Visualizzazione post con etichetta malattie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta malattie. Mostra tutti i post

domenica 16 novembre 2025

CORONAVIRUS E DIRITTI - Marzo 2020

I pensieri si accavallano.

Ciò che stiamo vivendo è drammatico. Drammatico è ciò che tantissime persone devono affrontare nel privato. Le vicende intime, famigliari, i lutti, le separazioni e le convivenze forzate. Drammatiche le conseguenze per chi già era ai margini della società, per chi andrà inesorabilmente ad accrescere le fila dei diseredati. Drammatiche sono le derive sociali di cui già si colgono segni. L'invidia nei confronti di chi ha un giardino, un balcone, uno spazio di cui godere. La frustrazione di chi inizia a detestare i cani perché chi ne ha uno può uscire per portarlo a passeggio ma chi ha un figlio non può fare altrettanto. Allora protesta e vorrebbe venissero se non impedite almeno limitate al massimo le passeggiate con i cani, senza comprendere che a togliere i diritti ai cani non si guadagnano diritti per i bambini. Lo sconforto di constatare che nella difficoltà e nella paura spesso, come con le malattie, ci si accanisce contro i sintomi e non contro la causa. Se il diritto di qualcuno non mi danneggia perché volerlo privare di tale diritto? Se otterrò che a qualcuno venga proibito di godere del proprio giardino, della propria bottiglia d'acqua, della propria libertà di movimento, perché io non ho il giardino, non ho la bottiglia d'acqua, non ho la libertà di movimento, non è che quanto gli viene sottratto sarà suddiviso tra chi ne è privo. Non avrò un pezzo di giardino, qualche sorso d'acqua, la possibilità di muovermi al posto suo. I diritti non si sottraggono l'uno all'altro. I diritti, in quanto tali, appartengono agli esseri viventi. Ora certo siamo in una situazione d'emergenza e tutto ci pare ingiusto ma non dobbiamo perdere lucidità. Si tratta di un principio. Capire che in qualsiasi contesto sociale, il togliere al prossimo non ci arricchisce. Quindi non dovrò fare in modo che l'altro non possa più bere ma dovrò lottare per avere anche io, e tutti coloro che non ce l’hanno, accesso all'acqua.



25 Marzo 2020


lunedì 6 marzo 2023

SOPRAVVISSUTI

Ci si incontra, gli uni agli occhi degli altri quali sopravvissuti. Sopravvissuti a oltre due anni abbondanti di pandemia. O di quello che è stato. Non m’importa entrare nel merito.

Ci si saluta sorridendo con malcelata diffidenza. Ci sei. Ci sei ancora. Come hai fatto? Come hai vissuto? Ti è morto qualcuno? La vita la vedi come prima? Quante dosi hai fatto? In sintesi: chi sei?

No, queste domande non si fanno. Si tacciono. Le risposte potrebbero destabilizzare. Questione di equilibrio personale ed equilibri sociali. Equilibrismo. Equilibrismi.

Macroscopicamente pare che principalmente le emozioni post traumatiche, consapevoli o meno, abbiano preso il sopravvento sul senso di comunità. Prevalgono le urgenze individuali. Atti e manifestazioni del proprio io portati all’estremo, fino all’esasperazione, alla patologia. La convinzione che le proprie ragioni siano le uniche vere ragioni non risparmia pressoché nessuno. L’insulto, la derisione, lo scontro. L’esprimere soddisfazione quando qualcuno muore. Deriva autodistruttiva.

Ciò che stiamo vivendo in questa stagione malata è il crescente affermarsi, contrariamente a quanto si auspicava, di una maggiore competitività e una minore disposizione all’ascolto e alla solidarietà. Tutto quanto costituisce la responsabilità di un individuo nei confronti di se stesso e pertanto della collettività pare sia stato sostituito da un surrogato di più agevole gestione. Ho fatto il mio dovere quindi sono in regola e nessuno può venire a dirmi nulla. Ho rispettato tutte le regole e gli obblighi e mi sono sacrificato per proteggere me stesso e per proteggere il prossimo. Chi non lo ha fatto non merita nulla, men che meno essere ascoltato. E se schiatta se l’è cercata. Da una parte. Non ho rispettato regole assurde e inutili, ho rifiutato imposizioni sanitarie probabilmente pericolose, per proteggere me stesso e il prossimo. Mi sono sacrificato. Chi non ha fatto come me non merita nulla, men che meno essere ascoltato. E se schiatta se l’è cercata. Dall’altra parte.

Poi, ovviamente e per fortuna di tutti quanti, ci sono virtuose eccezioni.

È dell’animo umano l’essere individualista, competitivo e poco incline al dialogo e al mettersi in discussione, nulla di nuovo, ma quello che si percepisce è che sotteso a queste caratteristiche ci sia un sentimento di paura. Non quella comprensibile paura della morte cui si possono ricondurre grosso modo tutte le paure esistenziali, la non accettazione del proprio tempo a termine dovuto a un distacco culturale dallo stato di natura, ma una paura risultato di tante piccole paure mi vien da dire banali, mediocri. La paura di distinguersi, di non sentirsi omologato, di doversi spiegare, di non poter partecipare a riti collettivi rassicuranti, di doversi impegnare a comprendere cose nuove. Dunque schieramenti. Dimenticando che la ragione non sta mai da una sola parte.

Quindi, dopo aver aggiornato l’elenco delle proprie frequentazioni tirando la riga nera su alcuni nomi e inserendone di nuovi, si torna al cinema, si torna a organizzare cene, si riprende l’abitudine dell’aperitivo. Ma non è più andare al cinema come prima, non sono più le cene di una volta. Non si va più a fare con entusiasmo la spesa per dedicarsi con amore ai fornelli in attesa degli amici. Sa tutto di posticcio. Si fa perché rassicura sul fatto di essere ritornati al mondo come lo si conosceva. Fa piacere ma è un piacere corrotto da una sensazione indefinibile che si preferisce ignorare. Dissimulando il più possibile disagio e dubbi, ci si guarda intorno un po’ spaesati ma velocemente ci si conforta e tranquillizza perché gli altri ci appaiono tranquilli, rilassati, di buon umore.

Ma una confezione di pasta è e non è più una confezione di pasta. Una maniglia è e non è più una maniglia. Un autobus, una panchina, un bacio. Tutto è e non è più come prima. La valutazione del rischio contamina ogni aspetto della nostra vita. Tutta l’energia mentale viene impiegata per cercare di bilanciare il timore del contagio e la tentazione di mantenere le distanze da una parte, e il timore di ritrovarsi esclusi e isolati dall’altra. Prontamente arriva un pensiero a salvarci dall’impasse. Abbiamo tutti sicuramente, almeno noi che siamo qui in questo momento insieme, fatto la cosa giusta, infatti il problema è stato risolto. Stiamo bene e siamo di nuovo qua a divertirci liberi e di buon umore. Lo sforzo per abbandonarsi a tale certezza è però, a livello inconscio, comunque tale da non lasciare più energie per valutare tutto il resto che ci circonda. Perché non stiamo così bene, non siamo così liberi, e il buon umore è piuttosto raffazzonato.

E allora ci si abbraccia, ci si bacia, ci si rincuora reciprocamente per lo scampato pericolo, ma si tace. Non ci si dice per quale via personale si è tornati all’abbraccio e al contatto e, soprattutto, non si vuole sapere per quale via c’è tornato il prossimo di fronte a noi. Si preferisce restare in una personale bolla mentale in cui si ripete e rimbomba la certezza che la via sia stata la medesima. Guai a scoprire che non è stato così. Quindi si raccontano episodi, accadimenti, malattie, lutti, tutto senza entrare nel merito del cosa è accaduto, del cosa sta ancora accadendo. L’importante è essere sopravvissuti e continuare a sopravvivere. A vivere abbiamo rinunciato.

Settembre 2022

mercoledì 26 febbraio 2020

CORONAVIRUS 2 Imperia

Imperia 24 febbraio 2020 ore 2.45

Un mio amico e suo figlio di due anni stanno dormendo di là. Sono circa le due di notte. Il silenzio, normale nel quartiere in cui vivo, questa notte suona irreale. Prelude a quello diurno che si sta vivendo in molti centri urbani nel mondo a causa delle misure restrittive adottate contro la diffusione del Coronavirus e che, probabilmente, da domani almeno in parte inizieremo a vivere anche qui a Imperia.

Ieri mattina ho provato l'inquietante stato d'animo di sentirmi una delle poche persone a sapere, da fonte ospedaliera fidata, dell'esistenza di casi di contagio in zona in anticipo rispetto alla divulgazione dell'ordinanza regionale, contenente le misure di tutela, da ormai diverse ore di dominio pubblico. Al supermercato verso le tredici per acquistare un paio di cose al banco del fresco osservavo le persone accanto a me ancora ignare di quanto a me noto. Mi sono chiesta che fare. Passare parola al prossimo? A che pro? Per buttare benzina sul fuoco? Adottare le normali cautele igieniche dovrebbe essere prassi comune in una situazione di prevenzione. Inutile creare ulteriore allarmismo.

Andando verso le casse ho sbirciato sugli scaffali di detersivi e disinfettanti. A parte l'amuchina gel, non mancava nulla. E nulla ho acquistato. Ho poi saputo che nelle ore successive il medesimo supermercato è stato preso d'assalto e presumo che presto anche molti generi alimentari saranno di difficile reperibilità.

Al momento sono preoccupata del fatto che, probabilmente, da domani avrò difficoltà ad assistere la zia anziana di un'amica di Milano, ricoverata per una frattura. Le indicazioni precauzionali impongono di utilizzare mascherine idonee e disinfezione costante a coloro vengano in contatto con persone debilitate che rischierebbero molto da un contagio. Dubito che troverò l'occorrente in farmacia. Non si tratta di tutela personale ma di non diventare vettore di contagio. Per quanto tutta la faccenda possa essere l'esito di un'esasperazione mediatica, sottostimare il rischio è stupido.

Fin qui la cronaca delle ultime ore. A seguire le considerazioni che avevo iniziato a scrivere ieri all'alba.

A parte tutte le considerazioni sulle migliaia di morti per malattie curabili nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo, sulle cifre di coloro che ogni anno muoiono per la “normale” influenza, sull'attenzione mediatica breve per i recenti casi di meningite in Toscana, e via discorrendo, vorrei concentrarmi sul fatto che forse l'idea che microrganismi la cui vita, per noi infinitesimale e quindi non computabile nei calcoli che facciamo per le nostre quotidiane scelte, possa penetrare in noi conducendoci alla morte, sia una benedizione. Che l'auspicato e auspicabile cambiamento di molte delle nostre abitudini giunga repentino, e perciò maggiormente sgradito, potrebbe rivelarsi una buona cosa. Rallentare un po' insomma. Abbandonare l'attitudine allo spostamento frenetico. Ne verrebbe fuori anche una mano all'ambiente.

Poi, se vogliamo metterci lì e considerare la situazione veramente grave come la propinano, allora, in termini di procedure d'arginamento del contagio, o si fa sul serio o non si fa niente. Parlando dell'Italia, che si decida di chiudere per una settimana, scuole, cinema, musei, in pratica i luoghi con alta concentrazione di persone, ma non si considerino negozi, bar, uffici, mezzi di trasporto, ecc. sottrarre credibilità alle indicazioni date dalle istituzioni preposte alla gestione dell'emergenza. O si fa profilassi a 360 gradi o non si fa. E si fa uguale in tutto il Paese, non a seconda delle amministrazioni regionali. Così si rischia di danneggiare alcune zone e alcuni settori senza la contropartita di un'efficace controllo del contagio. E poi che senso ha il coprifuoco dalle diciotto ma prima niente? Colazione al bar sì e aperitivo no? E tutti questi guanti e mascherine che dovremmo usare per giustamente non propagare un morbo che resta asintomatico a lungo, una volta usati in giro, che facciamo? Li infiliamo in borsa? Li gettiamo nel primo cestino che incontriamo? Ce li portiamo a casa? Ci vorrebbero raccoglitori di rifiuti speciali in ogni dove e azioni di disinfezione come fanno in Giappone, altrimenti sembra una buffonata. Insomma, o c'è un pericolo serio o non c'è. E gli abiti che indossiamo? L'elenco delle insensatezze sarebbe lungo, quindi mi fermo qui.

Bisognerebbe poi bloccare le merci, se è vero che gli oggetti sono veicoli di trasmissione, ma sarebbe un provvedimento che farebbe collassare il sistema pur per un periodo limitato nel tempo, perciò non si fa. Anche se grande distribuzione, aziende farmaceutiche e affini, un bell'incremento di fatturato al momento ce l'hanno, bloccando le vie di approvvigionamento, alla lunga sarebbe pesante per l'economia. Se aggiungiamo che le direttive sono diverse da Paese a Paese (sarebbe stata una gran prova di coesione per l'Europa*), otteniamo il risultato di un'approssimazione generale. Inoltre i kit diagnostici sono stati approntati in fretta e furia e hanno ovviamente un margine di falsi positivi da considerare. E in ogni caso andrebbero usati dappertutto su larga scala, altrimenti chiaro che vengono fuori luoghi senza infettati e altri dove il risultato è da quarantena nazionale. Insomma il quadro generale dice che o il rischio non è quale stanno dicendo o siamo degli inetti. Potrebbero essere entrambe le cose ma questo è un altro discorso.

Un'altra doverosa riflessione va al fenomeno degli untori, non quelli da caccia all'untore ma i sedicenti untori, quelli che intendono farsi vettori del contagio e propagarlo. Vero o falso sia il pericolo di una pandemia, ovunque si sentono persone dichiarare, per motivi diversi, l'intenzione a fare l'opposto di quanto consigliato. Per scaramanzia, per baldanza, per fatalismo, per rabbia, per stanchezza e sfiducia, per imbecillità. Le derive psicologiche sono altrettanto deleterie che quelle sanitarie. Così come lo sono le derive socio politiche. Pensando ad esempio al fatto che centinaia di migliaia di cinesi sono impiegati in Africa, che decine di migliaia di africani studiano in Cina, e che migliaia di voli all'anno collegano i due Paesi, considerando l'inadeguatezza del sistema sanitario africano in proporzione all'estensione e alla conformazione del territorio, all'assenza di kit per la diagnosi (efficaci o meno che siano), se dovessero aumentare i contagi dalle nostre parti, non mi stupirei di vedere schierare la Marina militare a presidiare il Mare nostrum e impedire qualsiasi accesso alla penisola. Dati gli scenari pregresso e attuale, tutto diventa possibile. Intanto però quelli a essere discriminati siamo noi. Una bella lezione.

Ora, mettendo tutto quanto detto sinora da una parte, credo che a mancarci, più che un vaccino, sia principalmente la cultura della morte. Il memento mori, il ricordati che devi morire, che appartiene solo più alle culture fortemente legate alle tradizioni e alla terra. È necessario ricostruirla questa cultura. A nessuno piace l'idea di terminare il proprio passaggio in questa vita o di perdere persone care ma la ricostruzione di una coscienza collettiva della finitudine umana è doverosa. Al pari degli altri animali, dei vegetali, di ogni forma di vita, dobbiamo morire per permettere alla vita di rinnovarsi. Non possiamo essere immortali e, considerata la nostra impronta ecologica, nemmeno troppo longevi, con buona pace di postumanisti e di tutti i ricconi ibernati. È fisica. Termodinamica. Non c'è alternativa. Funziona così. Ed è una meraviglia.

Oggi però in città lo sconforto ha preso il sopravvento. Come previsto nelle farmacie non ci sono più mascherine né disinfettanti. Fuori dalla ferramenta del centro una coda bella lunga. Entro perché ho bisogno di mascherine per recarmi in casa di cura. Non trovando quelle chirurgiche che servono per proteggere il prossimo, prenderò quelle da cantiere, con il filtro antipolvere. Mi scoccia un po' perché sembrerò una di quelle persone che vuole quelle con il filtro per proteggere se stessa più che gli altri. Tanto non servono. Un placebo. Vaglielo a spiegare. Vabbe'. Infatti la signora prima di me ne compra un centinaio, per sicurezza, dice, non si sa mai. Paga con la carta. Ci lascia una fortuna. Mascherine esaurite. Quelli dietro brontolano. Il negoziante però tira fuori dal cilindro quelle “buone” che proteggono sia chi le indossa che il prossimo. Le M3. Vanno a nove l'una. Con l'alcol al 99% se le disinfetti le puoi utilizzare quattro, cinque volte. Peccato che le buone siano le FP3 ed M3 sia la marca ma, si sa, la confusione regna. Essendo costretta mi rassegno al salasso e ne compro quattro contando che la disinfezione con alcol serva a qualcosa, visto che in clinica ci devo andare ogni giorno.

Quando entro nella stanza della zia della mia amica, questa mi guarda interrogativa e mi domanda se sta succedendo qualcosa di strano. Le rispondo: nulla di strano, solo il genere umano che sta impazzendo. Per fortuna sto solo bofonchiando dentro la maschera e lei non sente. Le faccio cenno di aspettare. Nel corridoio tiro giù la maschera, stavo soffocando lì dentro, e agguanto gentilmente un'infermiera pregandola di procurarmi qualche mascherina normale. Rientro dalla zia. Le dico che ho un po' di tosse e non vorrei contagiarla. Poi apro la finestra, ché negli ospedali da decenni ormai si sono dimenticati che il cambio dell'aria è prassi fondamentale, e mi siedo accanto al letto. Mi lavi un po', per favore, anche la dentiera, ché qui fan finta di niente? Mi chiede. Certo, rispondo. Non ho la tosse, né altro. Abbasso la mascherina, le prendo le mani tra le mie. Sorridiamo. E questo è quanto.

Rientrando a casa osservo l'andirivieni per le strade. Apparentemente tutto normale. Bene. A parte i carrelli della spesa stracarichi, non siamo ancora a livello di psicosi di massa.

Ho interrotto di scrivere perché mi hanno chiamato dalla clinica dicendo che non sarà più possibile fare visite ai degenti. Sono tornata comunque e all'ingresso mi hanno fatto compilare un questionario con i miei dati e la domanda se fossi stata in Cina di recente (!), poi ho parlato con il medico di turno per conoscere i tempi e i dettagli del provvedimento. Dopodiché l'ho pregato di far avere alla zia della mia amica una confezione di grissini, una rivista, una camicia da notte. Ha preso tutto e l'ha consegnato a destinazione. Qualcosa mi sfugge. Perché i grissini sono potuti entrare in reparto e io no? Se vi avessi starnutito sopra poco prima? Tutto molto approssimativo. Se veramente la situazione dovesse rivelarsi seria non ci sarebbero speranze di sfangarla.

Intanto ho deciso di restituire in ferramenta le inutili e costose mascherine, visto che per ora non posso andare in clinica e comunque ne ho recuperate un paio chirurgiche monouso. Qualcuno mi suggerisce di rivenderle a quindici. La tentazione di speculare sull'ignoranza c'è, visto che si tratta di un'ignoranza che trasuda egoismo, non quella bella e sana del so di non sapere, ma è tutta la vita che lotto contro chi lo fa, per cui le regalo.

*p.s.2023 La coesione dell’Europa meglio lasciarla perdere visto come si manifesta: una politica che in ogni decisione dimostra l’esatto opposto di quella che dovrebbe essere l’attenzione e la cura dei propri cittadini.

Cittadini che nei fatti vengono considerati alla stregua di sudditi. .


mercoledì 24 maggio 2017

VACCINI E MIGRANTI

Premesso che, in linea generale e consapevole che non esista nulla che non comporti una percentuale di rischio, sono a favore dei vaccini, non posso fare a meno di esprimere un senso di fastidio provato alla notizia del recente decreto legge in materia di obbligo vaccinale per l’accesso a scuola.




In prima battuta, ascoltando di prima mattina alla radio i termini della faccenda elencati uno dietro l’altro, mi è subito venuto in mente quanto ben descritto nel libro Ausmerzen di Marco Paolini. Mi spaventa la facilità con cui si delega e ci si affida alle autorità costituite, contribuendo, immersi nel proprio individualismo, a cambiamenti sociali epocali senza essere consapevoli del significato delle proprie azioni. Con un’estraneità tale che diventa stupore quando poi ci si ritrova ad aver a che fare con un cambiamento avvenuto senza essersi resi conto di nulla mentre avveniva. Nello specifico del testo di Marco Paolini si racconta come sia stato possibile arrivare all'internamento in strutture mediche e religiose, e alla soppressione di migliaia di bambini portatori di handicap o patologie non in linea con i dettami dell’eugenetica, grazie alla connivenza con il regime, inizialmente inconsapevole, da parte dei medici di base e delle famiglie che di questi medici si fidavano. Diciamo che un brivido mi ha percorso la schiena. Per l’acquiescenza acritica prima ancora che per le possibili problematiche di salute legate alla messa in atto del provvedimento.

Secondo punto della questione. Nei giorni seguenti ho parlato con alcune madri non ancora al corrente della novità. Una reazione comune è stata la seguente: “Eh, però non è che si può andare avanti così, con questo buonismo senza limiti. Se permetti, mi girano i coglioni a dover perdere tempo per vaccinare mio figlio per colpa di questi delle barche che ci portano malattie che noi avevamo debellato!”

Il brivido lungo la schiena è diventato gelo nel cuore.

A parte tutte le doverose considerazioni, che qui tralascio, su un problema complesso quale quello di malattie, vaccini, leggi nazionali, obiezione di coscienza e tutto il resto, è agghiacciante la totale mancanza di empatia da parte di donne madri nei confronti di altre madri, migliaia, che arrivano a mettere a repentaglio la vita dei propri figli affrontando un’odissea di orrori. Illuse, persuase, imbrogliate, questo è un altro discorso. Non si tratta in ogni caso di una scelta, perché nessuno, nessuna madre, sceglierebbe volontariamente una simile strada, a meno di essere folle.


A beneficio di queste madri nostrane ecco il resoconto di una testimonianza raccolta da me personalmente.

Il suo nome è Mesa (se si scriva così, non so). Ha trentun anni. Un anno fa è arrivata in Libia dall'Eritrea con a seguito una figlia di circa dieci anni e un altro figlio in grembo al settimo mese. Il marito morto durante il viaggio. È stata fermata e condotta in un centro di detenzione dove è stata separata dalla figlia che non ha più rivisto. È rimasta al centro due mesi durante i quali è stata più volte brutalizzata (si vedono ancora i segni e dubito andranno mai via), ha visto morire altri prigionieri e, quando ha partorito, le hanno sottratto il figlio, dopodiché l’hanno venduta come schiava (il termine l’ho scelto io per riassumere mansioni e condizioni che Mesa mi ha elencato). Infine è stata salvata da un medico venuto a visitare un componente della famiglia che l’aveva comprata. Mosso a compassione dal pietoso stato in cui era ridotta, ha fatto in modo di portarla via e farla giungere in Italia presso amici che l’hanno accolta nel proprio nucleo famigliare.

Storie così sono la norma.


Tornando ai vaccini, a un giro di vite saremmo stati costretti comunque visto che una delle cause principali della recrudescenza di malattie non debellate ma ormai praticamente sotto controllo è dovuta all'aumento dei non vaccinati nei Paesi sviluppati. Tale tendenza ha determinato infatti l’abbassamento della copertura fino a livelli che non permettono più l’immunità di gregge. Fermo restando il mio disaccordo sulla modalità ‘cocktail’ per far prima. Modalità le cui conseguenze sfido qualsiasi medico a dimostrare non rischiose. E, ovviamente, mi riferisco a vaccini in senso stretto e non a farmaci definiti tali.


2017


p.s. 2021 E chi l’avrebbe mai immaginato quello che stiamo vivendo?




lunedì 19 ottobre 2015

#VACCINI

#VACCINI


La proposta di rendere obbligatoria la vaccinazione per accedere a scuola e multare, si è parlato anche di radiare i medici contrari a tale profilassi, ha scatenato un acceso dibattito. Tra sostenitori accaniti e denigratori che temono il super controllo delle multinazionali farmaceutiche, c’è come sempre una via di mezzo. Il problema degli interessi economici è reale e serio, e deve acuire il nostro senso critico e la conseguente pretesa di trasparenza. Altrettanto grave è la vetustà di alcune sperimentazioni di sicurezza pre-immissione sul mercato. Resta indiscutibile il fatto che come metodologia preventiva la vaccinazione, la scoperta della vaccinazione, è stata una delle più grandi conquiste in campo medico.

Personalmente sono a favore dei vaccini ma ritengo molto grave che non ci siano studi ufficiali indipendenti sui danni collaterali, per stabilire caso per caso se ci sono e quali sono. Non stiamo parlando di farmaci che si utilizzano in presenza di patologie (esiste la vaccinazione terapeutica ma non è di quella che si sta parlando), ma di sostanze che si somministrano a bambini sani.

Ci vorrebbero sia l’obbligatorietà di una visita clinica presso le ASL prima della pratica vaccinale per verificare lo stato di salute, anche pregresso, del bambino, sia quella della prescrizione medica vaccinale. Inoltre bisognerebbe imporre alle famiglie di appuntare su appositi registri gli effetti delle vaccinazioni sui bambini nei giorni successivi alle iniezioni, segnalandole alle autorità sanitarie competenti.

Quanto alla posizione dei singoli medici, essa va rispettata quale espressione di libertà personale anche se, nel caso specifico, l’eliminazione di una malattia si ha quando la copertura raggiunge il 100% di una popolazione. E qui la libertà personale va a scontrarsi con l’eventuale danno sociale che potrebbe procurare.

Una difficile scelta etica senza nemmeno il supporto di una certezza scientifica. So che non ne esistono di certezze scientifiche e che ciò che oggi sembra il meglio domani potrebbe rivelarsi, se non sbagliato, di molto migliorabile ma se almeno vedessimo una reale volontà di finanziare, anziché il marketing, studi approfonditi sulla relazione vaccino/patologia, relazione da molti denunciata come ingente e sottostimata e, comunque, presente nella letteratura di settore, forse potremmo compiere una scelta con maggiore serenità.


Lettura consigliata: “Il meraviglioso innesto” ed. Laterza 1985



ottobre 2015

venerdì 9 ottobre 2015

GROUND ZERO

Ho letto che tra coloro che sono intervenuti per i soccorsi e lo sgombero delle macerie, abbiamo raggiunto  i 2500 malati circa di forme tumorali dovute alle tossine presenti nel sito di Ground Zero.

Quali tossine? Presenti dove?