SONO
ONORATA E GRATA DI AVER RICEVUTO PER QUESTO ARTICOLO UN
RICONOSCIMENTO PRESTIGIOSO: IL TERZO PREMIO NELLA SEZIONE GIORNALISMO
E CRITICA DEL CONCORSO MARIO SOLDATI 2020 INDETTO DAL CENTRO STUDI E
RICERCHE "MARIO PANNUNZIO" DI TORINO
Mi
è stato proposto di scrivere un pezzo sulla fine del confinamento
cui siamo stati costretti per arginare il contagio, sulle prime
impressioni provate a rientrare nel mondo. Sul tanto atteso permesso
di uscita.
Le
prime frasi che ho scritto si sono tradotte in una lunga serie di
domande.
Permesso
di uscire. Uscire da dove? Uscire verso dove? Uscire perché?
Uscire
dalla propria abitazione come se si trattasse di una prigione e non
del luogo deputato al calore domestico, al raccoglimento famigliare,
alla pace e al riposo. Quanta ansia, quanto dolore, quanta violenza
si annidano tra le pareti di casa? Quanti silenzi e incomprensioni?
Quante attese deluse e piccole quotidiane meticolose vendette? Dover
riconoscere la consistenza ponderale delle proprie scelte sbagliate,
dei compromessi per interesse o per timore dell'ignoto, del non aver
saputo chiedere aiuto per tempo ed essere rimasti intrappolati in
relazioni distruttive. O, più banalmente, scoprire di aver riempito
gli spazi di cose e null'altro. Non tollerare il silenzio, lo stare
con i propri pensieri, non conoscere i benefici dell'otium e
aggrapparsi alla rete, ovviamente superveloce, come unica scialuppa
disponibile per non sentirsi trascinare a fondo dall'angoscia
dell'esistere. Un'umanità che riesce a sopravvivere solo nella
bagarre del movimento continuo, dello spostamento, del rumore bianco
di un vociare promiscuo e confuso, solo nell'avere un'ininterrotta
serie di impegni, appuntamenti, incontri, cui tenere dietro a ritmo
serrato.
E
uscire perché? Per andare dove? Per vedere cosa?
A
me è mancato il poter approfittare di un mondo vuoto. Respirare
lungo la costa l'aria intrisa di salsedine e l'odore di sottobosco in
questa regione che intreccia il mare ai monti. È mancato camminare
per le strade deserte, osservare la città vuota, ascoltare i rumori
del silenzio. Non avevo alcuna voglia di tornare al mondo di prima.
Fermarsi,
al di là dell'aspetto tragico di una pandemia che ha annientato e
annienterà soprattutto i più deboli in senso lato, al di là di
ogni deriva sociale ed economica, di cui per ovvie ragioni rifiutiamo
di vedere la portata travolgente, è stato come riprendere a
respirare dopo una lunga apnea.
Ci
hanno detto e ci siamo illusi che il dopo sarebbe stato meglio del
prima, che noi stessi saremmo stati persone migliori. Che quanto
accaduto, alla stregua di un'illuminazione ci avrebbe condotti in una
nuova fase umana. Maggior consapevolezza, lungimiranza, rispetto. La
commozione che ha caratterizzato alcuni momenti del confinamento e ci
ha fatto sentire inaspettatamente vicini al prossimo, le lunghe liste
di buoni propositi, tutto si è incenerito nel momento preciso in cui
abbiamo aperto la porta di casa. Nello stesso
modo in cui il coronavirus è entrato nei nostri corpi, ha
amplificato patologie esistenti, ne ha scatenate di nuove, è entrato
negli Stati
e nella società amplificandone infermità e
patologie strutturali. Ha amplificato ingiustizie,
settarismo, razzismo, ha evidenziato inettitudini e
disorganizzazione, ha rinvigorito prevaricazioni e frodi, e ha
determinato quindi, e soprattutto, disuguaglianza.
Ha anche amplificato le nostre paure compromettendo le relazioni
umane in una misura che pensavamo impossibile. Ha corrotto gli
slanci, ha alimentato malversazioni e abusi. Ha nutrito la falsa
certezza che, alla fine, visto che per ora siamo sopravvissuti,
quello che conta è andare avanti a pagare le rate.
Tutti
ovunque ormai concentrati sul tempo da recuperare. Come se ci fosse
del senso in tale affermazione. Come se il tempo fosse fatto di una
materia plasmabile a nostro piacimento. L'imperativo categorico del
rimettersi in pari. Neanche abbiamo raggiunto la pubblica via che già
la logica di quel poco che avevamo, se non capito, almeno intuito è
stata capovolta, spazzata via. Quei valori improvvisamente sacri nel
momento della paura sono divenuti in un batter di ciglia debolezze.
Uno sbandamento dell'anima impaurita, qualcosa di cui non
necessariamente vergognarsi ma da mettere velocemente da parte per
non essere rallentati da dubbi o remore nella corsa collettiva verso
un benessere, quale che sia per ognuno di noi, da riconquistare.
Nei
cantieri la parola d'ordine è stata accelerare e le morti bianche
sono raddoppiate in un fiat.
Gli sversamenti illegali di sostanze inquinanti da smaltire sono
aumentati per abbattere i costi di produzione e recuperare le entrate
perse durante il confinamento. In gran parte della produzione
intensiva zooagricola si sono accantonate le poche minime norme di
buona condotta ottenute in anni di lotte per immettere sul mercato
prodotti a costi sempre più bassi e andare incontro all'acquirente
medio cui, più che mai ora, preme il borsellino e se gli parli di
costi indiretti ed esternalizzazioni ti guarda con le palle degli
occhi fuori dalle orbite come se gli si stesse parlando in marziano.
Le condizioni dei lavoratori di quasi tutte le categorie, e
particolarmente nelle filiere produttive, sono peggiorate. Le aziende
sanitarie, proprio in quanto aziende e non più unità sanitarie,
hanno messo e mettono allo stremo il personale addetto alla salute
pubblica, personale precedentemente ridotto nelle varie operazioni di
ristrutturazione aziendale. Vagonate di lavoratori che accettano di
essere sfruttati di fronte all'evidente e dilagante fame di lavoro. È
peggio di prima, non meglio. Quel poco che finalmente iniziavamo a
capire, quel barlume di coscienza che stava animando le nostre anime
letargiche, quel sussulto di consapevolezza di abitare una palla di
terra dalla superficie finita, quel rigurgito di humanitas
che
per un attimo ci ha fatto sentire responsabili nei confronti delle
generazioni future, niente, tutto svanito, rimandato a data da
definirsi, come nel migliore dei summit sul clima. Sono altre le
priorità ed è ora che tutti se lo mettano bene in testa. Al bando i
sentimentalismi da fricchettoni, da gente che non ha il senso della
realtà. Dobbiamo rimettere il pianeta in piedi, far ripartire
l'economia a qualsiasi costo altrimenti... Altrimenti cosa?
Spiegatemelo
per bene, per favore.
La
necessità indiscutibile di una rapida ripresa delle attività
produttive dopo il lockdown vista come la grande occasione per
sbarazzarsi dei pochi controlli e delle deboli norme ambientali e
sanitarie esistenti.
La tutela sanitaria degli individui appaltata dogmaticamente a
società farmaceutiche. Il governo della società ridotto a
mantenimento dell'ordine pubblico. Lo stato sociale demandato
all'iniziativa e alla buona volontà dei singoli.
Quindi
uscire perché?
Fiumi
di insolenti carrette intasano nuovamente le strade, guanti e
mascherine svolazzano ai bordi dei marciapiedi, prima di divenire,
calpestate, appesantite dalla pioggia e dallo smog, grumi di materia
indissolubile, ennesimo rifiuto alla cui vista assuefarsi. Negli
asili i nostri figli vengono sepolti da bicchieri in plastica
monouso* in barba alle buone intenzioni di appena un anno fa. Ovunque
l’usa e getta si prende la rivincita sul buon senso.
Forse
l'ambiente in cui viviamo è vero che ci determina ma noi, a nostra
volta, lo determiniamo. Forse, mi viene da pensare, il degrado che ci
circonda ha radici remote dentro di noi e da lì si propaga
contagiando tutto per poi tornarci addosso e affossare
definitivamente il nostro animo così che esso non possa dare altro
che un ulteriore impulso verso il peggio in una spirale perversa
verso il basso.
Uscire
quindi per incrociare vacanzieri feroci che affermano la propria
libertà riconquistata disseminando bottiglie, sacchetti, mozziconi
di sigarette, come se appunto non ci fosse un domani? Bagnanti che
insozzano le coste e strappano alle scogliere qualsiasi forma di vita
ancora le abiti? Adolescenti che dalle finestre lanciano lattine sui
tetti antistanti in un tiro a segno contro gabbiani e piccioni?
Ragazzine che si vantano di avere accerchiato una loro coetanea araba
e averla linciata, perché la malattia doveva tenersela al suo Paese?
Gente
che infetta l'ambiente delle proprie ferie con tale noncuranza da
chiedersi come viva a casa propria o se, a tal punto alienata, da
trovar beneficio interiore nell'insozzare ciò che non può
possedere, che non può avere se non in un'unica e stremante
settimana di ferie. Lo ammetto: non accetto più l'inutilità e la
nocività di taluni esseri umani. Alle volte allo sconforto si
alterna un giudizio inappellabile di condanna. Un'assoluta assenza di
tolleranza.
Uscire
poi per constatare l'inutilità dell'agire dei giusti? La sofferenza
intollerabile di creature innocenti? Per essere spettatore impotente
di ingiustizie terribili e crimini feroci? Per assistere allo stupro
metodico della bellezza? All'offesa sistematica della vita?
Per
ammirare il deambulare di corpi la cui vacuità è esito indotto e
necessario alla sopravvivenza in una società ribaltata in nome
dell'interesse di alcuni? Per constatare l'irreversibile
intorpidimento di individui iperconnessi ma di fatto svincolati,
esenti, illesi, immuni a disastri e dolori, nella vana pretesa di non
contaminarsi, di non essere raggiunti dai mali che toccano gli altri?
Individui per i quali vige l'equivoco della morte anonima, quella per
cui si muore a migliaia ma è come se nessuno morisse. Una società
chiusa, ripiegata su se stessa, composta da schiere di solitudini
chiassose.
Noi,
i primi a dover imparare daccapo a credere nella morte senza
riuscirci. Ad aver rimosso il senso della ciclicità della vita. E,
soprattutto, i primi a dover prendere sul serio in considerazione il
fatto di essere forse inesorabilmente gli ultimi. E cosa facciamo?
Usciamo nel mondo che ci è stato brevemente precluso e ricominciamo
daccapo a usarlo come una cloaca a cielo aperto in cui riversare i
nostri rifiuti domestici e mentali.
Ci
comportiamo come se il futuro fosse un posto vuoto. E cos'è un posto
vuoto se non un luogo in cui non vive nessuno e che si può quindi
utilizzare come discarica?
Ma
qual è il problema? Forse semplicemente viviamo in un tempo
inabitabile. I minuti incombono e dileguano. In un mondo lanciato ad
alta velocità su un tapis roulant che man mano aumenta la pendenza,
il baratro alle spalle. Un mondo capovolto in cui ben poco avviene
secondo logica ed etica, in cui l'empatia è debolezza da essere
derisa, debolezza che lascia sfiancati coloro che la provano, a molti
dei quali resta soltanto il pensiero del ramo d'un albero e di un
nodo scorsoio come ultima ratio per non soccombere all'assurdo che
circonda. Siamo dunque solo più questo? Esseri inetti del tutto
incapaci di riprendere in mano le redini del nostro destino di
Uomini?
Ma
come fare? La vecchia sindrome di Tina (There is not alternative) si
propaga più rapidamente del Covid19 e una volta intaccati i tessuti
del cuore e del cervello non lascia scampo, non esiste cura. Così
come (l'esempio più vicino che mi viene in mente) per le morti
dirette e indirette dell'Ilva di Taranto, dove da sempre si vive in
una situazione di confinamento e, a seconda della direzione da cui
arriva il vento, si serrano le finestre, anche per la sindrome di
Tina non esistono tamponi e statistiche. I morti sul campo non si
contano perché è come non esistessero. Tutt'al più si potrebbero
considerare vittime collaterali. Depressi che non si sono voluti
curare nonostante i consigli di medici e conoscenti. Un po' di Xanax,
in fondo, non ha mai fatto male a nessuno.
Siamo
di fronte a uno, neanche più tanto graduale, smantellamento
istituzionale. È in atto uno strisciante e sotterraneo slittamento
di sovranità. La popolazione mondiale pare più che altro un ammasso
di cavie per i laboratori sperimentali delle aziende, senza nemmeno
il tentativo di una reale supervisione da parte di coloro che
eleggiamo ad amministrare e tutelare noi e il bene comune. Il
contratto sociale viene cambiato e stravolto nella sua essenza mentre
ci consoliamo con una buona bevuta. Solitaria o tra pochi intimi, i
rassegnati e i cinici, collettiva tutti gli altri.
Ogni
Paese del pianeta ha ormai al proprio interno un terzo mondo,
come si usava dire un tempo, così come in ogni Paese c’è chi
beneficia dei tanti processi di esclusione dei più. Non si vede
altro nel panorama davanti ai nostri occhi. Siamo all'assurdo che i
migliori servitori dello Stato, coloro che credono nella
responsabilità del compito assegnatogli, sono trattati come i
peggiori, perché tanto meglio governano, tanto più s'impegnano e
restano al potere, tanto più sono pericolosi. Infatti dai tempi di
Falcone e Borsellino, di tal tempra se n'è visti pochi e poi non se
n'è visti più, almeno qui da noi. Alcune anime oneste si aggirano,
certo, ma del tutto prive di mezzi e tenute all'angolo. Quando non,
in giro per il pianeta, destinate a prigioni, torture, rapimenti, a
vani scioperi della fame. Nella migliore delle ipotesi a una breve e
inutile eco mediatica.
Il
governo dei peggiori. Kakistocrazia si chiama. Questo paga.
Una
società in cui l'alternanza politica nei governi avviene se non
disturba. Biden potrà anche vincere perché non intende cambiare
nulla, e chi, invece, magari ha buone intenzioni, arrivato a un certo
livello, sarà costretto a rimangiarsele. Le proteste, come quelle
recenti a Hong-Kong o contro Lukashenko in Bielorussia, per quanto
intense siano, sono tutte già sul nascere in odore di fallimento.
Manifestare, protestare, arrabbiarsi, sperare. Inutile. Superato il
punto di non ritorno. Perché le rivoluzioni non si attuano in virtù
della loro moralità e legittimità. A essere determinanti sono i
rapporti di forza su cui fa affidamento il potere per agevolarle o
affossarle. Triste ma è l'evidenza degli esiti a confermarlo.
Viviamo
in una società nella quale, senza voler scendere nell'abominio della
compravendita di bambini da “ricreazione” e altri infami
mercimonii e obbrobriose mercature, esiste un mercato in cui è
possibile “comprare” il nome di una via in cui non si vive e un
contratto di lavoro fasullo per poter essere riconosciuti come
persone. Nella quale per compensare la compressione del tempo cui
siamo costretti ci vengono offerte gratificazioni immediate,
anch'esse, come elettrodomestici, a obsolescenza programmata. Nella
quale novelli sofisti, maestri di retorica,
manipolatori di significati, curvi e senza posa come galeotti ai
remi, stuprano le parole, le schiantano, le trasformano, ed elaborano
nuovi linguaggi per far apparire validi ragionamenti che non lo sono,
buoni discorsi pessimi, e concedere spazio allo zoccolo duro
dell'analfabetismo becero. Una società nella quale espelliamo
con noncuranza criminale segmenti di biosfera dallo spazio vitale
lasciando alle nostre spalle residui di terra morta e acque morte. Né
possiamo più recuperarle. In cui nulla è più facile che screditare
esperti onesti precipitandoli nel calderone ribollente dei
complottisti. In cui le disuguaglianze sono condizione sine qua
non del capitalismo globale mentre non lo è un'auspicabile
cooperazione transnazionale di cui infatti non si vede traccia.
Perché tra nazionalismi, balcanizzazioni, e aperture, tra coloro a
favore del protezionismo e coloro che vogliono economie aperte in
realtà non vi sono differenze. Perché malauguratamente i secondi
non credono veramente all'internazionalismo ma cercano semplicemente
di ottenere accordi più vantaggiosi o mercati che favoriscano
vendite più facili.
Una
società in cui la politica muore perché è diventata un gioco senza
ragione e senza conoscenza, perché, incapacità e corruzione a
parte, non è più sufficiente avere una coscienza di classe o
sperare in un elettorato cosciente, ed è stupido rivaleggiare con
differenti programmi di partito però tutti a breve e medio termine
che non dicono granché e, alla resa dei conti, non portano a nulla.
Una politica che abdica al proprio ruolo e delega ad agenzie per la
sicurezza, a polizie statali e private, a forze militari, il
controllo del territorio, perché consapevole che la situazione non
potrà che peggiorare e perciò degenerare. Serve una coscienza di
specie, come, tra molti altri, diceva già Maria Montessori, di cui a
breve ricorrerà il 150esimo anniversario della nascita.
Continuo
a pensare che dovremmo avere una visione cosmica della vita. Dovremmo
riuscire, noi che ci vantiamo di essere superiori a ogni altro essere
animale, a scorgere quella particella invisibile all'interno della
quale, cominciata l'esplorazione, ci si accorge che non esistono
confini di sorta e che si apre uno spazio infinito che porta oltre i
limiti di ogni realtà visibile e verso una verità perlomeno
intuibile. Dovremmo ambire a quella capacità di raggiungere la
conoscenza di una realtà oggettiva proiettandoci mentalmente verso
la realtà cosmica dell'esistenza umana. Come esseri sensibili quali
siamo avremmo il dovere di interrogarci sulle nostre “origini” e
difendere quella spiritualità che consente di rispettare ogni
individuo vivente ed è portatrice del bene comune. Ma quanto siamo
lontani da tale apertura mentale?
È
vero che il nostro agire singolarmente non ha la forza di determinare
un cambio di direzione, e comprendo la frustrazione di chi tenta di
fare del bene e constata l'incremento del male su scala planetaria,
ma non possiamo comunque chiamarci fuori e rinunciare all'esercizio
della nostra responsabilità individuale. La frantumazione delle
responsabilità, le difficoltà, l'assenza di risultati non possono
essere un alibi. Tanto meno il cascare dal pero a ogni piè sospinto.
Nell'anno del Signore 2020 l'ignorare lo stato delle cose non è
accettabile, non è giustificabile, non è perdonabile. Altresì vero
che vi sono dei “nemici” reali, potenti, in alcuni casi noti, che
si spanciano di grasse e laide risate di fronte ai ridicoli tentativi
di chi vorrebbe un mondo retto da onestà, equità, lungimiranza. Il
gridar loro in faccia con rabbia, il chiedere conto e spiegazioni, il
pretendere messe in stato d'accusa laddove necessario, non fa che
accrescere la loro ilarità. Perché il meglio dell'esistenza umana è
già finito, la guerra è già persa.
Come
credere ancora?
Invocare
un'etica socratica che regoli il pensiero e l'agire.
Far
sì che ciascuno di noi viva, si comporti e consumi in modo che le
sue scelte possano valere ed essere praticate da tutti i miliardi di
donne e uomini che abitano il pianeta.
Stilare
un piano di battaglia, pensando a una pianificazione gestionale del
pianeta, con buona pace di chi, per pigrizia intellettuale, alla
parola piano evoca spettri di dittature sinistre.
Stare
sempre e comunque dalla parte delle vittime a prescindere dal campo
di appartenenza, avere cura di chi è in difficoltà e battersi
contro ogni forma di discriminazione.
Ma
può una società smettere all'improvviso di fare qualcosa che ha
sempre fatto? No, perché ci si accorge delle cose solo quando le si
è capite. Ed è proprio contro la nostra capacità di comprendere e
capire che da tempo metodicamente si opera una manomissione.
La
tragedia è che, oltre a tutto questo, dobbiamo prepararci a una
lunga serie di eventi pandemici come quello attuale. Abbiamo
attribuito l'origine del virus a riprovevoli abitudini alimentari dei
cinesi, ad attività illecite di qualche laboratorio criminale, a un
complotto dei signori del male, abbiamo azzardato le più svariate
ipotesi ma, se anche una di esse fosse vera oltre che verosimile,
l'unica cosa certa è che il virus nasce da noi, dal nostro stile di
vita intensivo in ogni sua manifestazione. Agricoltura, allevamenti,
metropoli, fabbriche. Probabilmente se durante il confinamento
abbiamo patito disturbi del sonno è stato perché una qualche parte
dentro ognuno di noi sa di avere, chi più chi meno, la coscienza
sporca.
Permesso
di uscita.
Forse,
dovremmo per prima cosa provare a uscire da noi stessi e tentare di
guardarci dal di fuori. Chissà che di fronte alla triste immagine
dei nostri corpi piegati a tutto, del nostro sguardo vuoto, del
nostro sorriso da centro commerciale, un rigurgito d'orgoglio non ci
spinga a spogliarci di queste vesti guaste che indossiamo da troppo
tempo e che non ci fanno onore.
Barbara
Panelli Imperia 1° settembre 2020
*da
due a quattro bicchieri al giorno per bambino, classe di quindici
bambini, una media di cinquanta bicchieri/die, uguale un migliaio di
bicchieri al mese. In una sola classe.