROCIFISSI E BURQA

La mia opinione in merito è che far togliere dal muro un crocifisso o obbligare una donna a liberarsi dal burqa equivalga a imporre di appendere il primo e a costringere una donna a indossare il secondo. 

2009 

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domenica 10 febbraio 2013

LAND

Ho letto che: 

- un quinto della terra fertile in Etiopia è in mano all’Arabia e all’India e che ci sono stati circa 200.000 sfollati nella valle del fiume Omo. 
 - …….. 
- …….. 

 Elenco lunghissimo e complesso: citare senza raccontare pare una mancanza di rispetto. 

Decine di milioni di ettari all’anno sono oggetto di compravendita o concessione (quasi sempre per tempi lunghissimi e a cifre irrisorie) e di queste operazioni non si sente parlare: avviene tutto con estrema discrezione. Gli investitori (banche, fondi di copertura, gruppi privati) proteggono i fondi investendo in terra (e progetti energetici): la popolazione mondiale è in aumento, i prezzi stabilmente alti e in salita, la terra si può ottenere a poco prezzo, aggiungendo un po’ di tecnologia e spirito imprenditoriale, il gioco è fatto. Un gran bell’affare! Ci si copre dall’inflazione, i profitti sono garantiti, si diversifica il portafoglio. Gli investimenti sono in crescita esponenziale. Africa, Asia, Sud America. Ha anche un nome: si chiama land grabbing. 
Nella Borsa delle Materie Prime i futures sul cibo vanno alla grande. Ma si ha solo un 2% di consegna reale dei prodotti: gli investitori rivendono i futures prima della scadenza e non entrano in contatto con i prezzi reali di mercato. E i prezzi seguono l’andamento dei futures. Le speculazioni influiscono sull’andamento dei prezzi più del resto, e con prezzi stabilmente alti, chi spende 1/3 del proprio reddito per acquistarli se la passa sicuramente molto meglio di chi ne deve spendere il 70%. E, per ora con il carrello ancora pieno, non riesce a rendersi conto che la faccenda è seria. Mi vengono in mente poche cose altrettanto perverse e ciniche quanto il giocare con il cibo. 
E il sostegno dei governi e della Banca Mondiale all’agribusinnes (monocolture su vasta scala, uso di prodotti chimici, carburanti fossili e mano d’opera a basso costo) non facilità le cose né permetterà un’inversione di tendenza. Ma il punto non è incentivare la produzione, al contrario ce ne sarebbe già a sufficienza per tutti. La cessione dei terreni avviene a volte contro cambio di investimenti in infrastrutture ma il rapporto tra questi e i ricavi netti è nettamente a favore dei secondi, anche perché gli investitori spesso godono di esenzioni fiscali e possono sottrarsi alla legislazione sul lavoro del paese ospite. Le grandi piantagioni possono inoltre accedere facilmente al credito, diversamente dai piccoli produttori ( la produzione nazionale agricola cresce, ma gli agricoltori sono alla canna del gas), 4 aziende controllano il mercato internazionale di cereali e 3 di esse quello delle sementi. Poco meno di un’altra decina completano il quadro. E poi c’è l’affare dei biocarburanti: un bel green wash che mangia terra e sottrae cibo. Insomma ci sono dei soggetti enormi, ed evidentemente tentacolari, che, vien da dire, in connivenza con i governi, e con l’appoggio di lobbisti, di politici sostenitori del libero mercato (il libero mercato per me è un'altra cosa) e di tanti cittadini più o meno inconsapevoli, stanno diventando i proprietari della terra. 
Con buona pace di chi asserisce che questo è il corso naturale delle cose e che comunque non si può stravolgere il sistema, una commissione di 400 esperti, con il sostegno della Banca Mondiale (!), dopo un lavoro di 4 anni, (IAASTD Internat assessment of agricoltural knowledge scienze and tecnology for development) ha dichiarato che “qualsiasi soluzione ai problemi di povertà, fame, cambiamenti climatici, presuppone un’agricoltura in grado di migliorare la vita dei produttori, le loro conoscenze, la loro autosufficienza, e la parità sessuale…… il rispetto dell’ambiente e il riequilibrio del ciclo dell’anidride carbonica”. 
E’ necessario rivedere i programmi del Fondo Monetario Internazionale che promuove solo l’agricoltura per l’esportazione e non quella di sussistenza. E’ necessario poter sovraintendere gli accordi multilaterali. Ma poi abbiamo sistemi politici che creano governi finanziati e controllati da miliardari e multinazionali, si rimuovono leggi di tutela e si siglano accordi bi e multilaterali le cui regole stanno sopra le leggi nazionali. E abbiamo governi nazionali che sottraggono ettari all’agricoltura (buona o cattiva che sia caso per caso) in favore del cemento, nell’ordine di centinaia di migliaia di ettari. E amministrazioni locali che permettono un consumo sconsiderato del territorio. 
E’ davvero difficile credere che questa ennesima forma di latifondismo si arresti ma dobbiamo comunque provare a contrastarla: non possiamo accettare che chi se lo può permettere pensi di potersi lecitamente comprare anche ciò che fino a pochi anni fa era considerato non vendibile e non acquistabile.

 2011 

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LA SCOPERTA DELL’AMERICA

Alle elementari ricordo che ci parlavano degli Stati Uniti d’America come di un gran posto dove vivere. La libera iniziativa: ognuno poteva avere la propria grande opportunità. 
Parliamo di poco meno di 40 anni fa. Sono quelle cose che rimangono impresse. Come le Brigate Rosse, la ricerca spaziale, Seveso, la morte di Franco, la dittatura di Pinochet, la televisione a colori, i supermercati. 
A distanza di anni è evidente che gli USA sono, invece e da tempo, il luogo dove si concentra e da cui è partita una nuova concezione della vita, anzi una concezione di gestione della vita, che è ben lungi dall’immagine di cui sopra, e che è divenuta pensiero acquisito e dominante. 
Culla delle corporations più potenti del pianeta (alle quali è riconosciuta la figura giuridica di “persona”), delle organizzazioni internazionali più potenti (FED, BM, FMI ecc.), di think thank che lavorano a pieno regime, nonché promotori di accordi internazionali con poteri sovranazionali, gli Stati Uniti d’America stanno tra-sfigurando la società umana, il concetto stesso di società umana. Che diventa contenitore di risorse. Da utilizzare. 
In barba ai principi della Costituzione. 
Si proclama la necessità, e la si sancisce legalmente come questione di sicurezza nazionale, dell’uso unilaterale della forza per difendere gli interessi vitali del Paese, interessi che includono la garanzia di accesso illimitato ai mercati chiave e alle forniture e risorse energetiche presenti sul pianeta. Non si aderisce al Trattato di non proliferazione nucleare e si rivendica il ruolo di difensori del mondo. Si consuma più di un quarto della produzione mondiale di alimenti e beni pur essendo solo il 4% della popolazione mondiale. Si liberalizza completamente, nell’arco di vent’anni, il mercato dei derivati, il cui ammontare oggi supera circa dieci volte il Pil mondiale, con le conseguenze che ben conosciamo, e si pretende sostegno alle banche. Inoltre. 
Uso sistematico del veto alle risoluzioni ONU, perenne violazione del Diritto Internazionale. Quattro quinti della popolazione USA esclusa dalla domanda internazionale di servizi, un sesto della popolazione sotto la soglia di povertà, sistemi pensionistico e sanitario al collasso, altissimo debito estero (300 mld $ gli interessi annui sul debito nazionale e cioè il 15% della spesa nazionale annua), bolla immobiliare, credito al consumo. Stop all’immigrazione e sì alle misure protezionistiche interne. Biocolonialismo. Tea party. Produttività industriale che viene dalla chiusura di fabbriche e dalla riduzione della forza lavoro. Media sotto controllo (molti americani credono che siano state trovate armi di distruzione di massa in Iraq e che l’intervento militare abbia avuto il beneplacito della comunità internazionale), libertà civili compromesse (UPA Usa Patriot Act). Crescita patrimoniale per l’11% della popolazione. 
Insomma uno stile di vita non negoziabile. Per quell’11%. 
Ma da questa politica viene una visione ormai globale che non paga. Un sistema mercantilistico oligopolista, sotto le spoglie di una fittizia globalizzazione e di un fasullo libero mercato, in cui le politiche a favore della democrazia pare servano solo ad allentare la pressione verso cambiamenti sociali e democratici più radicali. Cambiamenti dall’alto verso il basso che non rischino di capovolgere le tradizionali strutture di potere. 
Un sistema di mega società e di banche, strategicamente connesse, che gestiscono l’economia globale e si affidano al potere statale per la socializzazione dei rischi. Liberalizzazione dei flussi finanziari e dei mercati valutari internazionali. Divulgazione della filosofia del futile e della paura. Quasi un esperimento di ingegneria sociale. 
Il cittadino americano medio, troppo occupato a sbarcare il lunario, non ha né tempo né voglia di interessarsi alle culture altre e spesso non sa individuare luoghi su una carta geografica, come può quindi comprendere la necessità/liceità di un intervento militare/umanitario o economico e prendere coscienza dei mutamenti planetari in atto, dando un avvallo consapevole alla politica estera del proprio governo? 
Il neonato movimento di Occupy Wall Street temo avrà vita breve: rabbia ed entusiasmo non sono sufficienti. Ci vuole un piano. E mezzi. E i mezzi sono già tutti occupati. Politici ed economici. Internet non è sufficiente. Anzi rischia di dare l’illusione di poter fare chissà che. Ma l’ordine socio economico in cui viviamo non è che l’esito di decisioni prese all’interno di istituzioni create da noi. Come si suole dire, le decisioni si possono cambiare e le istituzioni anche. Nella storia dell’uomo è già accaduto, perché non potrebbe succedere di nuovo? Ma perché questo accada è fondamentale una partecipazione attiva alla vita politica da parte di tutti che non si limiti a una crocetta sul nome meno ributtante o sull’illusione, ipotetica, che essere neri significhi necessariamente essere buoni. 

ottobre 2011 – aggiornato – 

  
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