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martedì 3 dicembre 2019

È SCOPPIATA LA TERZA GUERRA MONDIALE

È scoppiata da un pezzo la terza guerra mondiale e in pochi se ne sono accorti. Forse nemmeno quelli che la stanno vivendo sulla propria pelle sono consapevoli dell'ecumenicità del fenomeno. Bisognerà attendere i libri di storia dei nostri nipoti perché il capitolo che narrerà i fatti che stanno accadendo ora porti il titolo: “Il Terzo conflitto mondiale”.

Proteste scoppiano ovunque, senza soluzione di continuità da parecchio tempo a questa parte, e sono destinate a diventare immanenti. È perlomeno plausibile che siano collegate.

Come scrivevo tempo fa, in ogni zona della terra i popoli sono in rivolta. Con dinamiche più o meno drammatiche e in contesti diversi, ovunque, laddove non si cede a preoccupanti sbandamenti nazional populisti, ci si oppone all'autorità costituita. Che siano regimi autoritari, democrazie neoliberiste, istituzioni inefficienti e/o colluse. In sintesi ci si ribella a chi accumula potere e ricchezza a discapito della maggior parte delle persone. Ovunque si invoca il recupero di un vivere degno ed equo e si denunciano diseguaglianze sociali crescenti, esito dell'operare cieco e avido di una casta ormai al di sopra di qualsivoglia controllo.

Che il detonatore di questa rabbia diffusa, prima ancora che rivendicazione di valori di umanità e saggezza, possa dunque essere la crisi economica che da un decennio prosegue con sempre più gravi ricadute sulla società?

Una crisi economica incentivata dall'ostinazione del sistema capitalistico a voler sopravvivere senza trasformarsi. Un'ostinazione aggressiva che sta trascinando il mondo verso l'abisso e capace solo di proporre soluzioni di austerità e riforme strutturali che penalizzano le fasce più deboli.

Un'iperproduzione industriale che aggrava le condizioni ambientali, quindi quelle sociali, quindi quelle politiche. Paesi che oggi in un anno producono quanto è stato prodotto in un secolo. Paesi che ambiscono a fare altrettanto il prima possibile. Paesi che svendono le proprie risorse a sostegno di tale malata iperproduzione in cambio di un'elemosina di sopravvivenza che si traduce in una condizione debitoria perenne. Cittadini dei Paesi sviluppati che ipotecano la vita per possedere il superfluo. Cittadini dei Paesi in via di sviluppo che li invidiano e soverchiano propri concittadini che non hanno di che vivere, in una competizione spasmodica che non lascia intravvedere un lieto fine.

È un fatto che il dominio concesso al mercato e alla finanza abbia creato disparità tali da rendere vano ogni tentativo di ricostituire una protezione sociale universale. Ed è un fatto che abbia determinato e sostenuto condizioni favorevoli a una crescente interdipendenza tra poteri politici e poteri economici operanti ormai a circuito chiuso.

Oggi però vediamo, grazie all'attuale sistema di comunicazione, come la natura della crisi del cosiddetto neoliberismo non sia un'astrazione per addetti ai lavori ma qualcosa di molto concreto, come sia di natura ambientale e sociale, e grave al punto da compromettere la democrazia che, per quanto difettosa, dovrebbe essere ancora la soluzione politica migliore. Ma mai dal potere politico la crisi viene presenta in tali termini; al contrario ci si ostina a proporre una visione frammentaria della situazione, proprio per rallentare, per soffocare quella presa di coscienza generale che potrebbe offrire lo slancio definitivo nella direzione di un futuro degno di tal nome. La solita faccenda di considerare i problemi a compartimenti stagno, al punto che anche chi strumentalizza tale prospettiva resta convinto sia quella corretta. Ma un denominatore comune c'è ed è sotto agli occhi di chi vuole vedere, quindi perdersi dietro a spiegazioni sul perché in quel tal luogo sia successa quella determinata cosa è sì interessante e doveroso ma pure pleonastico.

Bisogna cambiare le cose. Qual è la parola? Rivoluzione. Una parola grossa, che spaventa. I più timorosi di perdere ciò che hanno paventano per il ribollire sociale e sono pronti a chiamare pericolosi rivoluzionari, addirittura terroristi anche coloro che reclamano giustizia. Secondo me non si tratta di rivoluzione. Forse si tratta solo della seconda fase di un processo iniziato nell'ultimo ventennio del secolo scorso, se pur con radici già profonde. Forse l'opposizione alle derive del pensiero neoliberista non è che la fase successiva necessaria al compimento della transizione verso un mondo realmente globalizzato. Fase che i fautori dello stesso non avevano considerato né preventivato, accecati com'erano, e malauguratamente sono ancora, dal miraggio di un tutto subito e per sempre a qualsiasi costo.

Ma se verrà impedito di portare a termine il perfezionamento di questo sistema globale allora questa guerra non ancora riconosciuta come tale esploderà cruenta con tutta la furia che porta in seno. E, senza soluzione di continuità, di metamorfosi in metamorfosi, ci accompagnerà per sempre.


Dicembre 2019



sabato 18 maggio 2019

LIBRI COME LACRIME NELLA PIOGGIA

Guardo le pile di libri e penso che se morissi la grandezza di pensiero contenuta in molti di essi andrebbe perduta. Più correttamente andrebbe perduta la sintesi irripetibile che dall'unione di quei determinati libri scaturisce. Più che attraverso qualsiasi parola potrei scrivere, nel compenetrarsi di tutti questi testi è contenuto quanto vorrei trasmettere.

La paziente e attenta lettura di migliaia di pagine forma l'animo di un individuo definendolo. Combinazione unica e particolare che in ogni biblioteca personale si verifica e determina scenari di pensiero unici e straordinari. Una ricchezza che dev'essere condivisa e che crea, attraverso l'unicità di ciascun lettore, ulteriore ricchezza e progresso umani.

L'unica eredità che ho da lasciare.


C'è una scena in Blade runner che descrive perfettamente quel senso di caducità di cui ogni esistenza pare essere intrisa.


“E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.”



Maggio 2019

martedì 15 maggio 2018

LO STATO NAZIONE – LA SOCIETÀ DELLE NAZIONI

Continuiamo a discutere di politica riferendoci a quanto accade all'interno dello Stato in cui viviamo. Questo è l’approccio mentale della maggioranza delle persone. Importano i fatti dei singoli Stati, a ognuno quello di appartenenza, tutto il resto è politica internazionale, roba estera che non ci riguarda, se non per il tempo del risalto mediatico. Ma le pressioni e le dinamiche con cui gli Stati hanno a che fare sono le stesse per tutti. Siamo dentro a un sistema globale che sta determinando la fine delle sovranità nazionali così come le abbiamo conosciute sino a oggi. Quante volte però ciò che fino al giorno prima pareva impensabile è poi diventato consuetudine? Non è la prima volta che accade nella storia e siamo ancora qua. Ora è il nostro turno. Sicuramente la complessità del cambiamento in atto preoccupa al punto che la tentazione di negarlo e restare aggrappati al passato è forte, ma cedere ad essa si ritorcerà contro noi tutti. Sta all'intelligenza, alla lungimiranza e all'onestà intellettuale di ogni individuo cogliere il momento e compiere lo sforzo che può portarci in una nuova era, un’era in cui tutto ciò che ci spaventa come un qualcosa di irrisolvibile, ciò che pare ci sottragga sicurezza e identità, improvvisamente ci appaia come d’incanto del tutto gestibile. Non è per nulla utopia. Dobbiamo semplicemente accettare la sfida e dimostrare che ne siamo all'altezza. Eppure continuiamo a comportarci e pensare come se gli Stati avessero ciascuno un percorso e un destino individuale svincolati da quelli degli altri e del tutto diverso. Come se quanto riguarda noi, riguardasse noi soltanto e, anzi, dovremmo smettere di utilizzare tale pronome in modo errato. Il pronome personale plurale inclusivo per eccellenza. Che non ne presuppone un altro in opposizione, se non in un’interpretazione fallace e fuorviante. Non vale nei rapporti umani, non vale nella politica. Non più, a quest’ora della storia umana. È giunto il momento di superare questa visione obsoleta, senza farsi prendere dal panico. La sovranità statale, oltreché attore inefficace nel panorama globale contemporaneo governato dalla rapidità di movimento dei flussi finanziari, e maggiormente anche per questo, si sta rivelando ingiusta. Essa è basata sullo stato di diritto. Ed è il concetto di stato di diritto come a tutt'oggi è inteso che non va bene. Lo stato di diritto, come lo conosciamo, è basato sul possesso di un territorio e sull'appartenenza a una comunità sociale da parte di tutti coloro che vi sono nati e lo considerano proprio in modo assolutamente naturale. Tale possesso non è altro, però, che l’esito relativamente recente di un processo di appropriazione basato sulla regola dell’efficacia. Regola dell'efficacia è un modo meno brutale per dire regola della forza. Alla fin fine l’insieme dei rapporti mondiali non è altro che una sorta di piazza in cui si commerciano i beni delle varie nazioni, sulla base del semplice principio che se qualcuno possiede qualcosa lo può vendere a un altro. Sembra ovvio, sembra scontato ma è del tutto sbagliato. I governi di tutto il mondo autorizzano (sanzioni ed embarghi a parte) i propri cittadini ad acquistare e considerare propria qualunque merce possa essere consegnata e venduta da un paese straniero, in quanto il possesso di tale merce soddisfa appieno i requisiti di legalità richiesti dal commercio internazionale. Peccato che il possesso non implichi la proprietà. Peccato che la legalità non implichi la legittimità.

La domanda fondamentale è: cosa ha determinato tale possesso? Una domanda che i governi non si pongono, troppo impegnati a esaudire le crescenti e incessanti richieste di beni e risorse da parte dei propri cittadini. Una delle prime cose da fare è costituire un organismo legale unico al di sopra dei sistemi nazionali in grado di giudicare in merito ai reali diritti di proprietà e in grado di farli rispettare. I singoli Stati non sono nella posizione di poterlo fare, né hanno convenienza a farlo. Non è però più possibile vivere in una società totalmente interconnessa in cui vige un sistema composto da centinaia di legislazioni di diritto privato del tutto indipendenti e scollegate. Non intervenire su quanto sta dietro la proprietà delle risorse implica l’accettare che, in molti casi, la forza produca diritto e il risultato non può essere che l’appropriazione della gestione della res publica da parte di chi la forza la detiene, con la conseguente perdita di controllo da parte dei governi sui processi economici e quindi sociali. Si abdica così alla funzione prima di un governo, e ciò in favore e al cospetto di agenti indiscutibilmente forti di un potere economico e finanziario internazionale senza precedenti nella storia. È ora di iniziare a pensare seriamente alla creazione di un’istituzione governativa transnazionale e sovranazionale che si ponga in modo concreto ed efficace quale contraltare a tale invece assai concreto ed efficace potere.

Preso atto che l’utilizzo delle risorse e la gestione della ricchezza sono ormai del tutto svincolati dalla politica delle singole nazioni, dobbiamo fare uno sforzo di immaginazione e pensare a una grande innovazione politica che ci avvicini maggiormente all’idea originaria di società delle nazioni. Altrimenti la politica non potrà che continuare a deluderci. I suoi rappresentanti ci deluderanno. Quando non corrotti e in malafede, saranno comunque e inevitabilmente incapaci di risolvere i problemi in cui siamo immersi, e lo saranno finché non inizieranno di concerto a pensare con maggior ampiezza di vedute. Dobbiamo pretendere da essi che lo facciano.

I governi tagliano le garanzie sociali, pregiudicano la capacità di accesso al lavoro, alla salute, all'istruzione, al sostentamento stesso, e quindi a una vita dignitosa, a milioni di persone, milioni che presto, messi tutti insieme, inizieranno a essere miliardi. Nel primo, nel secondo, nel terzo e quarto mondo che sia, non fa differenza. Come si giustificano? Garantendo che le scelte fatte rappresentano l’unico modo di controllare il mercato. Ma quello che in sostanza fanno è mentire. Non mi stancherò mai di ripeterlo: nonostante le molte comprensibili visioni apocalittiche, ci sono risorse, tecnologie, innovazioni possibili che permetterebbero una buona qualità di vita per tutti, ambiente incluso. È necessario però leggere, documentarsi, studiare, riconoscere l’autorità di molti studiosi, scienziati, economisti, filosofi, che da tempo hanno messo sul tavolo ottime soluzioni. È necessario farla finita con l’arroganza e la presunzione. Con il dire che son tutte belle parole ma la realtà è un’altra. Questa è pigrizia, menefreghismo, supponenza, aridità, mediocrità d’animo.

La realtà è che i governi, oltre a non avere voce, se non simbolica, a livello internazionale, sono in grado di avere solo più un’influenza parziale e decrescente sulle questioni nazionali. E cosa fanno? Impegnano tutte le energie a cercare di nascondere tale realtà con ogni mezzo possibile, in primis procurando emergenze. I politicanti interni alle singole nazioni sguazzano senza rimorsi nel pantano riconosciuto a livello internazionale come l’unico scenario politico possibile e non fanno altro con le loro schermaglie che intorpidire ulteriormente le acque e le menti di chi li ascolta. In effetti sembra sia l’unico scenario politico possibile perché nessuno ha il coraggio di fare il primo passo con autentica e sollecita determinazione. Certo, la prospettiva di provare a muoversi in un insieme di tramagli senza soluzione di continuità dissuaderebbe anche il padreterno ma non c’è alternativa.

La tanto e giustamente criticata globalizzazione non darà i buoni frutti che da essa ci si aspettava, se non verrà completata con un sistema politico capace di avere una visione di insieme sui grandi temi. È necessario integrare la gestione e la salvaguardia delle realtà nazionali con una regolamentazione internazionale e sovranazionale sui temi che hanno a che fare con la vita sul pianeta. Salute, cibo, risorse, finanza, ambiente, diritti. Senza possibilità di veto. Ogni Stato deve essere in grado di rientrare all'interno di una più ampia architettura democratica stabile che a propria volta sarà garante nei confronti di tutti dell’equilibrio generale ed eviterà il collasso del sistema. Gli uomini di Ventotene questo avevano in mente. L’Unione europea era questo sogno. Un primo passo nella giusta direzione. Siamo delusi dal risultato? Bene. Al primo tentativo non sempre si riesce. Ricominciamo daccapo. O vogliamo buttare con l’acqua sporca pure il neonato? L’idea di un federalismo planetario è l’unica strada da percorrere. L’ho scritto altre volte e più passano gli anni più ne sono convinta e non mi rassegno alla cecità dilagante. Al teatrino della politica interna, allo spreco di energia mentale che potrebbe essere meglio rivolta. L’energia mentale di cittadini cui vengono spacciate come importanti questioni marginali, sradicate dal contesto o banalmente solo legate alle dinamiche di potere.

Siamo ormai in un’era post industriale, in cui la ricchezza che conta non è più data dalla produzione e dal commercio, ma dalla concentrazione delle risorse e dell’informazione, dalla creazione di monopoli al cui tavolo i singoli Stati non possono sedere perché non hanno né credenziali né forza contrattuale reale. Possono solo più limitarsi a passare per proprie decisioni obbligate, sperando di riuscire ancora a dare l’illusione di avere tutto sotto controllo. Siamo in un’era in cui milioni di persone non hanno un luogo di appartenenza ed è necessario rivedere il concetto di cittadinanza come un qualcosa che non dipenda da ereditarietà, nascita, possesso. Siamo in un’era in cui la disoccupazione cresce in modo esponenziale e si trascurano le reali opportunità che potrebbero nascere da un mutamento di paradigma. Siamo in un’era in cui i capitali si spostano con estrema facilità e volatilità determinando le sorti di interi gruppi sociali quando non di intere popolazioni e tutti costoro possono a malapena alzare la voce e soprattutto devono restare dove sono. Siamo in un’era in cui ogni singolo bene, ogni singolo oggetto è di fatto proprietà di tutti, perché è composto da tanti minuscoli pezzettini di vita di persone sparse per il globo terracqueo. Le catene di approvvigionamento, le supply chains, sono ciò che ci lega l’un l’altro. Può piacerci o meno, ma stando così le cose ci tocca tirar su le maniche e affrontare la questione. In alternativa lavarcene le mani. Ma poi muti a prenderci quello che arriva.

Ce lo abbiamo sotto gli occhi l’inganno. Per mascherare l’evidente perdita di ruolo i governi ricorrono a conflitti di sorta, alla difesa di sedicenti purezze etniche, culturali e religiose, al rafforzamento di confini, al disconoscimento di diritti fondamentali attraverso l’appropriazione degli stessi come di qualcosa a proprio uso esclusivo. A un richiamo ai valori di patria e di nazione come unico baluardo possibile. Un richiamo riduttivo e d’opportunismo. Una specie di soluzione finale dove quelli in sovrappiù stanno fuori e s’arrangiano, nella speranza che si facciano fuori l’un l’altro prima di assediare le enclavi di chi si tiene stretto quello che ha o che crede di avere. Io non posseggo senso patriottico ma amo la storia, la conosco, e ho rispetto per la volontà, la determinazione, e l’altezza di pensiero, di tanti che nel mondo hanno fatto ottime cose con nell'anima l’amor di patria. C’è offesa in tutto questo ciarlare sgrammaticato e aggressivo, in questo spronare le genti all’insegna di valori di cui si è smarrito il significato e pertanto la sostanza.

La sintesi di tutte le sollecitazioni mentali che ci giungono è che non ce n’è già più per tutti, che saremo sempre più, e se qualcuno sta senza è meglio. La conseguenza diretta è che ci stiamo convincendo di essere tutti vulnerabili, in pericolo e pertanto bisognosi di difesa. Ce ne vogliono convincere per nascondere la propria inettitudine. Tutta la nostra vita, volenti o nolenti, si conduce su questa falsariga. In pratica ci stanno dicendo che l’unica possibilità di vivere dignitosamente è legata a doppio filo con la necessità di essere stronzi. Dobbiamo offenderci. Sarà la mia formazione umanistica, ma io rifiuto questo stato di cose. Io sono meglio. Nel senso che ho dentro la potenzialità di essere meglio. Tutti noi ce l’abbiamo. Ci servono solo l’umiltà di riconoscere i nostri limiti, qualunque essi siano, e il coraggio di rimediare ad essi affrontando il cambiamento come la miglior cosa possa accaderci.

Non si tratta di cancellare i confini ma di superarli. Più che una società delle nazioni, si tratta di pensare a un sistema mondiale in cui siano assenti differenze tanto estreme tra le condizioni di vita delle persone, in cui la salvaguardia dei beni comuni e la tutela dei diritti siano priorità insindacabile. Un governo globale, nel rispetto delle identità, che imponga pacificamente ma fermamente le regole necessarie a fare di questo pianeta un buon luogo dove vivere.

Non è la fine del mondo. È il mondo che cambia. Sta a noi indirizzare tale cambiamento con saggezza.


Novembre 2015


P.S. Alla luce delle recenti derive, soprattutte dell’UE, scriverò un testo di aggiornamento, aggiustamento, e chiarimento delle mie posizioni. (2025)


              

giovedì 5 ottobre 2017

UN DISCORSO DI DAVID FOSTER WALLACE


Avevo scritto qualcosa di simile ma il testo che segue è decisamente meglio. Con gratitudine lo riporto.


"Questa è l’acqua" di David Foster Wallace [traduzione di Roberto Natalini]

Trascrizione del discorso di David Foster Wallace per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, 21 maggio 2005.

 Un saluto a tutti e le mie congratulazioni alla classe 2005 dei laureati del Kenyon college. Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”È una caratteristica comune ai discorsi nelle cerimonie di consegna dei diplomi negli Stati Uniti di presentare delle storielle in forma di piccoli apologhi istruttivi. La storia è forse una delle migliori, tra le meno stupidamente convenzionali nel genere, ma se vi state preoccupando che io pensi di presentarmi qui come il vecchio pesce saggio, spiegando cosa sia l’acqua a voi giovani pesci, beh, vi prego, non fatelo. Non sono il vecchio pesce saggio. Il succo della storia dei pesci è solamente che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare. Espresso in linguaggio ordinario, naturalmente diventa subito un banale luogo comune, ma il fatto è che nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti, i banali luoghi comuni possono essere questioni di vita o di morte, o meglio, è questo ciò che vorrei cercare di farvi capire in questa piacevole mattinata di sole.Chiaramente, l’esigenza principale in discorsi come questo è che si suppone vi parli del significato dell vostra educazione umanistica, e provi a spiegarvi perché il diploma che state per ricevere ha un effettivo valore sul piano umano e non soltanto su quello puramente materiale. Per questo, lasciatemi esaminare il più diffuso stereotipo nei discorsi fatti a questo tipo di cerimonie, ossia che che la vostra educazione umanistica non consista tanto “nel fornirvi delle conoscenze”, quanto “nell’insegnarvi a pensare”. Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po’ insultati dall’affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione del fatto che già sapete pensare. Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare. Se la vostra assoluta libertà di scelta su cosa pensare vi sembrasse troppo ovvia per perdere del tempo a discuterne, allora vorrei chiedervi di pensare al pesce e all’acqua, e a mettere tra parentesi anche solo per pochi minuti il vostro scetticismo circa il valore di ciò che è completamente ovvio. Ecco un’altra piccola storia istruttiva. Ci sono due tizi che siedono insieme al bar in un posto sperduto e selvaggio in Alaska. Uno dei due tizi è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo sull’esistenza di Dio, con quell’intensità particolare che si stabilisce più o meno dopo la quarta birra. E l’ateo dice: “Guarda, non è che non abbia ragioni per non credere. Ho avuto anche io a che fare con quella roba di Dio e della preghiera. Proprio un mese fa mi sono trovato lontano dal campo in una terribile tormenta, e mi ero completamente perso e non riuscivo a vedere nulla, e facevano 45 gradi sotto zero, e così ho provato: mi sono buttato in ginocchio nella neve e ho urlato ‘Oh Dio, se c’è un Dio, mi sono perso nella tormenta, e morirò tra poco se tu non mi aiuterai’.” E a questo punto, nel bar, il credente guarda l’ateo con aria perplessa “Bene, allora adesso dovrai credere” dice, “sei o non sei ancora vivo?” E l’ateo, alzando gli occhi al cielo “Ma no, è successo invece che una coppia di eschimesi, che passava di lì per caso, mi ha indicato la strada per tornare al campo.” È facile interpretare questa storiella con gli strumenti tipici dell’analisi umanistica: la stessa precisa esperienza può avere due significati totalmente diversi per due persone diverse, avendo queste persone due diversi sistemi di credenze e due diversi modi di ricostruire il significato dall’esperienza. Poiché siamo convinti del valore della tollerenza e della varietà delle convinzioni, in nessun modo la nostra analisi umanistica vorrà affermare che l’interpretazione di uno dei due tizi sia giusta a quella dell’altro falsa o cattiva. E questo va anche bene, tranne per il fatto che in questo modo non si riesce mai a discutere da dove abbiano origine questi schemi e credenze individuali. Voglio dire, da dove essi vengano dall’INTERNO dei due tizi. Come se l’orientamento fondamentale verso il mondo di una persona e il significato della sua esperienza fossero in qualche modo intrinseci e difficilmente modificabili, come l’altezza o il numero di scarpe, o automaticamente assorbiti dal contesto culturale, come il linguaggio. Come se il modo in cui noi costruiamo il significato non fosse in realtà un fatto personale, frutto di una scelta intenzionale. Inoltre, c’è anche il problema dell’arroganza. Il tizio non credente è totalmente certo nel suo rifiuto della possibilità che il passaggio degli eschimesi abbia qualche cosa a che fare con la sua preghiera. Certo, ci sono un sacco di credenti che appaiono arroganti e anche alcune delle loro interpretazioni. E sono probabilmente anche peggio degli atei, almeno per molti di noi. Ma il problema del credente dogmatico è esattamente uguale a quello del non credente: una certezza cieca, una mentalità chiusa che equivale a un imprigionamento così totale che il prigioniero non si accorge nemmeno di essere rinchiuso. Il punto che vorrei sottolineare qui è che credo che questo sia una parte di ciò che vuole realmente significare insegnarmi a pensare. A essere un po’ meno arrogante. Ad avere anche solo un po’ di coscienza critica su di me e le mie certezze. Perché una larga percentuale di cose sulle quali tendo a essere automaticamente certo risulta essere totalmente sbagliata e deludente. Ho imparato questo da solo e a mie spese, e così immagino sarà per voi una volta laureati. Ecco un esempio della totale falsità di qualche cosa su cui tendo ad essere automaticamente sicuro: nella mia esperienza immediata, tutto tende a confermare la mia profonda convinzione che io sia il centro assoluto dell’universo, la più reale e vivida e importante persona che esista. Raramente pensiamo a questa specie di naturale, fondamentale egocentrismo, perché è qualche cosa di socialmente odioso. Ma in effetti è lo stesso per tutti noi. È la nostra configurazione di base, codificata nei nostri circuiti fin dalla nascita. Pensateci: non c’è nessuna esperienza che abbiate fatto di cui non ne siate il centro assoluto. Il mondo, così come voi lo conoscete, è lì davanti a VOI o dietro di VOI, o alla VOSTRA sinistra o alla VOSTRA destra, sulla VOSTRA TV o sul VOSTRO schermo. E così via. I pensieri e i sentimenti delle altre persone devono esservi comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali. Adesso vi prego di non pensare che io voglia farvi una lezione sulla compassione o la sincerità o altre cosiddette “virtù”. Il problema non è la virtù. Il problema è di scegliere di fare il lavoro di adattarsi e affrancarsi dalla configurazione di base, naturale e codificata in noi, che ci fa essere profondamente e letteralmente centrati su noi stessi, e ci fa vedere e interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé. Le persone che riescono ad adattare la loro configurazione di base sono spesso descritti come “ben adattati”, che credo non sia un termine casuale. Considerando la trionfale cornice accademica in cui siamo, viene spontaneo porsi il problema di quanto di questo lavoro di autoregolazione della nostra configurazione di base coinvolga conoscenze effettive e il nostro stesso intelletto. Questo problema è veramente molto complicato. Probabilmente la più pericolosa conseguenza di un’educazione accademica, almeno nel mio caso, è che ha permesso di svilupparmi verso della roba super-intellettualizzata, di perdermi in argomenti astratti dentro la mia testa e, invece di fare semplicemente attenzione a ciò che mi capita sotto al naso, fare solo attenzione a ciò che capita dentro di me.Come saprete già da un pezzo, è molto difficile rimanere consapevoli e attenti, invece di lasciarsi ipnotizzare dal monologo costante all’interno della vostra testa (potrebbe anche stare succedendo in questo momento). Vent’anni dopo essermi laureato, sono riuscito lentamente a capire che lo stereotipo dell’educazione umanistica che vi “insegna a pensare” è in realtà solo un modo sintentico per esprimere un’idea molto piu significativa e profonda: “imparare a pensare” vuol dire in effetti imparare a esercitare un qualche controllo su come e cosa pensi. Significa anche essere abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all’esperienza. Perché, se non potrete esercitare questo tipo di scelta nella vostra vita adulta, allora sarete veramente nei guai. Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto. E vi dico anche quale dovrebbe essere l’obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli. Questo potrebbe suonarvi come un’iperbole o un’astrazione senza senso. Cerchiamo di essere concreti. Il fatto puro e semplice è che voi laureati non avete ancora nessun’idea di cosa “in ogni momento” significhi veramente. Questo perché nessuno parla mai, in queste cerimonie delle lauree, di una grossa parte della vita adulta americana. Questa parte include la noia, la routine e la meschina frustrazione. I genitori e i più anziani tra di voi sapranno anche troppo bene di cosa sto parlando. Tanto per fare un esempio, prendiamo una tipica giornata da adulto, e voi che vi svegliate la mattina, andate al vostro impegnativo lavoro da colletto-bianco-laureato-all’università, e lavorate duro per otto o dieci ore, fino a che, alla fine della giornata, siete stanchi e anche un po’ stressati e tutto ciò che vorreste sarebbe di tornarvene casa, godervi una bella cenetta e forse rilassarvi un po’ per un’oretta, per poi ficcarvi presto nel vostro letto perché, evidentemente, dovrete svegliarvi presto il giorno dopo per ricominciare tutto da capo. Ma, a questo punto, vi ricordate che non avete nulla da mangiare a casa. Non avete avuto tempo di fare la spesa questa settimana a causa del vostro lavoro così impegnativo, per cui, uscendo dal lavoro, dovete mettervi in macchina e guidare fino al supermercato. È l’ora di punta e il traffico è parecchio intenso. Per cui per arrivare al supermercato ci mettete moltissimo tempo, e quando finalmente arrivate, lo trovate pieno di gente, perché naturalmente è proprio il momento del giorno in cui tutti quelli che lavorano come voi cercano di sgusciare in qualche negozio di alimentari. E il supermercato è disgustosamente illuminato e riempito con della musica di sottofondo abbrutente o del pop commerciale, ed è proprio l’ultimo posto in cui vorreste essere, ma non potete entrare e uscire rapidamente, vi tocca vagare su e giù tra le corsie caotiche di questo enorme negozio super-illuminato per trovare la roba che volete e dovete manovrare con il vostro carrello scassato nel mezzo delle altre persone, anche loro stanche e di fretta come voi, con i loro carrelli (eccetera, eccetera, ci dò un taglio poiché è una cerimonia piuttosto lunga) e alla fine riuscite a raccogliere tutti gli ingredienti della vostra cena, e scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte per pagare, anche se è l’ora-di-punta-di-fine-giornata. Cosi la fila per pagare è incredibilmente lunga, che è una cosa stupida e che vi fa arrabbiare. Ma voi non potete sfogare la vostra frustrazione sulla povera signorina tutta agitata alla cassa, che è superstressata da un lavoro la cui noia quotidiana e insensatezza supera l’immaginazione di ognuno di noi qui in questa prestigiosa Università. Ma in ogni modo, finalmente arrivate in fondo a questa fila, pagate per il vostro cibo, e vi viene detto “buona giornata” con una voce che è proprio la voce dell’oltretomba. Quindi dovete portare quelle orrende, sottili buste di plastica del supermercato nel vostro carrello con una ruota impazzita che spinge in modo esasperante verso sinistra, di nuovo attraverso il parcheggio affollato, pieno di buche e di rifiuti, e guidare verso casa di nuovo attraverso il traffico dell’ora di punta, lento, intenso, pieno di SUV, ecc. A tutti noi questo è capitato, certamente. Ma non è ancora diventato parte della routine della vostra vita effettiva di laureati, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno. Ma lo sarà. E inoltre ci saranno tante altre routine apparentemente insignificanti, noiose e fastidiose. Ma non è questo il punto. Il punto è che è proprio con stronzate meschine e frustranti come questa che interviene la possibilità di scelta. Perché il traffico e le corsie affollate del supermercato e la lunga coda alla cassa mi danno il tempo di pensare, e se io non decido in modo meditato su come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e infelice ogni volta che andrò a fare la spesa. Perché la mia naturale configurazione di base è la certezza che situazioni come questa riguardino solo me. La MIA fame e la MIA stanchezza e il MIO desiderio di andarmene a casa, e mi sembrerà che ogni altra persona al mondo stia lì ad ostacolarmi. E chi sono poi queste persone che mi ostacolano? E guardate come molti di loro sono repellenti, e come sembrano stupidi e bovini e con gli occhi spenti e non-umani nella coda alla cassa, o anche come è fastidioso e volgare che le persone stiano tutto il tempo a urlare nei loro cellulari mentre sono nel mezzo della fila. E guardate quanto tutto ciò sia profondamente e personalmente ingiusto. Oppure, se la mia configurazione di base è più vicina alla coscienza sociale e umanistica, posso passare un bel po’ di tempo nel traffico di fine giornata a essere disgustato da tutti quei grossi, stupidi SUV e Hummers e furgoni con motori a 12 valvole, che bloccano la strada e consumano il loro costoso, egoistico serbatoio da 40 galloni di benzina, e posso anche soffermarmi sul fatto che gli adesivi patriottici e religiosi sembrano essere sempre sui veicoli più grandi e più disgustosamente egoisti, guidati dai più brutti, più incoscienti e aggressivi dei guidatori. (Attenzione, questo è un esempio di come NON bisogna pensare…) E posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sprecato tutto il carburante del futuro e avere probabilmente fottuto il clima, e che noi tutti siamo viziati e stupidi ed egoisti e ripugnanti, e che la moderna civiltà dei consumi faccia proprio schifo, e così via. Avete capito l’idea. Se scelgo di pensare in questo modo in un supermercato o sulla superstrada, va bene. Un sacco di noi lo fanno. Tranne che il fatto di pensare in questo modo diventa nel tempo così facile e automatico che non è più nemmeno una vera scelta. Diventa la mia configurazione di base. È questa la modalità automatica in cui vivo le parti noiose, frustranti, affollate della mia vita da adulto, quando sto operando all’interno della convinzione automatica e inconscia di essere il centro del mondo, e che i miei bisogni e i miei sentimenti prossimi sono ciò che determina le priorità del mondo intero. In realtà, naturalmente, ci sono molti modi diversi di pensare in questo tipo di situazioni. Nel traffico, con tutte queste macchine ferme e immobili davanti a me, non è impossibile che una delle persone nei SUV abbia avuto un orribile incidente d’auto nel passato, e adesso sia cosi terrorizzata dal guidare che il suo terapista le ha ordinato di prendere un grosso e pesante SUV, così che possa sentirsi abbastanza sicura quando guida. O che quell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada sia forse guidato da un padre il cui figlio piccolo è ferito o malato nel sedile accanto a lui, e stia cercando di portarlo in ospedale, ed abbia quindi leggitimamente molto più fretta di me: in effetti sono io che blocco la SUA strada. Oppure posso sforzarmi di considerare la possibilità che tutti gli altri nella fila alla cassa del supermercato siano stanchi e frustrati come lo sono io, e che alcune di queste persone probabilmente abbiano una vita molto più dura, noiosa e dolorosa della mia. Di nuovo, vi prego di non pensare che vi stia dando dei consigli morali, o vi stia dicendo che dovreste pensare in questo modo, o che qualcuno si aspetta da voi che lo facciate. Perché è difficile. Richiede volontà e fatica, e se voi siete come me, in certi giorni non sarete capaci di farlo, o più semplicemente non ne avrete voglia. Ma molte altre volte, se sarete abbastanza coscienti da darvi la possibilità di scegliere, voi potrete scegliere di guardare in un altro modo a questa grassa signora super-truccata e con gli occhi spenti che ha appena sgridato il suo bambino nella coda alla cassa. Forse non è sempre così. Forse è stata sveglia per tre notti di seguito tenendo la mano del marito che sta morendo di un cancro alle ossa. O forse questa signora è l’impiegata meno pagata della motorizzazione, che proprio ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un orribile e snervante problema burocratico con alcuni piccoli atti di gentilezza amministrativa. Va bene, nessuno di questi casi è molto probabile, ma non è nemmeno completamente impossibile. Dipende da cosa volete considerare. Se siete automaticamente sicuri di sapere cos’è la realtà, e state operando sulla base della vostra configurazione di base, allora voi, come me, probabilmente non avrete voglia di considerare possibilità che non siano fastidiose e deprimenti. Ma se imparate realmente a concentrarvi, allora saprete che ci sono altre opzioni possibili. Avrete il potere di vivere una lenta, calda, affollata esperienza da inferno del consumatore, e renderla non soltanto significativa, ma anche sacra, ispirata dalle stesse forze che formano le stelle: amore, amicizia, la mistica unità di tutte le cose fuse insieme. Non che la roba mistica sia necessariamente vera. La sola cosa che è Vera con la V maiuscola è che sta a voi decidere di vederlo o meno. Questa, credo, sia la libertà data da una vera educazione, di poter imparare ad essere “ben adattati”. Voi potrete decidere con coscienza che cosa ha significato e che cosa non lo ha. Potrete scegliere in cosa volete credere. Ed ecco un’altra cosa che può sembrare strana, ma che è vera: nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana.Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base. Sono forme di adorazione in cui scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che volete vedere e su come lo valutate, senza essere mai pienamente consci di quello che state facendo. E il cosiddetto “mondo reale” non vi scoraggerà dall’operare con la configurazione di base, poiché il cosiddetto “mondo reale” degli uomini e del denaro e del potere canticchia allegramente sul bordo di una pozza di paura e rabbia e frustrazione e desiderio e adorazione di sé. La cultura contemporanea ha imbrigliato queste forze in modo da produrre una ricchezza straordinaria e comodità e libertà personale. La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificani e poco attraenti. Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito. Lo so che questa roba probabilmente non vi sembrerà molto divertente o ispirata, come un discorso per questo di genere di cerimonie dovrebbe sembrare. In questo consiste però, per come la vedo io, la Verità con la V maiuscola, scrostata da un sacco di stronzate retoriche. Certamente, siete liberi di pensare quello che volete di tutto questo. Ma per favore non scartatelo come se fosse una sermone ammonitorio alla Dr. Laura. Niente di questa roba è sulla morale o la religione o il dogma o sul grande problema della vita dopo la morte. La Verità con la V maiuscola è sulla vita PRIMA della morte. È sul valore reale di una vera istruzione, che non ha quasi nulla a che spartire con la conoscenza e molto a che fare con la semplice consapevolezza, consapevolezza di cosa è reale ed essenziale, ben nascosto, ma in piena vista davanti a noi, in ogni momento, per cui non dobbiamo smettere di ricordarci più e più volte: “Questa è acqua, questa è acqua.” È straordinariamente difficile da fare, rimanere coscienti e consapevoli nel mondo adulto, in ogni momento. Questo vuol dire che anche un altro dei grandi luoghi comuni finisce per rivelarsi vero: la vostra educazione è realmente un lavoro che dura tutta la vita. E comincia ora. Auguro a tutti una grossa dose di fortuna.

domenica 19 giugno 2016

UN DITTATORE ILLUMINATO

A me l’idea che i popoli si mescolino piace un sacco. A parte che chi nasce meticcio in genere è bello, l’unica via che abbiamo è fonderci, amalgamarci, cercare di realizzare una società multietnica con una buona qualità della vita per tutti, in un ambiente sano e nel rispetto di ogni forma vivente. A chi mi dice che è utopia, che non ce n’è per tutti, rispondo a gran voce, andate a studiare prima di aprir bocca. Nonostante la merda in cui stiamo affossando, ce n’è invece ancora abbastanza per tutti e potrebbe esserci ancora il tempo per rimediare ad alcuni danni che tengono in ginocchio miliardi di persone.

Ci vorrebbe un cazzo di dittatore illuminato e onesto che, un bel colpo di spugna, stabilisse una decina di regole per gli abitanti del globo, nessuno escluso, su gestione dell’ambiente, della salute, dell’alimentazione, degli scambi commerciali.* Espropriare le terre ai novelli latifondisti (parliamo di mezzi continenti in mano a quattro gatti e poi diciamo che vanno aiutati a casa loro: non è più casa loro) e restituire ai singoli individui possibilità e relative responsabilità. In modo che ognuno potesse vivere serenamente dov’è nato o dove desidera, perché tutti i luoghi si equivarrebbero per opportunità, salubrità, e assenza di conflitti. Spostarsi, trasferirsi solo per curiosità umana e culturale, per preferenze climatiche ed estetiche, per scelta e per incontro. Sarebbe possibile. È possibile. Ci sono le conoscenze e le finanze per realizzare tutto ciò. E anche ancora un po’ di tempo. L’ingrediente assente è la volontà

2014



*p.s. 2023 Non quella roba che stanno spacciando oggi per attenzione all’ambiente, alla salute, ecc.

mercoledì 6 aprile 2016

LA STORIA DELL'UOMO

Qualche giorno fa un ragazzo di prima superiore mi ha chiesto perché arrivano tutti questi extracomunitari, perché ci sono tutti questi migranti.

Volevo dargli una risposta esauriente, semplice, e completa nei pochi minuti a disposizione. Grosso modo, così, a braccio, quanto segue corrisponde a quanto gli ho detto. Incompleto, senz’altro, e non approfondito ma non mi è venuto nulla di meglio.


“Quando gli uomini hanno iniziato a vivere in gruppo erano, chi più chi meno, tutti in una condizione di uguaglianza nella precarietà. Nel corso del tempo alcuni uomini, per capacità, per astuzia, per fortuna che sia, sono riusciti a migliorare la propria posizione e si sono, diciamo, arricchiti, innanzitutto sfruttando le risorse dei territori. Si era passati gradualmente dall’essere cacciatori-raccoglitori all’essere stanziali e coltivatori-allevatori.

I più scaltri hanno iniziato a raggrupparsi, infatti, principalmente nelle zone geografiche le più favorevoli, attraverso la creazione di sodalizi di varia natura aventi come scopo il rafforzamento del gruppo nei confronti di coloro che non ne facevano parte. Ciò ha determinato una crescita di potere di questi gruppi rispetto ad altri che, conseguentemente, hanno incontrato maggiori difficoltà a intraprendere lo stesso percorso, fino al punto di dipendere per l’accesso alle risorse quasi interamente da coloro che prima di loro, in vari modi, ne sono diventati custodi, proprietari, amministratori, detentori, o quello che è. Tieni conto che per quanto ci si potesse spostare, la maggior parte degli individui restava comunque in ambiti geografici ristretti. Questo sistema è proseguito fino a essere quello attuale. Ciò con l’aggravante che la metodologia di accaparramento delle risorse, la gestione delle stesse, i processi di produzione e di commercializzazione, basati sul presupposto che il benessere raggiungibile sia infinito, sapendo bene che, se lo stesso modello venisse miracolosamente applicato ovunque, il sistema terra non reggerebbe, nel corso del tempo fino a oggi è divenuta esponenzialmente ingestibile. Quindi in assoluta malafede proclamiamo come universali diritti, valori, e stile di vita di cui noi occidentali andiamo tanto fieri. Non li abbiamo infatti concretamente condivisi con il resto dell’umanità perché non è oggettivamente in nostro potere poterlo fare. Ma per noi vogliamo che continuino a valere, costi quel che costi, perché il nostro stile di vita non è negoziabile.

Per finire, la terra si è fatta più piccola, vuoi per le monocolture, vuoi per la desertificazione, vuoi per lo sfruttamento sconsiderato delle risorse, che sia acqua, che siano pesci, che sia foresta, vuoi per i cambiamenti climatici; si è fatta più stretta e più affollata. Un po’ perché essendo sempre meno la terra sfruttabile a disposizione, anche a essere sempre gli stessi individui ad approfittarne, pare di stare più stretti, un po’ perché comunque entro i prossimi trenta, quarant'anni dovremmo essere un paio di miliardi in più.

Quindi, chi sta male, per un motivo o per l’altro, guerra, fame, sete, persecuzioni, si sposta. E iniziano a spostarsi in tanti. E, presumibilmente, eventi estremi che dovessero decimarci a parte, saranno sempre di più. Per cui o si trovano soluzioni intelligenti, quindi lungimiranti, tra cui ripensare il nostro sistema economico, finanziario, commerciale, energetico o si erigono muri. Che è ciò che si sta facendo. E visto che anche nei Paesi che se la passano bene, iniziano ad aprirsi le crepe di un sistema che non potrà che collassare e per molti le condizioni di vita sono peggiorate, peggiorano, e peggioreranno, questi muri vengono eretti con il beneplacito della popolazione che ne resterà al riparo. Molto difficile persuadere persone che hanno poco o sempre meno a condividere con chi non ha nulla. Fa paura. Tanta paura.

Sono riusciti a metterci nella condizione di dover essere complici. Chapeau!

E ciò al di là di qualsiasi differenza culturale, religiosa, o che altro. Fossimo tutti wasp (White Anglo-Saxon Protestant - bianchi di origine anglosassone e di religione protestante) sarebbe uguale, il problema resterebbe, perché saremmo comunque troppi e la ricchezza, o il potere per dirla in modo più chiaro, non può essere per tutti, sennò che ricchezza sarebbe.

Per cui ragazzo mio, mettiti il cuore in pace: o accetti i dogmi in cui siamo cresciuti e tutto ti sembrerà normale, inevitabile, al limite increscioso e spiacevole al pensiero di chi patirà, o cerchi le cause, e allora quello che vedrai non sarà un gran bello spettacolo. Hai presente la pillola azzurra e quella rossa di Matrix? Accettare inconsapevolmente o capire e poi scegliere. La prima opzione, per certi versi, è sicuramente più gradevole.



Consiglio di lettura:

“ Ishmael” di Daniel Quinn (quasi introvabile)





Luglio 2015

mercoledì 30 marzo 2016

NAIROBI CENTRO (da "Foto non fatte" ed. Philobiblon 2004)

In realtà questa è una Foto non fatta più di dieci anni fa ma è così vivida nella memoria che vale la pena tentare di disegnare con parole quello che ho visto.

Sono scesa dal pulmino che dall'aeroporto mi ha condotto nel cuore di Nairobi, in Moi avenue. Sono scesa nel caldo avvolgente e secco e sono rimasta ferma. Per capacitarmi di quanto avevo già intravisto dai finestrini. Un fiume di gente. Un fiume in piena. Per me, che ero al mio primo vero viaggio, era sorprendente. Moi* avenue è una via larga e trafficata. Auto di tutti i tipi, taxi, matatu**, camioncini, veicoli che da noi sarebbero buoni per lo sfasciacarrozze, lamiere ammaccate con sotto le ruote e un motore che gira. E gente. Su entrambi i marciapiedi. Che va scorrendo in direzioni opposte con lentezza e senza una meta evidente o apparente. Crocicchi, chioschi, cassette, venditrici di frutti impilati a piramide al suolo, storpi, impiegati, disoccupati vestiti da impiegati, ragazzini, gruppi di Masai scalzi, donne fiere vestite di colorati drappi modellati sul corpo con maestria, venditori, gente, gente, così tanta gente da togliere il fiato.

Sono anch'io sul marciapiedi e avanzo con gli occhi storditi da tanti corpi e le narici pregne.

Una via dopo l'altra, Nairobi è facile, nel senso che in un paio di giorni il centro lo impari e ci giri. Cammino. Dapprima lentamente, poi accelero l'andatura quel tanto per amalgamami al flusso e diventarne parte. Ora la mia retina percepisce forme e colori, istantanee che scorrono lateralmente a me in un impasto di strisce variopinte: non ci sono volti, occhi sguardi bocche espressioni, solo figure, parti di figure che vanno, brandelli di vocaboli incomprensibili lasciati alle mie orecchie da discorsi ormai oltre.

Gambe passi braccia gesti mani borse giornali turisti radioline a terra mendicanti offerte insistenti di stanze e safari a te ma se continui a camminare offerte a chi è dopo di te se ha la pelle del tuo stesso colore. Fosforescente.

Scatto continuo. Funzione di scatto continuo. Immagini da proporre in sequenza, fotogrammi rapidi come un film ma senza movimento, passaggi fermati fissati da rivedere in successione, attimi bloccati di umanità che scorre. Scattare a caso velocemente in continuazione per ritrovare anzi per trovare, ché senza la fissità di una foto li avremmo persi, il riso della donna che scherza con l'amica, lo sguardo di quell'uomo che cerca qualcuno allungando il collo, il tipo perso nei propri pensieri il cui braccio nudo finisce dalla mia prospettiva sul giallo fiorito dell'abito di una ragazza di spalle con altre ragazze che guardano jeans su un banchetto dell'usato, le borse kikoy kyondo*** esposte in vendita, uomini seduti indolenti. Accanto il muro esterno di una macelleria muro insegna disegno naïf dalla vacca al piatto ogni fase in dettaglio variopinto ed esplicito, barberie con sul muro identico sistema pubblicitario teste foggiate tagli di capelli cartelli interdetto l'ingresso ai bianchi birra Tusker coca cola cestini ambulanti pastiglie antimalariche a basso costo acconciature elaborate schiene dritte donne visi fieri africaan cafè vetrine ricoperte di foto di sederi crema antiemorroidi banconibar con inferriate vuoti a rendere la via degli stereo predicatore con chitarra elettrica acqua minerale bottiglie di plastica a scaffali pieni pasta barilla formaggio mono qualità grattacielo hotel Ambassador occhiate torve curiose speranzose decise cordialità movimento continuo aria tersa e asciutta rarefatta sole battente muri mercati coperti commercio commercio commercio vicoli in ombra odorosi spezie spazzatura bambini che frugano quartieriuffici banche souvenir da bancarella boutiques per souvenirs di lusso giraffe zebre etnici soprammobili alberi segati in forma di posate zoomorfe stoffe dipinte da incorniciare o indossare in spiagge nostrane sono stata in Africa o riposte dopo l'Africa nel cassetto dei ricordi, strade da attraversare poliziotti di quartiere**** professore universitario seduto in un'aiuola spiega il Kenya così turistico raccomandabile rassicurante proposta di tour operator che pensano che l’Africa dura e pericolosa sia altrove è una bomba a orologeria oppressione censura armamenti accordi con multinazionali extranazionali fame bande controllo svalutazione cento per cento annua e sorride neanche lontanamente crede che la soluzione sia fuori da lui fuori da Nairobi fuori dal Kenya fuori dall'Africa, pensioni a tre stelle due stelle una stella senza stelle corrente elettrica a singhiozzo andirivieni incessante bouganvillee polvere piedi che camminano ovunque da una parte all'altra della città dentro alla città attorno alla città fuori dalla città via dalla città e camminano camminano e tornano da dove sono venuti per ritornare domani, qualcuno in matatu, le code sono strane, file indiane che seguono il percorso delle vie angoli e tutto e la prima volta non capisci queste file ferme e pazienti di persone che serpeggiano di via in via angolo dopo angolo fino alla stazione dei matatu che non è una stazione ma un punto dove il matatu in genere si ferma e un tipo grida nomi in successione e se li capisci e riconosci il nome del posto dove vuoi andare, allora è il tuo matatu e il posto più o meno c’è sempre sono da quindici posti ma in trenta e qualcuno ancora ci si può stare dentro e poi sopra qualcuno si aggiunge, altri che abitano proprio lontano se ne vanno in treno, treno che ferma nel nulla apparente savana piatta e vuota da qualunque lato del treno guardi solo savana qualcuno scende e s'incammina distanze improbabili per standard occidentali treno linea unica Nairobi Mombasa linea coloniale treno coloniale opaca argenteria e sdrucite livree coloniali velocità da paura e se fai tutto il viaggio fino a Mombasa e devi passare la notte in treno uomini con uomini donne con donne se sei turista chiudono un occhio ma devi affittare scompartimento intero quattro posti prima classe.

Nairobi si svuota la sera prende la densità umana consueta di città del primo mondo, almeno il centro, fuori c'è Korogocho*****, il cuore della città sta attorno alla città, baracche infinite pulsanti mentre il centro là dove ci può scappare un’opportunità di guadagno il giorno ora si riposa ora che viene la notte. Il fiume di gente è defluito restano ancora persone che vagano ma non così tante, almeno non più così visibili, una prostituta da strada si avvicina e sconsiglia di passare da una certa via un po’ buia gentile si avvicina poi si affretta verso un probabile cliente autista di furgone notturno finestrino giù gomito fuori sta alla provocazione lei lo sollecita con movenze frenetiche dei fianchi così eccessive da essere ridicole, più in là troneggia luminosa l’insegna dell’Hard Rock Cafè. Mai stata. Una birra fresca ci sta. Dentro cravatte anelli bracciali d’oro adipe prostitute d’alto bordo champagne scintillio di denti labbra grosse mani che afferrano e prendono bicchieri come ogni cosa nella vita senso del possesso del potere ostentazione di sorrisi da fottuti pezzi di merda bianchi neri insieme orgia di ricchezza senza effetto sgocciolamento. Niente birra. Non ci sta proprio.


febbraio 1994


Note aggiornate alla data di pubblicazione (2004)


14 – NAIROBI CENTRO

* Daniel Arap Moi, presidente del Kenia dal 1978 a fine 2002.


** Matatu, mezzo di trasporto pubblico, furgoncino da dieci, quindici posti su cui vengono imbarcate anche trenta persone con bagagli a mano. Normalmente in pessime condizioni, colpisce l’assonanza del nome con la parola swahili matata che significa problema, confusione, complicazione.


***kikoy kyondo, borsa a cesto rotondo capiente sostenuta da ampio drappo variopinto da portare a tracolla.


**** Poliziotti di quartiere - Il movimento Mungiki, setta neo tradizionalista composta in massima parte dai discendenti dei combattenti Mau Mau massacrati dai colonizzatori britannici, rappresentano un vero e proprio esercito segreto, una delle milizie più potenti tra quelle che controllano la vita quotidiana informale delle 143 bidonvilles che avvolgono in un anello la capitale keniota. In queste zone in cui si concentra il 60% della popolazione urbana, il Mungiki ha privatizzato la legge. Mentre le compagnie di sicurezza del settore commerciale ufficiale si occupano dei quartieri " buoni " della città, il movimento assicura la giustizia di strada sostituendosi alla sicurezza pubblica in disarmo. I membri di questa milizia sono perlopiù diseredati ai quali è stato rifiutato tutto: sono stati respinti dalle scuole e non hanno trovato lavoro e tutto ciò per l'unico motivo che appartengono all'etnia kikuyu. Il governo di Nairobi ha periodicamente vessato i membri del Mungiki e li ha arrestati e detenuti in carcere. Dal 1991 al 1994, i massacri per motivi etnici perpetrati dal regime del presidente Daniel Arap Moi hanno preso di mira soprattutto i kikuyu, contribuendo a procurare maggior seguito al movimento. Il Mungiki ha iniziato a diffondere un messaggio di speranza, annunciando la Parusia, ovvero la seconda venuta del Cristo in tutta la sua gloria. Il movimento diviene portavoce di un'intera generazione, fa leva sulle rivendicazioni etniche e sociali che lo avvicinano ad altri movimenti che pure si battono contro l'autocratico Moi. Il Mungiki risponde inoltre al mercato della violenza che ha preso possesso dei quartieri irregolari della città e vi si inserisce, intervenendo negli scontri violenti della " guerra degli affitti ", assicurando protezione forzata ai quartieri dove la polizia non mette mai piede, imponendo il racket ad alcune linee di trasporto pubblico, i matatu, che riportano i loro clienti dal centro città verso le bidonvilles. Il Mungiki costituisce una microsocietà di parecchie centinaia di migliaia di membri, con somme considerevoli a disposizione ed è stato, nel 2002, uno dei protagonisti nella battaglia per il potere tra Uhuru Kenyatta e Mwai Kibaki, attuale presidente. Decine di gruppi di vigilanti che controllano i quartieri della capitale keniota si mobilitarono infatti in occasione dello scrutinio presidenziale. Centinaia di giovani alla ricerca di qualsiasi mezzo di sussistenza si uniscono alle gangs al soldo dei politici. Oltre al Mungiki, le milizie più famose sono i Baghdad Boys, gli Jezi La Embakasi e i Vigilantes Luo.


***** La baraccopoli di Korogocho si trova nei pressi di una delle principali discariche di Nairobi (3 milioni di abitanti), la capitale del Kenya. Korogocho si estende per un 1 km e mezzo di lunghezza e per 1 km di larghezza. Korogocho è uno degli insediamenti informali che si estendono a Nairobi (143 bidonvilles a Nairobi). Ci vive una popolazione stimata in almeno centomila persone. Abusivi, che occupano “illegalmente” terreni sia privati che demaniali. La maggioranza dei residenti è arrivata a Korogocho dopo essere stata cacciata da qualche altro posto della città. In quanto “abusivi”, senza alcun titolo di possesso sulla terra che occupano, molti in Korogocho si sentono precari. Non vedono lo “slum” come la loro casa o un posto dove fermarsi per un lungo periodo. In termini pratici, essi sono dei rifugiati nel loro stesso Paese. I problemi di Korogocho sono vari e numerosi. A cominciare dall’assenza di servizi igienici, fognature, approvvigionamento d’acqua e corrente elettrica. A Korogocho non esistono strutture amministrative se non ai livelli minimi. E i residenti, in assenza di un governo riconoscibile e autorevole, vivono in balia di ufficiali del governo corrotti e bande di criminali.

brano tratto da "Foto non fatte" edizioni Philobiblon 2004


(tutti i diritti riservati)

venerdì 9 ottobre 2015

CONVERSIONE PRODUTTIVA

Pensare che i ricchi, per quanto sempre più ricchi e ricchissimi, possano far fuori (leggi consumare) tutto quanto è necessario produrre per tenere in piedi il sistema attuale di produzione (inteso diffusamente ed erroneamente come sinonimo di crescita e progresso), è perlomeno da incompetenti.

Se proprio bisogna concedere che tale sistema sia il meglio che possiamo avere, propongo una ricetta a due ingredienti: riduzione delle disuguaglianze e conversione produttiva, intendendo per quest’ultima un cambiamento rivoluzionario e lungimirante dei beni da prodursi.


aprile 2015

lunedì 3 marzo 2014

IN TRENO VERSO MONZA INSIEME A MIA NONNA

Ho accompagnato mia nonna novantunenne in treno fino a Monza a trovare sua sorella che non vedeva da quasi settant’anni, da quando stavano a Venaria Reale, vicino a Torino, e mia nonna lavorava alla Snia Viscosa. Siamo partite da Albenga verso Milano centrale e da lì abbiamo preso una coincidenza per Monza.


“ Ma guarda quanti palazzi in Lombardia, che palazzoni che fanno qui.”

“ Nonna, non è solo la Lombardia, è così dappertutto nelle periferie delle grandi città, anzi in tutte le periferie urbane ormai.”

“ Ma guarda tutti quei palazzi senza balconi, come fanno senza balconi?”

“ Ma no, nonna, ci sono palazzi senza balconi e palazzi che li hanno.”

“ Ma guarda che piccoli che sono, non ci si può mica vivere e cosa vedono? Altri palazzi. Ma quanti appartamenti ci sono dentro? Ma sono troppi! Li vedo in televisione i palazzi ma vederli così dal vero fa impressione… e guarda che finestre piccole. Hanno poca luce, poverini. La luce è importante, se no si diventa tristi.”

“ Sì, nonna, poca luce e poco spazio.”

“ E poi sono tutti attaccati, non c’è più terra, non c’è più vista, allora aveva proprio ragione quello là…”

“ Chi nonna? Calvino?”

“ No, quello della canzone… Celentano. I soldi gli hanno dato alla testa agli uomini, ma sai cosa penso? Che non sono mica ricchi quelli che vivono lì dentro, quelli sono le api operaie. Quelli ricchi mica ci stanno in un posto così. Ma quanto cemento, quanto cemento… ma è tutto così in Italia?”

“ Sì, nonna, purtroppo sì. Gli hanno anche dato un nome a questa cosa: si chiama consumo del territorio. Costruiscono anche dove non serve, costruiscono per costruire, perché a costruire qualcuno che guadagna c’è sempre, anche se poi le case restano vuote.”

“ Ma perché non aggiustano quelle vecchie che sono molto più belle? Ma no, lo vedo che non lo fanno. Vicino a me c’era una bella casetta di due piani che aveva più di cento anni con un bel pezzo di giardino intorno, era da aggiustare e quando hanno iniziato i lavori ho pensato, che bravi, era ora, ma sai cosa hanno fatto? Hanno usato tutto la spazio e hanno tirato su un condominio di tre piani con otto bilocali che sono lì da vendere da più di tre anni. Che tristezza, fa proprio una brutta impressione vedere com’è cambiato tutto. Quando sono venuta l’ultima volta era tutto diverso”

“ E quando sei venuta l’ultima volta da queste parti?”

“ Nel ’47, in viaggio di nozze, a vedere Milano, abbiamo fatto una notte in albergo.”

“ Sono sessantasette anni fa… è normale che sia tutto diverso, che sia cambiato…”

“ Non sono mica stupida, lo so che in tanti anni così le cose cambiano, ma cambiare non vuol dire peggiorare, io ho fatto la fame e mi aspettavo che con il benessere ci sarebbe stato un miglioramento. Però io qui non vedo bellezza, non vedo grazia, non vedo intelligenza. Nei secoli passati tutte queste cose c’erano e si vedono ancora infatti. Era meglio se non lo facevo questo viaggio… Che delusione e che tristezza!”

1 marzo 2014

Tutti i diritti riservati

venerdì 6 dicembre 2013

RIVOLUZIONE 1

Lunedì 9 dicembre 2013 alle ore 00:00 inizia la rivoluzione.


Prepariamoci per bene, che al suo scoccare l'ora non ci trovi impreparati. Siamo solo a venerdì. Almeno tutta quanta la domenica iniziamo a entrare nell'ordine di idee e non cerchiamo distrazioni. Raccogliamo tutto quanto il senso sparso delle parole che abbiamo sinora fatte. Ognuno pronto ad agire per il bene comune.


Lunedì 9 dicembre 2013 alle ore 00:00 inizia la rivoluzione.


“Due settimane prima di Natale? Ma ho le RI.BA scadute da due mesi...”

“Eh, sì. Così sarò l'unico che chiude.”

“Però dicono che spaccheranno le vetrine di chi sta aperto...”

“Ma tanto gli italiani sono dei pecoroni!”

“La solita faccenda dell'armiamoci e partite!”

“Ma qui in Riviera tanto son tutti ricchi.”

“Il problema sono i barconi e quelli che entrano e non passano dalle frontiere ufficiali. Ma lo sa lei che c'è una legge che consente di far fuoco su chi valica i confini in modo illegale? Si può anche sparare su tutte 'ste donne incinta e tutti 'sti bambini.”

“Gli italiani non è difficile governarli: è inutile!!”

“Non siamo mica come la Grecia.”

“Figuriamoci: la rivoluzione!”

“Al discount ho fatto scorte di pasta, riso, farina, zucchero, sale e caffè.”

“Sì, sì, ci vado anch'io.”

“C'è anche su Facebook!”

“Dicono che è uno sciopero ma in realtà è l'inizio della rivoluzione.”

“Fanno girare la voce quelli dei supermercati perché gli acquisti sono in calo: è tutta una manovra!”

“Ma chiudono anche gli estetisti?”

“E' solo uno sciopero su modello francese...”

“Guarda che ti sbagli: è solo per lunedì, non è a oltranza.”

“Dura cinque giorni.”

“Ma chi è che fa la rivoluzione? I camionisti?”

“I comunisti.”

“Aveva ragione il Duce!”

“Aveva ragione Marx!”

“I tempi sono maturi”

“Per cosa è questa rivoluzione?”

“Non è una rivoluzione, è uno sciopero.”

“Non han voglia di lavorare!”

“E' la fine della democrazia!”

“E' l'inizio della democrazia!”

“Tanto chiuderanno quattro gatti!”

“Io tengo aperto.”

“Sciopero generale a oltranza? Ma figurati!”

“Sciopero generale a oltranza? Ma siamo matti?”

“Sciopero generale a oltranza? E io come ci vado a lavorare?”

“Mi hanno appena presa a chiamata come commessa per le feste di Natale: se mi lasciano a casa come lo pago l'affitto di gennaio?”

"Bisogna stare tappati in casa."

“Qui da noi pare che sia Forza Nuova a organizzare tutto.”

“Hai letto? Metà degli autotrasportatori si è già tirata indietro, non faranno lo sciopero per via che non gli diminuiscono più la percentuale di rimborso sulle accise della benzina.”

“Questo terrorismo non fa bene al Paese!”

“Chi è che lo organizza questo sciopero?”

"Ma pensi che a Loro gliene freghi qualcosa se teniamo chiuso? E poi con tutti i supermercati che stanno aperti..."

“Io tanto avevo preso le ferie: me ne vado in Thailandia, che lì si sta bene!”

“I trasporti pubblici però non li dovrebbero bloccare: la gente comune come fa?”

“Mio marito ha già fatto il pieno alle macchine.”

“E' ora che si scenda in piazza tutti quanti uniti!”

“Io aderisco, sono d’accordo, però non vado in corteo, ne approfitto per fare una camminata nei boschi.”

“Bisogna bloccare il Paese!”

“Ci giochiamo quel poco di credibilità che è rimasta all'Italia.”

“Mi tocca passare il week end a controllare il mercato!”

“Avevo deciso di chiudere comunque dopo le feste: in pratica sono fallito da più di un anno, solo che continuavano a dire: la ripresa, la ripresa...”

“Fanculo: se le cose stanno messe così, io non pago più nessuno.”

“Colpa della Germania”

“Colpa di Monti.”

“Colpa di Prodi!”

“Colpa di chi ci porta via il lavoro.”

“Gli extracomunitari.”

“Le delocalizzazioni.”

“I grandi evasori fiscali”

“E i piccoli?”

“Dovremmo avere un governo come quello islandese!”


Lunedì 9 dicembre 2013 alle ore 00:00 inizia la rivoluzione.


Poi sbucherà un sole di Zavattiniana memoria?

Dicembre 2013


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