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mercoledì 26 febbraio 2020

CORONAVIRUS 2 Imperia

Imperia 24 febbraio 2020 ore 2.45

Un mio amico e suo figlio di due anni stanno dormendo di là. Sono circa le due di notte. Il silenzio, normale nel quartiere in cui vivo, questa notte suona irreale. Prelude a quello diurno che si sta vivendo in molti centri urbani nel mondo a causa delle misure restrittive adottate contro la diffusione del Coronavirus e che, probabilmente, da domani almeno in parte inizieremo a vivere anche qui a Imperia.

Ieri mattina ho provato l'inquietante stato d'animo di sentirmi una delle poche persone a sapere, da fonte ospedaliera fidata, dell'esistenza di casi di contagio in zona in anticipo rispetto alla divulgazione dell'ordinanza regionale, contenente le misure di tutela, da ormai diverse ore di dominio pubblico. Al supermercato verso le tredici per acquistare un paio di cose al banco del fresco osservavo le persone accanto a me ancora ignare di quanto a me noto. Mi sono chiesta che fare. Passare parola al prossimo? A che pro? Per buttare benzina sul fuoco? Adottare le normali cautele igieniche dovrebbe essere prassi comune in una situazione di prevenzione. Inutile creare ulteriore allarmismo.

Andando verso le casse ho sbirciato sugli scaffali di detersivi e disinfettanti. A parte l'amuchina gel, non mancava nulla. E nulla ho acquistato. Ho poi saputo che nelle ore successive il medesimo supermercato è stato preso d'assalto e presumo che presto anche molti generi alimentari saranno di difficile reperibilità.

Al momento sono preoccupata del fatto che, probabilmente, da domani avrò difficoltà ad assistere la zia anziana di un'amica di Milano, ricoverata per una frattura. Le indicazioni precauzionali impongono di utilizzare mascherine idonee e disinfezione costante a coloro vengano in contatto con persone debilitate che rischierebbero molto da un contagio. Dubito che troverò l'occorrente in farmacia. Non si tratta di tutela personale ma di non diventare vettore di contagio. Per quanto tutta la faccenda possa essere l'esito di un'esasperazione mediatica, sottostimare il rischio è stupido.

Fin qui la cronaca delle ultime ore. A seguire le considerazioni che avevo iniziato a scrivere ieri all'alba.

A parte tutte le considerazioni sulle migliaia di morti per malattie curabili nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo, sulle cifre di coloro che ogni anno muoiono per la “normale” influenza, sull'attenzione mediatica breve per i recenti casi di meningite in Toscana, e via discorrendo, vorrei concentrarmi sul fatto che forse l'idea che microrganismi la cui vita, per noi infinitesimale e quindi non computabile nei calcoli che facciamo per le nostre quotidiane scelte, possa penetrare in noi conducendoci alla morte, sia una benedizione. Che l'auspicato e auspicabile cambiamento di molte delle nostre abitudini giunga repentino, e perciò maggiormente sgradito, potrebbe rivelarsi una buona cosa. Rallentare un po' insomma. Abbandonare l'attitudine allo spostamento frenetico. Ne verrebbe fuori anche una mano all'ambiente.

Poi, se vogliamo metterci lì e considerare la situazione veramente grave come la propinano, allora, in termini di procedure d'arginamento del contagio, o si fa sul serio o non si fa niente. Parlando dell'Italia, che si decida di chiudere per una settimana, scuole, cinema, musei, in pratica i luoghi con alta concentrazione di persone, ma non si considerino negozi, bar, uffici, mezzi di trasporto, ecc. sottrarre credibilità alle indicazioni date dalle istituzioni preposte alla gestione dell'emergenza. O si fa profilassi a 360 gradi o non si fa. E si fa uguale in tutto il Paese, non a seconda delle amministrazioni regionali. Così si rischia di danneggiare alcune zone e alcuni settori senza la contropartita di un'efficace controllo del contagio. E poi che senso ha il coprifuoco dalle diciotto ma prima niente? Colazione al bar sì e aperitivo no? E tutti questi guanti e mascherine che dovremmo usare per giustamente non propagare un morbo che resta asintomatico a lungo, una volta usati in giro, che facciamo? Li infiliamo in borsa? Li gettiamo nel primo cestino che incontriamo? Ce li portiamo a casa? Ci vorrebbero raccoglitori di rifiuti speciali in ogni dove e azioni di disinfezione come fanno in Giappone, altrimenti sembra una buffonata. Insomma, o c'è un pericolo serio o non c'è. E gli abiti che indossiamo? L'elenco delle insensatezze sarebbe lungo, quindi mi fermo qui.

Bisognerebbe poi bloccare le merci, se è vero che gli oggetti sono veicoli di trasmissione, ma sarebbe un provvedimento che farebbe collassare il sistema pur per un periodo limitato nel tempo, perciò non si fa. Anche se grande distribuzione, aziende farmaceutiche e affini, un bell'incremento di fatturato al momento ce l'hanno, bloccando le vie di approvvigionamento, alla lunga sarebbe pesante per l'economia. Se aggiungiamo che le direttive sono diverse da Paese a Paese (sarebbe stata una gran prova di coesione per l'Europa*), otteniamo il risultato di un'approssimazione generale. Inoltre i kit diagnostici sono stati approntati in fretta e furia e hanno ovviamente un margine di falsi positivi da considerare. E in ogni caso andrebbero usati dappertutto su larga scala, altrimenti chiaro che vengono fuori luoghi senza infettati e altri dove il risultato è da quarantena nazionale. Insomma il quadro generale dice che o il rischio non è quale stanno dicendo o siamo degli inetti. Potrebbero essere entrambe le cose ma questo è un altro discorso.

Un'altra doverosa riflessione va al fenomeno degli untori, non quelli da caccia all'untore ma i sedicenti untori, quelli che intendono farsi vettori del contagio e propagarlo. Vero o falso sia il pericolo di una pandemia, ovunque si sentono persone dichiarare, per motivi diversi, l'intenzione a fare l'opposto di quanto consigliato. Per scaramanzia, per baldanza, per fatalismo, per rabbia, per stanchezza e sfiducia, per imbecillità. Le derive psicologiche sono altrettanto deleterie che quelle sanitarie. Così come lo sono le derive socio politiche. Pensando ad esempio al fatto che centinaia di migliaia di cinesi sono impiegati in Africa, che decine di migliaia di africani studiano in Cina, e che migliaia di voli all'anno collegano i due Paesi, considerando l'inadeguatezza del sistema sanitario africano in proporzione all'estensione e alla conformazione del territorio, all'assenza di kit per la diagnosi (efficaci o meno che siano), se dovessero aumentare i contagi dalle nostre parti, non mi stupirei di vedere schierare la Marina militare a presidiare il Mare nostrum e impedire qualsiasi accesso alla penisola. Dati gli scenari pregresso e attuale, tutto diventa possibile. Intanto però quelli a essere discriminati siamo noi. Una bella lezione.

Ora, mettendo tutto quanto detto sinora da una parte, credo che a mancarci, più che un vaccino, sia principalmente la cultura della morte. Il memento mori, il ricordati che devi morire, che appartiene solo più alle culture fortemente legate alle tradizioni e alla terra. È necessario ricostruirla questa cultura. A nessuno piace l'idea di terminare il proprio passaggio in questa vita o di perdere persone care ma la ricostruzione di una coscienza collettiva della finitudine umana è doverosa. Al pari degli altri animali, dei vegetali, di ogni forma di vita, dobbiamo morire per permettere alla vita di rinnovarsi. Non possiamo essere immortali e, considerata la nostra impronta ecologica, nemmeno troppo longevi, con buona pace di postumanisti e di tutti i ricconi ibernati. È fisica. Termodinamica. Non c'è alternativa. Funziona così. Ed è una meraviglia.

Oggi però in città lo sconforto ha preso il sopravvento. Come previsto nelle farmacie non ci sono più mascherine né disinfettanti. Fuori dalla ferramenta del centro una coda bella lunga. Entro perché ho bisogno di mascherine per recarmi in casa di cura. Non trovando quelle chirurgiche che servono per proteggere il prossimo, prenderò quelle da cantiere, con il filtro antipolvere. Mi scoccia un po' perché sembrerò una di quelle persone che vuole quelle con il filtro per proteggere se stessa più che gli altri. Tanto non servono. Un placebo. Vaglielo a spiegare. Vabbe'. Infatti la signora prima di me ne compra un centinaio, per sicurezza, dice, non si sa mai. Paga con la carta. Ci lascia una fortuna. Mascherine esaurite. Quelli dietro brontolano. Il negoziante però tira fuori dal cilindro quelle “buone” che proteggono sia chi le indossa che il prossimo. Le M3. Vanno a nove l'una. Con l'alcol al 99% se le disinfetti le puoi utilizzare quattro, cinque volte. Peccato che le buone siano le FP3 ed M3 sia la marca ma, si sa, la confusione regna. Essendo costretta mi rassegno al salasso e ne compro quattro contando che la disinfezione con alcol serva a qualcosa, visto che in clinica ci devo andare ogni giorno.

Quando entro nella stanza della zia della mia amica, questa mi guarda interrogativa e mi domanda se sta succedendo qualcosa di strano. Le rispondo: nulla di strano, solo il genere umano che sta impazzendo. Per fortuna sto solo bofonchiando dentro la maschera e lei non sente. Le faccio cenno di aspettare. Nel corridoio tiro giù la maschera, stavo soffocando lì dentro, e agguanto gentilmente un'infermiera pregandola di procurarmi qualche mascherina normale. Rientro dalla zia. Le dico che ho un po' di tosse e non vorrei contagiarla. Poi apro la finestra, ché negli ospedali da decenni ormai si sono dimenticati che il cambio dell'aria è prassi fondamentale, e mi siedo accanto al letto. Mi lavi un po', per favore, anche la dentiera, ché qui fan finta di niente? Mi chiede. Certo, rispondo. Non ho la tosse, né altro. Abbasso la mascherina, le prendo le mani tra le mie. Sorridiamo. E questo è quanto.

Rientrando a casa osservo l'andirivieni per le strade. Apparentemente tutto normale. Bene. A parte i carrelli della spesa stracarichi, non siamo ancora a livello di psicosi di massa.

Ho interrotto di scrivere perché mi hanno chiamato dalla clinica dicendo che non sarà più possibile fare visite ai degenti. Sono tornata comunque e all'ingresso mi hanno fatto compilare un questionario con i miei dati e la domanda se fossi stata in Cina di recente (!), poi ho parlato con il medico di turno per conoscere i tempi e i dettagli del provvedimento. Dopodiché l'ho pregato di far avere alla zia della mia amica una confezione di grissini, una rivista, una camicia da notte. Ha preso tutto e l'ha consegnato a destinazione. Qualcosa mi sfugge. Perché i grissini sono potuti entrare in reparto e io no? Se vi avessi starnutito sopra poco prima? Tutto molto approssimativo. Se veramente la situazione dovesse rivelarsi seria non ci sarebbero speranze di sfangarla.

Intanto ho deciso di restituire in ferramenta le inutili e costose mascherine, visto che per ora non posso andare in clinica e comunque ne ho recuperate un paio chirurgiche monouso. Qualcuno mi suggerisce di rivenderle a quindici. La tentazione di speculare sull'ignoranza c'è, visto che si tratta di un'ignoranza che trasuda egoismo, non quella bella e sana del so di non sapere, ma è tutta la vita che lotto contro chi lo fa, per cui le regalo.

*p.s.2023 La coesione dell’Europa meglio lasciarla perdere visto come si manifesta: una politica che in ogni decisione dimostra l’esatto opposto di quella che dovrebbe essere l’attenzione e la cura dei propri cittadini.

Cittadini che nei fatti vengono considerati alla stregua di sudditi. .


martedì 12 novembre 2019

LE RADICI DEL CIELO DI ROMAIN GARY

Ho ripreso in mano un libro letto parecchi anni fa.


"...
che non si possono vedere i grandi branchi correre attraverso gli immensi spazi africani senza sentirsi spinti a giurare di fare qualunque cosa pur di perpetuare fra noi la presenza di questa meraviglia della natura la cui visione farà sempre sorridere di gioia ogni uomo degno di questo nome.
...
il tempo dell'orgoglio è finito e dobbiamo guardare con maggiore umiltà e comprensione alle altre specie animali, differenti ma non inferiori.
...
Su questo pianeta l'uomo è ormai arrivato al punto di aver davvero bisogno di tutta l'amicizia che può trovare e, nella sua solitudine, ha bisogno di tutti gli elefanti, di tutti i cani, di tutti gli uccelli.
...
È tempo di rassicurarci sul nostro conto mostrando che siamo capaci di preservare questa libertà monumentale, goffa e magnifica che ancora sopravvive accanto a noi."


da "Le radici del cielo" di Romain Gary - Neri Pozza edizioni - Premio Goncourt* 1956 (!)


Un libro che racconta molto bene l'Africa. Da una prospettiva intima, la realtà socio culturale e politica di un Paese percorso dai processi di affrancamento dal colonialismo. Un libro che racconta bene la natura umana. Da leggere!


* Il premio Goncourt 2019 è stato attribuito a Jean-Paul Dubois con il romanzo "Tous les homme n'habitent pas le monde de la même façon" Ed. L'Olivier

Novembre 2019


lunedì 15 luglio 2019

SAREMO AFRICA

Treno direzione Genova. Entro nello scompartimento. Di quelli rialzati con i gradini, più corti degli altri. È quasi pieno. Africani. Subsahariani. Trovo due sedili liberi, mi siedo lato finestrino. Alla fermata successiva sale un africano piuttosto anziano con una grande borsa di plastica di cose da vendere. Sposto la mia roba e gli faccio cenno di accomodarsi. Ci guardiamo per un secondo poi più nulla. M'incanto a guardare il mare che scorre a pochi metri dalle rotaie. Incantevole residuo di villeggiature d'altri tempi, destinato alla dismissione, tratta dopo tratta. Alle orecchie giunge il suono di una lingua sconosciuta ma famigliare. Alle narici l'odore intenso di un popolo lontano. Resto con lo sguardo sul mare. Improvvisamente sono lungo una linea ferroviaria africana. Straniera in terra altrui. Parrebbe. Il fatto è che sto bene. Quest'intenso senso di straniamento mi procura un inatteso e profondo stato di benessere. Non mi sento per nulla straniera. È tutto normale. Sto abitando il mondo reale. La contaminazione. Inevitabile e pacificatrice. Il pensiero che, non tanto numeri alla mano ma consapevolezza del restringimento del pianeta, saremo Africa sblocca il diaframma. Siamo Africa. Lo saremo sempre più. Così dev'essere. Con lucidità vedo lo svolgersi della storia dell'uomo. E sorrido. Ringrazio. Mi rincresce per chi non riesce a vedere, a sentire. Prego ogni giorno affinché sempre più persone si affranchino dalla paura e riescano a provare il medesimo sollievo che provo io in questo momento. 


Giugno 2019

p.s. Scrivere quanto ho scritto non significa essere inconsapevole delle problematiche reali presenti soprattutto nelle metropoli ma si tratta di un aspetto assai serio e da risolvere che però non confligge con quanto sopra affermato.

mercoledì 31 maggio 2017

PREGIUDIZI

Con tutta la buona volontà, arriva sempre il momento in cui ci si sorprende portatori di pregiudizi. Se accettate l’invito a una cena di raccolta offerte per sostenere attività con cui coinvolgere i migranti, potrebbe capitarvi di provare un inaspettato imbarazzo al momento di presentarvi al prossimo. Nell'episodio specifico si è trattato di una cena con un centinaio di partecipanti, di cui una trentina migranti soprattutto africani, una decina operatori indaffarati, e i restanti, infine, cittadini di buona volontà. Vivendo in una città piuttosto provinciale e ad alto tasso di perbenismo, ho fatto una carrellata sui presenti di carnagione bianca, quasi tutti sconosciuti e ho presunto, a causa di esperienze pregresse, che probabilmente molti partecipassero per presenzialismo e ho deciso che il mio interesse nei loro confronti, in quel frangente, poteva essere ridotto al minimo essenziale. Primo pregiudizio. Grave a prescindere. Quindi ho rivolto la mia attenzione alle persone dalla pelle nera o comunque scura e dai tratti somatici esotici. I migranti. Secondo pregiudizio. Improvvisamente ho riflettuto sul fatto che forse l’uomo nero cui mi sono ritrovata vicino, e che stavo per salutare con cordialità ospitale, avrebbe potuto benissimo essere un italiano dalla nascita, il marito di un’italiana, un libero professionista affermato della città, o, ancora, un inglese, un francese, un americano, e, perché no, un astronauta o uno chef sensibile al tema dei diritti umani. È andata che l’ho salutato con un salve e basta. Mi sono bloccata, mi sono sentita ridicola, stupida, mediocre. Incastrata nei luoghi comuni.

Poi ci si è seduti per mangiare. Una quindicina di tavoli lunghi. Ho evitato i posti liberi ai tavoli solo di bianchi, notando che occupavano circa metà della sala. Non ho trovato posto in quelli solo di africani perché si erano stipati aggiungendo sedie, anch'essi secondo un naturale istinto di gregge. Alla fine ho scelto un tavolo vuoto lasciando al prossimo la scelta se unirsi, andando a riempire i posti vacanti, o meno. Il risultato è stato un tavolo con quattro donne italiane, un uomo pakistano, uno afgano, uno non me lo ricordo, e un tredicenne della Sierra Leone. Imbarazzi, sorrisi, presentazioni, e gentilezza reciproci.

Pensieri in ordine sparso? Non ne ricorderò mai i nomi. Ci sono solo un paio di adolescenti, che strano. Mi piacerebbe scrivere qualcosa con loro. Perché la maggior parte delle persone ha paura di mescolare i popoli? La gioia della promiscuità. Lo ripeto, una delle cause principali del razzismo è l’invidia. Il menù è perfetto e sintetico: focaccia, torta verde, piatto con tanto riso e un pezzo di pollo o verdure per i vegetariani, crostata in chiusura. Liguria e Africa. Lista delle bevande: acqua, vino rosso, vino bianco, birra, coca cola, aranciata. Se il ragazzone del tavolo a fianco si è bevuto tre bicchieri di rosso ancora prima di iniziare a mangiare, o ignora i dettami della propria religione o è cristiano o tutto l'elenco dei motivi possibili. Ma quanto sono belle queste donne. Fa un gran caldo qua dentro. Chissà cosa stanno pensando. A quanto pare non si può prescindere dal colore della pelle.

Durante la serata sono state lette alcune poesie e una giovane ballerina bianca le ha accompagnate danzando con grazia e decisione. Uomini africani la guardavano con occhi antichi e attenti. Cosa stavano pensando le donne africane?

Prima del dolce sono uscita a fumare. Ho sceso i pochi scalini all'ingresso della sala mente un gruppo di africani rientrava. Contatto di braccia, pelle, vocaboli sconosciuti. La piacevole sensazione di risalire controcorrente il flusso della vita.

Al termine della cena, un bianco e un nero hanno suonato i djembè. Alcuni uomini africani hanno iniziato a danzare. Benché si tratti dell’unica musica che mi fa ballare, sono rimasta inchiodata alla sedia. Nessuna donna africana si era alzata per partecipare. Ho rispettato quella che era una convenzione senza conoscerla e non mi sono mossa. Dopo una mezz'ora hanno iniziato anche loro, che ero già in procinto di andare via, giacca e borsa in mano, sulla porta. Allora ho posato tutto su una sedia e, senza pensarci su, ho raggiunto il gruppo danzante. Un ragazzo africano mi ha preso le mani e ha ballato con me e alla fine del pezzo mi ha detto, brava. Gli ho risposto grazie e me ne sono andata a dormire con un sorriso stampato in faccia.
Forse basterebbe mettersi in cerchio ad ascoltare tamburi.

27 maggio 2017

giovedì 16 giugno 2016

VENTIMIGLIA giugno 2016

L’altra sera una giovane anarco-insurrezionalista illustrava due proposte per sensibilizzare le persone riguardo a quanto sta accadendo ai profughi bloccati a Ventimiglia e, in particolare, al fatto che vengano condotti presso i CIE (centri di identificazione ed espulsione) presenti nel nostro Paese con autobus della Riviera Trasporti e con aerei delle Poste Italiane, per essere presumibilmente rimpatriati, per lo più in Africa, grazie ad accordi con i governanti locali che accettano di riprenderseli in cambio di commesse e investimenti (che non andrebbero a vantaggio della popolazione).

Suggeriva, la giovane, di bloccare gli autobus presso le fermate con l’organizzazione di attraversamenti continui della strada, per permettere ad alcuni attivisti saliti sul mezzo di distribuire volantini. Secondo lo stesso principio intasare le code agli sportelli postali, facendo man bassa di numeri per la fila, quindi, dopo un po’, volantinare anche lì.

Così si ottiene l’effetto opposto. Creare disagio all'uomo comune, come si dice, non funziona più. Si accentua la percezione di un nemico là dove non dovrebbe essere. Sarebbe sufficiente che ognuno sedendo su un autobus si rivolgesse al vicino dicendo: «Certo che sapere che proprio su questi sedili la notte siedono dei disperati per essere rispediti alla disperazione da cui sono fuggiti, è triste.» Una cosa così. In quel momento chi si trova accanto percepirebbe un suo pari, uno che va a lavorare o a fare la spesa con un mezzo pubblico, diverrebbe degno di ascolto, non sarebbe più visto come un disturbatore di esistenze già sufficientemente complicate e precarie. L’empatia dobbiamo cercare. Non abbiamo sufficiente tempo per pretendere che una provocazione, in qualsiasi forma, possa tramutarsi in ascolto, riflessione, comprensione. Tutto sarebbe ridotto a ritardo, disagio, fastidio. Aumenterebbero l’insofferenza, l’intolleranza, la frustrazione.

Una volta gli scioperi, i boicottaggi, le vetrine spaccate delle banche, il danneggiamento dei beni di chi era considerato nemico del bene sociale, potevano forse anche avere un senso perché si colpiva un potere reale. Oggi il potere reale non è più nelle cose, se non esteriormente, per cui si danneggiano semplicemente delle persone. Restano solo rabbia, sconforto, disorientamento. È vero che se non si entra con un po’ di decisione nella quotidianità di un individuo ignaro dei problemi reali perché troppo preso da quelli propri contingenti, non si può sperare che si risvegli una coscienza civile ma oggi è necessario più che mai un linguaggio diverso.

È un problema di narrazione. Chi narra deve tenere conto del contesto e di coloro che ricevono la narrazione, altrimenti il suo racconto diviene sterile, inascoltato, per quanto onesto e veritiero possa essere.

Ognuno singolarmente può diventare narratore della realtà se lo fa con coerenza e onestà. Non c’è bisogno di far parte di un gruppo o di una qualche associazione. È sufficiente appartenere al consorzio umano per essere legittimati a fare qualcosa.

Altrimenti continueranno a esserci mamme a manifestare davanti al Palasport di Ventimiglia. Continueranno a manifestare nella piena convinzione di avere ragione, forti delle loro reali ragioni, senza comprendere veramente cosa sta accadendo nel mondo, cioè qui e ora. Quando un fenomeno di cui abbiamo tanto sentito parlare, ma sempre come di un qualcosa di distante da noi, qualcosa che riguardava luoghi del mondo ma dall'altra parte non si sa bene dove, si manifesta accanto a noi e ci tocca, vuol dire che difficilmente è reversibile. Credere alle promesse di politicanti populisti e in malafede che assicurano di poterlo arrestare il fenomeno, di poter arginare l’emergenza, è fondamentalmente stupido. Perché la faccenda non sarà reversibile ma è (ancora) risolvibile.

Alla riunione qualcuno è intervenuto affermando che la gente sa, come ai tempi di altre deportazioni, ma fa finta di non sapere. In parte credo sia vero. Meno impegnativo girarsi dall'altra parte, salvo poi stupirsi e indignarsi se l’etichetta dovesse mai richiederlo. Però sono convinta che la maggior parte delle persone ignorino. Esistono sintomi sotto agli occhi di tutti, barconi e filo spinato, ma delle cause della malattia pochi saprebbero dire. Quanto poi alla violenza inevitabile, alle brutalità, alle soluzioni provvisorie (in prospettiva di una finale?) legate al fermo, alla detenzione, al respingimento di masse umane, credo che, come già accaduto, l’animo umano fino all'ultimo si rifiuti di crederle possibili.

Penso al testo teatrale “Ausmerzen” * di Marco Paolini: un’analisi attenta e illuminante, una spiegazione di come si possa arrivare ad avere forni crematori in giardino senza capire da dove sono saltati fuori.



* ”Ausmerzen” Einaudi editore. Lettura vivamente consigliata.

mercoledì 30 marzo 2016

NAIROBI CENTRO (da "Foto non fatte" ed. Philobiblon 2004)

In realtà questa è una Foto non fatta più di dieci anni fa ma è così vivida nella memoria che vale la pena tentare di disegnare con parole quello che ho visto.

Sono scesa dal pulmino che dall'aeroporto mi ha condotto nel cuore di Nairobi, in Moi avenue. Sono scesa nel caldo avvolgente e secco e sono rimasta ferma. Per capacitarmi di quanto avevo già intravisto dai finestrini. Un fiume di gente. Un fiume in piena. Per me, che ero al mio primo vero viaggio, era sorprendente. Moi* avenue è una via larga e trafficata. Auto di tutti i tipi, taxi, matatu**, camioncini, veicoli che da noi sarebbero buoni per lo sfasciacarrozze, lamiere ammaccate con sotto le ruote e un motore che gira. E gente. Su entrambi i marciapiedi. Che va scorrendo in direzioni opposte con lentezza e senza una meta evidente o apparente. Crocicchi, chioschi, cassette, venditrici di frutti impilati a piramide al suolo, storpi, impiegati, disoccupati vestiti da impiegati, ragazzini, gruppi di Masai scalzi, donne fiere vestite di colorati drappi modellati sul corpo con maestria, venditori, gente, gente, così tanta gente da togliere il fiato.

Sono anch'io sul marciapiedi e avanzo con gli occhi storditi da tanti corpi e le narici pregne.

Una via dopo l'altra, Nairobi è facile, nel senso che in un paio di giorni il centro lo impari e ci giri. Cammino. Dapprima lentamente, poi accelero l'andatura quel tanto per amalgamami al flusso e diventarne parte. Ora la mia retina percepisce forme e colori, istantanee che scorrono lateralmente a me in un impasto di strisce variopinte: non ci sono volti, occhi sguardi bocche espressioni, solo figure, parti di figure che vanno, brandelli di vocaboli incomprensibili lasciati alle mie orecchie da discorsi ormai oltre.

Gambe passi braccia gesti mani borse giornali turisti radioline a terra mendicanti offerte insistenti di stanze e safari a te ma se continui a camminare offerte a chi è dopo di te se ha la pelle del tuo stesso colore. Fosforescente.

Scatto continuo. Funzione di scatto continuo. Immagini da proporre in sequenza, fotogrammi rapidi come un film ma senza movimento, passaggi fermati fissati da rivedere in successione, attimi bloccati di umanità che scorre. Scattare a caso velocemente in continuazione per ritrovare anzi per trovare, ché senza la fissità di una foto li avremmo persi, il riso della donna che scherza con l'amica, lo sguardo di quell'uomo che cerca qualcuno allungando il collo, il tipo perso nei propri pensieri il cui braccio nudo finisce dalla mia prospettiva sul giallo fiorito dell'abito di una ragazza di spalle con altre ragazze che guardano jeans su un banchetto dell'usato, le borse kikoy kyondo*** esposte in vendita, uomini seduti indolenti. Accanto il muro esterno di una macelleria muro insegna disegno naïf dalla vacca al piatto ogni fase in dettaglio variopinto ed esplicito, barberie con sul muro identico sistema pubblicitario teste foggiate tagli di capelli cartelli interdetto l'ingresso ai bianchi birra Tusker coca cola cestini ambulanti pastiglie antimalariche a basso costo acconciature elaborate schiene dritte donne visi fieri africaan cafè vetrine ricoperte di foto di sederi crema antiemorroidi banconibar con inferriate vuoti a rendere la via degli stereo predicatore con chitarra elettrica acqua minerale bottiglie di plastica a scaffali pieni pasta barilla formaggio mono qualità grattacielo hotel Ambassador occhiate torve curiose speranzose decise cordialità movimento continuo aria tersa e asciutta rarefatta sole battente muri mercati coperti commercio commercio commercio vicoli in ombra odorosi spezie spazzatura bambini che frugano quartieriuffici banche souvenir da bancarella boutiques per souvenirs di lusso giraffe zebre etnici soprammobili alberi segati in forma di posate zoomorfe stoffe dipinte da incorniciare o indossare in spiagge nostrane sono stata in Africa o riposte dopo l'Africa nel cassetto dei ricordi, strade da attraversare poliziotti di quartiere**** professore universitario seduto in un'aiuola spiega il Kenya così turistico raccomandabile rassicurante proposta di tour operator che pensano che l’Africa dura e pericolosa sia altrove è una bomba a orologeria oppressione censura armamenti accordi con multinazionali extranazionali fame bande controllo svalutazione cento per cento annua e sorride neanche lontanamente crede che la soluzione sia fuori da lui fuori da Nairobi fuori dal Kenya fuori dall'Africa, pensioni a tre stelle due stelle una stella senza stelle corrente elettrica a singhiozzo andirivieni incessante bouganvillee polvere piedi che camminano ovunque da una parte all'altra della città dentro alla città attorno alla città fuori dalla città via dalla città e camminano camminano e tornano da dove sono venuti per ritornare domani, qualcuno in matatu, le code sono strane, file indiane che seguono il percorso delle vie angoli e tutto e la prima volta non capisci queste file ferme e pazienti di persone che serpeggiano di via in via angolo dopo angolo fino alla stazione dei matatu che non è una stazione ma un punto dove il matatu in genere si ferma e un tipo grida nomi in successione e se li capisci e riconosci il nome del posto dove vuoi andare, allora è il tuo matatu e il posto più o meno c’è sempre sono da quindici posti ma in trenta e qualcuno ancora ci si può stare dentro e poi sopra qualcuno si aggiunge, altri che abitano proprio lontano se ne vanno in treno, treno che ferma nel nulla apparente savana piatta e vuota da qualunque lato del treno guardi solo savana qualcuno scende e s'incammina distanze improbabili per standard occidentali treno linea unica Nairobi Mombasa linea coloniale treno coloniale opaca argenteria e sdrucite livree coloniali velocità da paura e se fai tutto il viaggio fino a Mombasa e devi passare la notte in treno uomini con uomini donne con donne se sei turista chiudono un occhio ma devi affittare scompartimento intero quattro posti prima classe.

Nairobi si svuota la sera prende la densità umana consueta di città del primo mondo, almeno il centro, fuori c'è Korogocho*****, il cuore della città sta attorno alla città, baracche infinite pulsanti mentre il centro là dove ci può scappare un’opportunità di guadagno il giorno ora si riposa ora che viene la notte. Il fiume di gente è defluito restano ancora persone che vagano ma non così tante, almeno non più così visibili, una prostituta da strada si avvicina e sconsiglia di passare da una certa via un po’ buia gentile si avvicina poi si affretta verso un probabile cliente autista di furgone notturno finestrino giù gomito fuori sta alla provocazione lei lo sollecita con movenze frenetiche dei fianchi così eccessive da essere ridicole, più in là troneggia luminosa l’insegna dell’Hard Rock Cafè. Mai stata. Una birra fresca ci sta. Dentro cravatte anelli bracciali d’oro adipe prostitute d’alto bordo champagne scintillio di denti labbra grosse mani che afferrano e prendono bicchieri come ogni cosa nella vita senso del possesso del potere ostentazione di sorrisi da fottuti pezzi di merda bianchi neri insieme orgia di ricchezza senza effetto sgocciolamento. Niente birra. Non ci sta proprio.


febbraio 1994


Note aggiornate alla data di pubblicazione (2004)


14 – NAIROBI CENTRO

* Daniel Arap Moi, presidente del Kenia dal 1978 a fine 2002.


** Matatu, mezzo di trasporto pubblico, furgoncino da dieci, quindici posti su cui vengono imbarcate anche trenta persone con bagagli a mano. Normalmente in pessime condizioni, colpisce l’assonanza del nome con la parola swahili matata che significa problema, confusione, complicazione.


***kikoy kyondo, borsa a cesto rotondo capiente sostenuta da ampio drappo variopinto da portare a tracolla.


**** Poliziotti di quartiere - Il movimento Mungiki, setta neo tradizionalista composta in massima parte dai discendenti dei combattenti Mau Mau massacrati dai colonizzatori britannici, rappresentano un vero e proprio esercito segreto, una delle milizie più potenti tra quelle che controllano la vita quotidiana informale delle 143 bidonvilles che avvolgono in un anello la capitale keniota. In queste zone in cui si concentra il 60% della popolazione urbana, il Mungiki ha privatizzato la legge. Mentre le compagnie di sicurezza del settore commerciale ufficiale si occupano dei quartieri " buoni " della città, il movimento assicura la giustizia di strada sostituendosi alla sicurezza pubblica in disarmo. I membri di questa milizia sono perlopiù diseredati ai quali è stato rifiutato tutto: sono stati respinti dalle scuole e non hanno trovato lavoro e tutto ciò per l'unico motivo che appartengono all'etnia kikuyu. Il governo di Nairobi ha periodicamente vessato i membri del Mungiki e li ha arrestati e detenuti in carcere. Dal 1991 al 1994, i massacri per motivi etnici perpetrati dal regime del presidente Daniel Arap Moi hanno preso di mira soprattutto i kikuyu, contribuendo a procurare maggior seguito al movimento. Il Mungiki ha iniziato a diffondere un messaggio di speranza, annunciando la Parusia, ovvero la seconda venuta del Cristo in tutta la sua gloria. Il movimento diviene portavoce di un'intera generazione, fa leva sulle rivendicazioni etniche e sociali che lo avvicinano ad altri movimenti che pure si battono contro l'autocratico Moi. Il Mungiki risponde inoltre al mercato della violenza che ha preso possesso dei quartieri irregolari della città e vi si inserisce, intervenendo negli scontri violenti della " guerra degli affitti ", assicurando protezione forzata ai quartieri dove la polizia non mette mai piede, imponendo il racket ad alcune linee di trasporto pubblico, i matatu, che riportano i loro clienti dal centro città verso le bidonvilles. Il Mungiki costituisce una microsocietà di parecchie centinaia di migliaia di membri, con somme considerevoli a disposizione ed è stato, nel 2002, uno dei protagonisti nella battaglia per il potere tra Uhuru Kenyatta e Mwai Kibaki, attuale presidente. Decine di gruppi di vigilanti che controllano i quartieri della capitale keniota si mobilitarono infatti in occasione dello scrutinio presidenziale. Centinaia di giovani alla ricerca di qualsiasi mezzo di sussistenza si uniscono alle gangs al soldo dei politici. Oltre al Mungiki, le milizie più famose sono i Baghdad Boys, gli Jezi La Embakasi e i Vigilantes Luo.


***** La baraccopoli di Korogocho si trova nei pressi di una delle principali discariche di Nairobi (3 milioni di abitanti), la capitale del Kenya. Korogocho si estende per un 1 km e mezzo di lunghezza e per 1 km di larghezza. Korogocho è uno degli insediamenti informali che si estendono a Nairobi (143 bidonvilles a Nairobi). Ci vive una popolazione stimata in almeno centomila persone. Abusivi, che occupano “illegalmente” terreni sia privati che demaniali. La maggioranza dei residenti è arrivata a Korogocho dopo essere stata cacciata da qualche altro posto della città. In quanto “abusivi”, senza alcun titolo di possesso sulla terra che occupano, molti in Korogocho si sentono precari. Non vedono lo “slum” come la loro casa o un posto dove fermarsi per un lungo periodo. In termini pratici, essi sono dei rifugiati nel loro stesso Paese. I problemi di Korogocho sono vari e numerosi. A cominciare dall’assenza di servizi igienici, fognature, approvvigionamento d’acqua e corrente elettrica. A Korogocho non esistono strutture amministrative se non ai livelli minimi. E i residenti, in assenza di un governo riconoscibile e autorevole, vivono in balia di ufficiali del governo corrotti e bande di criminali.

brano tratto da "Foto non fatte" edizioni Philobiblon 2004


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venerdì 11 marzo 2016

DAKAR, RIFIUTI E SOGNI

Immaginando di poter un giorno tornare in Africa, da diverso tempo, penso al Senegal. Mi attrae per diversi motivi, non ultimo il fatto che si parli francese. Un anno fa vidi un bel documentario su Rai 5 che parlava di un biologo francese che si è stabilito a sud di Dakar per dedicarsi alla divulgazione di metodi di pesca sostenibile tra la popolazione e ha messo su una squadra di sub per ripulire i fondali dalle reti rotte e abbandonate, facendo di questo programma la propria missione. Ecco un'altra persona in gamba, ho pensato. Un mio conoscente, poi, ci si è trasferito per aprire un'azienda di imballaggi alimentari da materiali riciclati. Inoltre il clima sarebbe idoneo per la mia salute. Insomma, una cosa dietro l'altra, sono arrivata a pensare che, vista la mia precarietà qui, mi ci sarei potuta trasferire dopo una visita preventiva, anzi, più correttamente, sarei potuta emigrare. Ad oggi, però, le mie finanze consentirebbero a malapena un viaggio di andata. Sarebbe veramente emigrare incrociando le dita. Di fatto l'idea è accantonata.
Ieri però, quando sono andata a perfezionare le pratiche di demolizione del mio scooter antico e distrutto da un incidente, ho letto che sarebbe finito a Dakar. Il concessionario mi ha spiegato che spedendo laggiù le moto spende un centinaio di euro in meno di rottamazione. Si sa che i nostri rifiuti più fastidiosi finiscono in Paesi in via di sviluppo, in Africa in particolare, con tutte le considerazioni del caso che qui tralascio, e che da alcuni di essi gli Africani tirano fuori ancora qualcosa di utile, come nel caso del mio scooter da cui trarranno pezzi di ricambio, ma ciò che mi ha colpito è stato pensare che proprio a Dakar è finito qualcosa di collegato a me mentre io resto qui.

Marzo 2016

martedì 7 luglio 2015

AFRICANI BLOCCATI A VENTIMIGLIA

In mezzo alla roba raccolta dai volontari in provincia di Imperia per gli africani bloccati a Ventimiglia, tacchi a spillo, biancheria sporca, coperte con le pulci.

giugno 2015

lunedì 22 luglio 2013

ELENCO 2

VARIE

Nel Regno Unito tagli al welfare per circa 2 miliardi di sterline

Sempre Regno Unito: la regina potrà contare su un gettito fiscale maggiorato di circa 5 milioni di sterline.

Corsa alle terre rare in Groenlandia. L’ex premier Kuupik Kleist dichiarava - non deve accadere come in Africa - ma intanto offriva incentivi fiscali e costi di lavoro ridotti. L’attuale premier, la signora Alega Hammond, mi pare abbia le idee più chiare e intenda ostacolare i cacciatori di risorse.

È morta la Tatcher (08/04). Ma non credo sia politically correct festeggiare.

In Cina al via le riforme verso la privatizzazione delle grandi aziende di stato: energia, telecomunicazioni, trasporti, settori estrattivo e petrolchimico.

Esplosione in una miniera di carbone nella Cina meridionale (13/03)

Un’altra esplosione di gas in una miniera di carbone nel nord-est della Cina (31/03)

Esplosione in una miniera di carbone in Russia, nei pressi di Vorkuta.(11/02)

Sono esplose due pentole a pressione alla maratona di Boston (15/04)

È esplosa una fabbrica di pesticidi in Texas (18/04)

Le votazioni del Presidente della Repubblica: a letto con una brutta bronchite seguo dall’inizio in tempo reale la faccenda. Particolarismi, mediocrità e un fiume di parole a vuoto.

Gli ETF (Exchange Traded Fund) cercano i prossimi Paesi emergenti soprattutto in Africa. Economie di frontiera con standard di garanzie minime per gli investitori, ovvero essere poco vulnerabili agli shock finanziari globali. Appunto. Le garanzie minime che devono avere questi Paesi è sufficiente che siano quelle a tutela degli investitori.


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