domenica 1 marzo 2026

INFANZIA - 123...STELLA!

I bambini non esistono più?

Due anni fa, avevo iniziato a scrivere di infanzia ma l’articolo era rimasto a metà. Per cause di forza maggiore e, soprattutto, per l’ampiezza e la complessità dell'argomento. Ora, invece, ho deciso di riprovarci, anche a rischio di non riuscire a scrivere in modo organico ed esaustivo, perché sta accadendo qualcosa che mi allarma e non mi piace.

Inizio a scrivere dopo essermi immersa nella lettura di contenuti d’ogni tipo attinenti al tema dell’infanzia ed essermi confrontata con diverse persone. Mamme e non mamme, insegnanti, studiosi, assistenti sociali, psicologi, nonché cosiddette persone comuni, di entrambi i sessi (uso ‘entrambi’ perché la lingua italiana lo consente e chi si ferma a contestare l’uso di tale parola può anche non procedere oltre) e di diverse estrazioni sociali e culturali.

Premetto, per non incorrere in accuse controproducenti che non farò l’elenco dei virtuosi, coloro che conservano un senso di sacralità nei confronti dei bambini, coloro che, nonostante come vanno le cose, nutrono una sincera speranza nel mettere al mondo dei figli. Insomma, darò maggior peso a quanto ho constatato averne percentualmente nelle risposte che mi sono state date.

I bambini non esistono più, non esiste più il riconoscimento della loro identità all’interno della compagine sociale. Se ne parla, certo, s’invoca il rispetto dei loro diritti, s’intende anteporre a tutto quanto il massimo interesse del minore, ma, a parte il sincero sentire di alcune, per fortuna ancora molte, persone che non ci dormono la notte al constatare la misura di maltrattamenti, abusi, sofferenze, strumentalizzazioni, privazioni che essi debbono subire, la realtà è che li si vuole trasformare in qualcosa d’altro per manlevarsi dalla responsabilità di una concreta tutela degli stessi.

Con la perdita del contesto tribale matriarcale anziani e infanti rappresentano due categorie sociali scomode e non funzionali. Riferendomi agli infanti, e vado in ordine sparso su quanto mi è stato detto, essi sono fastidiosi, hanno troppe esigenze, ti cambiano la vita, ti costringono a troppe rinunce. Però una donna non è donna se non fa un figlio, è incompleta, e allora ti tocca… Anche se, al giorno d’oggi, crescendo pretendono sempre di più, costano, vedono gli altri che hanno cose e le vogliono uguali anche loro... Però se non si fanno più figli chi le pagherà le pensioni? Chi andrà in guerra? Chi si prenderà cura di noi? Bisogna mettere un po’ tutto sul piatto della bilancia.

Insomma, gli si attribuisce una funzione sempre più utilitaristica.

Si inizia con il non sopportarli se sono nell’ombrellone a fianco, nello scompartimento del treno, al ristorante, ci s’indispone nei confronti di neogenitori che non parlano d’altro che della propria neonata progenie, e si finisce con il mangiarseli. Il salto logico pare un’iperbole in eccesso. Vuole esserlo, e si spera lo sia, se pur i fatti lasciano intendere si tratti di mera consequenzialità reale, per la quale si siano solo omessi i passaggi intermedi.

  

Ridacchiare

Sfiancata dal sentir dire tutto e il contrario di tutto a proposito dei file Epstein, ho deciso di scriverne.

Tempo di aprire una pagina bianca che qualcosa mi ha bloccato, costringendomi a rivedere l’impostazione che intendevo dare all’argomento.

Ho sentito ieri sera (10/02/26), ospite di Augias a La Torre di Babele, Michele Serra liquidare la faccenda di Epstein con una serie di definizioni quali: orgia e decadenza, raduni sessuali, corruttela dei costumi molto diffusa e transnazionale, club di maschi bianchi ricchi che cercano di concludere affari escludendo o occupando la politica, il tutto evitando o sorvolando sul possibile coinvolgimento di minori e bambini e relativi abusi di sorta. Le definizioni date sono indubbiamente corrette e condivisibili ma sono in odore di diplomazia. Quella diplomazia inopportuna che si adotta quando si teme di offendere qualcuno o, semplicemente, di venire poi smentito nel tempo da riscontri concreti. Insomma, non sia mai. Correre il rischio di essere bollato come complottista! D’accordo, però poi uno si deve fermare. Invece no. Il suo aggiungere di non invidiare chi deve leggersi i file, e chissà che noia, e un Augias che sottolinea, ridacchiando, ben due milioni di file e che conclude la trattazione dell’argomento considerando la faccenda come una versione un po’ più decadente delle ‘cene eleganti’ di italiana memoria, mi ha annichilito. Triste. Offensivo. Disarmante. Non so che termine scegliere. 

So che se si fosse trattato di uno dei tanti raccapriccianti fatti di cronaca che, senza soluzione di continuità, costellano le nostre giornate e raccontano dell’esistenza nell’animo umano di un desiderio di sopraffazione del debole, dell’indifeso, anche sangue del proprio sangue, i toni sarebbero stati gravi e preoccupati. Ci sarebbe stata espressione di partecipazione emotiva, di cordoglio, di urgenza a che le autorità seguissero l’iter necessario a far chiarezza. Un minore ucciso, abusato, torturato, denutrito, rinchiuso, quello che si vuole, un minore con nome e cognome, che abita in un luogo preciso, con una sua storia precisa, ecco, allora sì che l’eco mediatica si attiva. Sono cose che non devono succedere, sono sintomi di un forte disagio sociale, l’ennesima tragedia che si ripete secondo un copione noto. Colpevole, o colpevoli, il padre, la madre, i genitori, il fidanzato, il vicino di casa, il nonno, l'amico di famiglia, insomma un lungo elenco seguito dalle domande di rito. Perché? Cosa ha scatenato? Aveva turbe psichiche? Ha subito abusi a sua volta? Ci sono altre vittime che tacciono? I vicini non si sono mai accorti di niente?

Invece, di fronte alla faccenda di Epstein, il nulla. Pure la risatina.

Io vi dico, cari signori, che di fronte anche al solo sospetto di un’unica remota possibilità che anche un solo minore, uno solo, possa aver subito ciò di cui si parla, bisognerebbe avere un contegno diverso. Non dico empatia ma almeno contegno.

E lo dico anche a tutti i leoni da tastiera cui solo importa di aver ragione su qualcuno a prescindere, lo dico a tutti i giornalisti che domande non se ne pongono più da un pezzo, lo dico ai fantocci che adornano il cortiletto del potere e starnazzano, in questi giorni, di Sanremo e Olimpiadi.

Alle persone cosiddette comuni, dico che è sicuramente difficile anche soltanto prendere in considerazione la possibilità di certi abomini, lo so, fa venire i conati, è tutto talmente estremo da non poter essere vero, ma provate a immaginare i vostri figli coinvolti, prima di liquidare il tutto come impossibile.

Si vede sempre e solo una parte del tutto, e in genere è una piccola parte; dunque, se ciò che vediamo e sappiamo perché è agli onori della cronaca fa già inorridire, come possiamo escludere che si possano raggiungere abissi di depravazione? Come possiamo liquidare la faccenda dei file Epstein come una qualche manovra politica occulta per danneggiare/favorire uno o l’altro? Come operazioni messe in piedi da servizi segreti di un Paese o di un altro? Come possiamo asserire che i documenti e le immagini che stanno girando siano tutti manipolati? Lo so: non si riesce più a credere a quanto si vede o si ascolta perché con l’AI tutto è possibile, e sicuramente molti, alcuni per morbosità, altri ancora per i like, alcuni però certamente, ed erroneamente, convinti di aiutare la causa e favorire così un’indagine internazionale autentica e severa, manipolano e creano video e immagini ad hoc, ma, per favore, seguite l’istinto, il cuore, quello che è, e soprattutto non permettete che il dubbio che possa trattarsi di un’immensa montatura diventi alibi per la vostra coscienza, lasciapassare per la vostra quotidianità normale.

P.S. Nell’ultimo mese, ho notato, nei palinsesti di alcuni canali (Giallo, TopCrime, canale 20 Mediaset, Rai 4, Rai Movie), la presenza di film come Trafficked e, nelle serie poliziesche investigative la riproposta dei molti episodi dedicati ad abusi su minori, dalla tratta alle uccisioni con tutto quel che sta nel mezzo. Cavalcano l’onda? Vogliono sensibilizzare sul tema? Convincere gli scettici? Dire: “Noi è da tempo che cerchiamo di far capire che queste cose succedono.”? Appagare la morbosità di taluni spettatori?

 

Il Glovo della Carne

Parto dal passato, da quando, negli anni ’80, il problema del traffico di organi diventò una questione internazionale riconosciuta e, per un certo periodo, determinò un dibattito sulla questione e la condanna formale del commercio illegale e non etico (si sottintende che può esistere un commercio legale ed etico) di organi da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Si adottarono principi guida su donazione e trapianto nel 1991, affermando che gli organi umani non dovrebbero (non dovrebbero!) essere oggetto di transazione commerciale. Si parlava, e si scriveva, dei reni indiani. Poveracci che tanto con un rene solo sarebbero sopravvissuti. Si parlava, e si scriveva, di sparizioni misteriose di bambini, di vendite di bambini, di ordini di bambini, di bambini contenitori d’organi. Esattamente come sono esistiti i bambini vacciniferi: bambini che portavano oltreoceano i vaccini nel proprio sangue (Leggi “Il favoloso innesto” di Baroukh M. Assael ed. Laterza).

Si parlava, e si scriveva, anche di forme di tratta di schiavi che contemplavano bambini.

Si parlava, e si scriveva, di snuff movies, poi però riconosciuti come mito: una leggenda metropolitana dovuta allo sdoganamento, negli anni ‘70, di pellicole splatter e hardcore particolarmente violente (The Slaughter (1971), Cannibal Holocaust (1979), Videodrome (1983), Vacancy (2007). Un mito che si riferisce a pellicole di dominio pubblico e per le quali era stata fatta una campagna veramente efficace per convincere che qualcuno venisse ammazzato sul serio. La prima considerazione banale in merito è che quando si offre qualcosa sul mercato se non è per indurre una domanda, è per rispondere a una domanda esistente. In entrambi i casi c’è da rifletterci su. L’FBI indagò sul fenomeno ma niente. Sul DarkWeb si dice non esista nulla. Insomma, una fake ante litteram.

Eppure, verso la fine degli anni 2000, non ricordo con esattezza, mentre lavoravo a un articolo sulla pornografia online, ebbi l’occasione di accedere al DarkWeb* con l’aiuto di un amico nerd/hacker, e riuscii ad avere una sommaria panoramica dell’ambiente. A parte droghe e armi, l’offerta di materiale pedopornografico era, e sicuramente è ancora, assai ricca. Non approfondimmo nessun settore perché piuttosto complesso entrare nei vari siti e perché rischioso. Per quanto il mio amico fosse dotato di attrezzatura e programmi notevoli per far rimbalzare il proprio indirizzo IP, l’essere tracciati da parte di chi lavora nel DarkWeb è facile ed è meglio evitare. Di quella discesa negli abissi mi rimase impresso una sorta di banner che offriva servizi di ristorazione, tipo Glovo per intenderci, che non troppo velatamente lasciava intendere la possibilità di rifornire di qualsiasi tipo di cibo e carne. Carne di qualsiasi genere, nessuna esclusa. Come ci fermammo allora, mi fermo ora. L’ultima cosa che voglio è alimentare passaparola basati sul nulla. Forse era come la truffa del mattone.

Sempre per quell’articolo contattai anche un responsabile della Polizia Postale per rivolgergli, in pratica, un’unica domanda: Se era possibile che io cercando una foto di nudo integrale di un attore famoso (lo cercai apposta: stavo facendo esperimenti), nel giro di una decina di click mi ritrovassi a lato dello schermo dei banner con fotogrammi ‘pesanti’ che mi avrebbero portato a siti discutibili (ne scrissi in un vecchio articolo: You porn 1), perché la Polizia postale non interveniva? Purtroppo, senza il nulla osta da parte del Ministero, non gli fu possibile rispondere ad alcunché. Mi capitò, un paio di anni dopo, di conoscere altrove, a una cena, un altro responsabile della Polizia Postale e gli posi la medesima domanda. Mi diede delle risposte colloquiali e generiche che confermavano però ciò che pensavo: “Succede così dappertutto, s’ignorano i pesci piccoli per arrivare a pesci più grossi ma - specificò - mai i più grossi. Ci sono ma è indimostrabile. Come se non esistessero.” Molto chiaro.

Altro fatto, questo personale, che voglio raccontare per arrivare poi al dunque, risale a quando facevo le medie. Mio padre era un giocatore incallito e, a Torino, frequentava ambienti vari, dal bar Sport del caso a circoli privati, da incontri in casa di uno o dell’altro giocatore man mano conosciuti a ritrovi ‘particolari ed esclusivi’. Mio padre era una persona discutibile sotto molti aspetti ma una cosa gliela debbo riconoscere: non mi ha mai mentito. Anzi, è stato sempre fin troppo sincero. Accade che da un certo momento in poi, avevo circa 12 anni, mi tenne sotto sorveglianza stretta impedendomi qualsiasi cosa vi possa venire in mente. Mi era accaduto, alcuni anni prima mentre ero affidata ad altri parenti, un fatto molto grave e lui quando, in ritardo, ne venne a conoscenza, diede letteralmente, e giustamente, i numeri. Imprigionarmi fu per lui la strategia più efficace per proteggermi. Tornando al suo dirmi le cose come stavano, ci teneva infatti ad argomentare in modo razionale ogni sua decisione, mi raccontò che nel suo bazzicare certi ambienti torinesi si era trovato in situazioni da cui con difficoltà era riuscito a defilarsi senza destar sospetti. Mi disse: “Non hai idea di cosa possa succedere a bambini o ragazzini della tua età. Peggio di quello che è accaduto a te. Un giorno, forse, capirai. Per ora fidati di me: voglio solo proteggerti”. Nel frattempo aveva già iniziato a pianificare il nostro allontanamento da Torino per andare a stare in campagna, in provincia di Cuneo. Cosa che avvenne meno di due anni dopo.

Quello che oggi chiamano Dark Web, ieri si chiamava "circolo privato". La sostanza non cambia: bambini, o comunque minorenni, come oggetto di compravendita o affitto. Tratta ludica.

È dunque tutto fasullo quello di cui in questi giorni si sta parlando? Lo correreste voi il rischio? Io no. Andrei a fondo fino ad avere certezze. In un senso o nell’altro.

 

* Il deep web è la parte di Internet non indicizzata dai motori di ricerca, circa il 90% di tutto il contenuto di Internet. Tra i contenuti non indicizzati dai motori di ricerca (ma se si conosce l’indirizzo si può utilizzare un normale browser) finisce quasi paradossalmente tutto ciò che del Web usiamo più spesso: messaggi diretti, email, transazioni bancarie, finanziarie, dati aziendali protetti, ecc. Il dark web, invece, è una parte nascosta e criptata del deep web, circa il 6% del contenuto di Internet. Viene usato per attività per le quali è necessario proteggere la privacy (per comunicare tra dissidenti di un regime, così come per  comunicazioni tra delinquenti, insomma utile a chi serve), per gestione criptovalute, oppure per attività illegali (chirurgia grinder, sperimentazione, hacking, pedofilia, droga, armi, documenti falsi, farmaci, frodi varie). Tutto venuto fuori a seguito di operazioni di polizia terminate e rese pubbliche.

 

 Infanzia da reddito

Nei primi anni '90 collaborai come educatrice per una società privata tedesca, con base in Italia, che si occupava di gestire ragazzi minorenni tolti alle famiglie per vari motivi. La struttura gestiva dai sei ai dieci giovani, tra ragazzi e ragazze, e percepiva dallo Stato tedesco 5000 marchi al mese a ragazzo.

Facciamo conto che siano 6, quindi un’entrata di 30.000 marchi al mese. Questi ragazzi venivano alloggiati in stanze o roulotte e seguivano un percorso uguale per tutti che comprendeva il lavorare al restauro di un mulino da destinare ad accoglienza turistica. Gli si riconosceva una paghetta dai cento ai duecento marchi mensili che veniva elargita loro di volta in volta con piccole cifre per necessità personali, la cui necessità venisse però riconosciuta come tale dal responsabile del centro. Tra le altre cose il denaro ricevuto dalla Germania serviva per il loro nutrimento. Io, educatrice, ero anche responsabile della ‘cambusa’ e posso affermare che per nutrire mensilmente ragazzi, educatori e responsabili, si spendevano mensilmente circa 1000 marchi. Aggiungiamo 200 marchi di paghetta a ciascun ragazzo, per un totale di 1400 e la retribuzione degli educatori (uno a ragazzo) che, contributi inclusi, non arrivava a 10.000 marchi tra tutti. Arriviamo a un totale di 13.000. Ora mettiamoci utenze e costi vari (sanitari, trasporti, ecc.) e tenendosi veramente larghi altri 3000 marchi. In quanto attività di assistenza sociale, tutto esentasse in Germania. Minimo avanzavano 13/15.000 marchi al mese (barca a vela e purosangue). Questa per me è attività imprenditoriale, non assistenza. Il minorenne attraverso la retta mensile diventa una voce di bilancio.

E non entro nel merito né dei percorsi educativi né delle regole interne, tantomeno dello sfruttamento lavorativo per la ristrutturazione. Dopo meno di un anno ho dato il giro alla scrivania al responsabile del centro e l’ho denunciato alle autorità tedesche. Altre realtà analoghe erano più virtuose ma, di fatto, c’è poi stata una stretta dei cordoni della borsa statale e si è passati a 1000 marchi al mese per ragazzo. Gli ‘imprenditori’ del sistema hanno, uno alla volta, chiuso bottega.

In base a quest’esperienza personale mi sento autorizzata a ritenere che lo stesso meccanismo sia diffuso un po’ ovunque. L’espressione l’occasione fa l’uomo ladro ha la sua ragione d’esistere. Che siano bambini, ragazzi, migranti, donne, insomma qualsiasi gruppo di individui deboli o border line, l’affare è dietro l’angolo. Anzi si tratta proprio di holding miste. Un vero e proprio mercato, non saprei come altrimenti definire talune prassi. Quindi il non riconoscimento del bambino in quanto tale, cui mi riferivo all’inizio, procede e il bambino lo si fa diventare oggetto di transazione. Soprattutto se pensiamo a bustarelle e corruzione alimentati da una fame di genitorialità, oserei definire, indotta. So che ciò che sto scrivendo non è politicamente corretto ma per me vale sempre l’interesse del minore innanzitutto e, ahimè, sempre meno se ne tiene conto.

Pensate al sistema degli affidi: se una madre è eccessivamente povera, le portano via il figlio invece di aiutarla con qualche centinaio di euro. Ma se quel bambino va in affido, lo Stato paga.

Grosso modo, oltre a sostegni vari, supporto assistenti sociali, congedi lavorativi, con il recente adeguamento tariffe se prendo un bambino in affido ricevo un contributo economico che tradotto in soldoni ammonta mediamente a un 500 euro mensili. Con questo chiudo il discorso. Non c’è granché da aggiungere. Nel senso che, come specificatomi da responsabili del settore, purtroppo, ad esclusione dei casi legittimi di intervento, e cioè quando il minore non venga nutrito, lavato, vestito in maniera adeguata e contemporaneamente siano presenti violenze e abusi di sorta, spesso si vanno a colpire nuclei il cui problema principale è la povertà. Certo, ci possono anche essere tutti gli annessi di alcolismo e dipendenze varie (Gratta & Vinci, ultima ratio - benedetta dai Monopoli di Stato - dei disperati; video intrattenimenti virtuali vari e senza soluzione di continuità; droghe - ma costano di più ; psicofarmaci a gratis, ecc.) e, quindi, in alcuni casi legittimi tutela esterna, supervisione, aiuto e accompagnamento nel percorso, ma se il problema fosse solo economico, sarebbe facilmente risolvibile. Diamo il denaro alla madre, al padre, ai genitori, e lo risolviamo. Conosco personalmente situazioni drammatiche che un’iniezione di qualche cento euro al mese risolverebbe trasformandole in situazioni automaticamente serene. Perché non si aiutano direttamente, e veramente, i genitori a rimettersi in sesto? E non parlo di assegno unico ed elemosine varie. Ci sono famiglie che, per tracolli vari non imputabili a loro - perdita del lavoro, problemi di salute, assenza di famigliari su cui contare - si ritrovano a vivere in scantinati, garage, automobili. Non avendo contratto di locazione non possono fare Isee e senza Isee non possono accedere agli aiuti. Un corto circuito. Poi arriva qualcuno e risolve il problema togliendo la patria potestà. Con buona pace del trauma psichico del bambino. Perché, lo sappiamo bene, per un bambino che si sente amato qualsiasi luogo è casa. Non s’intende un bambino di contratti di locazione, Isee, bollette da pagare. Dunque, sovente, questo sistema di tutela del minore si trasforma in trauma anche maggiore quando non in un mercato. Lo affermo con tutto il rispetto per gli operatori seri e attenti che, per fortuna, ci sono.

 

 Piccoli adulti con responsabilità

E mentre li riduciamo a merce, li forziamo a diventare adulti precoci. Qualche accenno all’educazione sessuale infantile, di cui tanto si parla, è d’obbligo. Non intendo qui far cenno all’infinito discorso su cultura gender, cultura woke, et similia, perché di certi temi è necessario parlare con attenzione, chiarezza, e diffusamente, e non solo fare accenni equivocabili.

Torniamo all’infanzia.

Siamo animali e la sessualità, intesa in senso lato, esiste e alcune sue manifestazioni sono, appunto, precoci. Necessario dare a ogni cosa il suo proprio nome, non avere tabù, non giocare con i sensi di colpa, non procurarne, eccetera, eccetera, eccetera. Ma (ci vuole un grosso ma) la lettura delle linee guida europee sull’educazione sessuale nella prima e primissima infanzia (pdf in calce), nonché di altri testi, alcuni dei quali contestati e ritirati*, mi porta a sospettare una volontà di aprire l’ennesima finestra di Overton che potrebbe portare a un trasferimento definitivo di responsabilità sul minore.

Ho udito con le mie orecchie un avvocato chiamato a difendere un uomo di 60 anni accusato di molestie continuative su una bimba quando questa aveva tra i 6 e i 9 anni, consigliare il ritiro della denuncia perché la bimba all’epoca dei fatti girava per casa in pantaloncini corti, quindi l'uomo era stato provocato. Accadeva solo in estate quando la bimba andava a trascorrere le vacanze estive dalla madre. Il giudice ha anch’egli usato violenza sulla medesima bambina divenuta nel frattempo una ragazzina di dodici anni, con insistenti domande finalizzate a smascherare i tentativi di seduzione (sempre all’epoca dei fatti) perpetrati dalla bambina a danno dell’uomo accusato. Non riuscendoci ha concluso essere stato tutto frutto della fervida fantasia della piccola e ha assolto l’uomo. Le altre bambine coinvolte non si si sono presentate perché i rispettivi genitori non hanno voluto vedere infangata la reputazione della propria famiglia. 

Leggere frasi quali: “spiegate ai bambini che ci sono segreti buoni e segreti cattivi” e “se si resta in silenzio è come dire SÌ, quindi affinché non ci siano dubbi meglio dire No”, fa venire la pelle d’oca. Quale frase più comune per un abusatore, soprattutto se appartenente alla cerchia famigliare, di questa: “Stai tranquilla/o, non c’è niente di male, sarà il nostro piccolo segreto”? E poi, la vogliamo considerare la soggezione di un bambino in una situazione nuova, strana, senza riferimenti, di fronte a un adulto che nella migliore delle ipotesi blandisce con rassicurazioni di sorta, nelle peggiori, invece, minaccia di far del male, che so, alla madre se il bambino dirà qualcosa o al bambino stesso? E un bambino, in un simile contesto, dovrebbe fermare i “giochi” e dire un fermo e consapevole NO? Stiamo veramente chiedendo a un bambino di fermare un predatore con un diniego consapevole? Lo sta chiedendo lo stesso legislatore che poi fa le pulci al tono di voce con cui un adulto vittima di abusi ha detto NO all’abusatore?. E se non l’ha detto perché ‘congelato’ (freezing), allora vien fuori che gli andava pure bene. Ma per favore!

Tutto rema verso un approdo di deresponsabilizzazione di quelli che adulti, anche solo anagraficamente, lo sono. L’obiettivo è: i bambini sono bambini fino a un certo punto. Li si vuole mettere alla pari. Un percorso di trasformazioni giuridiche che condurrà a un LIBERI TUTTI.

Ci sono testi di educazione sessuale per la fascia 10-12 che esemplificano le procedure pre-coito anale. Libercoli per la medesima fascia d’età che, a proposito di rapporti con adulti, suggeriscono che un’eventuale assenza di piacere fisico o, addirittura(!), pensate, la presenza di disagio, dolore, tristezza, potrebbero essere segnali di abuso. Nell’antichità erano consueti i rapporti sessuali tra adulti e ragazzi molto giovani, non si discute, ma oggi visto che vantiamo un’evoluzione culturale e sociale, il discorso dovrebbe essere un po’ diverso. Come accadeva in antichità e in passato (anche per una speranza di vita molto più bassa), ancora oggi in alcune culture esistono le spose bambine ma nessuna prassi ha intrinseca una sua giustizia, né è giustificazione perché essa prassi venga ripresa e diffusa.

Ci sono poi diari per la scuola primaria in cui, andando a sfogliare con attenzione, si trovano, in forme diverse e ambigue, domande quali: “Ma sei proprio sicur* di essere un maschietto? Sei proprio sicur* di essere una femminuccia? Perché non provi a cambiare e vedere se ti piace di più…”

Ho sufficienti competenze di biologia animale per sapere che esistono decine di declinazioni di genere ma un conto è rispettare l’identità sessuale di un individuo, un conto è indurre insicurezza e dubbi in chi sta iniziando a costruirsi un’identità. Lasciare che natura faccia il proprio corso, no?

Qui si sta pisciando fuori dal vaso.

 

 *Nel settembre 2022, la ministra spagnola Irene Montero affermò in Commissione che i bambini hanno il diritto di conoscere il proprio corpo e che le relazioni sessuali basate sul consenso sono un diritto di tutti, inclusi i minori. Queste frasi furono interpretate dalle opposizioni (PP e Vox) come una "normalizzazione della pedofilia", scatenando una tempesta mediatica. Frasi decontestualizzate e utilizzo dei termini niños e niñas per riferirsi agli adolescenti. Comunque sia, ritengo che certi temi vadano trattati con un’inequivocabile proprietà di linguaggio. Perché sono testi e direttive in cui l’ambiguità la fa da padrona ed è un attimo a che ognuno interpreti a modo proprio.

Una polemica che ha riguardato anche la guida intitolata "La educación sexual de niños y niñas de 0 a 6 años" e altre analoghe, pubblicate e promosse da enti locali e ministeriali. In alcuni di questi testi si parlava di esplorazione corporea e "gioco sessuale" tra pari come tappe dello sviluppo. In diverse regioni, a seguito delle proteste di genitori e partiti conservatori, alcune di queste guide o specifici materiali didattici sono stati ritirati o ne è stata sospesa la distribuzione.

Linee guida europee educazione sessuale infantile

https://scuolalab.edu.ti.ch/temieprogetti/educazione_sessuale_nella_scuola/Documents/Documenti_riferimento/STANDARD-OMS.pdf

 

ETÀ 0-4 anni: - se l’esperienza non è bella non si deve SEMPRE accondiscendere

-mettere i bambini in grado di dire no, andare via(!), parlare con una persona di fiducia(!!)

 

 

 P.S. Ospitate nel 2025 presso il Parlamento Europeo, le opere dell’artista” svedese Lena Birgitta Cronqvist Tunström, in cui sono raffigurati dei bambini che fanno a pezzi altri bambini o li affogano, hanno suscitato scalpore e fatto partire un’interrogazione parlamentare. È stato osservato che l’artista svedese forse ha solo voluto svelare ciò che ogni giorno è celato ai nostri occhi ma che avviene, con tanto di benedizione delle istituzioni europee; avrebbe dunque mostrato plasticamente l’orientamento ideologico delle suddette istituzioni.

Ho osservato alcune immagini dei quadri incriminati e non ho visto adulti se non nei volti di alcuni neonati maltrattati. Gli adulti seviziatori sembrano invece bambini mal cresciuti. Le azioni che vedo gridano vendetta. Voi adulti ora ricevete ciò di cui siete colpevoli. Sbaglierò, non so granché dell’autrice se non che è stata definita ‘disturbata’, ma è comune nelle vittime immaginare che chi le ha abusate patisca la stessa sorte. Immaginare ruoli invertiti per elaborare e denunciare. Forse sbaglio.

 

sabato 28 febbraio 2026

MASCHILE GRAMMATICALE

    È mai possibile, ogni volta che inizio a scrivere un pezzo, esser presa dall’ansia? Dal timore che la maggior parte dei possibili lettori si potrebbe fermare all’utilizzo del maschile omnicomprensivo e non procedere oltre nella lettura?

Primo: il genere grammaticale non ha nulla a che fare con quello naturale. Nessuna identità individuale viene messa in discussione. Stiamo sereni.

Secondo: il genere grammaticale maschile è un genere non marcato: Franca e Giovanni sono usciti. Mia sorella ha tre figli – se non specifico maschi vuol dire che possono essere maschi e femmine, se dico che ha tre figlie è chiaro che ci sono solo femmine  ( le rispettive identità/inclinazioni sessuali sono completamente su un altro piano comunicativo) - Vado a cena da amici - se non specifico amici maschi, intendo amici uomini e amiche donne - se scrivo a cena da amiche, intendo che ci saranno solo donne. Potrei scrivere Vado a cena da amici e amiche ma non andrebbe bene comunque. Le alternative sarebbero: Vado a cena da amic* (e, perdonate, non ce la posso fare), Vado a cena da amicə oppure Vado a cena da amici, amiche, bisex, fluidi, gay, ...  o, per far (prima) Vado a cena da amici e amiche e, forse, lgbtqia+, così da non far torto a nessuno.

A parte le implicazioni informatiche per * e quello fonetiche per ə, se anche uno si adattasse all’uso scrivendo, poi come cavolo le si pronuncia parlando? Qualcuno ha proposto la U ma non va bene nemmeno quella. Resta solo la soluzione di troncare le parole.

Mi viene in mente un’altra cosa: come ci si rivolge a qualcuno che non si riconosce in nessuna categoria di genere? Con il loro?

“Che piacere vedere loro (vederli non si può dire)! È un sacco di tempo… Loro stanno bene? Loro quando sono arrivati? - anzi, no - Loro quando sono arrivat?” Il problema subentra con frasi più complesse e quindi con la necessità di usare articoli, aggettivi, participi passati. E stiamo riflettendo sul fatto di rivolgerci a una persona sola. Ma se sono in due o tre?

Qui non sto né mancando di rispetto né prendendo in giro alcuno. Mi limito a sottolineare alcuni aspetti che vanno dall’oggettiva difficoltà comunicativa alla discriminazione di chi vuole scrivere un racconto in santa pace.

Le inclinazioni sessuali di ognuno sono un affare principalmente privato, sicuramente da rispettare e non giudicare (un paio di eccezioni, personalmente, io ce le metto), ma non devono trasformarsi in tagliole per la lingua. Prima stavo scrivendo di essermi trovata in una riunione con persone di entrambi i sessi e mi sono bloccata. Ho smesso di scrivere perché entrambi i sessi non si può più dire. Sfiancante.

Di esempi sull’assurdità di questa abbruttente chirurgia estetica della grammatica e della lingua ce ne sono a iosa.

(es. la sentinella - attività militare prevalentemente maschile - dovremmo trasformarla in il sentinello? Poi, per coerenza, dovremmo anche rivedere l'uso del lei? Frasi come: "Avvocato (avvocato uomo), Lei non crede che sarebbe meglio fermarci qui? Glielo chiedo perché ieri in tribunale non l'ho vista convinto." non si potranno più usare?)

Ecco, appunto, cerchiamo di evitare il ridicolo.

Direi che il dirigismo linguistico politicamente corretto potremmo lasciarlo all’ambito burocratico anagrafico, ai social e ai messaggini ed esonerare la prosa nelle sue varie declinazioni.

 

domenica 1 febbraio 2026

VIVA IL CONTROLLO

È triste udire persone da sempre considerate di intelletto brillante pronunciare frasi come la seguente:

«Personalmente mi va benissimo che abbiano accesso a ogni mia comunicazione, messaggio, o quello che è, che mi circondino di telecamere. Per me le possono mettere dove vogliono, purché mi garantiscano protezione e sicurezza. E se lo fanno è perché hanno i loro buoni motivi. Sanno ciò che fanno. Quindi è giusto mettere tutti quanti sotto controllo. Videosorveglianza, accesso ai dati, quello che serve. Chi non è d’accordo evidentemente ha qualcosa da nascondere.»


cena - Dicembre 2015


domenica 16 novembre 2025

CORONAVIRUS E DIRITTI - Marzo 2020

I pensieri si accavallano.

Ciò che stiamo vivendo è drammatico. Drammatico è ciò che tantissime persone devono affrontare nel privato. Le vicende intime, famigliari, i lutti, le separazioni e le convivenze forzate. Drammatiche le conseguenze per chi già era ai margini della società, per chi andrà inesorabilmente ad accrescere le fila dei diseredati. Drammatiche sono le derive sociali di cui già si colgono segni. L'invidia nei confronti di chi ha un giardino, un balcone, uno spazio di cui godere. La frustrazione di chi inizia a detestare i cani perché chi ne ha uno può uscire per portarlo a passeggio ma chi ha un figlio non può fare altrettanto. Allora protesta e vorrebbe venissero se non impedite almeno limitate al massimo le passeggiate con i cani, senza comprendere che a togliere i diritti ai cani non si guadagnano diritti per i bambini. Lo sconforto di constatare che nella difficoltà e nella paura spesso, come con le malattie, ci si accanisce contro i sintomi e non contro la causa. Se il diritto di qualcuno non mi danneggia perché volerlo privare di tale diritto? Se otterrò che a qualcuno venga proibito di godere del proprio giardino, della propria bottiglia d'acqua, della propria libertà di movimento, perché io non ho il giardino, non ho la bottiglia d'acqua, non ho la libertà di movimento, non è che quanto gli viene sottratto sarà suddiviso tra chi ne è privo. Non avrò un pezzo di giardino, qualche sorso d'acqua, la possibilità di muovermi al posto suo. I diritti non si sottraggono l'uno all'altro. I diritti, in quanto tali, appartengono agli esseri viventi. Ora certo siamo in una situazione d'emergenza e tutto ci pare ingiusto ma non dobbiamo perdere lucidità. Si tratta di un principio. Capire che in qualsiasi contesto sociale, il togliere al prossimo non ci arricchisce. Quindi non dovrò fare in modo che l'altro non possa più bere ma dovrò lottare per avere anche io, e tutti coloro che non ce l’hanno, accesso all'acqua.



25 Marzo 2020


martedì 11 novembre 2025

ASCOLTANDO SEPÚLVEDA A FAHRENHEIT (7/11/2016)

Trascrivo qui di seguito gli appunti di stamane mentre ascolto Radio3. Ospite di Fahrenheit il grande Luis Sèpulveda. Quando si dice le coincidenze

Mi chiedo se si tratti di ansia da prestazione, di dispersiva gestione del tempo, o di banale perdita di interesse. So solo che negli ultimi quattro anni decine e decine e decine di ore sono andate smarrite, intrappolate nella rete, e che ne voglio uscire.

È una riflessione cui giungo considerando varie situazioni. Ad esempio il lavoro: a parità di cose da fare e di risultati, il tempo necessario è superiore al passato, e l’incremento, a parte le ore in più dovute all’abbassamento della paga oraria, va sotto la voce “contatti”. L’avvento della posta mail all’epoca ci è parso una gran facilitazione e lo è stata: si controllava ed evadeva la posta una volta al giorno e tutto procedeva fluidamente, allegati e compagnia bella. Oggi invece per non risultare inefficienti bisogna rispondere entro mezz’ora al massimo e stare sempre sul pezzo. L’esito non è conseguentemente migliore. Né quantitativamente né qualitativamente, solo, non sempre, più rapido. E quindi bisogna stare sempre con il telefono sotto agli occhi. Mediamente, a manciate di secondi, buttiamo lì più di un’ora al giorno¹ solo per controllare che non ci sia sfuggita qualche notifica. Pare proprio che la promessa di agevolare la vita nei vari suoi aspetti e permettere di godere di maggior tempo libero sia stata disattesa. Peccato.

Ho sempre creduto che il problema non sia mai il mezzo ma chi lo utilizza e come, ma inizio a ricredermi. Forse abbiamo sottostimato la forza dirompente di una virtualità introdotta con forza in ogni ambito della nostra quotidianità. Ognuno di noi può facilmente verificare i cambiamenti avvenuti nella propria persona, fisici, psicologici, comportamentali.

Io per prima ho ceduto alla lusinga dell’interconnessione. Ho aperto questo blog i cui post girano dopo ventiquattr’ore su Twitter, e su Twitter² tra chi seguo e chi mi segue, si trova sempre qualcosa di interessante da leggere e da condividere (soffro per questo meraviglioso verbo che se va in giro a capo chino, svilito, con aria rassegnata), ma che genere di condivisione è se l’unico risultato cui porta è che sempre più individui trascorrono sempre più tempo davanti a uno schermo?

Negli ultimi mesi ho avuto una media di 400, 500 lettori mensili del blog (Chi sono? Leggono? Ci finiscono per caso?), e mi sorprendo a voler mantenere almeno tale media, pena la perdita di quel minimo di visibilità che, oltre agli intenti idealistici per cui il blog è nato, potrebbe tornare utile per un paio di progetti che ho in testa. Ma sto impazzendo? Come posso credere che possa servire a qualcosa. La tentazione però è forte. Chi è già che diceva negli anni sessanta che in futuro ogni persona avrebbe avuto i propri quindici minuti di fama?

Stavo riflettendo su quante volte ho pensato di scrivere alle persone note che stimo e che, secondo me, hanno dato e danno un contributo positivo all’andamento delle vicende umane. Difficile però raggiungerle, trovarne un recapito. Lo scopo del contatto, chiederete, quale dovrebbe essere? Espressione di gratitudine e scambio di opinioni su tematiche di interesse comune. Grosso modo questo. Nella vita sono stata fortunata e ho avuto modo di abbracciare Vandana Shiva, di avere uno scambio epistolare con Susan George, di regalare un libro a Marco Paolini. Mi piacerebbe stringere le mani a Paul Watson e dirgli grazie, solo questo, grazie. Mi piacerebbe parlare di resistenza e di rivoluzione con Luis Sepùlveda davanti a un buon vino e fargli una domanda che da un po’ mi ronza nella testa. Ecco, ora su twitter, potrei contattarlo: incredibilmente risulta nell’elenco di coloro che mi seguono. Basterebbe una chiocciola ma non l’ho mai digitata né lo farò (forse oggi, giusto per segnalargli questa pagina). Non è il mio modo, non è sufficiente, non è empatico. Sento maggior vicinanza nel sentire la sua voce in diretta mentre trascrivo questi appunti. Se un giorno lo incontrerò, lo guarderò negli occhi e gli proporrò un caffè. Nel frattempo guarderò negli occhi le altre persone che incontro.


Oggi un recente movimento di pensiero cresciuto tra intellettuali e studiosi nei vari settori sta teorizzando e mettendo in pratica la disconnessione come dotazione fondamentale per poter interpretare la realtà presente e futura in modo il più possibile oggettivo o, perlomeno, più completo. Google è talmente presente nelle nostre vite, risponde a ogni nostro quesito, che dimentichiamo che esiste una realtà più ampia di quella in esso contenuta. Anziché ampliarlo, ha ristretto il nostro mondo e conseguentemente il nostro margine di azione mentale. Al punto da farci ritenere superflue esperienza e verifiche dirette. Facciamo atto di fede ventiquattro ore al giorno aderendo a una visione se non necessariamente falsa, di certo monca.

Forse per fare qualcosa di buono è semplicemente più utile andare per strada.


7 novembre 2016


¹ In base al mio utilizzo e a quello di chi conosco, avevo stimato che, includendo i refrattari, i contatori degli smartphone (a.D. 2025) possano indicare un utilizzo giornaliero dalle 3 alle 5 ore di cui oltre l’80% per consultazione app e social e il restante tempo per telefonare. Sono andata a verificare su varie fonti. Ero ottimista. Pare che il consumo medio vada dalle 3 alle 8 ore giornaliere e la percentuale per le telefonate sia inferiore al 10%. Amen

² Sono trascorsi parecchi anni e Twitter, ora X, è stato trasformato nel frattempo in una cloaca maxima.

mercoledì 2 ottobre 2024

CONSIDERAZIONI IN ORDINE SPARSO SU CANCEL CULTURE, INCLUSIVITÀ, DISGREGAZIONE SOCIALE

Nel cortile il bambino vede per la prima volta un africano, sgrana gli occhi meravigliato ed esclama “Ma è tutto nero!”

L’africano sorride, io di rimando.

Se il bambino avesse conosciuto la parola negro, forse avrebbe esclamato “Ma è tutto negro!”

E, probabilmente, l’epilogo sarebbe stato identico.

Perché a comandare non è la parola ma il sentire. Nel caso specifico, la meraviglia.

E la meraviglia suscita sorriso perché arriva dal cuore.

Le parole sono tutte pure. In linea di massima.

La descrizione di ciò che si presenta alla vista, ai nostri sensi in generale, attraverso l’utilizzo di termini presenti nei vocabolari non è deprecabile di per sé. Può essere criticabile e riprovevole in specifici contesti e, soprattutto, sulla base di un’intenzione negativa. Anche parole belle possono essere usate in modo offensivo. E, sin qui, tutto molto ovvio.

Ora è però in atto una vera e propria guerra ideologica sull’utilizzo delle parole. Chi le vuole eliminare, chi ne vuole manipolare i significati, chi ne vuole ridurre il numero. Con buona pace della capacità di elaborazione del pensiero critico e quindi della libertà.

Un conflitto che sta ulteriormente dividendo la società per il tramite di un processo di ristrutturazione manicheistica del pensiero che non può che portare allo smarrimento della ragione e alla disintegrazione definitiva della società stessa. Infatti, l’impostazione o bianco o nero è già ben radicata. Che si parli di ecologia, di conflitti, di clima, e a seguire un elenco lunghissimo le cui voci meriterebbero ognuna una trattazione dedicata, o si sta da una parte o dall’altra, o sei con me o sei contro di me. Non è contemplato né contemplabile che ci sia del vero nelle asserzioni di entrambe le parti che si fronteggiano, né che entrambe possano sbagliare. Gli uni hanno totalmente ragione, gli altri totalmente torto. Chi siano gli uni e chi gli altri dipende dalla parte presso cui ci si colloca.

Questo il terreno da cui si parte.

Poi, iniziando dal politicamente corretto, si arriva alla cancel culture e si procede con le varie derive.

Ho un amico che all’alba spazza le strade del quartiere. Il mio amico fa lo spazzino. Ho sempre ritenuto il suo un bel lavoro. Mi piace alzarmi molto presto quando la città è silenziosa, mi piace pulire, mi piace il decoro. Avrei fatto volentieri la spazzina.

Mio nonno era cieco. Una ferita di guerra. Allo sbarco in Sicilia si era unito agli americani. È morto a novant’anni. Ben lucido. Ricordo che s’infastidì quando udì dire per la prima volta “non vedente”. Gli pareva assurdo doversi definire attraverso una locuzione negativa quando dire cieco esemplificava la faccenda. E, con l’ironia caustica che lo contraddistingueva, sciorinava una serie di esempi. Uomo dalla schiena non dritta (che per lui non avere la schiena dritta aveva un altro e ben preciso significato), uomo con una gamba diversamente lunga, uomo non magro,...

Gobbo, zoppo, grasso. Dov’è il problema? Chiedeva.

Minorato, infelice, storpio, infermo, menomato, offeso. Quant’era ricca la lingua italiana per definire gli sfortunati? Perché fare giri di parole? Per non identificare la persona con il proprio handicap? Bene, ma questo è un problema di chi sta attorno e deve imparare a stare al mondo e a non giudicare uno perché gli manca magari un piede senza considerare tutto quello che invece non gli manca e per cui magari si distingue o eccelle. Detestava i comportamenti fastidiosamente commiserevoli. Chi sta attorno se lo deve proprio dimenticare che a uno gli manca un piede. O che è cieco. Ovviamente entro i limiti della sicurezza. Specificava.

Un caro amico privo di un braccio, nessuno lo invitava a pranzo o a cena e quando capitava, brodini e purè. Indossava un orribile e antica protesi di plastica. D’estate maniche lunghe. Una volta l’ho invitato e, sapendo che ama la carne, bistecca con patate. “Bistecca?” ha sbottato stupito quando si è trovato il piatto davanti. “Sì, bistecca. Te la taglio io. E togliti ’sta felpa che fa caldo e magari pure il braccio che tanto tutti sanno che ti manca”. Senza giri di parole ma, ovviamente, in tono amichevole. Per quanto subito contrariato per essere stato colto alla sprovvista, si è poi sentito alleggerito da un peso e, a fine serata, mi ha ringraziato. Troppi scrupoli e precauzioni nei suoi confronti lo obbligavano a una costrizione maggiore di quella cui era da sempre vincolato e che era già sufficientemente faticosa.

Per non offendere si corre facilmente il rischio di peggiorare le cose, che la parola divenga tabù, e, nel suo caso, le parole tabù erano tante: braccia, protesi, tirare, lanciare, sollevare, abbracciare: un’infinita teoria di verbi legati all’uso delle braccia. A quel modo si ritrovava amputato nella vita, nel dialogo, nella relazione, ben più di quanto non lo fosse per il braccio mancante.

Chiamiamo le cose con il loro nome! Non c’è nulla di male.

Si può dire anche negro. Dipende dal come e dal perché lo si dice. In quale momento, a chi, con quale fine. Non si può avere paura delle parole scomode. Vanno affrontate e non depennate.

Cosa c’è di umiliante nella parola bidello? Operatore scolastico è un termine algido, spersonalizzante, così lontano anche da tutta una tradizione letteraria. Siamo divenuti tutti operatori di qualcosa. Secondo me si tratta di un impoverimento lessicale che nulla ha a che vedere con la salvaguardia della dignità delle persone. Primo perché tutti i lavori sono dignitosi, almeno per definizione, secondo perché con definizioni asettiche possiamo nascondere realtà spesso difficili e complesse ed evitare appunto di affrontarle.

Prendiamo i Gig worker. Evvai! Ma che bella parola. Sono un gig worker! Suona accattivante.

I gig worker includono appaltatori indipendenti, lavoratori di piattaforme online, lavoratori di ditte a contratto, lavoratori a chiamata e lavoratori temporanei. Per lo più le ultime due categorie. La precarietà assunta grazie a un neologismo anglofono a crescita dell’occupazione, con buona pace di continuità, sicurezza, diritti e tutta quanta la serie di attributi che dovrebbero caratterizzare il lavoro per poterlo definire tale. E tutto ciò entra nel pensiero collettivo come normalità, al punto che, ad esempio, pare ordinario e accettabile suggerire a una donna sessantenne disoccupata per problemi di salute di lavorare per Deliveroo et similia.

Dobbiamo prestare attenzione alla metamorfosi del linguaggio. Non si tratta di restare attaccati al passato, di rifiutare neologismi, di osteggiare l’uso di parole straniere, ma bisogna salvaguardare i significati e badare a che non vengano stravolti. E sarebbe necessario evitare che un singolo termine includa troppe realtà. Come nell’esempio succitato, ogni categoria lavorativa inclusa nel termine gig worker ha caratteristiche particolari ben definite. Un appaltatore indipendente non è un lavoratore a chiamata. Se si cancellano le differenze ci si preclude la possibilità di risolvere problemi specifici.

Un conto è ragionare in termini di doverosa attenzione, un altro è servirsi delle differenze per manipolare il pensiero in funzione di un cambiamento sociale disgregante.

Parte integrante di questa trasformazione verso una lingua politicamente corretta sono la cultura woke, nella sua recente versione, con tutte le conseguenti ramificazioni tra cui la scrittura cosiddetta inclusiva.

La cultura woke, un insieme di teorizzazioni e di pratiche nato dall’idea di “risvegliare” gli afroamericani (wokesignifica“sveglio, persona che tiene gli occhi aperti”) per spingerli a rivendicare i loro diritti, si è ampliata sempre più, andando via via includendo temi apparentemente slegati ma con il denominatore comune di incorporare elementi di discriminazione e violenza. Dalla tutela di minoranze etniche, vittime di colonialismo, di epurazioni, o qualsiasi altro genere di sopraffazione e discriminazione, si è giunti a integrare praticamente ogni genere di diversità. Genere, razza, inclinazione sessuale, linguaggio, fede, educazione, cultura, aspetto fisico, alimentazione, gusti letterari, insomma qualsiasi preferenza o idiosincrasia personale, pubblica o privata, eletta ad attributo appartenente all’ennesima minoranza da difendere e non offendere. Tale movimento, oltre ad aver trovato leader e testi manifesto, oltre a essere divenuto un potente mezzo di marketing e nuovo corposo cliente per il mercato, sta rendendo inammissibile pronunciarsi su pressoché qualsiasi cosa senza incorrere nel rischio di essere tacciati, a seconda del caso, di razzismo, egoismo, insensibilità, conservatorismo, bigottismo. A ciò si aggiunga il processo di cancellazioni e demolizioni, materiali e non,in ogni ambito. Dall’abbattimento di statue all’espunzione di parti o totale eliminazione di testi, dalla rimozione di simboli alla censura e all’ostracismo di autori ritenuti portatori di discriminazioni o semplicemente scomodi per appartenenza geografica e quindi essi discriminabili (la storia recentissima è prodiga di esempi). Un innegabile tentativo di rimaneggiamento storico e sociale a colpi di damnatio memoriae.

I neonati movimenti di condanna della cancel culture, per quanto anch’essi spesso settari in quanto poco inclini a un reale confronto, sorgono inevitabilmente da quest’estremizzazione di un movimento nato in origine per un fine socio politico necessario e accusano la penetrazione incontrollata del wokismo, in ogni ambito della vita sociale, di produrre una discriminazione inversa.

In effetti ciò accade ormai da tempo senza soluzione di continuità anche con la complicità di chi molto probabilmente non avrebbe personalmente intenzione di infierire contro qualcuno creandogli problemi o difficoltà di sorta. Nell’epoca dei social purtroppo accade spesso che, sull’onda dei commenti su un fatto di cronaca, sulle esternazioni di una persona, insomma su una qualunque questione di dominio pubblico, tutti si possa contribuire a una vessazione mediatica con conseguenze anche gravi. Un licenziamento, un allontanamento, una depressione, un suicidio. Il termine in uso per definire tale fenomeno è shitstorm. Un numero consistente di persone che manifesta il proprio dissenso nei confronti di qualcuno. Individuo, gruppo, organizzazione, azienda, che sia. Ciò avviene, se non in modo istantaneo, in tempi assai rapidi, si propaga in modo virale, e impedisce qualsiasi riflessione dettata dal semplice buon senso. Una comunicazione scevra di filtri attraverso cui i partecipanti protetti dall’anonimato ripropongono la dinamica del branco. La vittima ne può uscire veramente malconcia e segnata a vita. Rifiutare questa condotta non significa però negare il diritto all’espressione di un dissenso collettivo. Per portare un esempio tra i tanti, alcune note azioni di boicottaggio sono state importanti e hanno contribuito a una presa di coscienza su problematiche che dovevano essere portate all’onore della cronaca. Ma si tratta di situazioni ben diverse.

Insomma, pur non volendo far del male a nessuno ma solo e semplicemente inserirsi in una discussione “vivace” per sentirsi parte della tendenza del momento, il partecipare a linciaggi mediatici, senza neanche dedicare un minuto alla verifica dei fatti e all’analisi di quanto si va a giudicare, può condurre a conseguenze concrete anche gravi e sarebbe necessario che tutti prendessero coscienza di ciò prima di fare i leoni da tastiera. Si critica qualcosa considerato offensivo o addirittura pericoloso, si prende in giro, si offende, sperando in retweet e reazioni, si creano e condividono meme, il tutto spesso senza volere realmente la testa di qualcuno ma solo perché si ha la necessità vitale di rigettare fuori tutto quanto di negativo si deve ingoiare ogni giorno in un mondo sempre più difficile ed estraniante. Solo che alle volta poi la testa rotola giù per davvero. Singolarmente forse non si desidera sul serio il male di qualcuno ma collettivamente però è quello che si ottiene. Che poi qualcuno se lo possa anche meritare è una questione che scoperchia il vaso, quindi evito qui di entrare nel merito.

In pratica, dunque, si è partiti dalla rivendicazione di diritti (woke!), si è allargato il movimento in nome della difesa delle minoranze e il raggiungimento di una totale inclusività e si è finiti con l’insultare il prossimo a ogni piè sospinto. A furia di han tutti ragione, la ragione non ce l’ha più nessuno. Un tutti contro tutti che la dice lunga, a mio avviso, sulle reali intenzioni di taluni sponsor di tali movimenti.

Un discorso molto ampio e complesso che porterebbe a lunghe digressioni.

Venendo alla“scrittura inclusiva”, che sostituisce con un complesso sistema di interpunzione il dominante plurale maschile onnicomprensivo, la nota finale in schwa, con la stura all’obbligo di accettazione collettiva sull’infinità e fluidità di generi esistenti sta contribuendo, anziché al rafforzamento, all’indebolimento dell’identità individuale. Che in natura non esistano solo maschi e femmine è risaputo mail genere sessuale tavolino dubito fortemente sia contemplato nell’elenco. Sicuramente il recente incremento di confessioni e ostentazioni pubbliche di così variegate inclinazioni sessuali sono anche il sintomo di un malessere diffuso e crescente in una società in cui Essere è impresa titanica. L’eco mediatica, l’emulazione, la necessità di apparire per esistere hanno dato il via infatti a un’esplosione di manifestazioni di sessualità che arrivano fino all’identificazione di se stessi quali oggetti, e sempre con la prerogativa implicita che tali inclinazioni possano mutare in continuazione, anche ogni istante, secondo il contesto, e ciò in nome di una fluidità che, se pur comprovata dalla biologia animale (protozoi e non solo), in tali eccessivi termini diviene ridicola (anche se il teriomorfismo e il tecnomorfismo di cui parla l’estetica transumanista raccontano di fluidità e ibridazione continua come transizione funzionale al superamento dell’antropocentrismo – interessante approfondire). Nel privato, e ovviamente senza ledere a nessun livello il prossimo, ognuno è libero di esprimere la propria sessualità come preferisce ma pretendere l’istituzionalizzazione e la propagazione socioculturale della propria idea in un ambito tanto intimo lo trovo stupido e aggressivo. Eppure sono in tanti che fomentano e ci marciano.

Tutti questi fenomeni sono strettamente collegati al discorso dell’inclusività. All’ideale di una società da cui nessuno resti escluso, in cui ogni individuo possa inserirsi senza essere vittima di pregiudizi e discriminazioni. Uguali diritti e opportunità per chiunque (su questo poi si aprirebbe un discorso infinito), ognuno con le proprie caratteristiche distintive: inclinazioni, credenze, cultura e via elencando, nel gran paniere della società, con l’unico obbligo comune di rispettare le norme di convivenza civile.

Considerazioni ragionevoli in funzione di un obiettivo nobile.

Se non fosse che la faccenda sta decisamente sfuggendo di mano.

Il punto è infatti che se ogni individuo, per una qualsiasi propria peculiarità, può essere considerato vittima di discriminazione e pertanto identificabile con una minoranza, portando all’estremo tale premessa, potremmo arrivare a un numero di minoranze pari al numero di individui e ciò corrisponderebbe alla scomparsa della società. Il paradosso dell’essere totalmente inclusivi è ottenere, tramite una divisione parossistica e irrimediabile, una parcellizzazione del tessuto sociale tale da non poter nemmeno più usare il termine tessuto perché di esso non rimarrebbe traccia. Ogni inclusione presuppone una definizione talmente particolareggiata e specifica che porta gioco forza all’esclusione di chi non rientra appieno nella definizione data. Ogni minima e specifica inclusione comporta esclusione.

L’attenzione al particolare è fondamentale e importantissima in ogni ambito ma quando è estrema, e soprattutto strumentalizzata, distoglie dalla visione d’insieme. Si perde ciò che accomuna. Si perdono le connessioni tra le cose. La specializzazione eccessiva, lo si vede negli indirizzi di studio e nell’esercizio delle professioni, porta a non vedere più tutto quanto sta intorno. La difficoltà che oggi s’incontra per avere una diagnosi medica racconta molto bene questo meccanismo.

Tutti questi fenomeni hanno una corrispondenza a livello politico. Due ambiti, quello culturale e quello politico, che vanno a convergere pur, forse solo apparentemente, partendo da presupposti diversi.

La parcellizzazione politica infatti non nasce da fenomeni sedicenti inclusivi, anzi il contrario, e dipende principalmente dalla debolezza dei governi. La crescente incapacità che questi hanno di farsi carico dei problemi della res publica, incapacità la cui origine è facilmente rintracciabile nella lunga serie di sottoscrizioni di trattati commerciali transnazionali che hanno lasciato agli Stati nazionali solo più il vuoto involucro di un’importanza istituzionale, laddove pressoché nessuna decisione pratica può più essere presa in autonomia ma sempre e solo sotto l’egida del beneplacito del sistema finanziario, si esplicita, anziché in una volontà reale di riappropriazione, in un’inclinazione suicida a negare la propria impotenza reale e nel favorire la disgregazione sociale mettendo tutti contro tutti.

Le classi politiche, tutte se pur in modi diversi, favoriscono l’ansia individuale dei propri cittadini raccontando che essa in realtà esiste per la preoccupazione riguardole minacce all’identità collettiva del Paese cui appartengono. Qualsiasi sia il problema, anziché andare alle radici e alle cause prime, improvvisano e giocano. Prendono un sintomo e lo trasformano nella malattia. Prendono un effetto e lo trasformano in causa. Prendono un fenomeno e lo trasformano in spiegazione. Come dire, tu non sei vittima ad esempio della nostra arroganza, o superficialità che sia, che ci ha portato a svendere il Paese ma di chi viene a derubarti dove sei nato. O, in alternativa, le colpe sono tutte del partito avversario. Una cosa non esclude l’altra ma mai ho sentito un’assunzione di responsabilità da parte di qualche governante. E ciò a livello mondiale.

Aggiungiamo a tutto questo che, per come è strutturata la società dei consumi e senza voler denigrare i propositi di integrazione del reddito a favore di chi è in difficoltà (non entro nemmeno qui nel merito della questione perché si aprirebbe un capitolo a sé), il numero di nuovi poveri è comunque destinato ad aumentare. Con la conseguenza che da cittadini ci si sta trasformando sempre più in sudditi. L’induzione poi, da parte del capitale produttivo, al “bisogno” di ciò che in realtà non abbisogna, la necessità di smaltire gli eccessi produttivi per evitare l’implosione del sistema, la costrizione a possedere tecnologie sempre di ultima generazione per non essere tagliati fuori dalla possibilità di accesso a servizi essenziali, e tutti gli esempi che si possono fare, sono tra le cause principali. I poveri aumenteranno inesorabilmente e il divario fra poveri e ricchi anche. Non è demagogia, è aritmetica. Cosa fare di questi poveri e nuovi poveri? Per prima cosa evitare di attrarli. O esiste una forma di welfare comune a tutti gli Stati sovrani o quei pochi che ancora ne mantengono uno sono destinati ad abbandonarlo. Esiste già infatti tra gli Stati una competizione negativa per evitare di diventare calamite assistenziali. Quindi erosione più o meno graduale del benessere sociale, riduzione dei servizi, esternalizzazione degli stessi, crescente flessibilità in ogni aspetto della vita, che tradotto vuol dire precarietà, insicurezza, impossibilità di progettare. Solo un’azione sovranazionale e sovracontinentale potrebbe neutralizzare tale spirale mettendo paletti uguali per tutti quanti in settori determinati, quali accesso all’istruzione e alla salute, condizioni e trattamento dei lavoratori, protezione dell’infanzia etc. Ma ne siamo ben lungi. Il sempre maggiore malcontento viene incanalato, agevolmente in quanto sentimento spontaneo nelle situazioni di malessere, in insofferenza e ostilità verso tutti coloro che vengono percepiti come alieni, barbari, nemici. A partire dal vicino di casa nato dove siamo nati noi. Cresce la frammentazione politica, crescono le ideologie segregazioniste. Vengono proposte soluzioni politiche a favore di autonomie geografiche molto circoscritte in nome della tutela dei territori e delle culture locali (il che ha un senso perché chi meglio di chi ci vive, malversazioni a parte, può amministrare il luogo in cui vive?), unità politiche di misure ridotte, che hanno però meno chances di opporsi all’internazionalismo della finanza e di organizzare una qualsiasi forma di opposizione o resistenza. Difficile andar d’accordo tra condomini, figuriamoci tante minuscole entità amministrative separate e chiuse in se stesse.

Dunque, da una parte possiamo dire che più si è inclusivi più necessariamente si presta attenzione alle particolarità, alle differenze, a tutto quando rende diversi, e più questo processo avanza, più l’inclusività presuppone una frammentazione della società che può condurre all’assurda conseguenza che ogni individuo potrebbe rivendicare il riconoscimento di un’autonomia giuridica. Alle volte ho la netta impressione che talune rappresentanze politiche, dietro la maschera del rispetto e dell’integrazione, nascondano un artifizio per riuscire a dirigere con maggior facilità le sorti del pianeta in un momento talmente complesso che star lì ad aspettare che miliardi di persone prendano coscienza e agiscano collettivamente con cognizione di causa è impensabile. Sempre che poi a qualcuno importi di tale presa di coscienza, direi anzi il contrario. Un agire mistificatorio che lede l’integrità delle persone e della società. Lasciando in tal modo un portone spalancato a chi voglia approfittare della situazione per proprio tornaconto.

Dall’altra, possiamo dire che più si teme la perdita della propria identità a livello di appartenenza a uno Stato sovrano, più si propagandano chiusura di confini e rifiuto di identità politiche collettive (e ci tengo a precisare che movimenti quali +Europa suscitano in me repulsione perché sono lontanissimi dagli ideali di Ventotene e ugualmente penso per quanto riguarda la direzione politica dell’UE), l’unica cosa che si ottiene è la perdita definitiva del poter ragionare insieme sul destino dell’umanità.

Insomma, giriamola come vogliamo, il risultato non cambia. Ed è un risultato triste e anch’esso ben lontano dall’ideale di una società civile degna di tale attributo. Resta solo una gran confusione che offre il destro a governanti, altrimenti inetti, di poter amministrare, al riparo da critiche e conseguenze, la vita non di cittadini ma, come dicevo, di sudditi ormai defraudati di ogni capacità di comunicazione e collaborazione.

Che sia tramite la manomissione del linguaggio, che sia a causa di scelte politiche operate da individui che al giro possono essere considerati, incapaci, impreparati, inconsapevoli, disonesti, scellerati, arriviamo al medesimo esito. Gli effetti li abbiamo sotto gli occhi. Con tutto il potenziale che abbiamo tra le mani siamo in caduta accelerata verso il basso. Anziché elevare ogni individuo a quelli che dovrebbero essere gli alti valori di una società degna, l’imbarbarimento avanza e, purtroppo, l’unica soluzione adottata da tutti pare sia arroccarsi, rinchiudersi nelle proprie roccaforti di pensiero e rinforzare le mura di difesa. Il terrore di vedersi defraudati e travolti non risparmia nessuno. E anche i liberi pensatori, coloro che ancora credono nei valori di humanitas, il vir bonus nella vita pubblica e in quella privata, frutto di educazione e cultura, portato a comprensione e assistenza, o tacciono e scelgono di autoesiliarsi o si parlano addosso dandosi ragione a vicenda all’interno di ristretti ed elitari gruppi di appartenenza. Facendo il gioco del nemico.

Il sogno di una federazione mondiale precipita nell’incubo di una parcellizzazione progressiva di territori e culture, dove piccolo sarà sinonimo di autodeterminazione e libertà, dove si moltiplicheranno minuscole enclavi nate ognuna in nome di una propria appartenenza da proteggere, in uno spirito da campanile portato all’eccesso, fino all’atomizzazione sociale in cui ognuno sarà Stato, chiuse le finestre, sprangate le porte, allarmati i cancelli. Antifurto, telecamere, guardie. E a quel punto la possibilità di arrivare a scalzare le radici dei problemi sarà svanita. Sarà svanita la possibilità di risolverli. Di snidare le cause, di riconoscere le vere forze dietro tali cause. Insicurezza e paura anziché diminuire si acuiranno in modo ossessivo e, a quel punto, mentre staremo nelle nostre prigioni fortezza, ci sarà chi potrà agire impunemente godendo delle risorse del pianeta e arricchendo grazie ad esse.

Alle volte però pare quasi ci sia, oltre a un necessario progetto di controllo delle masse, una componente psicologica umana, quasi una patologia: una strenua volontà di perdersi.

Esiste una via d’uscita?

Si è tanto parlato e scritto di globalizzazione, di omogeneità culturale, di multiculturalismo, di universalismo. Paiono sinonimi ma sono termini che esprimono concetti assai diversi l’uno dall’altro.

Sulla globalizzazione, che è quanto sta accadendo, si è detto alla nausea ed è sotto gli occhi di tutti che essa sia servita in massima percentuale ad agevolare il mondo finanziario e imprenditoriale, un mega monopolio, quindi non mi ci soffermo.

L’omogeneità culturale ha una valenza piuttosto negativa perché implica la rinuncia da parte di tutti di una buona fetta del proprio retroterra. Implica una perdita considerevole in funzione di un consenso e della possibilità di appartenere a un consesso in cui non si litiga perché tutti la pensano uguale.

Multiculturalismo invece, parola dal suono bello e promettente, significa coesistenza di diverse culture. Non è detto però che poi queste comunichino, anche perché principalmente la cultura è qualcosa di legato al luogo di nascita, a un territorio, a una lingua, e non dipende da una scelta, quindi non presuppone necessariamente apertura all’altro. E comunque perché una comunicazione e un confronto avvengano è necessaria un’intermediazione costante che permetta la comunicazione attraverso un sistema di traduzioni tra culture. Un’operazione complessa che potrebbe non rendere fedelmente i significati originali appartenenti appunto a culture eterogenee.

Resta l’universalismo che, filosoficamente parlando, non entra nel merito dei contenuti culturali, non dice chi è meglio, chi ha più ragione, ma si dipana in modo laico al di sopra di territori fisici e politici valorizzando la capacità che dovrebbe essere insita in tutti di comunicare e comprendersi reciprocamente e, soprattutto, di agire costruttivamente anche in presenza di altri che agiscono in modo diverso. Una sorta di lucidità comportamentale basata su alcuni assoluti che ormai avremmo dovuto aver fatto nostri. Una capacità di negoziazione continua che permetta di mettere al centro la cittadinanza come valore assoluto scindendola da ogni altro genere di appartenenza. Un modello appartenente alla migliore tradizione repubblicana. Quella libera da propositi di omogeneizzazione. L’essere cittadino indipendentemente dalla propria estrazione culturale. Una società policulturale laica il cui governo si limiti a un’amministrazione equa e corretta della res publica, senza intrusioni nella vita privata dei cittadini, senza servirsi del privato come arma di distrazione per celare la propria incompetenza.

Sono sempre stata convinta che una global governance intesa come Federazione di Governi che legiferino sui temi fondamentali e comuni, sulla cosa pubblica per intenderci, con equità e lungimiranza, lasciando autonomia sul resto, possa essere la soluzione vincente. Al momento ne stiamo saggiando la versione adulterata. Corrotta, manipolata, contraffatta, manomessa, guastata. Per avidità e fame, a quanto pare inappagabile, di potere. Voglio sperare che sia possibile ancora un cambio di direzione. Lo spero con tutta me stessa.