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martedì 15 settembre 2020

PERMESSO DI USCITA


SONO ONORATA E GRATA DI AVER RICEVUTO PER QUESTO ARTICOLO UN RICONOSCIMENTO PRESTIGIOSO: IL TERZO PREMIO NELLA SEZIONE GIORNALISMO E CRITICA DEL CONCORSO MARIO SOLDATI 2020 INDETTO DAL CENTRO STUDI E RICERCHE "MARIO PANNUNZIO" DI TORINO


Mi è stato proposto di scrivere un pezzo sulla fine del confinamento cui siamo stati costretti per arginare il contagio, sulle prime impressioni provate a rientrare nel mondo. Sul tanto atteso permesso di uscita.

Le prime frasi che ho scritto si sono tradotte in una lunga serie di domande.

Permesso di uscire. Uscire da dove? Uscire verso dove? Uscire perché?

Uscire dalla propria abitazione come se si trattasse di una prigione e non del luogo deputato al calore domestico, al raccoglimento famigliare, alla pace e al riposo. Quanta ansia, quanto dolore, quanta violenza si annidano tra le pareti di casa? Quanti silenzi e incomprensioni? Quante attese deluse e piccole quotidiane meticolose vendette? Dover riconoscere la consistenza ponderale delle proprie scelte sbagliate, dei compromessi per interesse o per timore dell'ignoto, del non aver saputo chiedere aiuto per tempo ed essere rimasti intrappolati in relazioni distruttive. O, più banalmente, scoprire di aver riempito gli spazi di cose e null'altro. Non tollerare il silenzio, lo stare con i propri pensieri, non conoscere i benefici dell'otium e aggrapparsi alla rete, ovviamente superveloce, come unica scialuppa disponibile per non sentirsi trascinare a fondo dall'angoscia dell'esistere. Un'umanità che riesce a sopravvivere solo nella bagarre del movimento continuo, dello spostamento, del rumore bianco di un vociare promiscuo e confuso, solo nell'avere un'ininterrotta serie di impegni, appuntamenti, incontri, cui tenere dietro a ritmo serrato.

E uscire perché? Per andare dove? Per vedere cosa?

A me è mancato il poter approfittare di un mondo vuoto. Respirare lungo la costa l'aria intrisa di salsedine e l'odore di sottobosco in questa regione che intreccia il mare ai monti. È mancato camminare per le strade deserte, osservare la città vuota, ascoltare i rumori del silenzio. Non avevo alcuna voglia di tornare al mondo di prima.

Fermarsi, al di là dell'aspetto tragico di una pandemia che ha annientato e annienterà soprattutto i più deboli in senso lato, al di là di ogni deriva sociale ed economica, di cui per ovvie ragioni rifiutiamo di vedere la portata travolgente, è stato come riprendere a respirare dopo una lunga apnea.

Ci hanno detto e ci siamo illusi che il dopo sarebbe stato meglio del prima, che noi stessi saremmo stati persone migliori. Che quanto accaduto, alla stregua di un'illuminazione ci avrebbe condotti in una nuova fase umana. Maggior consapevolezza, lungimiranza, rispetto. La commozione che ha caratterizzato alcuni momenti del confinamento e ci ha fatto sentire inaspettatamente vicini al prossimo, le lunghe liste di buoni propositi, tutto si è incenerito nel momento preciso in cui abbiamo aperto la porta di casa. Nello stesso modo in cui il coronavirus è entrato nei nostri corpi, ha amplificato patologie esistenti, ne ha scatenate di nuove, è entrato negli Stati e nella società amplificandone infermità e patologie strutturali. Ha amplificato ingiustizie, settarismo, razzismo, ha evidenziato inettitudini e disorganizzazione, ha rinvigorito prevaricazioni e frodi, e ha determinato quindi, e soprattutto, disuguaglianza. Ha anche amplificato le nostre paure compromettendo le relazioni umane in una misura che pensavamo impossibile. Ha corrotto gli slanci, ha alimentato malversazioni e abusi. Ha nutrito la falsa certezza che, alla fine, visto che per ora siamo sopravvissuti, quello che conta è andare avanti a pagare le rate.

Tutti ovunque ormai concentrati sul tempo da recuperare. Come se ci fosse del senso in tale affermazione. Come se il tempo fosse fatto di una materia plasmabile a nostro piacimento. L'imperativo categorico del rimettersi in pari. Neanche abbiamo raggiunto la pubblica via che già la logica di quel poco che avevamo, se non capito, almeno intuito è stata capovolta, spazzata via. Quei valori improvvisamente sacri nel momento della paura sono divenuti in un batter di ciglia debolezze. Uno sbandamento dell'anima impaurita, qualcosa di cui non necessariamente vergognarsi ma da mettere velocemente da parte per non essere rallentati da dubbi o remore nella corsa collettiva verso un benessere, quale che sia per ognuno di noi, da riconquistare.

Nei cantieri la parola d'ordine è stata accelerare e le morti bianche sono raddoppiate in un fiat. Gli sversamenti illegali di sostanze inquinanti da smaltire sono aumentati per abbattere i costi di produzione e recuperare le entrate perse durante il confinamento. In gran parte della produzione intensiva zooagricola si sono accantonate le poche minime norme di buona condotta ottenute in anni di lotte per immettere sul mercato prodotti a costi sempre più bassi e andare incontro all'acquirente medio cui, più che mai ora, preme il borsellino e se gli parli di costi indiretti ed esternalizzazioni ti guarda con le palle degli occhi fuori dalle orbite come se gli si stesse parlando in marziano. Le condizioni dei lavoratori di quasi tutte le categorie, e particolarmente nelle filiere produttive, sono peggiorate. Le aziende sanitarie, proprio in quanto aziende e non più unità sanitarie, hanno messo e mettono allo stremo il personale addetto alla salute pubblica, personale precedentemente ridotto nelle varie operazioni di ristrutturazione aziendale. Vagonate di lavoratori che accettano di essere sfruttati di fronte all'evidente e dilagante fame di lavoro. È peggio di prima, non meglio. Quel poco che finalmente iniziavamo a capire, quel barlume di coscienza che stava animando le nostre anime letargiche, quel sussulto di consapevolezza di abitare una palla di terra dalla superficie finita, quel rigurgito di humanitas che per un attimo ci ha fatto sentire responsabili nei confronti delle generazioni future, niente, tutto svanito, rimandato a data da definirsi, come nel migliore dei summit sul clima. Sono altre le priorità ed è ora che tutti se lo mettano bene in testa. Al bando i sentimentalismi da fricchettoni, da gente che non ha il senso della realtà. Dobbiamo rimettere il pianeta in piedi, far ripartire l'economia a qualsiasi costo altrimenti... Altrimenti cosa? Spiegatemelo per bene, per favore.

La necessità indiscutibile di una rapida ripresa delle attività produttive dopo il lockdown vista come la grande occasione per sbarazzarsi dei pochi controlli e delle deboli norme ambientali e sanitarie esistenti. La tutela sanitaria degli individui appaltata dogmaticamente a società farmaceutiche. Il governo della società ridotto a mantenimento dell'ordine pubblico. Lo stato sociale demandato all'iniziativa e alla buona volontà dei singoli.

Quindi uscire perché?

Fiumi di insolenti carrette intasano nuovamente le strade, guanti e mascherine svolazzano ai bordi dei marciapiedi, prima di divenire, calpestate, appesantite dalla pioggia e dallo smog, grumi di materia indissolubile, ennesimo rifiuto alla cui vista assuefarsi. Negli asili i nostri figli vengono sepolti da bicchieri in plastica monouso* in barba alle buone intenzioni di appena un anno fa. Ovunque l’usa e getta si prende la rivincita sul buon senso.

Forse l'ambiente in cui viviamo è vero che ci determina ma noi, a nostra volta, lo determiniamo. Forse, mi viene da pensare, il degrado che ci circonda ha radici remote dentro di noi e da lì si propaga contagiando tutto per poi tornarci addosso e affossare definitivamente il nostro animo così che esso non possa dare altro che un ulteriore impulso verso il peggio in una spirale perversa verso il basso.

Uscire quindi per incrociare vacanzieri feroci che affermano la propria libertà riconquistata disseminando bottiglie, sacchetti, mozziconi di sigarette, come se appunto non ci fosse un domani? Bagnanti che insozzano le coste e strappano alle scogliere qualsiasi forma di vita ancora le abiti? Adolescenti che dalle finestre lanciano lattine sui tetti antistanti in un tiro a segno contro gabbiani e piccioni? Ragazzine che si vantano di avere accerchiato una loro coetanea araba e averla linciata, perché la malattia doveva tenersela al suo Paese?

Gente che infetta l'ambiente delle proprie ferie con tale noncuranza da chiedersi come viva a casa propria o se, a tal punto alienata, da trovar beneficio interiore nell'insozzare ciò che non può possedere, che non può avere se non in un'unica e stremante settimana di ferie. Lo ammetto: non accetto più l'inutilità e la nocività di taluni esseri umani. Alle volte allo sconforto si alterna un giudizio inappellabile di condanna. Un'assoluta assenza di tolleranza.

Uscire poi per constatare l'inutilità dell'agire dei giusti? La sofferenza intollerabile di creature innocenti? Per essere spettatore impotente di ingiustizie terribili e crimini feroci? Per assistere allo stupro metodico della bellezza? All'offesa sistematica della vita?

Per ammirare il deambulare di corpi la cui vacuità è esito indotto e necessario alla sopravvivenza in una società ribaltata in nome dell'interesse di alcuni? Per constatare l'irreversibile intorpidimento di individui iperconnessi ma di fatto svincolati, esenti, illesi, immuni a disastri e dolori, nella vana pretesa di non contaminarsi, di non essere raggiunti dai mali che toccano gli altri? Individui per i quali vige l'equivoco della morte anonima, quella per cui si muore a migliaia ma è come se nessuno morisse. Una società chiusa, ripiegata su se stessa, composta da schiere di solitudini chiassose.

Noi, i primi a dover imparare daccapo a credere nella morte senza riuscirci. Ad aver rimosso il senso della ciclicità della vita. E, soprattutto, i primi a dover prendere sul serio in considerazione il fatto di essere forse inesorabilmente gli ultimi. E cosa facciamo? Usciamo nel mondo che ci è stato brevemente precluso e ricominciamo daccapo a usarlo come una cloaca a cielo aperto in cui riversare i nostri rifiuti domestici e mentali.

Ci comportiamo come se il futuro fosse un posto vuoto. E cos'è un posto vuoto se non un luogo in cui non vive nessuno e che si può quindi utilizzare come discarica?

Ma qual è il problema? Forse semplicemente viviamo in un tempo inabitabile. I minuti incombono e dileguano. In un mondo lanciato ad alta velocità su un tapis roulant che man mano aumenta la pendenza, il baratro alle spalle. Un mondo capovolto in cui ben poco avviene secondo logica ed etica, in cui l'empatia è debolezza da essere derisa, debolezza che lascia sfiancati coloro che la provano, a molti dei quali resta soltanto il pensiero del ramo d'un albero e di un nodo scorsoio come ultima ratio per non soccombere all'assurdo che circonda. Siamo dunque solo più questo? Esseri inetti del tutto incapaci di riprendere in mano le redini del nostro destino di Uomini?

Ma come fare? La vecchia sindrome di Tina (There is not alternative) si propaga più rapidamente del Covid19 e una volta intaccati i tessuti del cuore e del cervello non lascia scampo, non esiste cura. Così come (l'esempio più vicino che mi viene in mente) per le morti dirette e indirette dell'Ilva di Taranto, dove da sempre si vive in una situazione di confinamento e, a seconda della direzione da cui arriva il vento, si serrano le finestre, anche per la sindrome di Tina non esistono tamponi e statistiche. I morti sul campo non si contano perché è come non esistessero. Tutt'al più si potrebbero considerare vittime collaterali. Depressi che non si sono voluti curare nonostante i consigli di medici e conoscenti. Un po' di Xanax, in fondo, non ha mai fatto male a nessuno.

Siamo di fronte a uno, neanche più tanto graduale, smantellamento istituzionale. È in atto uno strisciante e sotterraneo slittamento di sovranità. La popolazione mondiale pare più che altro un ammasso di cavie per i laboratori sperimentali delle aziende, senza nemmeno il tentativo di una reale supervisione da parte di coloro che eleggiamo ad amministrare e tutelare noi e il bene comune. Il contratto sociale viene cambiato e stravolto nella sua essenza mentre ci consoliamo con una buona bevuta. Solitaria o tra pochi intimi, i rassegnati e i cinici, collettiva tutti gli altri.

Ogni Paese del pianeta ha ormai al proprio interno un terzo mondo, come si usava dire un tempo, così come in ogni Paese c’è chi beneficia dei tanti processi di esclusione dei più. Non si vede altro nel panorama davanti ai nostri occhi. Siamo all'assurdo che i migliori servitori dello Stato, coloro che credono nella responsabilità del compito assegnatogli, sono trattati come i peggiori, perché tanto meglio governano, tanto più s'impegnano e restano al potere, tanto più sono pericolosi. Infatti dai tempi di Falcone e Borsellino, di tal tempra se n'è visti pochi e poi non se n'è visti più, almeno qui da noi. Alcune anime oneste si aggirano, certo, ma del tutto prive di mezzi e tenute all'angolo. Quando non, in giro per il pianeta, destinate a prigioni, torture, rapimenti, a vani scioperi della fame. Nella migliore delle ipotesi a una breve e inutile eco mediatica.

Il governo dei peggiori. Kakistocrazia si chiama. Questo paga.

Una società in cui l'alternanza politica nei governi avviene se non disturba. Biden potrà anche vincere perché non intende cambiare nulla, e chi, invece, magari ha buone intenzioni, arrivato a un certo livello, sarà costretto a rimangiarsele. Le proteste, come quelle recenti a Hong-Kong o contro Lukashenko in Bielorussia, per quanto intense siano, sono tutte già sul nascere in odore di fallimento. Manifestare, protestare, arrabbiarsi, sperare. Inutile. Superato il punto di non ritorno. Perché le rivoluzioni non si attuano in virtù della loro moralità e legittimità. A essere determinanti sono i rapporti di forza su cui fa affidamento il potere per agevolarle o affossarle. Triste ma è l'evidenza degli esiti a confermarlo.

Viviamo in una società nella quale, senza voler scendere nell'abominio della compravendita di bambini da “ricreazione” e altri infami mercimonii e obbrobriose mercature, esiste un mercato in cui è possibile “comprare” il nome di una via in cui non si vive e un contratto di lavoro fasullo per poter essere riconosciuti come persone. Nella quale per compensare la compressione del tempo cui siamo costretti ci vengono offerte gratificazioni immediate, anch'esse, come elettrodomestici, a obsolescenza programmata. Nella quale novelli sofisti, maestri di retorica, manipolatori di significati, curvi e senza posa come galeotti ai remi, stuprano le parole, le schiantano, le trasformano, ed elaborano nuovi linguaggi per far apparire validi ragionamenti che non lo sono, buoni discorsi pessimi, e concedere spazio allo zoccolo duro dell'analfabetismo becero. Una società nella quale espelliamo con noncuranza criminale segmenti di biosfera dallo spazio vitale lasciando alle nostre spalle residui di terra morta e acque morte. Né possiamo più recuperarle. In cui nulla è più facile che screditare esperti onesti precipitandoli nel calderone ribollente dei complottisti. In cui le disuguaglianze sono condizione sine qua non del capitalismo globale mentre non lo è un'auspicabile cooperazione transnazionale di cui infatti non si vede traccia. Perché tra nazionalismi, balcanizzazioni, e aperture, tra coloro a favore del protezionismo e coloro che vogliono economie aperte in realtà non vi sono differenze. Perché malauguratamente i secondi non credono veramente all'internazionalismo ma cercano semplicemente di ottenere accordi più vantaggiosi o mercati che favoriscano vendite più facili.

Una società in cui la politica muore perché è diventata un gioco senza ragione e senza conoscenza, perché, incapacità e corruzione a parte, non è più sufficiente avere una coscienza di classe o sperare in un elettorato cosciente, ed è stupido rivaleggiare con differenti programmi di partito però tutti a breve e medio termine che non dicono granché e, alla resa dei conti, non portano a nulla. Una politica che abdica al proprio ruolo e delega ad agenzie per la sicurezza, a polizie statali e private, a forze militari, il controllo del territorio, perché consapevole che la situazione non potrà che peggiorare e perciò degenerare. Serve una coscienza di specie, come, tra molti altri, diceva già Maria Montessori, di cui a breve ricorrerà il 150esimo anniversario della nascita.

Continuo a pensare che dovremmo avere una visione cosmica della vita. Dovremmo riuscire, noi che ci vantiamo di essere superiori a ogni altro essere animale, a scorgere quella particella invisibile all'interno della quale, cominciata l'esplorazione, ci si accorge che non esistono confini di sorta e che si apre uno spazio infinito che porta oltre i limiti di ogni realtà visibile e verso una verità perlomeno intuibile. Dovremmo ambire a quella capacità di raggiungere la conoscenza di una realtà oggettiva proiettandoci mentalmente verso la realtà cosmica dell'esistenza umana. Come esseri sensibili quali siamo avremmo il dovere di interrogarci sulle nostre “origini” e difendere quella spiritualità che consente di rispettare ogni individuo vivente ed è portatrice del bene comune. Ma quanto siamo lontani da tale apertura mentale?

È vero che il nostro agire singolarmente non ha la forza di determinare un cambio di direzione, e comprendo la frustrazione di chi tenta di fare del bene e constata l'incremento del male su scala planetaria, ma non possiamo comunque chiamarci fuori e rinunciare all'esercizio della nostra responsabilità individuale. La frantumazione delle responsabilità, le difficoltà, l'assenza di risultati non possono essere un alibi. Tanto meno il cascare dal pero a ogni piè sospinto. Nell'anno del Signore 2020 l'ignorare lo stato delle cose non è accettabile, non è giustificabile, non è perdonabile. Altresì vero che vi sono dei “nemici” reali, potenti, in alcuni casi noti, che si spanciano di grasse e laide risate di fronte ai ridicoli tentativi di chi vorrebbe un mondo retto da onestà, equità, lungimiranza. Il gridar loro in faccia con rabbia, il chiedere conto e spiegazioni, il pretendere messe in stato d'accusa laddove necessario, non fa che accrescere la loro ilarità. Perché il meglio dell'esistenza umana è già finito, la guerra è già persa.

Come credere ancora?

Invocare un'etica socratica che regoli il pensiero e l'agire.

Far sì che ciascuno di noi viva, si comporti e consumi in modo che le sue scelte possano valere ed essere praticate da tutti i miliardi di donne e uomini che abitano il pianeta.

Stilare un piano di battaglia, pensando a una pianificazione gestionale del pianeta, con buona pace di chi, per pigrizia intellettuale, alla parola piano evoca spettri di dittature sinistre.

Stare sempre e comunque dalla parte delle vittime a prescindere dal campo di appartenenza, avere cura di chi è in difficoltà e battersi contro ogni forma di discriminazione.

Ma può una società smettere all'improvviso di fare qualcosa che ha sempre fatto? No, perché ci si accorge delle cose solo quando le si è capite. Ed è proprio contro la nostra capacità di comprendere e capire che da tempo metodicamente si opera una manomissione.

La tragedia è che, oltre a tutto questo, dobbiamo prepararci a una lunga serie di eventi pandemici come quello attuale. Abbiamo attribuito l'origine del virus a riprovevoli abitudini alimentari dei cinesi, ad attività illecite di qualche laboratorio criminale, a un complotto dei signori del male, abbiamo azzardato le più svariate ipotesi ma, se anche una di esse fosse vera oltre che verosimile, l'unica cosa certa è che il virus nasce da noi, dal nostro stile di vita intensivo in ogni sua manifestazione. Agricoltura, allevamenti, metropoli, fabbriche. Probabilmente se durante il confinamento abbiamo patito disturbi del sonno è stato perché una qualche parte dentro ognuno di noi sa di avere, chi più chi meno, la coscienza sporca.

Permesso di uscita.

Forse, dovremmo per prima cosa provare a uscire da noi stessi e tentare di guardarci dal di fuori. Chissà che di fronte alla triste immagine dei nostri corpi piegati a tutto, del nostro sguardo vuoto, del nostro sorriso da centro commerciale, un rigurgito d'orgoglio non ci spinga a spogliarci di queste vesti guaste che indossiamo da troppo tempo e che non ci fanno onore.


Barbara Panelli Imperia 1° settembre 2020


*da due a quattro bicchieri al giorno per bambino, classe di quindici bambini, una media di cinquanta bicchieri/die, uguale un migliaio di bicchieri al mese. In una sola classe.




martedì 3 dicembre 2019

È SCOPPIATA LA TERZA GUERRA MONDIALE

È scoppiata da un pezzo la terza guerra mondiale e in pochi se ne sono accorti. Forse nemmeno quelli che la stanno vivendo sulla propria pelle sono consapevoli dell'ecumenicità del fenomeno. Bisognerà attendere i libri di storia dei nostri nipoti perché il capitolo che narrerà i fatti che stanno accadendo ora porti il titolo: “Il Terzo conflitto mondiale”.

Proteste scoppiano ovunque, senza soluzione di continuità da parecchio tempo a questa parte, e sono destinate a diventare immanenti. È perlomeno plausibile che siano collegate.

Come scrivevo tempo fa, in ogni zona della terra i popoli sono in rivolta. Con dinamiche più o meno drammatiche e in contesti diversi, ovunque, laddove non si cede a preoccupanti sbandamenti nazional populisti, ci si oppone all'autorità costituita. Che siano regimi autoritari, democrazie neoliberiste, istituzioni inefficienti e/o colluse. In sintesi ci si ribella a chi accumula potere e ricchezza a discapito della maggior parte delle persone. Ovunque si invoca il recupero di un vivere degno ed equo e si denunciano diseguaglianze sociali crescenti, esito dell'operare cieco e avido di una casta ormai al di sopra di qualsivoglia controllo.

Che il detonatore di questa rabbia diffusa, prima ancora che rivendicazione di valori di umanità e saggezza, possa dunque essere la crisi economica che da un decennio prosegue con sempre più gravi ricadute sulla società?

Una crisi economica incentivata dall'ostinazione del sistema capitalistico a voler sopravvivere senza trasformarsi. Un'ostinazione aggressiva che sta trascinando il mondo verso l'abisso e capace solo di proporre soluzioni di austerità e riforme strutturali che penalizzano le fasce più deboli.

Un'iperproduzione industriale che aggrava le condizioni ambientali, quindi quelle sociali, quindi quelle politiche. Paesi che oggi in un anno producono quanto è stato prodotto in un secolo. Paesi che ambiscono a fare altrettanto il prima possibile. Paesi che svendono le proprie risorse a sostegno di tale malata iperproduzione in cambio di un'elemosina di sopravvivenza che si traduce in una condizione debitoria perenne. Cittadini dei Paesi sviluppati che ipotecano la vita per possedere il superfluo. Cittadini dei Paesi in via di sviluppo che li invidiano e soverchiano propri concittadini che non hanno di che vivere, in una competizione spasmodica che non lascia intravvedere un lieto fine.

È un fatto che il dominio concesso al mercato e alla finanza abbia creato disparità tali da rendere vano ogni tentativo di ricostituire una protezione sociale universale. Ed è un fatto che abbia determinato e sostenuto condizioni favorevoli a una crescente interdipendenza tra poteri politici e poteri economici operanti ormai a circuito chiuso.

Oggi però vediamo, grazie all'attuale sistema di comunicazione, come la natura della crisi del cosiddetto neoliberismo non sia un'astrazione per addetti ai lavori ma qualcosa di molto concreto, come sia di natura ambientale e sociale, e grave al punto da compromettere la democrazia che, per quanto difettosa, dovrebbe essere ancora la soluzione politica migliore. Ma mai dal potere politico la crisi viene presenta in tali termini; al contrario ci si ostina a proporre una visione frammentaria della situazione, proprio per rallentare, per soffocare quella presa di coscienza generale che potrebbe offrire lo slancio definitivo nella direzione di un futuro degno di tal nome. La solita faccenda di considerare i problemi a compartimenti stagno, al punto che anche chi strumentalizza tale prospettiva resta convinto sia quella corretta. Ma un denominatore comune c'è ed è sotto agli occhi di chi vuole vedere, quindi perdersi dietro a spiegazioni sul perché in quel tal luogo sia successa quella determinata cosa è sì interessante e doveroso ma pure pleonastico.

Bisogna cambiare le cose. Qual è la parola? Rivoluzione. Una parola grossa, che spaventa. I più timorosi di perdere ciò che hanno paventano per il ribollire sociale e sono pronti a chiamare pericolosi rivoluzionari, addirittura terroristi anche coloro che reclamano giustizia. Secondo me non si tratta di rivoluzione. Forse si tratta solo della seconda fase di un processo iniziato nell'ultimo ventennio del secolo scorso, se pur con radici già profonde. Forse l'opposizione alle derive del pensiero neoliberista non è che la fase successiva necessaria al compimento della transizione verso un mondo realmente globalizzato. Fase che i fautori dello stesso non avevano considerato né preventivato, accecati com'erano, e malauguratamente sono ancora, dal miraggio di un tutto subito e per sempre a qualsiasi costo.

Ma se verrà impedito di portare a termine il perfezionamento di questo sistema globale allora questa guerra non ancora riconosciuta come tale esploderà cruenta con tutta la furia che porta in seno. E, senza soluzione di continuità, di metamorfosi in metamorfosi, ci accompagnerà per sempre.


Dicembre 2019



martedì 12 novembre 2019

LE RADICI DEL CIELO DI ROMAIN GARY

Ho ripreso in mano un libro letto parecchi anni fa.


"...
che non si possono vedere i grandi branchi correre attraverso gli immensi spazi africani senza sentirsi spinti a giurare di fare qualunque cosa pur di perpetuare fra noi la presenza di questa meraviglia della natura la cui visione farà sempre sorridere di gioia ogni uomo degno di questo nome.
...
il tempo dell'orgoglio è finito e dobbiamo guardare con maggiore umiltà e comprensione alle altre specie animali, differenti ma non inferiori.
...
Su questo pianeta l'uomo è ormai arrivato al punto di aver davvero bisogno di tutta l'amicizia che può trovare e, nella sua solitudine, ha bisogno di tutti gli elefanti, di tutti i cani, di tutti gli uccelli.
...
È tempo di rassicurarci sul nostro conto mostrando che siamo capaci di preservare questa libertà monumentale, goffa e magnifica che ancora sopravvive accanto a noi."


da "Le radici del cielo" di Romain Gary - Neri Pozza edizioni - Premio Goncourt* 1956 (!)


Un libro che racconta molto bene l'Africa. Da una prospettiva intima, la realtà socio culturale e politica di un Paese percorso dai processi di affrancamento dal colonialismo. Un libro che racconta bene la natura umana. Da leggere!


* Il premio Goncourt 2019 è stato attribuito a Jean-Paul Dubois con il romanzo "Tous les homme n'habitent pas le monde de la même façon" Ed. L'Olivier

Novembre 2019


martedì 14 maggio 2019

VACANZA LOW COST

Recentemente ho deciso di concedermi una settimana di vacanza ma, essendo al limite dell'incapienza, ho optato per una soluzione a costi ridotti. Ho spento il telefono e mi sono immersa nella lettura di due libri.

Con sempre rinnovato piacere mi sono dedicata alla prosa scarna ma efficace di Simenon ne “Le persiane verdi” e con estrema attenzione al saggio di Otto Bauer (Editori Riuniti) ne “La questione nazionale”.

La seconda lettura, a prescindere dal contenuto su cui a lungo si potrebbe argomentare, mi ha fatto riflettere su quante volte ho espresso opinioni e manifestato aspettative politiche senza avere una cultura specifica in materia. A parte il “Manifesto del Partito Comunista” ai tempi del liceo e pochi altri saggi, ho letto per lo più letteratura sociale, scientifica, ed economica. Tutte trattazioni attinenti alla politica ma non specifiche. Leggere ora il saggio di Bauer, pubblicato all'età di ventisei anni, quindi pensato ed elaborato in quelli precedenti, giovanissimo, mi ha emozionato, anche in considerazione del fermento culturale di quegli anni che rendeva uomini dei ventenni quanto a cultura e capacità d'analisi. Nondimeno il trovare trattate, come altrove anche in questo testo, idee cui sono giunta attraverso osservazione, analisi, e intuizione, mi rassicura sul fatto di non dovermi porre troppi problemi riguardo all'esprimermi su questioni politiche. Non sarò in grado di affrontare tecnicismi, né di argomentare con dotti riferimenti ma quanto a visione d'insieme sulle questioni e sulle dinamiche che necessariamente devono concorrere all'elaborazione di una strategia politica lungimirante ed equa, direi che me la cavo, e non credo di sbagliare quando affermo che l'unico ostacolo a una buona politica è la ristrettezza di vedute della maggior parte degli interlocutori. Se operanti a livello politico, si tratta per lo più di persone convinte di aver raggiunto un traguardo personale anziché essere i rappresentanti di responsabilità collettive. Se comuni cittadini, troppo presi dalle contingenze quotidiane per buttare l'occhio verso l'orizzonte. In entrambi i casi prigionieri di particolarismi e sterile competitività.


Un consiglio finale: dopo aver avvisato parenti e amici stretti, onde evitare allarmismi, concedetevi qualche giorno a telefono spento. Superato lo spaesamento iniziale potreste essere sorpresi da un senso di benessere dimenticato.


sabato 29 dicembre 2018

APPUNTI SUL FUTURO

Qualche tempo fa, il mio amico scrittore Marino Magliani mi disse di dover scrivere un pezzo sul futuro. Non precisò altro ma diede a intendere che vista la complessità del tema avrebbe atteso di potercisi dedicare con la dovuta calma. Gli risposi che anch'io da tempo avrei voluto scrivere qualcosa in merito ma, per i medesimi motivi, avevo sempre rimandato. A distanza di alcuni mesi, in questa notte di insolita insonnia, ho deciso di buttar giù a ruota libera un po' di pensieri e vedere cosa ne viene fuori. Non per rubargli l'idea certo ma perché, su un tale argomento, più punti di vista i sono meglio è.
Parto dai fatti. Quelli evidenti. Li elenco. Come i termini di un problema da risolvere.
Prima di tutto il terreno di coltura su cui operare. La condizione di partenza è che siamo nel pieno di un mutamento generale della vita sul pianeta, un mutamento di una portata quale non avremmo mai immaginato e di cui non siamo evidentemente coscienti nella misura necessaria.
Innanzitutto un mutamento dell'ambiente in cui viviamo, che si è ridotto di dimensioni, qualità, risorse, con una conseguente e progressiva inabitabilità dei territori che obbliga a una revisione radicale del modello geopolitico esistente.
Poi abbiamo un'oggettiva trasformazione dei rapporti di potere, una dirompente rivoluzione scientifico tecnologica, una rivoluzione nelle modalità di comunicazione, una significativa mutazione della struttura sociale. Da ciò anche una trasformazione degli individui, una mutazione antropologica di Pasoliniana memoria. Anche se forse ormai anche e soprattutto a livello neurofisiologico, oltreché concettuale e culturale. Anzi, direi che i due livelli si stanno fondendo inesorabilmente.
Da questo primo breve elenco si potrebbe estrapolare la rivoluzione tecnologica come fattore di positività ma, per ora, manterrei una valenza neutra.
Un'altra premessa obbligata per provare a immaginare uno scenario futuro verosimile consiste nell'ammettere che la politica agli inizi del XXI secolo è una politica priva di grandi visioni. Per i singoli stati il governare si è ridotto a un mero amministrare, bene o male, la cosa pubblica internamente ai propri confini nazionali, senza alcuna funzione di guida, privi della più pallida idea di dove saranno i Paesi cui si sovrintende tra vent'anni e tanto meno di dove sarà il mondo. I politici non lo comprendono il mondo e credono di non aver alcun obbligo di comprensione al riguardo. Ben lieti di cederne l'amministrazione al mondo dell'economia e della finanza.
Governi che, rispetto alla realtà, sono in differita di minimo un ventennio. Siamo di fronte a un divario di quasi mezzo secolo tra la forma mentis e, quindi, le convinzioni che dettano le scelte dei nostri politici e la realtà su cui tali scelte dovrebbero avere un impatto costruttivo e lungimirante. Come a dire di voler risolvere i problemi del 2030 con la testa nel 1980. Del tutto ignoranti e per nulla intenzionati a colmarlo questo divario, incapaci di risolvere problemi urgenti e rispondere alle istanze dei popoli della terra, costoro creano un vuoto di potere che sarà inevitabilmente colmato da nuove e più efficienti strutture che non è detto avranno le caratteristiche di trasparenza e democrazia che diamo per scontate. Una totale e allarmante perdita di controllo degli eventi prossimi. Un fallimento senza ritorno nell'indicare una visione perlomeno ragionevole del futuro.
Gli stessi elettori, salvo eccezioni, non sanno nulla dei temi che saranno decisivi per determinare la società futura. Incapaci, senza sbuffare, di leggere un articolo di giornale dall'inizio alla fine, un romanzo che rispetti la consecutio temporum, una qualsiasi cosa che richieda una minima capacità di concentrazione, del tutto digiuni di politica internazionale e dei meccanismi e connessioni che determinano gli eventi, come si può pretendere che prendano anche solo lontanamente in considerazione argomenti tanto, apparentemente, lontani come, ad esempio, la biotecnologia, il decadimento biologico dell'ecosistema, gli obiettivi dei post umanisti, l'intelligenza artificiale, il datismo, correlandoli tra loro? Già il fatto che qualcuno possa proporre loro di farlo susciterebbe un alzata di sopraccigli e uno sguardo di scherno. Roba da intellettuali, da chi ce l'ha grassa. I veri problemi sono altri! Il fatto è che queste stesse persone percepiscono però chiaramente che qualcosa non funziona, che i governi non riescono a far fronte alle necessità, che il proprio voto non ha una presa reale sul potere e riescono solo, sulla base certo di alcuni presupposti veri, a dare colpe a caso. Ad esempio all'UE, che si sarebbe appropriata dei diritti di tutti per cedere agli interessi di una lobby occulta, e quindi vogliono uscirne o ai flussi migratori o a ciò e a chi, a turno, capita sotto. La realtà è che nessuno sa dove sia finito il potere reale. Certo non tra le mani delle persone comuni. Per quanti cortei possano percorrere le strade del mondo, non influenzeranno mai concretamente le decisioni di chi lo detiene. Perché le persone che compongono i cortei non hanno la benché minima influenza nel determinarlo. Chi regge le fila, un pugno di umani, si è adeguatamente parato le spalle e, tutto sommato, non ha bisogno del benestare di nessuno. Da opporre abbiamo solo impegno civile e partecipazione politica ma il livello di competenza di chi gestisce la politica è insostenibilmente basso e la rassegnazione collettiva a votare il meno peggio ha portato infine, in un gioco al ribasso, a una caduta libera in cui ci si arrende persino all'assenza del minimo sindacale di competenza richiesta a chi ricopre un ruolo di amministrazione e di guida. Trasformando l'elettorato in un demos inerte e viepiù privo di coscienza critica. Siamo in una democrazia demoscopica in cui il popolo si esprime su una manciata di questioni senza cognizione di causa. In tale condizione non si dà una partecipazione consapevole e attiva né si sviluppa un autentico interesse per la politica.
Perciò si continua a ragionare all'interno delle singole nazioni del tutto privi di una visione d'insieme che vada la di là di Pil, Spread, e affini.
Con un'opinione pubblica che si deteriora ulteriormente a causa dell'evidente progressivo decadere della qualità dell'istruzione e dei media. E, allo stesso tempo, un'opinione pubblica delusa dalle promesse infrante di un futuro prospero, arrabbiata, e determinata a ritrovare perlomeno una condizione di benessere e sicurezza quale la si è conosciuta fino a qualche tempo fa. Malauguratamente però troppo presa da problemi quotidiani e contingenti per guardare alla luna anziché alla punta del dito. E forte dell'illusione che gli esseri umani si stiano liberando, grazie al cyber spazio, dei vincoli fisico materiali che invece li contraddistinguono. In un processo di adeguamento alla virtualità che porta a non comprendere quasi più la materialità del pianeta in cui si vive, drammaticamente persuasi di poter rimediare indefinitamente ai Game Over con l'introduzione di un'altra monetina.
Non è una bella situazione e, oltre a lasciare gli ultimi dove sono, anzi ingrossandone le fila, che i governanti perseverino nell'ignorare e nel negare le vere cause alla base delle rivendicazioni di chi viveva in una società relativamente omogenea e ora si ritrova a non sapere più qual'è il proprio posto nel mondo, significa abbandonare una massa sterminata di persone al potere di chi sfrutta i timori a proprio vantaggio.
La maggior parte dei fenomeni politici attuali nel mondo esprimono questo sentimento di esclusione dal processo di cambiamento economico sociale. Conservatorismo e xenofobia sono le principali tra le conseguenze di tale sentimento. L'Europa, ad esempio, che ha avuto il grande merito di cancellare le guerre all'interno di un vasto territorio, infine ha soltanto promosso un pensiero politicamente benpensante ma non ha affrontato i problemi alla radice e con una strategia unitaria. In un mondo in cui il dibattito sul futuro è più che altro un catalogo di ingegnerie avanzate che mostrano come saranno le nostre case automatizzate o come saranno efficienti i nostri devices, in cui si pensa solo ad incentivare l'industria dei nuovi bisogni per evitare che la macchina produttiva si arresti, senza nemmeno considerare l'ipotesi di trasformarla, in cui è ormai evidente che gli stili di vita della “modernità” sono praticabili solo per una ristretta porzione della popolazione mondiale e che la promessa universalistica fatta dalla civiltà industriale è stata una mistificazione, cosa ci si può aspettare?
Da una parte abbiamo Pentagono e Ministeri della Difesa di USA, Regno Unito, e Australia, che considerano il cambiamento climatico e le sue conseguenze il maggior fattore di destabilizzazione sociale, si organizzano e investono la parte più grande del loro budget su tale analisi, e hanno come priorità in agenda la sorveglianza di tutto quanto correlato ai problemi ambientali. Abbiamo coloro che portano avanti quella che Christian Parenti ben definisce politica della scialuppa armata, cioè un’opzione che combina interventi contro-insurrezionali a lungo termine, frontiere militarizzate e un’aggressiva politica anti-immigrazione, laddove per gli stati-nazione la priorità sarà esclusivamente tutelare le proprie risorse tenendo a bada le maree di poveri, di rifugiati climatici, e di variamente esclusi.
Dall'altra parte abbiamo una maggioranza di individui che non presta attenzione (non in grado/non più in grado di farlo) alle tesi sensate, ragionate, circostanziate, e su cui fanno presa solo frasi sintetiche, efficaci, apocalittiche. Abbiamo discussioni sui social che sono cloache a cielo aperto, dove regnano scortesia, volgarità, stupidità, prepotenza. Abbiamo ceti medi frustrati e incapaci di identificare le cause dei problemi, e quindi di eliminarle, che si accontentano di capri espiatori subalterni. Perché coloro che sono stati aiutati a raggiungere una situazione migliore rispetto alle generazioni precedenti, sono stati sostanzialmente trasformati in buoni consumatori più che in buoni cittadini, e come tali si comportano e pretendono. Inoltre se è vero, in termini assoluti, che c'è stato un progresso nelle condizioni degli individui, e rispetto al passato sono meno le persone che patiscono fame e malattie, in termini relativi, oggi, alla luce delle reali possibilità di rendere fruibile a tutti un benessere degno, la percentuale di coloro che ne sono esclusi è la prova di un regresso, soprattutto nella misura in cui tale percentuale è in crescendo nonostante lo sviluppo tecnologico e le scoperte scientifiche. Abbiamo Paesi rancorosi e vecchi, di analfabeti funzionali, e Paesi che reclamano il loro turno. E l'educazione, come tentativo non di insegnare la verità ma di trasmettere il desiderio di conoscerla, è venuta meno. Tutto è relativizzato. I fatti non esistono. Esistono solo le interpretazioni. È possibile sostenere qualsiasi cosa. Ma non dimentichiamo che un'interpretazione è però anch'essa un fatto in quanto determina conseguenze concrete. Nel bene e nel male.
Dunque, a partire da questi due fronti, quale futuro è possibile?
Bisognerebbe pretendere che chi governa, oltre ad essere onesto e non colluso, studi, legga, si documenti, chieda consigli e decida per l'amministrazione del proprio carruggio in un'ottica di integrazione con l'amministrazione di tutti gli altri carruggi del mondo.
Sono fermamente convinta, e a più riprese in passato l'ho ribadito, che l'unica via sia quella di un governo globale del pianeta, una federazione planetaria che garantisca il rispetto di norme comuni in ambiti di interesse collettivo, a prescindere dai confini e dai vari accordi commerciali bi, tri, e multilaterali. Ambiente, salute, istruzione, agricoltura, industria, alimentazione, commercio, lavoro. Con l'intento di creare una cittadinanza mondiale che non annulli quelle nazionali in termini di lingua, cultura e tradizioni, sempre che le stesse rientrino nel rispetto delle norme di cui sopra. Un po' dittatoriale forse ma dipende dalla capacità di stabilire delle norme che possano essere di buon grado condivise universalmente. Non è così difficile. Le soluzioni ci sono. Gran parte del problema generale è infatti dato dal fatto che nessuno vuole fare il primo passo in una direzione saggia per paura di ritrovarsi a essere l'unico e sentirsi fesso. Ma se, da domani, tutti fossero costretti a fare nello stesso momento una cosa peraltro buona, si farebbe un passo da gigante verso la soluzione. Siamo a questo punto. I tempi sono stretti. Se stiamo ad aspettare che gli stronzi e gli avidi smettano di essere tali, se stiamo ad aspettare il raggiungimento naturale di una coscienza collettiva siamo fritti.
Non tutti però. O almeno non tutti subito.
E qui vengo a ciò che ho osservato in questi ultimi anni.
Aumentano le comunità nelle quali si pagano imprese private per provvedere a infrastrutture e servizi e in cui il ruolo dello stato si riduce ad amministrare settori sempre più piccoli della società con conseguente indebolimento della coesione sociale all'interno degli stati nazionali.
Quando i governi tolgono welfare e riducono la spesa pubblica, chi può si ritira in abitazioni di lusso, si rinchiude dietro mura, e si identifica con gli altri che hanno anch'essi qualcosa che può essere rubato, unendosi schiena contro schiena al centro della città e lasciando le strade pubbliche ai poveri, agli stranieri, e ai delinquenti. Anche i numeri reali dei movimenti migratori e della presenza di stranieri nelle città non vengono considerati oggettivamente ma si presta attenzione solo all'impatto percepito: la concentrazione delle etnie nei centri urbani e la concentrazione in singole zone degli stessi. Se in un quartiere c'è il 50% di stranieri, facile dedurre che sia così ovunque. Le persone infatti desumono da quanto vedono attorno a sé ogni giorno sia identico a quanto accade nel resto del mondo. Perché ciò che non è omologato lo consideriamo comunque tale attraverso un'espansione della nostra quotidianità individuale a format universale. Il problema della convivenza comunque resta ed è serio, è infatti la percezione dello stesso attraverso le sue conseguenze quotidiane e concrete che conta. Quindi i cosiddetti processi di gentrificazione diventano strumenti finalizzati a una pulizia sociale degli ambienti urbani. Luoghi pubblici dove i muretti hanno sedute in pendenza, dove spicca l'assenza di panchine, in un processo di dissuasione alla sosta, di negazione dell'agorà. Poi, gradualmente, vie pubbliche mal curate, poveri, stranieri, e delinquenti vengono spinti verso l'esterno dell'urbe da un'inesorabile forza centrifuga creata dall'aumento dei costi nelle zone centrali, elette a fulcro di potere economico, sicurezza, efficienza energetica e di servizi. Ricorda qualcosa? In tutto il mondo, nelle grandi metropoli, i centri urbani assomigliano sempre più a cittadelle all'interno delle città. Man mano queste zone assumeranno sempre più l'aspetto di città fortezza così da permettere a coloro che le abitano di poter condividere spazi comuni sicuri al di fuori delle proprie super protette abitazioni. Quel che sarà di terre, mari e cieli, sarà.
Dunque se la natura è maligna, se l'altro è il nostro rivale, se lo Stato non ci protegge, allora lo faranno i nostri denari. Con essi trasformeremo l'urbe a beneficio di noi pochi. Perché poi ci sono anche quelli che fino all'altro ieri denari ne avevano ma ora non più a sufficienza e si aggiungono man mano agli esclusi. La diga delle garanzie sociali della società liberale è ormai crollata. Il problema non è la diversità, il problema non è la disuguaglianza. Il problema è e sarà sempre più la miseria. Che dovrà essere tenuta a debita distanza. Muri contro la minaccia del terrorismo ma la cui ragione non dichiarata è l'allontanamento e lo spostamento non autorizzato dei poveri. Purtroppo l'unica forma concreta di lungimiranza appartiene a coloro che pensando a lungo termine preparano vie d’uscita per se stessi singolarmente o in ristretti gruppi di élite. Coloro che non si affidano certo allo Stato, né si fidano dei loro stessi monopoli o delle guardie armate che pagano, ma solo della ricchezza e del potere accumulati.
Io immagino un futuro banale nella sua prevedibilità distopica. Un futuro in cui l'orbe, per gli spazi ancora abitabili, sarà costellata da immensi conglomerati circolari, composti da successive fasce concentriche scollegate tra loro, dove dal centro verso l'esterno le condizioni di vita andranno da ottime a pessime. Città circolari in un mondo quale quello della Leonia di Italo Calvino. Barriere di cemento armato e muri antiesplosione, torrette, attrezzature per imaging termico, videocamere per la visione notturna, sensori di movimento, droni, blocchi stradali, tutto collegato a un sistema di rilevazione satellitare, come già accade, separeranno tali città dai desolati territori esterni abitati da una grande parte della popolazione terrestre ai limiti della sussistenza e senza possibilità di accesso. Gli esclusi, gli ultimi, vivranno, in insediamenti raffazzonati e degradati che, anziché rimandare soltanto alle abbondanti e predittive letteratura e filmografia di genere, oggi possiamo ritrovare agevolmente in notiziari e immagini del nostro mondo contemporaneo.

Sul pianeta si va verso una realtà di grandi conglomerati. Sarà un processo inesorabile e irreversibile, che presupporrà, per funzionare, la nostra capacità di comprensione e unione. L'alternativa sarà la disfatta totale. E la distopia di cui sopra.
Dobbiamo impegnarci a decifrare il caos sistemico imminente nel quale stiamo entrando, per non essere impreparati, per essere in grado di gestirlo meglio che potremo passo dopo passo.
Abbiamo bisogno, per risolvere il problema della gestione delle risorse con una popolazione in aumento esponenziale, non solo di tecnologie ma di autentiche strategie.
Siamo alle soglie di una rivoluzione tecnologica senza precedenti che permetterà di penetrare e pilotare la mente delle persone in un modo invasivo quale non è possibile spiegare senza apparire folli, inascoltate Cassandre. Ma non dobbiamo aver paura, né avere la presunzione ottusa di credere che tanto tutto si aggiusterà perché nei secoli si è sempre aggiustato. Se è accaduto e siamo ancora qui è stato perché qualcuno si è rimboccato le maniche.
Siamo di fronte a una sfida gigantesca che concerne tutto: migrazioni, economia, commercio, tutela dell'ambiente e delle risorse, diritti, sovranità, liberalismo, qualità della vita, cultura, fino alla definizione stessa di Homo sapiens.
La vogliamo vincere o no?



29 dicembre ore 4.15


P.S. Chiedo scusa per le generalizzazioni funzionali alla sintesi. Per fortuna nel mondo molte sono le persone che vedono e fanno il possibile.










venerdì 14 dicembre 2018

IN RISPOSTA ALL'EDITORIALE DI FELTRI DEL 14 DICEMBRE 2018

Se lei, signor Feltri, può confessare di annoiarsi a scrivere di politica da tanti anni e di non poterne più delle solite banalità, s'immagini me quanto posso essere stanca di leggerne.

Mentre ascoltavo la rassegna stampa stamane, alle parole del suo editoriale mi sono detta: due righe di commento le devo scrivere. Senza entrare nel merito della giustezza della manovra finanziaria in questione o nel dettaglio tecnico di alternative possibili, né tanto meno esprimere un giudizio sulla coalizione al governo, mi limito ad alcune osservazioni su quanto da lei affermato con tanta veemenza. Concordo sul fatto che sia necessario saperne di aritmetica per far quadrare i conti e non determinare ulteriori debiti a babbo morto, caratteristica questa che peraltro pare congenita al nostro sistema, e che sia riprovevole fare promesse per raccattare voti, ma lo è altrettanto ragionare per generalizzazioni. Affermare che i destinatari dell'erroneamente definito reddito di cittadinanza siano tutti lavoratori in nero o fannulloni è offensivo. Ritengo, certo, che sarebbero altri gli incentivi da promuovere per far funzionare le cose ma penso che il riconoscimento delle oggettive difficoltà in cui versa un numero crescente di persone sia doveroso. Le faccio un esempio. Lavoro da 32 anni in una realtà urbana tale che mi ritrovo con una decina scarsa di anni di contributi e sempre con retribuzioni molto al di sotto di ciò che si può definire dignitoso. Non si è trattato di connivenza per convenienza ma di impossibilità di scelta. Di necessità di sopravvivenza. Ha presente? No, ovviamente.

I poveri sono facilmente sostituibili. All'inizio dell'anno in corso un problema di salute mi ha reso impossibilitata a lavorare e ciò alla vigilia di un nuovo rapporto di lavoro, fortunatamente quanto inaspettatamente in regola, per cui sono mi sono ritrovata senza la minima copertura a dover sopravvivere senza avere entrate. Il problema iniziale di salute è ancora in essere e ad esso se ne sono aggiunti altri. Per la prima volta in vita mia sono dovuta ricorrere a prestiti da amici. Debiti che dubito potrò onorare. Ora, le chiedo, ha mai letto Jack London? “Il popolo dell'abisso”? Di quella faccenda dell'imbuto? Che basta un accidenti fisico, che se non si hanno le spalle coperte, si è inesorabilmente destinati a scivolare giù per il suo collo? E se anche si riesce a fare qualcosa, nella migliore delle ipotesi, si sale di metro e si scende di due in un irreversibile moto di discesa? Ecco, succede questo, nella vita reale anche nell'anno del Signore 2018. Dopo una vita di lavoro, ritrovarsi in una simile condizione, poco più che cinquantenne, quindi in una finestra generazionale non ideale per la maggior parte delle candidature lavorative disponibili, uno come si deve sentire? Un fannullone, forse? A mio parere dare del denaro per evitare che tante persone finiscano a dormire in auto, è moralmente giusto e economicamente lungimirante, perché si eviterebbe un maggior peso futuro sul sistema sociale da parte di una platea di incapienti sempre più numerosa. A meno che non si decida per un'eliminazione fisica degli stessi. Risultato che si può facilmente ottenere facendo finta di nulla il più a lungo possibile, solo che bisognerebbe poi gestire l'effetto collaterale di disordini, disturbo della quiete pubblica, derive violente. Insomma, un cane che si morde la coda. Lei veramente crede che una persona come me, e siamo tantissimi, possa essere fiera di dover aver bisogno di un redditto “regalato”? Anche se poi regalato virgola. Sarebbe il corrispettivo a risarcimento di danni causati dall'incapacità di tutti i governi che ho conosciuto di contrastare le inefficienze burocratiche e legislative, il lavoro irregolare, il clientelismo, la corruzione, l'omertà. Sa quanto avrei preferito riuscire a pagarmeli anche da sola i contributi? Ho scritto della mia fascia d'età ma è sottinteso che il discorso vale per tutti. Bisognerebbe poter valutare non in base ad essa ma caso per caso ogni singola situazione. Riconosco che non sarebbe realizzabile ma, per favore, evitiamo di categorizzare con superficialità, offendendo il prossimo. La ringrazio per l'attenzione.


14 DICEMBRE 2018 ORE 8.00


giovedì 4 ottobre 2018

L'EUROPA NON FUNZIONA?

L'Europa unita non funziona bene. L'euro non funziona bene. Grandi differenze economiche e amministrative, politiche e culturali nei Paesi che la compongono rendono quasi impossibile il funzionamento del progetto unitario. Facile attribuire ad esso la responsabilità di tutto ciò che non va.
Senza riferirmi a una personale appartenenza politica, ho apprezzato il seguente passaggio di Cuperlo riguardo la creazione di una lista civica nazionale, battezzata "Nuova Europa":

... costruiamo attorno al progetto liste inclusive di personalità solide per principi difesi e lotte vissute. Andiamo a cercare chi condivide due sentimenti. L’allarme per il ritorno di un nazionalismo violento pronto a intaccare verità scolpite della democrazia liberale; e il bisogno di rendere all’ideale europeo l’anima sociale che lustri di rigorismo hanno mortificato.

2018

P.S. Pochi anni e quanto scritto è divenuto barzelletta (2024)

martedì 15 maggio 2018

LO STATO NAZIONE – LA SOCIETÀ DELLE NAZIONI

Continuiamo a discutere di politica riferendoci a quanto accade all'interno dello Stato in cui viviamo. Questo è l’approccio mentale della maggioranza delle persone. Importano i fatti dei singoli Stati, a ognuno quello di appartenenza, tutto il resto è politica internazionale, roba estera che non ci riguarda, se non per il tempo del risalto mediatico. Ma le pressioni e le dinamiche con cui gli Stati hanno a che fare sono le stesse per tutti. Siamo dentro a un sistema globale che sta determinando la fine delle sovranità nazionali così come le abbiamo conosciute sino a oggi. Quante volte però ciò che fino al giorno prima pareva impensabile è poi diventato consuetudine? Non è la prima volta che accade nella storia e siamo ancora qua. Ora è il nostro turno. Sicuramente la complessità del cambiamento in atto preoccupa al punto che la tentazione di negarlo e restare aggrappati al passato è forte, ma cedere ad essa si ritorcerà contro noi tutti. Sta all'intelligenza, alla lungimiranza e all'onestà intellettuale di ogni individuo cogliere il momento e compiere lo sforzo che può portarci in una nuova era, un’era in cui tutto ciò che ci spaventa come un qualcosa di irrisolvibile, ciò che pare ci sottragga sicurezza e identità, improvvisamente ci appaia come d’incanto del tutto gestibile. Non è per nulla utopia. Dobbiamo semplicemente accettare la sfida e dimostrare che ne siamo all'altezza. Eppure continuiamo a comportarci e pensare come se gli Stati avessero ciascuno un percorso e un destino individuale svincolati da quelli degli altri e del tutto diverso. Come se quanto riguarda noi, riguardasse noi soltanto e, anzi, dovremmo smettere di utilizzare tale pronome in modo errato. Il pronome personale plurale inclusivo per eccellenza. Che non ne presuppone un altro in opposizione, se non in un’interpretazione fallace e fuorviante. Non vale nei rapporti umani, non vale nella politica. Non più, a quest’ora della storia umana. È giunto il momento di superare questa visione obsoleta, senza farsi prendere dal panico. La sovranità statale, oltreché attore inefficace nel panorama globale contemporaneo governato dalla rapidità di movimento dei flussi finanziari, e maggiormente anche per questo, si sta rivelando ingiusta. Essa è basata sullo stato di diritto. Ed è il concetto di stato di diritto come a tutt'oggi è inteso che non va bene. Lo stato di diritto, come lo conosciamo, è basato sul possesso di un territorio e sull'appartenenza a una comunità sociale da parte di tutti coloro che vi sono nati e lo considerano proprio in modo assolutamente naturale. Tale possesso non è altro, però, che l’esito relativamente recente di un processo di appropriazione basato sulla regola dell’efficacia. Regola dell'efficacia è un modo meno brutale per dire regola della forza. Alla fin fine l’insieme dei rapporti mondiali non è altro che una sorta di piazza in cui si commerciano i beni delle varie nazioni, sulla base del semplice principio che se qualcuno possiede qualcosa lo può vendere a un altro. Sembra ovvio, sembra scontato ma è del tutto sbagliato. I governi di tutto il mondo autorizzano (sanzioni ed embarghi a parte) i propri cittadini ad acquistare e considerare propria qualunque merce possa essere consegnata e venduta da un paese straniero, in quanto il possesso di tale merce soddisfa appieno i requisiti di legalità richiesti dal commercio internazionale. Peccato che il possesso non implichi la proprietà. Peccato che la legalità non implichi la legittimità.

La domanda fondamentale è: cosa ha determinato tale possesso? Una domanda che i governi non si pongono, troppo impegnati a esaudire le crescenti e incessanti richieste di beni e risorse da parte dei propri cittadini. Una delle prime cose da fare è costituire un organismo legale unico al di sopra dei sistemi nazionali in grado di giudicare in merito ai reali diritti di proprietà e in grado di farli rispettare. I singoli Stati non sono nella posizione di poterlo fare, né hanno convenienza a farlo. Non è però più possibile vivere in una società totalmente interconnessa in cui vige un sistema composto da centinaia di legislazioni di diritto privato del tutto indipendenti e scollegate. Non intervenire su quanto sta dietro la proprietà delle risorse implica l’accettare che, in molti casi, la forza produca diritto e il risultato non può essere che l’appropriazione della gestione della res publica da parte di chi la forza la detiene, con la conseguente perdita di controllo da parte dei governi sui processi economici e quindi sociali. Si abdica così alla funzione prima di un governo, e ciò in favore e al cospetto di agenti indiscutibilmente forti di un potere economico e finanziario internazionale senza precedenti nella storia. È ora di iniziare a pensare seriamente alla creazione di un’istituzione governativa transnazionale e sovranazionale che si ponga in modo concreto ed efficace quale contraltare a tale invece assai concreto ed efficace potere.

Preso atto che l’utilizzo delle risorse e la gestione della ricchezza sono ormai del tutto svincolati dalla politica delle singole nazioni, dobbiamo fare uno sforzo di immaginazione e pensare a una grande innovazione politica che ci avvicini maggiormente all’idea originaria di società delle nazioni. Altrimenti la politica non potrà che continuare a deluderci. I suoi rappresentanti ci deluderanno. Quando non corrotti e in malafede, saranno comunque e inevitabilmente incapaci di risolvere i problemi in cui siamo immersi, e lo saranno finché non inizieranno di concerto a pensare con maggior ampiezza di vedute. Dobbiamo pretendere da essi che lo facciano.

I governi tagliano le garanzie sociali, pregiudicano la capacità di accesso al lavoro, alla salute, all'istruzione, al sostentamento stesso, e quindi a una vita dignitosa, a milioni di persone, milioni che presto, messi tutti insieme, inizieranno a essere miliardi. Nel primo, nel secondo, nel terzo e quarto mondo che sia, non fa differenza. Come si giustificano? Garantendo che le scelte fatte rappresentano l’unico modo di controllare il mercato. Ma quello che in sostanza fanno è mentire. Non mi stancherò mai di ripeterlo: nonostante le molte comprensibili visioni apocalittiche, ci sono risorse, tecnologie, innovazioni possibili che permetterebbero una buona qualità di vita per tutti, ambiente incluso. È necessario però leggere, documentarsi, studiare, riconoscere l’autorità di molti studiosi, scienziati, economisti, filosofi, che da tempo hanno messo sul tavolo ottime soluzioni. È necessario farla finita con l’arroganza e la presunzione. Con il dire che son tutte belle parole ma la realtà è un’altra. Questa è pigrizia, menefreghismo, supponenza, aridità, mediocrità d’animo.

La realtà è che i governi, oltre a non avere voce, se non simbolica, a livello internazionale, sono in grado di avere solo più un’influenza parziale e decrescente sulle questioni nazionali. E cosa fanno? Impegnano tutte le energie a cercare di nascondere tale realtà con ogni mezzo possibile, in primis procurando emergenze. I politicanti interni alle singole nazioni sguazzano senza rimorsi nel pantano riconosciuto a livello internazionale come l’unico scenario politico possibile e non fanno altro con le loro schermaglie che intorpidire ulteriormente le acque e le menti di chi li ascolta. In effetti sembra sia l’unico scenario politico possibile perché nessuno ha il coraggio di fare il primo passo con autentica e sollecita determinazione. Certo, la prospettiva di provare a muoversi in un insieme di tramagli senza soluzione di continuità dissuaderebbe anche il padreterno ma non c’è alternativa.

La tanto e giustamente criticata globalizzazione non darà i buoni frutti che da essa ci si aspettava, se non verrà completata con un sistema politico capace di avere una visione di insieme sui grandi temi. È necessario integrare la gestione e la salvaguardia delle realtà nazionali con una regolamentazione internazionale e sovranazionale sui temi che hanno a che fare con la vita sul pianeta. Salute, cibo, risorse, finanza, ambiente, diritti. Senza possibilità di veto. Ogni Stato deve essere in grado di rientrare all'interno di una più ampia architettura democratica stabile che a propria volta sarà garante nei confronti di tutti dell’equilibrio generale ed eviterà il collasso del sistema. Gli uomini di Ventotene questo avevano in mente. L’Unione europea era questo sogno. Un primo passo nella giusta direzione. Siamo delusi dal risultato? Bene. Al primo tentativo non sempre si riesce. Ricominciamo daccapo. O vogliamo buttare con l’acqua sporca pure il neonato? L’idea di un federalismo planetario è l’unica strada da percorrere. L’ho scritto altre volte e più passano gli anni più ne sono convinta e non mi rassegno alla cecità dilagante. Al teatrino della politica interna, allo spreco di energia mentale che potrebbe essere meglio rivolta. L’energia mentale di cittadini cui vengono spacciate come importanti questioni marginali, sradicate dal contesto o banalmente solo legate alle dinamiche di potere.

Siamo ormai in un’era post industriale, in cui la ricchezza che conta non è più data dalla produzione e dal commercio, ma dalla concentrazione delle risorse e dell’informazione, dalla creazione di monopoli al cui tavolo i singoli Stati non possono sedere perché non hanno né credenziali né forza contrattuale reale. Possono solo più limitarsi a passare per proprie decisioni obbligate, sperando di riuscire ancora a dare l’illusione di avere tutto sotto controllo. Siamo in un’era in cui milioni di persone non hanno un luogo di appartenenza ed è necessario rivedere il concetto di cittadinanza come un qualcosa che non dipenda da ereditarietà, nascita, possesso. Siamo in un’era in cui la disoccupazione cresce in modo esponenziale e si trascurano le reali opportunità che potrebbero nascere da un mutamento di paradigma. Siamo in un’era in cui i capitali si spostano con estrema facilità e volatilità determinando le sorti di interi gruppi sociali quando non di intere popolazioni e tutti costoro possono a malapena alzare la voce e soprattutto devono restare dove sono. Siamo in un’era in cui ogni singolo bene, ogni singolo oggetto è di fatto proprietà di tutti, perché è composto da tanti minuscoli pezzettini di vita di persone sparse per il globo terracqueo. Le catene di approvvigionamento, le supply chains, sono ciò che ci lega l’un l’altro. Può piacerci o meno, ma stando così le cose ci tocca tirar su le maniche e affrontare la questione. In alternativa lavarcene le mani. Ma poi muti a prenderci quello che arriva.

Ce lo abbiamo sotto gli occhi l’inganno. Per mascherare l’evidente perdita di ruolo i governi ricorrono a conflitti di sorta, alla difesa di sedicenti purezze etniche, culturali e religiose, al rafforzamento di confini, al disconoscimento di diritti fondamentali attraverso l’appropriazione degli stessi come di qualcosa a proprio uso esclusivo. A un richiamo ai valori di patria e di nazione come unico baluardo possibile. Un richiamo riduttivo e d’opportunismo. Una specie di soluzione finale dove quelli in sovrappiù stanno fuori e s’arrangiano, nella speranza che si facciano fuori l’un l’altro prima di assediare le enclavi di chi si tiene stretto quello che ha o che crede di avere. Io non posseggo senso patriottico ma amo la storia, la conosco, e ho rispetto per la volontà, la determinazione, e l’altezza di pensiero, di tanti che nel mondo hanno fatto ottime cose con nell'anima l’amor di patria. C’è offesa in tutto questo ciarlare sgrammaticato e aggressivo, in questo spronare le genti all’insegna di valori di cui si è smarrito il significato e pertanto la sostanza.

La sintesi di tutte le sollecitazioni mentali che ci giungono è che non ce n’è già più per tutti, che saremo sempre più, e se qualcuno sta senza è meglio. La conseguenza diretta è che ci stiamo convincendo di essere tutti vulnerabili, in pericolo e pertanto bisognosi di difesa. Ce ne vogliono convincere per nascondere la propria inettitudine. Tutta la nostra vita, volenti o nolenti, si conduce su questa falsariga. In pratica ci stanno dicendo che l’unica possibilità di vivere dignitosamente è legata a doppio filo con la necessità di essere stronzi. Dobbiamo offenderci. Sarà la mia formazione umanistica, ma io rifiuto questo stato di cose. Io sono meglio. Nel senso che ho dentro la potenzialità di essere meglio. Tutti noi ce l’abbiamo. Ci servono solo l’umiltà di riconoscere i nostri limiti, qualunque essi siano, e il coraggio di rimediare ad essi affrontando il cambiamento come la miglior cosa possa accaderci.

Non si tratta di cancellare i confini ma di superarli. Più che una società delle nazioni, si tratta di pensare a un sistema mondiale in cui siano assenti differenze tanto estreme tra le condizioni di vita delle persone, in cui la salvaguardia dei beni comuni e la tutela dei diritti siano priorità insindacabile. Un governo globale, nel rispetto delle identità, che imponga pacificamente ma fermamente le regole necessarie a fare di questo pianeta un buon luogo dove vivere.

Non è la fine del mondo. È il mondo che cambia. Sta a noi indirizzare tale cambiamento con saggezza.


Novembre 2015


P.S. Alla luce delle recenti derive, soprattutte dell’UE, scriverò un testo di aggiornamento, aggiustamento, e chiarimento delle mie posizioni. (2025)