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lunedì 15 luglio 2019

SISTEMA BIOSFERA

L'unica specie a concepire l'idea di futuro, pertanto in grado di guardare avanti, oltre le istintive necessità prossime, siamo noi. Gli unici capaci di riconoscere intellettualmente (e, badate, non ho scritto intellettivamente, ché ciò riesce a tutte le specie...) le opportunità utili alla sopravvivenza. Eppure i fatti sembrano provare il contrario. Forse perché siamo eccessivamente concentrati ognuno sulla propria singola sopravvivenza individuale. Sulla propria e su quella di pochi intimi e affini. Non riusciamo a pensare a noi stessi come parte di un biosistema. Il senso di unicità che ci contraddistingue, e che ha permesso ad alcuni individui di eccellere, ci illude di esserne al di fuori.

A un certo punto della storia umana è subentrato un qualche elemento che ha accelerato questo senso di estraniazione, l'illusione di essere separati dalla natura*, la convinzione alla base della nostra cultura di essere la forma di vita superiore sulla terra. Mentre, al contrario, il solo pensare ciò è da considerarsi un disturbo psichico vero e proprio, una forma di disadattamento, di scollamento dal reale, al pari di altri per i quali riteniamo doverosa una cura. Infatti la presunzione di tale superiorità non è supportata da alcuna verifica fattuale. Ciò che ci dice la scienza è che, per vari motivi, troppo lungo qui entrare nel merito, abbiamo goduto di un canale preferenziale nell'evoluzione e ci siamo evoluti fino a ottenere complesse e stupefacenti forme espressive non riscontrabili in altri animali (animali che, tuttavia, ne posseggono di diverse e altrettanto stupefacenti). Leggendo, se necessario più volte, la precedente frase dovrebbe essere evidente a tutti che utilizzare tale preconcetto come fondamenta della nostra superiorità di specie, non funziona. Non dice quella cosa lì. Ne dice un'altra, di cosa. Per spiegarmi. Una serie di semplici domande. Se io non riscontro una cosa, questa cosa non esiste? Il non riscontrare in un altro un livello di evoluzione pari al proprio nega che questi possa possederne uno superiore? In quale realtà logica l’evoluzione esprime un valore qualitativo? Forzatamente l'evoluzione di chi cerca riscontro è da considerarsi il metro di misura universale? Giusto così, per ragionarci sopra.

Dunque perché affermiamo con tanta convinzione di essere il risultato sommo dell'intera storia biologica? Per sentirci liberi? Svincolati da oneri etici e leggi fisiche? Quindi per paura della morte? Esposti al rischio delle contingenze, siamo a tal punto spauriti e fragili ?

Anziché ammirare la perfezione del sistema universo ce ne vogliamo affrancare nella vana ricerca di una salvezza che, invece, si rivelerà rovina. Umano, molto umano, forse troppo*. Difficile accettare che la nostra personale esistenza sia a tempo determinato. Ma così è e così deve essere, pena la fine della vita. Questione di entropia. Difficile accettare di dover, a un certo momento, terminare. Vorremmo non toccasse mai a noi ma l'unica cosa che possiamo fare è tentare di morire bene. Poter dire nell'ultima ora, sono felice, come suggeriva Solone. E per morire bene bisogna vivere bene. Non intendo senza problemi ma con dentro sempre chiaro e forte il significato dell'esistere. Purtroppo, però, pochi tra noi riescono in questo, e maggiormente coloro che sono a contatto stretto con la natura. La maggior parte delle persone però non ha questa fortuna. Crediamo dunque di sapere tutto ma non sappiamo nulla o ben poco. Tutta la nostra scienza, se commisurata alla realtà, è primitiva e infantile. Dovremmo, prima di ogni altra cosa, attendere alla comprensione della natura, tornare ad essa, ascoltandone le armonie anziché tentare di modificarla. Invece, i molti che vivono in stretto rapporto con un habitat naturale, oggi, subiscono principalmente le ricadute, spesso drammatiche, dei nostri abusi. La natura nemica. Se nell'antichità lo era per il proprio manifestarsi, a volte improvviso e violento, in forme e modi che l'uomo non poteva contrastare, ora giorno dopo giorno essa ci restituisce la morte che le abbiamo procurato. Terre morte, acque tossiche, aria contaminata, cibo infetto. Brontoliamo un po' ma non tentiamo un salto di qualità. Rinunciamo a priori a qualsiasi ipotesi di luce.

Esploriamo lo spazio ma nemmeno questo ha il minimo effetto su di noi in termini di comprensione e quindi di guarigione. Cerchiamo altre forme di vita altrove e ignoriamo quelle che ci circondano, di molte delle quali non sospettiamo neanche l'esistenza. Abbiamo identificato meno di 2 milioni di specie su un totale stimato tra 7 e 15 milioni (probabilmente sono molte di più). Una perdita del 10%, media calcolata nell'arco dei prossimi tre decenni, indica che assisteremo alla scomparsa di decine di migliaia di specie, molte delle quali non hanno un nome. Perfino per quelle che lo hanno, non saremo in grado di indicare il momento in cui si estingueranno. Sono come "morti viventi", specie destinate a morire perché i loro habitat sono diventati troppo piccoli. I tassi di estinzione attuali procedono a ritmi cento volte superiori a quelli naturali preistorici. E per il futuro, il tasso di estinzione subirà una probabile accelerazione di oltre mille volte maggiore rispetto a quella naturale preistorica, dal momento che la deforestazione delle aree tropicali distrugge anche gli ultimi rifugi di molte specie. Oltre all'estinzione, inoltre, esiste un fenomeno più nascosto che è quello della defaunizzazione e cioè della diminuizione del numero di individui, del peso quantitativo di una specie, della sua biomassa. Una sorta di annichilimento biologico che alla fin fine patirà in primis chi sta in cima alla catena alimentare. Noi. Anche perdere solo un 20, 30% di una specie può determinare la sparizione di altre, in un effetto domino non arrestabile che porterà al collasso del sistema.

Egoismo, politica, gestione economico finanziaria, ci illudono però che la vita consista solo degli elementi di cui l'abbiamo riempita. Nient'altro. Tutto il resto è accessorio. Ogni considerazione che riguardi quanto sentiamo estraneo a ciò che abbiamo deciso essere il mondo è opinabile quando non ignorabile. L'ambiente in cui viviamo e che abbiamo creato conferma l'illusione della non appartenenza al ciclo vitale.

Dopo la rivoluzione industriale abbiamo perso il precedente sistema di vita che era rigenerativo e siamo passati al dogma dell'inesauribilità. Prima tutto veniva dal sole che rappresentava la quantità massima di energia a nostra disposizione, sufficiente all'incirca per un miliardo di persone sul pianeta. I combustibili fossili e la rivoluzione agricola hanno accelerato i processi di produzione e l'incremento demografico, e ora non riusciamo più a fermarci. Dal 1800 al 1930 siamo passati da 1 miliardo di persone a 2 miliardi. Nei successivi 30 anni siamo passati a 3 miliardi. Nei vent'anni seguenti, dal 1960 al 1980 siamo raddoppiati e giunti a 6 miliardi. Dopodiché un leggero rallentamento ma siamo comunque alla soglia degli 8 miliardi e nel giro di una trentina d'anni arriveremo a 10 miliardi. Sarebbe a dire decuplicati in 150 anni con solo più un decimo della superficie terrestre libero dall'impatto dell'attività umana. E come ci siamo organizzati per questo condominio sovraffollato? Commerciamo emissioni, trasformiamo la gestione dei rifiuti in un allettante affare, li “esportiamo”, e ne ricicliamo meno del 10% a livello mondiale. Ricopriamo la terra ogni anno di tanto cemento da poterci fare una colata sull'Inghilterra intera e disboschiamo al ritmo di trenta campi di calcio al minuto. Basiamo la nostra esistenza su un'economia di rapina, sulla cultura del rinvio e dell'approssimazione. E per quello che non vogliamo vedere, residui mefitici e tossici del nostro operare, tutto in fondo al mare come sotto al tappeto. Fino a quando cercheremo di coltivare terre sterili, lontani da coste allagate, sottoposti a un clima ostile e finalmente capiremo di dover sopravvivere su quel che resterà del pianeta. Eppure.

Capi di Stato provano a eliminare ministeri dell'ambiente, vedi il tentativo di Bolsonaro, evangelici sostengono lobby delle armi, mafie si ripuliscono nel rinnovabile, governi regalano terre e risorse in cambio di sostegno militar elettorale,… Investiamo esclusivamente in attività intensive, agricoltura a monoculture e allevamenti, promettiamo transamazzoniche e vie della seta, prosciughiamo o avveleniamo falde acquifere, facciamo a gara per la diga più grossa e per la trivella più lunga, sottraiamo nutrimento alla terra, le fracassiamo l'ossatura, la scortichiamo.

Sbraniamo a testa bassa.

Oggettivamente come possiamo pensare di sfangarla? Vista e considerata la nostra scelleratezza. Hanno portato al tavolo un menu ricco di ogni ben di Dio e noi abbiamo ordinato tutto, alcuni han preso parecchi giri di portate e ora, dopo soli duecento anni di bagordi, il cameriere ha portato il conto e non c'è portafogli in grado di saldarlo.

E noi, commensali, che facciamo? Sorridiamo, forse appena imbarazzati, e al cameriere facciamo con le dita cenno, Segna, segna sul conto.

A volte penso che i nostri eccessi siano al contempo indice della nostra miseria e il nostro modo migliore per nasconderla a noi stessi. Credo anche che molti, probabilmente, siano in buona fede. Incapaci di vedere.

Siamo così piccoli che sovrastimiamo lo spazio. È l'unica spiegazione. Vittime di una sorta di fallace algoritmo dell'infinitezza. Così come, ad esempio, per la stragrande maggioranza dei brasiliani la foresta amazzonica è “distante”, una sorta di terra di nessuno, contenuto di documentari da divano, ugualmente tutti viviamo le gravi realtà che stanno sfinendo il pianeta e i suoi abitanti come qualcosa che non ci riguarda. Quel famoso senso di estraneità di cui dicevo all'inizio.

Ho letto, qualche tempo fa, la seguente frase: “Le condizioni entro le quali un popolo produce il proprio sostentamento sono quelle che regolano la sua selezione.” Ne ho intuito subito la forza ma ho dovuto leggerla e rileggerla per comprenderne la portata. Un circolo vizioso. Che fa sì che l'essere umano venga a manifestare esso stesso la contaminazione qualitativa di ciò che produce e di cui si nutre o si serve, e più si abbassa il livello qualitativo, gioco forza la successiva produzione sarà su parametri ancor più scadenti, possedendo sempre meno il cervello la capacità di elaborare progetti alti. Avranno più possibilità di sopravvivenza coloro che sapranno adattarsi con inerzia a questi standard sempre più bassi. L'ho sintetizzata così. Diventiamo quello cui ci aggrappiamo.

Si parla molto negli ultimi tempi di cambiamenti climatici, e c'è ancora chi perde tempo a discutere (Ci sono? Ci fanno? Chi lo sa?), mentre la comunità scientifica internazionale, quando non prezzolata, è d'accordo sui punti base della faccenda. Nonostante ciò temporeggiamo. O proponiamo false soluzioni: risibili interventi di facciata, sovvenzionati ad esempio dall’UE, che non sfiorano neanche idealmente le cause prime. E quando si metterà al peggio (e direi che ci siamo)? Finché avremo ancora per ognuno di noi di che continuare a vivere come siamo abituati ci sembrerà ragionevole credere che una soluzione verrà comunque trovata. Ma è proprio su questo verrà che bisogna ragionare. Verrà da chi? Verrà quando? Verrà come?

Abbiamo eletto l'avidità a sistema e abbiamo svenduto la vita nostra e quella della nostra discendenza. Non riusciremo mai a legiferare in maniera saggia e lungimirante perché abbiamo ceduto ogni autorità. Non ci interessa capire come funzionano le cose ma solo usarle e illuderci di possederle. Ci preoccupiamo, ad esempio, solo di imparare a sfruttare le potenzialità delle applicazioni dei nostri devices ma ci è del tutto indifferente comprendere come vengano realizzati, come funzionino, cosa comporti la realizzazione dei benefici di cui usufruiamo. Insomma non siamo curiosi di vedere cosa c'è dietro, cosa c'è “dentro”. L'approccio logico e analitico dei fatti ci pare sofisma da perditempo.

E poi ci rassicurano. Dicono, alcuni, che la fine dell'umanità è lontana. Mi piacciono queste verità che nascondono un inganno. È una sfida smascherarle. Probabilmente è vero che la fine dell'umanità, in quanto specie, è, relativamente, lontana. Si estinguerà infatti solo la gran parte di essa. Prima diminuirà, come accade per gli altri animali, la biomassa, cioè la quantità di individui, il peso ponderale della specie. Una parte riuscirà sicuramente a far fronte agli stravolgimenti incalzanti. Da chi sarà costituita questa parte?

È qui che ognuno di noi sarebbe tenuto a entrare in gioco. La ribellione allo status quo è stato sovente origine di progresso e rinascita sociale ma come portare persone non colpite direttamente da un problema a interessarsene? Come riuscire a far passare il concetto su ciò che è legittimo e ciò che non lo è, nel momento in cui l'effetto, apparentemente, non ci tocca?

Forse partendo dalle basi. Esiste un sistema dato A, la biosfera, che comprende anche noi, e un sottosistema B, che potremmo chiamare sinteticamente economia, all'interno di cui operiamo. Il sistema A è fisso, il sottosistema B è in espansione continua. Deduzioni e conclusione le lascio a voi.

In passato la natura ci forniva tutto gratuitamente, oggi per ottenere un risultato vagamente paragonabile dobbiamo spendere decine di trilioni di dollari all'anno. Per quanto evoluta e sofisticata, nessuna tecnologia è in grado di darci ciò che la natura può offrire in un contesto rigenerativo. Siamo indubbiamente troppi, però potremmo impegnarci maggiormente.

Finché però per ogni carico di prodotti ne corrispondono una trentina di rifiuti, finché si spendono centinaia di miliardi di dollari ogni anno in pubblicità o in sovvenzioni all'agricoltura intensiva, finché si spende in armamenti ogni anno l'equivalente di intere economie nazionali, o si persevera nell'iperproduzione di beni non durevoli, e in buona misura superflui, finché adoreremo l'idolo dell'All you can eat, non ne verremo fuori.

Serve un cambiamento culturale innanzitutto. Dobbiamo ricominciare ad apprendere per esperienza diretta, smettere di essere fruitori passivi di una realtà preconfezionata, risvegliarci.

Inebetiti abbiamo smarrito il senso della bellezza del mondo. Siamo alla continua ricerca di qualcosa che ci manca senza sapere più cosa abbiamo perso e che determina il senso di mancanza che proviamo. Dobbiamo renderci conto delle forze globali che influenziamo e che a loro volta gioco forza influenzeranno la nostra vita. Dobbiamo fare atto di umiltà e ammettere di dover rivedere tutta quanta la faccenda.

È stata globalizzata un'aspettativa di stile di vita senza prima misurarla, senza calcolarne l'impatto.

Se non è da psichiatria perseverare in questa direzione, cosa lo è?

Siamo certi di tante cose, abbiamo costruito su queste certezze tutto quanto ma esse, a parte quella della nostra fallibilità, sono quasi sempre un inganno. Le usiamo per consolarci, reduci da disastri. Per appoggiarci quando neghiamo un dubbio. Un'illusione cui indulgiamo e che induce l'uomo a ricadere periodicamente nell'oscurità.

Cosa potremmo fare dunque? Potremmo intanto provare a capovolgere la prospettiva e anziché giustificare la nostra inerzia con una fantomatica impossibilità a risolvere la questione, iniziare a dire: Che bello! Quale grande occasione di rendere questo periodo storico quello del grande cambiamento. Le tecnologie non possono risolvere tutto ma intanto potrebbero, se usate nel modo dovuto, ridurre il nostro impatto di un buon 60%. Poi potremmo rallentare un po', goderci di più la vita e cercare di essere più intelligenti.



* Per quanto non ne condivida i contenuti se non in alcuni passaggi, trovo stimolante la lettura de “Estetica postumanista” di R. Marchesini


lunedì 14 dicembre 2015

#COP21

Scrivevo quanto segue circa una settimana fa.


L’obiettivo della #COP21 preannunciano sarà universale e vincolante. Molto bene. Però a partire eventualmente dal 2020. Perché? Dal momento che si concorda sulla necessità di raggiungere la neutralità carbonica entro la fine del secolo sennò fine del film, perché non da domani?

Le grandi aziende iniziano a dichiarare pubblicamente ciò che sanno da un pezzo: il cambiamento climatico in atto potrebbe compromettere i loro affari (il fenomeno del Land grabbing insegna). E le assicurazioni chiedono che i 100 miliardi all’anno, da dedicare a progetti finalizzati alla trasformazione dei metodi di approvvigionamento energetico, vadano in buona parte a finanziare l’istallazione di stazioni meteo, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, in modo da permettere di creare modelli precisi di previsione e poter così determinare al meglio polizze e premi, in particolare laddove c’è ancora terreno vergine. Rischi calcolati significano guadagni. Si temono inoltre disinvestimenti azionari nei confronti di aziende che sfruttano o producano combustibili fossili. Insomma l’incognita del cambiamento climatico deve smettere di essere tale perché una volta sotto controllo, nel senso di prevedibile a prescindere dagli scenari, può far guadagnare! Quindi almeno sul fatto che il problema esista, forse, finalmente non si deve più discutere.

Inoltre sappiamo che i migranti e gli sfollati per cause ambientali sono stati ben più di 150 milioni negli ultimi sei anni. Quelli generati dalle guerre, sono tre volte di meno. Peccato che le stesse (deliri di onnipotenza a parte) siano tristi conseguenze di conflitti legati agli stravolgimenti ambientali, alla corsa all’accaparramento delle risorse da parte di chi può farlo, e alla diaspora di disperati. Quindi la cifra sale e le cause sono le stesse. Pensiamo alla siccità che ha colpito la Siria nei quattro anni fino al 2010 rendendola deserta al 60%: un po’ di peso la cosa l’avrà avuto. Ai contenziosi legati ai fiumi e all’erezione di dighe (Nilo, Eufrate, Mekong, …). Al conflitto israelo-palestinese. Insomma una marea di Paesi crollerà in ginocchio e altri ne approfitteranno. Per quanto a lungo dipenderà dalla latitudine.

Eppure a questi profughi la Convenzione di Ginevra non riconosce lo stato di rifugiati. O scappano da una guerra o sono persone che migrano volontariamente per fini economici. Non sono contemplate altre opzioni. Si nega l’evidenza, anzi l’esistenza stessa di un’intera categoria umana. In pratica, un genocidio. Solo perpetrato non da un dittatore folle ma da un élite finanziaria e politica, anzi da una congrega, sostenuta da una moltitudine di accoliti, per lo più tanto avidi quanto ignoranti.

In un contagio progressivo che arriva fino a ognuno di noi.


Eppure c'è ancora chi taccia di frivolezza coloro che si preoccupano dei problemi ambientali, come se fosse o una moda da intellettuali o una fissazione di persone rese paranoiche da una cattiva informazione, insomma una preoccupazione marginale rispetto ai problemi veri.


9 dicembre 2015


P.S. In effetti una moda lo è anche e la cattiva informazione non manca. Le modalità oggi in essere per combattere la crisi ambientale – intesa in senso lato e con tutte le implicazioni correlate -, per intenderci mi riferisco all’ideologia Green, a parte alcune realtà virtuose, è grosso modo una cialtroneria. Una faccenda di facciata.


mercoledì 1 aprile 2015

#PETROLIO 1

Nel 2007, con dati aggiornati al 2011, ho scritto un articolo sulla TRI, la terza rivoluzione industriale, e ho dedicato una larga parte alla realtà dei combustibili fossili. Rileggere quanto scritto allora, alla luce dei fatti odierni, procura un certo disagio. Ribadisco le affermazioni a sostegno dei cambiamenti sostenuti dalla TRI ma lo scenario legato al petrolio è apparentemente mutato.

Presumo sia una fase le cui conseguenze non pregiudichino le considerazioni di base fatte a suo tempo ma sta di fatto che tutto pare contraddire le previsioni nefaste sull’incremento del prezzo a barile e l’esaurimento delle risorse petrolifere.

Come mia abitudine per arrivare a considerazioni su quanto si sta verificando, elencherò un po’ di dati e informazioni raccolti negli ultimi mesi. Serve a chi legge come premessa e a me per riordinare le idee.


  • La Cina sta riaprendo la via della seta: una linea ferroviaria lunga 13000 chilometri per raggiungere l’Europa, fino alla Spagna. Il 90% delle merci cinesi viaggia oggi via mare ma Pechino intende cambiare direzione, riducendo tempi e costi dei trasporti. La nuova via della seta è il progetto con cui la Cina s’impegna a creare un’enorme zona di libero scambio verso ovest, anche e soprattutto per contrastare la potenza del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership)* e del TPP (Trans-Pacific Partnership)**. Una serie di enormi investimenti per creare una nuova rete di gasdotti e oleodotti che colleghino l’Asia centrale alla Siberia, per incrementare l’accaparramento di materie prime in Africa e Sudamerica, e per implementare l’estrazione di petrolio nel mar Cinese meridionale e orientale, il cosiddetto nuovo Golfo Persico.

*http://www.corriere.it/inchieste/reportime/economia/trattato-segreto-che-ci-cambiera-vita/0883150a-5565-11e4-af0d-1d33fddfa710.shtml

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/19/grande-truffa-della-nato-economica-ttip/660768/

http://www.ilpost.it/2014/11/06/ttip-2/

**www.geopolitica-rivista.org/23306/i-negoziati-per-il-partenariato-transpacifico-i-possibili-effetti-sui-rapporti-sino-statunitensi-in-asia/

http://www.lolandesevolante.net/blog/2014/02/chomsky-il-patto-trans-pacific-di-obama-e-una-aggressione-neoliberista-di-dominio-sociale/


  • Negli Usa la rivoluzione dello shale (gas di scisto) si sta rivelando una bolla. Wall Street ha ideologicamente foraggiato gli investimenti nel settore ma molte aziende stanno già facendo i conti con la realtà: costi fuori controllo, problemi ambientali, opposizione della cittadinanza, creazione di enormi infrastrutture partendo da zero nel mezzo del nulla. In pochi anni negli USA sono stati scavati migliaia di pozzi ma l’80% di essi rischia di essere antieconomico per la scarsa durata degli stessi in relazione agli investimenti necessari e ai costi ambientali. Per mantenere elevata la produzione e adeguato il ritorno economico, sarebbe necessario procedere a continue escavazioni con impiego di decine di miliardi di dollari all’anno. Dei sei maggiori pozzi che, negli USA, corrispondono all’85% della produzione, cinque hanno tassi di declino tra l’80% e il 95% in 3 anni. Inoltre i prezzi di vendita rischiano di divenire sempre più bassi per l’aumento di disponibilità di idrocarburi sul mercato, anche se lo shale può reggere prezzi più bassi rispetto a quanto possono fare le economie di molte nazioni che hanno i propri PIL dipendenti in certi casi fino al 90% dal commercio degli idrocarburi (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-01-07/venezuela-iran-nigeria-e-russia-vittime-dell-oro-nero-063558.shtml?uuid=ABamXqZC). Ad esempio l’Iran per stare a galla deve vendere a 140 dollari al barile, Mosca a 117 (il mercato idrocarburi finanzia il 50% del Pil), il Venezuela a 120.

La tecnica del fracking:

http://it.wikipedia.org/wiki/Fratturazione_idraulica

http://archivio.panorama.it/scienza/green/fracking-cinque-cose-da-sapere

http://m.greenpeace.org/italy/it/base/News1/blog/tutti-i-pericoli-del-fracking/blog/43951/

http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/fracking-fratturazione-idraulica

http://www.lettera43.it/economia/industria/fracking-il-falso-mito-della-fratturazione-idraulica-in-europa_4367597106.htm


  • L’Algeria è la terza riserva mondiale per gas di scisto, nonché il primo produttore di gas e il terzo di petrolio in Africa. Esiste un forte movimento di opposizione al fracking e ci sono state diverse manifestazioni contro l’azienda energetica di Stato, la Sonatrach, che ha affidato all’americana Halliburton le operazioni.

  • La Libia è tra i primi paesi possessori di riserve petrolifere in Africa e tra i primi produttori insieme ad Algeria, Nigeria e Angola. Ma mentre da giugno a ottobre 2014 aveva incrementato la produzione di 500.000 barili al giorno raggiungendo quota 900.000, da novembre a gennaio 2015 questa è scesa a 325.000 barili per arrivare oggi a una condizione di blocco della produzione, con la chiusura anche di Sidra, il principale porto petrolifero. Inoltre vi è l’ambigua figura del generale Haftar, prima sostenitore di Gheddafi poi, dopo la rovinosa guerra in Ciad dove viene fatto prigioniero, suo nemico. Rilasciato grazie a un accordo con gli Stati Uniti, vola in America e prende là cittadinanza rimanendovi per 20 anni mentre in patria viene condannato a morte. Torna l’anno scorso con l’Operazione dignità per risolvere con un colpo di stato fallito il caos in Libia e attualmente è capo delle forze armate nominato dal governo internazionalmente riconosciuto di Tobruk. Intanto, a sud di Sirte, i jihadisti dello Stato Islamico hanno attaccato due campi petroliferi, Al Bahi e Al Mabrouk, controllati da Tripoli, e scontri per altri pozzi sono in corso

  • Anche in Nigeria c’è stato un incremento della produzione, pari a 400.000 barili al giorno.

  • L’Arabia saudita non taglia la produzione e ribadisce la propria egemonia contro Russia, Usa e Iran, anche se ciò può comportare un avvicinamento di Rouhani verso gli Usa e di Putin verso Assad. Neanche i paesi dell’Opec*, nonostante l’instabilità del Nordafrica, tagliano la produzione e contribuiscono a un eccesso dell’offerta. Riyadh è comunque riuscita a sottrarre clienti anche ad altri produttori, tra cui Venezuela e Nigeria (anch’essi nell’Opec, come l’Iraq e la stessa Arabia Saudita) praticando prezzi competitivi. Le consegne sarebbero cresciute non solo in Asia, ma anche negli Stati Uniti e in Europa. Riad ha abbassato i prezzi di vendita all’EU aggiungendo pressione al mercato. Gli Emirati lo hanno già fatto e la stessa strada seguiranno Iran, Iraq e Kuwait.

Per alcuni giorni ci sono state delle riduzioni sugli sconti con un aumento dei prezzi di listino da parte di alcuni Paesi Opec: oltre all’Arabia Saudita, hanno comunicato rialzi anche Emirati Arabi Uniti e Qatar. Però le scorte petrolifere dovrebbero comunque crescere ancora e ciò tornerebbe ad accrescere la pressione sulle società più indebitate nel settore.

* http://www.borsainside.com/finanzainside/opec/

  • Negli Stati Uniti la produzione di shale oil continua a crescere anche se le compagnie petrolifere hanno annunciato pesanti tagli agli investimenti e il numero delle trivelle sia quasi dimezzato. Le scorte americane sono arrivate a livelli che non raggiungevano dagli anni ’30. Rischia di non esserci più spazio nei serbatoi di stoccaggio a meno che Washington non decida di rimuovere il divieto di esportazione di greggio in vigore dagli anni ’70, come chiedono le compagnie petrolifere. Ma se anche questo accadesse, non sarebbe comunque una soluzione. Inoltre il debito delle compagnie petrolifere ricomincia a fare paura. Con il petrolio di nuovo in discesa - sono tornate a deprezzarsi anche le obbligazioni “spazzatura” che negli Stati Uniti hanno finanziato in particolare lo sviluppo del fracking.

  • Gazprom Il colosso russo del gas, che affianca Rosneft, il colosso del petrolio, ha liquidato i consorziati South Stream (Eni, Edf, Basf – Italia, Francia e Germania), rimborsando capitale e interessi, dopo lo stop sulla costruzione della faraonica infrastruttura che avrebbe aperto una rotta alternativa per il gas russo verso l’Europa rispetto alla via attraverso l’Ucraina.

  • Mentre le potenze del mondo occidentale sono impegnate per raggiungere entro fine mese un accordo sul nucleare iraniano, i colossi economici dell’Asia confidano nella rimozione delle sanzioni e si preparano a comprare il petrolio di Teheran. Il governo iraniano ritiene di poter aumentare la produzione di almeno un milione di barili al giorno in breve tempo a seguito del raggiungimento dell’accordo sulle sanzioni.

  • Il ribasso del prezzo del petrolio ha risvegliato la domanda europea, ma non ha frenato a sufficienza la produzione negli USA che continua a crescere al punto che presto non si saprà più dove metterla.


Mi fermo qui: ce n’è a sufficienza. Di base arrivo a due conclusioni. La prima è che, nonostante alcuni esperti ritengano che un’ulteriore discesa dei prezzi, porterebbe a dei tagli programmati e concordati della produzione a livello internazionale, l’affare è ancora troppo allettante per essere mollato. Meglio tirarne fuori più che si può, accrescere le proprie scorte, sbaragliare gli avversari e puntare al controllo del mercato. La produzione non Opec, in gran parte proveniente dagli Usa, continua infatti ad aumentare arrivando a quasi 60 milioni di barili al giorno e se si somma questa cifra a quella della produzione Opec, si arriva a 95 milioni di barili al giorno. L’abbassamento dei prezzi ha incentivato la domanda nel vecchio continente nonché gli acquisti da parte di raffinerie che vedono la possibilità di margini di guadagno superiori al solito e da parte di speculatori che pensano ad accumulare scorte, ma entrambi i fenomeni non possono essere né duraturi né risolutivi. Tornano quindi sicuramente comodi i disordini socio politici in nord Africa. Il sistema idrocarburi, per quanto obsoleto, ridicolo e folle, deve stare in piedi a qualunque costo. E quando, ad esempio, si dice che ormai la Libia è diventata irrilevante per quanto riguarda l’offerta petrolifera, viene inevitabilmente da pensare che serve che lo sia e che tale irrilevanza sia stata indotta per tamponare la situazione di surplus dell’offerta. E tutte queste notizie, sale, scende, risale, riscende, quello trivella di lì, quell’altro di là, uno rallenta, l’altro accelera, da una parte si ribellano, dall’altra invadono, per quanto interessanti ed esplicative, non sono altro che un susseguirsi di mosse di una partita che vedrà dei vincitori che sicuramente non saremo noi abitanti di questo pianeta. La seconda considerazione è che riflettendo sul fatto che negli anni ’30 con l’energia prodotta da un barile di petrolio se ne producevano cento, mentre oggi con un barile se ne producono cinque, e sull’evidente ed indiscutibile effetto che l’utilizzo smodato degli idrocarburi ha su ambiente, clima e salute, bisognerebbe prendere a calci questa masnada di avvoltoi senza scrupoli che impediscono una rivoluzione energetica necessaria, tecnicamente ed economicamente, checché ne dicano, già realizzabile, e anche finalmente sostenibile.*


Qualche giorno fa ho visto un servizio televisivo sullo status symbol rappresentato dall’auto in Cina. Hanno intervistato un uomo sulla quarantina in un autosalone. Era a scegliere un veicolo alla portata del suo stipendio di 350 euro mensili e, tra le tante auto in vendita, ce n’era anche una adatta alle sue possibilità. Insieme a lui c’erano gli anziani genitori e la figlioletta di otto, nove anni. Non ricordo le esatte parole ma sono state più o meno queste: “Guardate i miei genitori: sono commossi. Per loro sarebbe stato inconcepibile anche solo l’idea di acquistare un’automobile. Sono molto fieri di me. E sono felice per mia figlia, perché se le cose andranno avanti così, per lei sarà normale comprare una bella vettura come quelle laggiù. Si potrà permettere di comprarla e di riempire il serbatoio senza problemi.”

Non ce la possiamo fare. Ora che bisogna smettere, ci sono miliardi di persone che iniziano a emozionarsi come i nostri nonni quando si facevano l’automobile. Vaglielo a spiegare che sono entrati a giochi finiti.


Per concludere, una frase che scrissi in calce a un altro post:


E i peggiori tormenti auguro a colui che sogna di battere all’asta, tenendolo ben alto in vista con il braccio disteso, l’ultimo secchio di greggio. (giugno 2012 – post “Dichiarazione di guerra”)


25 marzo 2015



*P.S. (2023). Ahimè, la mia solita ingenuità. Sì, sì, proprio una rivoluzione energetica sostenibile.



(tutti i diritti riservati)

mercoledì 12 febbraio 2014

VARIE 2

Osservo le immagini, faccio caso alle parole che vi abbinano, le trascrivo, le ripeto ad alta voce, cerco di capirle.


Renault Captur, capture life

Prima di conservare i ricordi bisogna viverli

(già, viverli in auto e poi conservarli su file)


Mediaset: gente che lavora, il lavoro si crea con il lavoro

Abbiamo liberato la comunicazione in nuovi prodotti

E tutto senza chiederti nulla

Solo per ricordartelo

(Liberare la comunicazione in prodotti, liberare la comunicazione in prodotti, liberare la comunicazione in prodotti…)


A volte poi sbircio qua e là su rendiconti finanziari, ben oltre la mia portata certo, ma un minimo di aritmetica qualcosa mi fa intuire


Eni: diamo all’energia un’energia nuova

(un grande investimento – 67 milioni di euro anno 2012 - per una grande campagna pubblicitaria; circa 4 miliardi di euro di dividendi – 2012 – agli azionisti Eni e a quelli di minoranza; utile netto solo del Gruppo Eni – sempre 2012 - circa 8 miliardi)

La partnership strategica Eni-MIT, avviata nel 2008 e rinnovata nel 2013, di durata quadriennale, comporta un impegno finanziario complessivo di oltre 5 milioni di dollari all’anno (mamma mia che cifra sconvolgente! Un diciottesimo di quello che hanno investito in pubblicità), distribuiti tra diversi filoni di ricerca sull’energia solare, su tematiche di interesse del business oil&gas, sull’ambiente e sulla chimica verde.


http://annualreport2012.eni.com/annual-report/operating-and-financial-review/letters-to-shareholders.aspx?sc_lang=it-IT


Istruttivo vedere nel bilancio che i costi ambientali sono messi sotto “altre attività”, e anche leggere l’elenco dei contenziosi

http://www.eni.com/it_IT/attachments/documentazione/bilanci-rapporti/rapporti-2012/relazione-finanziaria-semestrale-consolidata-30-giugno-2012.pdf?home_2010_it_tab=altri_documentazione


Enel e i suoi guerrieri

(L’appropriazione della strategia)


Enel: 85000 milioni di euro ricavi totali 2012 (85 miliardi in un anno)

Si stanzieranno, tra 2014 e 2017, 6 miliardi di euro per le rinnovabili

Manco il 2 % dei ricavi


Mi fermo. È tardi. Ed è senza fine il discorso. Diciamo che sono appunti/suggerimenti.


settembre 2013
Tutti i diritti riservati

domenica 3 novembre 2013

OCP e Secolo XIX

Ho deciso di pubblicare questo vecchio articolo, perché sono pentita non tanto di non aver fatto valere all’epoca i miei diritti, quanto di aver iniziato ad accettare che il giornalismo in cui avevo sempre creduto non fosse quel gran pilastro


NON È POSSIBILE


Non è possibile, ogni volta mi dico che non è possibile. Non mi capacito della situazione critica raggiunta dal giornalismo italiano: i quotidiani che accompagnano la nostra colazione mi lasciano spesso con la tazzina a mezz’aria. Se da un lato è confortante che notizie degne di attenzione giungano infine in prima pagina, dall’altra il ritardo di anni (!!) con cui ciò spesso avviene è allarmante. Alludo qui alla serie di articoli che il Secolo XIX sta in questi ultimi giorni dedicando alla vicenda dell’OCP, Oleoducto de Crudos Pesados in Ecuador, spacciandoli, sono certa in buona fede, come scoop rivelatore del poco ortodosso comportamento tenuto dall’Agip per conquistare i diritti di sfruttamento petrolifero nel Paese sudamericano. Tanto è meritevole, nonostante lo scarso tempismo rispetto ai fatti, l’intento della citata testata giornalistica, quanto è inquietante che sia stata necessaria la lettura di tali articoli perché ci fosse un minimo di mobilitazione. Coscienze che subito si sono messe all’opera per fare chiarezza: politici, giuristi, europarlamentari, ambientalisti tutti incredibilmente sorpresi e pronti a sdegnate reazioni, interrogazioni, indagini e via discorrendo. Si sono dunque svegliati solo dopo il reportage in questione? Mai sentito parlare prima del fatto? Cosa leggono queste persone? Come passano il loro tempo? Com’è possibile che certe informazioni non giungano alle loro orecchie anche solo per caso? Come può esistere una tale disinformazione, un tale disinteresse? O, semplicemente, di fronte al fatto che una certa questione diventi di dominio pubblico, la si sfrutta demagogicamente?

A marzo del 2002, venuta a conoscenza dell’accordo OCP, mi documentai per quel che mi fu possibile e scrissi una lettera-articolo, inviandola ad alcuni giornali, tra cui il Secolo XIX. Presso la sede del Secolo XIX mi recai poi anche di persona per perorare la pubblicazione ma non ero giornalista e non avevo conoscenze. L'articolo non fu dunque pubblicato, e fin qui nulla di strano, ma tanto stupore e scalpore oggi possono significare solo due cose: o c’è una gran disattenzione da parte del personale delle varie redazioni o c’è, se non malafede, perlomeno censura, nel senso che le cose si sanno, ma si aspetta il momento “giusto” per permettere che vengano rese pubbliche.

Di seguito riporto la lettera cui mi riferisco sopra, lettera che qualcuno deve aver ritrovato da qualche parte e, verosimilmente, sfruttato.


14 marzo 2005

(la presente inviata in data 15 marzo 2005 alla redazione de Secolo XIX)


Marzo 2002

Nel giugno dello scorso anno, dopo anni di attesa, il Ministero dell’energia e delle miniere ha concesso il nulla osta ambientale al progetto di realizzazione dell’OCP, Oleoducto de Crudos Pesados, in Ecuador. Questo nuovo oleodotto, la cui lunghezza complessiva sarà di circa 500.000 chilometri, affiancherà per buona parte del percorso il SOTE, il Sistema di Oleodotto Transecuadoriano che la Texaco realizzò nel Paese più o meno trent’anni fa’. Dicono che potrà trasportare 450.000 barili di petrolio grezzo al giorno tra il terminale situato nell’Amazzonia Ecuadoriana orientale e il Terminale di Esmeraldas sulla costa dell’Ecuador.

L’importanza della costruzione dell’oleodotto è collegata, per il governo dell’Ecuador, al processo di dollarizzazione, ovvero alla scelta del dollaro come valuta nazionale, e richiede forti investimenti di capitale straniero.

L’accordo è stato sottoscritto in giugno tra il governo e un consorzio di compagnie petrolifere, tra cui figura l’italiana Agip per una quota del 7,51%. Queste imprese trasporteranno petrolio per vent’anni, ammortizzando l’investimento, dopo di che l’Ocp diverrà proprietà dello Stato. Stato che si ritroverà tra le mani un impianto logoro perché alla sua regolare manutenzione difficilmente si sarà provveduto nel frattempo.

Nonostante esistano validi motivi per opporsi al progetto, i lavori hanno già preso il via nel mese di agosto. Innanzitutto non ci sarebbe un volume di greggio tale da poter utilizzare entrambi gli oleodotti a pieno ritmo, salvo procedere alla realizzazione di nuovi pozzi con stazioni di pompaggio e centinaia di chilometri di tubazioni per alimentare l’OCP. Questi ulteriori lavori non sono contemplati nel Piano di Gestione Ambientale dell’OCP, già ritenuto insufficiente per mitigare gli impatti negativi sull’ambiente e sulla popolazione che avrà il progetto base. Le stesse procedure della VIA (valutazione di impatto ambientale) si sono ridotte a un’analisi di pochi giorni su porzioni limitate di territorio (in parte già compromesso dal SOTE), per cui non hanno fornito le informazioni necessarie per una corretta valutazione dell’impatto stesso; non c’è stata una consultazione della società civile né hanno considerato i cosiddetti impatti cumulativi: in altre parole tutti gli eventi non pianificati causati dal progetto (insediamenti, disboscamento, incidenti, allontanamento coatto di indigeni dai propri territori, ecc.). Una simile carenza di analisi e l’aver tralasciato questioni chiave nella VIA, ha di certo determinato una sottostima della portata e dell’impatto complessivo di questo progetto. L’oleodotto attraverserà 11 aree protette, aree sorgive di fiumi, foreste primarie, zone agricole, zone geologicamente instabili, centri abitati. Molte organizzazioni internazionali hanno fatto pressioni affinché l’OCP non fosse finanziato, così come hanno richiesto a gran voce movimenti interni all’Ecuador: Accion Ecologica e Mujeres por la madre tierra, in prima linea, continuano infatti a opporsi con valide argomentazioni. Una tra le tante, i guadagni derivanti dalla messa in opera dell’OCP restano alle multinazionali straniere che pagano al governo delle royalty, le quali finiscono nel tritacarne del debito estero.

Per quanto riguarda la posizione dell’Italia, l’Agip, in cambio della cessione dei diritti di sfruttamento petrolifero di una delle zone in questione, il bloque 10, ha dato un quintale di riso, uno di zucchero, burro e sale, ma solo una volta al mese e solo per i mesi di maggio, agosto e novembre 2001. A ciò si aggiungono una lavagna, due palloni, un fischietto, una bandiera dell’Ecuador, quindici piatti, quindici tazze, quindici cucchiai, una pentola, due secchi, un’aula scolastica, uno stipendio di 40 dollari mensili per sei insegnanti per sei mesi, corredi farmaceutici del valore di 200 dollari ciascuno, qualche migliaio di dollari per tubazioni per l’acqua potabile e via delirando. Stupefacente.

Questo progetto, che non avrebbe superato la fase di valutazione se non avesse ricevuto i finanziamenti per operare (nessuna compagnia rischia i propri fondi), ne ha ottenuti da un consorzio di banche il cui intermediario finanziario è l’italiana BNL (Banca Nazionale del Lavoro), che sinora non ha preteso, come sarebbe doveroso, da parte del consorzio bancario una valutazione indipendente da quella fatta dal Consorzio OCP. Inoltre è da tenere in considerazione il ruolo della SACE, l’Istituto per i Servizi Assicurativi del Commercio con l’Estero, che si prende carico dei crediti commerciali andati insoluti, risarcendo le imprese italiane investitrici con denaro pubblico, aumentando quindi il debito verso il settore pubblico italiano, già ampiamente esposto verso l’Ecuador.

Come un tale accordo possa essere stato accettato dalla controparte è spiegabile con il ruolo ambiguo di alcuni rappresentanti delle comunità indigene, che, evidentemente, avranno avuto il loro tornaconto nella contrattazione, nonché con il fatto che lo sfruttamento petrolifero in Ecuador è stato dichiarato dal Governo priorità nazionale e come tale sottostà alla Legge di Sicurezza Nazionale che è al di sopra di tutte le altre leggi. Un escamotage contro l’incostituzionalità dello sfruttamento di zone protette, in quanto dalla Costituzione viene prevista per queste ultime l’inalienabilità.

Tra qualche anno qualcuno, di fronte all’evidenza dello scempio, griderà allo scandalo, ci saranno delle indagini e cadrà qualche testa, ma qualche mese dopo tutto sarà dimenticato. Nel frattempo altre vicende simili si propagheranno come un cancro sulla terra, per essere poi a loro volta esecrate e condannate, senza che una reale volontà d’analisi e prevenzione prenda forma.

marzo 2002

P.S. A fronte dello scoop del Secolo XIX, inviai una raccomandata alla redazione, facendo presente la loro scorrettezza: il pezzo era mio. Inviai in allegato copia originale. Non ottenni riscontro. Non avevo i mezzi per intentare una causa e rinunciai. Me ne pento ancora.


AGGIORNAMENTI (aprile 2013): L’OCP, operativo se pur inizialmente in misura ridotta dal 2003, sta per inaugurare il trasporto di greggio dalla Colombia


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lunedì 29 luglio 2013

DI PASSAGGIO


UNO

Che bei materiali trasparenti! Bisogna proprio cedere il passo. Oh la razionalità tecnologica…

Che belle cosce ha questa commessa! Al di là del bancone come se il bancone non ci fosse!

Tutto è vetrina! L’amplesso s’immagina facile.

Una bella coscienza felice aleggia nell’aria. Oh come tutti sono entusiasti! Coinvolti. Coinvolti da tutto come solo gli indifferenti. Beati gli indifferenti che sono i primi a gioire! Sempre saranno i primi e guardinghi scruteranno gli scettici! Alla malora gli scettici!

Tutto funziona a meraviglia. L’illuminazione sfaccetta la città di inattese policromie e tutto si fa scintillante. Su in alto, agli ultimi piani, si gode la vista su questa estensione interna di case, di strade e negozi e movimento spumeggiante.

Che nessuno ne sia privo! I palazzi hanno le finestre tutte rivolte verso il cuore dell’urbe. Lisce e cieche pareti fronteggiano all’esterno. Immensi condizionatori arroventano l’aria dalla cinta periferica verso lo spazio aperto. Il mondo altrove è altrove e non tocca la libera coscienza dell’oasi. Non si negozia sulla temperatura neanche d’un grado. Aria fresca, aria fresca, aria fresca!

Da lontano chi giunge incontra solo il riverbero uniforme e metallico dei dorsi muti delle abitazioni, che di qua si fanno traslucide e solo iridescenze separano la vita domestica da quella pubblica.

Ma chi giunge? Ben pochi. Sono sufficienti a ogni città un’unica linea ferroviaria e un’unica arteria stradale agibili. Le metropoli offrono funzionalità e benessere standard: a ognuno è bastante la propria. Per lavoro ancora qualcuno si sposta, ma nel caso lo fa per aria.

Giacciono in reticolo abbandonate centinaia di migliaia di chilometri d’asfalto. Oh, la stoltezza dell’uomo!

Viaggiare collegare raggiungere possedere. È di gran lunga bastevole starsene fermi e colonizzare lo spazio che tocca in sorte. Ognuno con meticolosità e determinazione, suggere ciò che serve o aggrada e dal centro diramare in impercettibile e inesorabile forza centrifuga.

Conglomerati. Psoriasi squamosa che secca la terra che resta negli interstizi non inglobati. È terra che avanza! Tanta ce n’è lungo le coste.


DUE

Quel tipo ha infilato la spina del carica batterie nella presa a fianco dello specchio, si è sciacquato le mani e rinfrescato e ha fatto un po’ di boxe con l’immagine riflessa. Si è messo di schiena e sta torcendo il collo, si sta controllando il tatuaggio e la canotta ,che non sia troppo sporca, e ora si fa un panino seduto sulla tazza del cesso. Certo è un tipo che sa come si vive sui treni. Nello sferraglio tra due vagoni ha fatto casa: ha appeso un sacchetto di bottiglie di plastica quasi tutte vuote e si è seduto su una delle piastre di ferro allungando le gambe. Però ha avuto l’accortezza di far passare il filo sotto la porta del bagno e ha portato il telefonino a portata di mano.

Rimane un bel tratto dall’ultima fermata alla meta che ho in mente, un qualche mezzo di fortuna certo lo troverò, saranno un centinaio di chilometri, basta giungere a destinazione, per il ritorno un mezzo altrettanto di fortuna, a meno che non decida di restare, in attesa del rientro.

Meraviglia! Superate le squallide baracche di chi ha scelto di restare in prossimità del mare, spazio e solitudine finalmente, quello che serve per rilassarsi!

La vegetazione cresce anarchica tra le carcasse di automobili abbandonate lungo il lido. Ci sono modelli che hanno quasi cent’anni, alcune appartenute certo a villeggianti. Esseri estinti che una volta all’anno venivano a rinfrancarsi dalle fatiche del lavoro con bagni di sole e di mare.

Cumuli di macerie e rifiuti, in alcuni tratti delle vere e proprie colline che si susseguono a perdita d’occhio. Alla base i reperti più vecchi, di quando l’abbandono era timido e non organizzato, ma d’altronde un rimasuglio di pudore restava nel fare discarica là dove famiglie ostinate ancora si riunivano con ombrelli e asciugamani a fare spiaggia senza mare, ché il mare di giallo cromo e olii e assenza d’ossigeno e vita, d’onda e di risacca inerte lambiva la battigia. Ancora ciechi e sordi trovavano spazio tra detriti e spazzatura e giocavano a carte e mangiavano panini e leggevano riviste e bagnavano i piedi e i bimbi riempivano i secchielli e facevano castelli, quando già avevano chiuso anche gli ultimi stabilimenti più moderni, quelli delle docce disinfettanti. Agli ardimentosi che si tuffavano e a vigorose bracciate attraversavano i liquami, s’imponeva immediata una doccia.

Al divieto di queste, che più non davano sicurezza, seguirono impianti che vaporizzavano acqua a offrire al posto del mare quel minimo di refrigerio vitale. Poi anche quelli chiusero i battenti.

Ora, tra pochi che rovistano in cerca di qualcosa che possa tornare a rinnovata utilità, in attesa di allontanarmi da questa palla dall’odore uniforme, posso godere in pace di questo silenzio di morte.




Racconto tratto dalla raccolta "Incontri" Philobiblon edizioni
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sabato 20 aprile 2013

PETROLIO vs ACQUA

L'Asia Water Development Outlook 2013 rivela che due terzi degli abitanti dell'Asia (circa 3 miliardi di persone) non ha accesso ad acqua potabile né a una rete fognaria.

La Banca Asiatica per lo Sviluppo (ADB) stima in 130 miliardi di dollari gli investimenti per rimediare in buona parte alla situazione.


Solo nel 2011 sono stati erogati più di 500 miliardi di dollari a sostegno dei combustibili fossili

(fonte: World Energy Outlook 2012 dell’International Energy Agency)



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