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giovedì 4 agosto 2016

ALTRI LIBRI 2

Questa volta non si tratta della pila di turno di libri da spolverare ma dei pochi libri che sono riuscita a leggere negli ultimi mesi. Tutti buoni libri, sono stata fortunata.

Telmo Pievani e Valerio Calzolaio - Libertà di migrare
Davide Pinardi - Narrare. Dall'odissea al mondo Ikea
Roberto Negro - Sinfonia per un delitto
Domenico Quirico - Esodo
Pietro Carlini - Spiriti mali
Stefano Liberti - Land grabbing
Evgenij Zamjatin - Noi
Rivka Galchen - Innovazioni americane
Bruno Arpaia - Qualcosa, là fuori
Nicola Lagioia - La ferocia

domenica 19 giugno 2016

UN DITTATORE ILLUMINATO

A me l’idea che i popoli si mescolino piace un sacco. A parte che chi nasce meticcio in genere è bello, l’unica via che abbiamo è fonderci, amalgamarci, cercare di realizzare una società multietnica con una buona qualità della vita per tutti, in un ambiente sano e nel rispetto di ogni forma vivente. A chi mi dice che è utopia, che non ce n’è per tutti, rispondo a gran voce, andate a studiare prima di aprir bocca. Nonostante la merda in cui stiamo affossando, ce n’è invece ancora abbastanza per tutti e potrebbe esserci ancora il tempo per rimediare ad alcuni danni che tengono in ginocchio miliardi di persone.

Ci vorrebbe un cazzo di dittatore illuminato e onesto che, un bel colpo di spugna, stabilisse una decina di regole per gli abitanti del globo, nessuno escluso, su gestione dell’ambiente, della salute, dell’alimentazione, degli scambi commerciali.* Espropriare le terre ai novelli latifondisti (parliamo di mezzi continenti in mano a quattro gatti e poi diciamo che vanno aiutati a casa loro: non è più casa loro) e restituire ai singoli individui possibilità e relative responsabilità. In modo che ognuno potesse vivere serenamente dov’è nato o dove desidera, perché tutti i luoghi si equivarrebbero per opportunità, salubrità, e assenza di conflitti. Spostarsi, trasferirsi solo per curiosità umana e culturale, per preferenze climatiche ed estetiche, per scelta e per incontro. Sarebbe possibile. È possibile. Ci sono le conoscenze e le finanze per realizzare tutto ciò. E anche ancora un po’ di tempo. L’ingrediente assente è la volontà

2014



*p.s. 2023 Non quella roba che stanno spacciando oggi per attenzione all’ambiente, alla salute, ecc.

lunedì 14 dicembre 2015

#COP21

Scrivevo quanto segue circa una settimana fa.


L’obiettivo della #COP21 preannunciano sarà universale e vincolante. Molto bene. Però a partire eventualmente dal 2020. Perché? Dal momento che si concorda sulla necessità di raggiungere la neutralità carbonica entro la fine del secolo sennò fine del film, perché non da domani?

Le grandi aziende iniziano a dichiarare pubblicamente ciò che sanno da un pezzo: il cambiamento climatico in atto potrebbe compromettere i loro affari (il fenomeno del Land grabbing insegna). E le assicurazioni chiedono che i 100 miliardi all’anno, da dedicare a progetti finalizzati alla trasformazione dei metodi di approvvigionamento energetico, vadano in buona parte a finanziare l’istallazione di stazioni meteo, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, in modo da permettere di creare modelli precisi di previsione e poter così determinare al meglio polizze e premi, in particolare laddove c’è ancora terreno vergine. Rischi calcolati significano guadagni. Si temono inoltre disinvestimenti azionari nei confronti di aziende che sfruttano o producano combustibili fossili. Insomma l’incognita del cambiamento climatico deve smettere di essere tale perché una volta sotto controllo, nel senso di prevedibile a prescindere dagli scenari, può far guadagnare! Quindi almeno sul fatto che il problema esista, forse, finalmente non si deve più discutere.

Inoltre sappiamo che i migranti e gli sfollati per cause ambientali sono stati ben più di 150 milioni negli ultimi sei anni. Quelli generati dalle guerre, sono tre volte di meno. Peccato che le stesse (deliri di onnipotenza a parte) siano tristi conseguenze di conflitti legati agli stravolgimenti ambientali, alla corsa all’accaparramento delle risorse da parte di chi può farlo, e alla diaspora di disperati. Quindi la cifra sale e le cause sono le stesse. Pensiamo alla siccità che ha colpito la Siria nei quattro anni fino al 2010 rendendola deserta al 60%: un po’ di peso la cosa l’avrà avuto. Ai contenziosi legati ai fiumi e all’erezione di dighe (Nilo, Eufrate, Mekong, …). Al conflitto israelo-palestinese. Insomma una marea di Paesi crollerà in ginocchio e altri ne approfitteranno. Per quanto a lungo dipenderà dalla latitudine.

Eppure a questi profughi la Convenzione di Ginevra non riconosce lo stato di rifugiati. O scappano da una guerra o sono persone che migrano volontariamente per fini economici. Non sono contemplate altre opzioni. Si nega l’evidenza, anzi l’esistenza stessa di un’intera categoria umana. In pratica, un genocidio. Solo perpetrato non da un dittatore folle ma da un élite finanziaria e politica, anzi da una congrega, sostenuta da una moltitudine di accoliti, per lo più tanto avidi quanto ignoranti.

In un contagio progressivo che arriva fino a ognuno di noi.


Eppure c'è ancora chi taccia di frivolezza coloro che si preoccupano dei problemi ambientali, come se fosse o una moda da intellettuali o una fissazione di persone rese paranoiche da una cattiva informazione, insomma una preoccupazione marginale rispetto ai problemi veri.


9 dicembre 2015


P.S. In effetti una moda lo è anche e la cattiva informazione non manca. Le modalità oggi in essere per combattere la crisi ambientale – intesa in senso lato e con tutte le implicazioni correlate -, per intenderci mi riferisco all’ideologia Green, a parte alcune realtà virtuose, è grosso modo una cialtroneria. Una faccenda di facciata.


venerdì 14 agosto 2015

DATI #IMMIGRAZIONE


Nelle mie ricerche di approfondimento riguardo al tema dei profughi e dell’immigrazione in Italia, ho trovato, da fonti a mio avviso attendibili, una serie di dati e informazioni che, per quanto uno li voglia ben soppesare e non prendere come precisi al millimetro, danno di che riflettere.

Premesso che il fenomeno delle migrazioni è un evento di portata mondiale irreversibile che sarà la sfida del nuovo millennio, con tutte le problematiche già esistenti che diverranno via via più complesse, e che, contrariamente a quanto, almeno da noi, i media comunicano, non riguarda solo la nostra nazione o solo l’Europa ma la maggior parte delle nazioni del mondo, vorrei condividerne alcuni con voi in ordine sparso e per quanto possibile senza alcun commento.


- Nel 2014 sono sbarcati in Italia circa 140.000 profughi, esuli, migranti economici o comunque li si voglia etichettare, ma più di 100.000 se ne sono già andati. L'obiettivo di restare nel nostro Paese vale per pochissimi.

- Da quando è iniziato il nuovo fenomeno dei flussi al 2013 le persone che nel mondo hanno lasciato il proprio Paese erano 213 milioni, a cui aggiungendo un 15% di coloro il cui spostamento non risulta, si arriva al 4% della popolazione mondiale.

- In alcuni paesi gli immigrati residenti superano il 30% della popolazione locale (Golfo Persico, Guyana, Brunei), in altri superano il 20% (Canada, Australia, Stati Uniti, Arabia saudita, Libia) L’Italia ha un 8% circa.

- L’INPS, parlando di noi, non è giunto al tracollo ma ha in questi anni in parte risanato il bilancio grazie ai contributi a fondo perduto di molti stranieri.

- Quasi il 9% del Pil italiano l’anno scorso è stato prodotto da stranieri. Il saldo attivo annuo relativo alla loro presenza è pari per lo Stato italiano a circa 3 miliardi di euro.

- In 5 anni in Italia gli stranieri hanno aperto imprese regolarmente registrate, con un aumento del 21% a fronte di un calo di quelle italiane del 7% (su questo punto varrebbe la pena aprire un dibattito a parte, in quanto evoca numerosi perché).

- Dal 1988 a oggi sono morte nel Mediterraneo circa 25.000 persone (morti accertate).

- Secondo dati Onu in Africa gli immigrati sono poco meno di 20 milioni, in Asia 70 milioni, in America Latina 9 milioni. Un 100 milioni di persone che si spostano su un asse sud-sud o all'interno di una vasta area continentale (Asia). In Europa circa 70 milioni, negli USA 53 milioni.

- I Paesi che accolgono il maggior numero di rifugiati: al primo posto il Pakistan 1,6 milioni, Iran 870mila, Germania 660mila, Kenya 570mila, Siria 480mila, …

- I nostri Cda, Cei, Cara, rispettivamente centri accoglienza, centri di accoglienza richiedenti asilo, centri di identificazione ed espulsione, in cui vengono smistati coloro che vengono soccorsi dai Cpsa, centri di primo soccorso e accoglienza, in situazioni di urgenza vengono potenziati con una rete di centri e strutture minori sparsi per il territorio nazionale, senza che vi sia un coordinamento generale, standard equivalenti, normative comuni. Per tutto ciò si spendono centinaia di milioni di euro ogni anno senza che uno solo venga speso per concrete attività di integrazione (insegnamento dell’italiano, avvicinamento ai meccanismi burocratici e alle norme, approccio al lavoro, ecc.)

- Negli ultimi 4 anni il numero di profughi siriani che ha fatto richiesta di asilo in Europa rappresenta il 6% del totale di coloro che sono fuggiti dal conflitto, circa 250.000. I restanti sono arrivati e rimasti soprattutto in Turchia, circa 2 milioni, e negli altri Paesi limitrofi, altrettanti. La popolazione europea è 7 volte maggiore di quella turca.

- In Europa in 15 anni hanno bussato alle porte circa 1 milione e 200.000 “irregolari” da diversi Paesi del mondo. Chiaramente non sono stati accolti tutti.

- Il Kurdistan (5 milioni di abitanti) ha accolto 1 milione e mezzo di rifugiati. Facendo la debita proporzione, è come se noi, in Italia, ne avessimo accolti 20 milioni.


Potrei proseguire, ma non posso evitare di lasciare un po’ di spazio ad alcune considerazioni che ritengo fondamentali:

- Le grandezze demografiche con cui ci siamo confrontati per decenni si sono evolute rapidamente, e di pari passo quindi conflitti, problemi legati al clima, alla desertificazione, alla difficoltà di accesso alimentare e idrico, al Land grabbing (ad esempio gli africani emigrano da una terra ricchissima che non è quasi più per nulla la loro), alla banale ricerca di lavoro. Da aggiungere lo spostamento, se pur minimo, di coloro che mirano a una formazione universitaria internazionale divenuta obbligatoria per la classe dirigente di molti Paesi in via di sviluppo

- Continuano a riferirsi alle ondate migratorie come a un fenomeno eccezionale che, ci rassicurano, rientrerà. E intanto per arginarlo, ai confini aggiungono muri. Invece non si tratta di qualcosa di transitorio; al contrario questi flussi aumenteranno e si protrarranno nel lungo periodo. Pertanto necessitiamo di intelligenza, lungimiranza e reale volontà di integrazione. Prepariamoci alla gestione di una società nuova che sarà inevitabilmente multietnica.

- Sicuramente rivedere il trattato di Dublino, che impone al rifugiato di restare nel Paese di arrivo che ha accolto la domanda di asilo (fatto questo che tra l’altro alimenta il far finta di non vedere e lasciar passare senza registrare), combattere le mafie che “fatturano” centinaia di milioni di dollari, rivestendo quasi il ruolo di una società di servizi, in quanto vanno a riempire un vuoto legislativo e organizzativo internazionale, rispondendo a una domanda crescente che non trova altri interlocutori, sono due imperativi cui non ci si può sottrarre. Farlo però significherebbe riconoscere la vera natura e la vastità del problema e perciò ammettere di fronte all'opinione pubblica che non rientrerà un bel nulla e che è giunta l’ora di tirarci tutti su le maniche e farci un po’ più stretti a tavola. Fermo restando che non sarebbe neanche necessario metaforicamente stringersi, visto che sul pianeta ci sono risorse sufficienti per tutti. Il solito problema dell’accaparramento e della distribuzione arbitraria. Poveri contro poveri perché ci fanno credere che non ce n’è a sufficienza.

- L’unica differenza tra noi e “loro”, come ho già scritto in altra occasione, è il colore del passaporto. I  profughi non nascono illegali. Siamo noi a renderli tali.

- Credo che un giorno si studierà a scuola il fenomeno delle migrazioni come il fatto più rilevante di questo secolo, fatto che ci richiama, aggiungendo urgenza all'urgenza, a una saggia e finalmente equa gestione delle risorse. Purtroppo oggi non c’è la minima consapevolezza della portata e del significato di quanto sta accadendo. Le variabili, in termini di provenienza, cultura, motivazioni, età, classi sociali, sono talmente tante che non riusciamo a far rientrare questo processo sociale mondiale in nessuna delle categorie con cui finora abbiamo gestito la storia. Mi auguro profondamente che umiltà, buon senso, e volontà di vedere e capire prendano il sopravvento in tempo utile. Se ci arrivano persone comuni evidentemente la maggior parte dei politici, degli analisti, dei giornalisti, e via dicendo non sono all'altezza del proprio compito e dovrebbero dedicarsi ad altro prima di fare ulteriori danni.



luglio 2015




lunedì 30 marzo 2015

#FAME

Quand’ero bambina, e frequentavo le elementari, ricordo che la nostra maestra dedicava molto spazio e tempo a tematiche che non erano propriamente contemplate dal programma ministeriale. Ogni lezione era l’occasione per riferirsi alla realtà sociale. Desiderava ardentemente renderci esseri consapevoli, capaci di vedere e analizzare, capaci di crearci una nostra opinione e, soprattutto, in grado di leggere tra le righe. A quei tempi, ricordo, il tema della fame nel mondo era ricorrente. Le immagini di bambini rigonfi del Biafra, una repubblica secessionista dalla vita breve (1967 – 1970) nata dalla guerra civile in Nigeria, erano il leitmotiv della nostra vergogna di Paesi benestanti. Medici senza frontiere nacque proprio in seguito all’esperienza di medici francesi durante tale conflitto.

Lo spirito di quegli anni, gli anni ’70, era quello della convinzione che nel giro di pochi decenni, grazie alle nostre conoscenze, grazie all’impegno, grazie al progresso, avremmo guardato a tale realtà come a un male sconfitto con cui sempre meno persone nel mondo avrebbero dovuto fare i conti.

Oggi, a 40 anni di distanza, un miliardo abbondante di persone su sette miliardi non ha accesso al cibo (e da qui al 2050 a quanto pare saremo un paio di miliardi in più), il 40 % delle risorse alimentari mondiali finisce nella spazzatura (in modi tanto facilmente evitabili quanto per questo offensivi), il fenomeno del land grabbing sta mettendo in ginocchio intere nazioni, e, non solo nei Paesi in via di sviluppo, le monocolture di prodotti finalizzate all’esportazione o per biofuel stanno compromettendo definitivamente territori, risorse idriche e accesso al cibo, poi il monopolio delle sementi, lo sfruttamento intensivo di campi e pascoli, con abuso di fertilizzanti e pesticidi, che mette a dura prova la fertilità dei terreni, la perdita della biodiversità, la coltivazione di cereali e legumi per alimentazione animale da carne, che va dal 70% al 90% del totale a secondo dei Paesi, ovvero 2/3 delle terre fertili sono destinate alla coltivazione di mangimi (e sempre più ne vogliamo mangiare e sempre più persone ne vogliono mangiare nell’illusione ciò rappresenti il raggiungimento del benessere e dell’affermazione sociale), insomma, tutto quanto il quadro dà la misura della nostra arroganza, della nostra avidità, e della nostra idiozia.

Mi sento come se mi fosse stata fatta una promessa in malafede. Da quei giorni di bambina ho vissuto seguendo con attenzione l’evolversi degli avvenimenti in attesa del giorno in cui finalmente la promessa sarebbe stata onorata ma non è stato così. Non c’e stata e meno che mai c’è una reale volontà di risolvere il problema. Il fatto è che ognuno di noi ha fatto quella promessa, certo con cuore ma anche con la leggerezza di chi è ammaliato dalla seducente convinzione indotta che tutto si sarebbe risolto facilmente senza pregiudicare le nostre abitudini e il nostro stile di vita. Abbiamo preferito credere senza valutare criticamente la realtà delle cose e continuare a farlo anche quando i segni dell’inganno hanno iniziato a essere evidenti.


gennaio 2015


(tutti i diritti riservati)

domenica 3 novembre 2013

CAMBIAMENTI CLIMATICI E BUSINESS

Leggere delle percentuali di emissioni da ridurre entro una certa data, che in genere è fissata a uno o due decenni di distanza, suscita una certa ilarità.

O ancora, per portare un piccolo esempio fresco e indicativo di come funziona il tutto, la Convenzione di Minamata¹ (cittadina giapponese vittima negli anni ’50 del peggior disastro ambientale e umano causato dal mercurio. Tale Convenzione sancisce entro il 2020 il divieto dell’uso di mercurio. Però solo i nuovi impianti a carbone (tra le maggiori fonti dell’emissione totale di 2000 tonnellate annue) dovranno dotarsi di nuove tecnologie per limitare le suddette emissioni, quelli esistenti no, e l’estrazione di mercurio sarà vietata solo dopo 15 anni dall’entrata in vigore della convenzione.

Innanzitutto perché, di tutti gli accordi internazionali, gli unici veramente vincolanti sono quelli relativi al commercio? Perché i Paesi devono scegliere dei regimi che siano conformi alle regole del WTO? Perché in tutti gli altri casi, si tratti di armi, di diritti umani, di sanità, di ambiente, di clima, di balene, convenzioni e accordi restano lettera morta, carta straccia, tempo, denaro ed energie umane sprecati? O, nella migliore delle ipotesi, non vincolano chi non aderisce? E, tutto sommato, nemmeno chi aderisce?

A proposito delle emissioni, anche di fronte a uno stop immediato e totale di ogni fonte di gas serra, il cambiamento climatico² in atto procederebbe indisturbato per ancora un bel pezzo, per quella che gli scienziati chiamano retroazione positiva, ossia, in soldoni, per i gas già presenti in atmosfera. E il cambiamento è in atto, checché ne dicano esperti prezzolati.

Le prove? A parte l’intensificarsi di fenomeni meteorologici gravi e sempre più frequenti che sono all’onor di cronaca pressoché quotidiana ma che potrebbero venire giustificati adducendo il fatto che nelle varie ere si sono alternati periodi molto freddi a periodi molto caldi, esistono dei fatti inconfutabili.

Società assicurative di importanza mondiale (tra l’altro alcune presenti nell’elenco delle 50 multinazionali più ricche del mondo) hanno avuto negli ultimi anni perdite record per danni causati da eventi climatici e ora si guardano bene dal permettere che ciò si ripeta e stanno esponenzialmente alzando i premi o rifiutando di assicurare in determinate aree.

Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), ente prudente e conservatore, i cui resoconti devono essere approvati dai governi prima di divenire pubblici (quindi devono essere resoconti sufficientemente diplomatici e certo non allarmisti), da vent'anni mette in guardia, e continua a farlo, riguardo ai cambiamenti climatici e alle conseguenze gravi di questo, presentando scenari tutt'altro che rassicuranti. E, appunto, bisogna riflettere sul fatto che si tratta di una versione edulcorata.

L’OMM, l’Organizzazione meteorologica mondiale, dal canto suo paventa scenari raccapriccianti. Ho letto alcuni stralci delle loro ricerche sul decennio 2001-2010 ed è una lettura edificante. In accordo con molte conclusioni dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), ciò che viene fuori è che la percentuale di popolazione mondiale che vive in zone a rischio è e sarà crescente, con annessi problemi di accesso al cibo, all’acqua, alla terra fertile, quindi conflitti e migrazioni consistenti.

Il fenomeno del Land grabbing, di cui ho scritto in un’altra occasione, cioè l’accaparramento di vasti territori a prezzi irrisori da parte di multinazionali e governi è un’ulteriore conferma in tal senso e dice chiaro che lo sanno bene che è meglio, per chi può permetterselo, arraffare a man bassa l’arraffabile.

E poi basta leggere le quotazioni in borsa dei prodotti agricoli, alimentari o per biocombustibili, per notare che non solo tengono ma sono al rialzo costante e che, a parte i colossi di internet, gli investimenti più accreditati sono quelli rivolti al cibo, oltreché ai minerali rari.

Ma passano i decenni e nessuna vera rivoluzione energetica³ è avvenuta né è in procinto di avvenire: tutti gli operatori del settore ora parlano green ma in pratica spendono una percentuale irrisoria dei propri investimenti per un’autentica ricerca e buona parte del cosiddetto green consta nel piantare un paio di alberi in paesi che inquinano ancora poco in cambio dei loro diritti di emissione.

Siamo di fronte a degli incompetenti o a una volontà politica precisa?

Di sicuro c’è che siamo proprio alla frutta.



giugno 2013



Tutti i diritti riservati





¹ https://www.reteambiente.it/repository/normativa/convenzione_minamata_ita.pdf

LEGGETELA E POI DITE SE NON PARE ANCHE A VOI SI TRATTI DI UNA CONVENZIONE DI FACCIATA, CONSIDERATE TUTTE LE DEROGHE E I CASI ESCLUSI DALLA CONVENZIONE. UNA SORTA DI ATTO DOVUTO, VISTI I TEMPI.

In Italia pubblicata la Legge 8 Ottobre 2020 n. 134 (G.U. n. 267 del 27 Ottobre 2020) recante la ratifica ed esecuzione della Convenzione di Minamata sul mercurio fatta a Kumamoto il 10 ottobre 2013.

Alcuni stralci...

per tecniche «disponibili» si intendono, in relazione ad una determinata Parte o ad un impianto specifico sul territorio di tale Parte, quelle tecniche messe a punto su una scala tale da consentirne l’applicazione in un rilevante settore industriale a condizioni economiche e tecniche sostenibili, tenendo conto dei costi e dei benefici, indipendentemente dal fatto che queste tecniche siano utilizzate o messe a punto sul territorio di tale Parte, a condizione che siano accessibili al gestore dell’impianto come stabilito dalla Parte in questione

2. Le disposizioni di cui al presente articolo non si applicano a: a) quantità di mercurio o di composti di mercurio destinate ad essere utilizzate per attività di ricerca di laboratorio o come campione di riferimento; o b) tracce di mercurio o di composti di mercurio esistenti in natura presenti in prodotti quali i metalli privi di mercurio, i minerali o prodotti minerali, incluso il carbone, o i prodotti derivati da questi materiali, e tracce non intenzionali presenti nei prodotti chimici; o c) prodotti con aggiunta di mercurio. TROVERETE LA SPECIFICA NEGLI ALLEGATI

a) impegnarsi a censire le singole riserve di mercurio o di composti di mercurio superiori a 50 tonnellate metriche e le fonti di approvvigionamento di mercurio che producono riserve superiori a 10 tonnellate metriche per anno, situate nel proprio territorio;


² In merito al cambiamento climatico, questo manicheismo tra chi nega tutto e chi afferma acriticamente che le cause sono esclusivamente antropiche, esiste una via di mezzo che si avvicina maggiormente alla verità. Lungo e complesso qui entrare nel merito ma ci tengo a precisare che quando scrivo cambiamento climatico, rivoluzione energetica, energia rinnovabile, lo faccio prendendo le distanze sia dagli atteggiamenti oscurantisti no scienza, sia da quelli dogmatici la scienza ha sempre ragione. Se verso i primi posso provare un moto di comprensione perché i problemi ci sono e la preoccupazione è reale e sentita, verso i secondi sono meno condiscendente visto che, a quanto consto e a parte rare eccezioni, la maggior parte dei propugnatori della nuova dogmatica fede nel progresso sono gli stessi che propinano poi cappotti termici e auto elettriche senza minimamente andare a sfiorare gli autentici punti caldi della questione. Sono presenti in campo due schieramenti opposti entrambi miopi (in uno schieramento ci sono pure conflitti d’interesse e tornaconto vari) e che vinca uno o l’altro non ci avvicineremo non dico a una soluzione o inversione di tendenza ma almeno al rallentare la faccenda.

lunedì 14 ottobre 2013

RICCHEZZA E MERITI

Le teorie di Smith, secondo cui il perseguimento degli interessi di una èlite portano a un benessere sociale, partono dal presupposto che i ritorni privati siano allineati a quelli sociali e che si riceva compenso proporzionalmente ai contributi apportati alla società. Questo ha un senso. Si deve appunto creare ricchezza intesa come benessere in senso lato per essere premiati, non toglierla agli altri. E i mercati devono funzionare su una reale libera concorrenza tutelata dai governi che devono impedire la realizzazione di profitti di natura monopolistica. Ma esistono molti sistemi che permettono al sistema finanziario di impedire che i mercati funzionino bene e quindi di arricchire indipendentemente dai meriti, anzi sempre più procurando danno. E questo con Smith non ha niente a che vedere, per cui che la smettano di tirarlo in ballo.

Spostare il denaro dal basso verso l’alto fa necessariamente scendere i consumi e le voci attive di bilancio delle corporations arrivano da speculazioni più che da una reale risposta dal basso alle offerte di mercato.

L’anno scorso (2012) le cento persone più ricche del pianeta si sono messe in tasca 240 miliardi di dollari in più rispetto all’anno precedente. Cosa si può fare con 240 miliardi di dollari? Provate a scoprirlo. Con degli esempi semplici e facendo un minimo di ricerca: quanto servirebbe per risolvere un’emergenza sanitaria in un dato Paese? Quanto per risolvere il problema della povertà o della fame? Anche se non è proprio di ulteriore denaro che c’è bisogno ma di una diversa politica. Per fare un esempio, di cibo al momento ce ne sarebbe a sufficienza per tutti e anche di medicine: è la gestione malata e fraudolenta di questi beni che ne determina un’iniqua distribuzione.

Negli Usa singole compagnie hanno ricevuto in un’unica soluzione più di quanto sia stato stanziato in un decennio per il welfare; nel 2011 Wall Street ha dato 60 miliardi di dividendi e nel 2012, con buona pace di chi si è trovato culo a terra, il reddito medio dei banchieri è aumentato del 22%. Dati che compaiono nei titoli di articoli finanziari su testate ufficiali.

E i tanto decantati Pil dei Paesi in crescita non misurano certo la sostenibilità della suddetta e cosiddetta crescita in corso.

In tutto il mondo le persone stanno sempre peggio. Questo sistema non funziona. Perché la politica si ostina a sostenerlo e difenderlo, raccontandoci che è la strada giusta, oltreché l’unica possibile? Perché si avvalla, anziché correggere, l’attuale sistema mercato?

E perché devono passarsela meglio coloro che danno un contributo negativo alla società?

La ricchezza o la si crea salvaguardando le risorse o la si sottrae appropriandosene senza scrupoli fino a esaurimento scorte. Un sistema stagnante, il nostro, ecco cos’è, basato sullo sfruttamento delle risorse (anche umane), che, a questo punto di risorse ai minimi termini, non può che diventare immobile e spaventare chi invece è abituato e determinato ad arricchire ulteriormente. L’unica strada che essi vedono è dunque procedere all’accaparramento di ciò che c’è ancora in circolazione, vedi il land grabbing, acqua, shale gas, biocarburanti a coltivazione intensiva, materie prime critiche, tra cui le terre rare, ecc.

Oltre agli amati oro, zinco, uranio, platino, abbiamo cerio, neodimio, disprosio, ittrio, lantanio, promezio….. smartphone, auto ibride, tv al plasma, fibre ottiche, superconduttori, e centinaia di migliaia di sfollati. Oltre a guerre per ora in modalità fredda ma che non tarderanno a manifestarsi ,da qui a una decina d’anni o poco più, nella loro veste più drammatica e violenta.

La disillusione rispetto al sistema politico, l’evidente ingiustizia, portano a un abbandono della partecipazione alla politica e al rischio di cedere alle promesse irrealistiche di populisti ed estremisti. La perdita di sovranità economica è perdita di democrazia, nel momento in cui comporta un dover necessariamente scendere a patti per tirare a campare. Che si tratti di un individuo che accetta lavoro nero sottopagato, o di un governo che sottoscrive accordi multilaterali (Nafta, Trips, ecc.). Accordi che prevedono compensazioni per le imprese i cui profitti calano rispetto alle previsioni in seguito a regolamentazioni nazionali, quando queste non siano ancora state eliminate o adattate. I governi nazionali sono tenuti ad adottare regimi che siano conformi alle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Se un Paese non fa ciò che “piace” e serve ai mercati, questi si riprendono i soldi, abbassano le valutazioni e alzano i tassi di interesse.

Gli investitori possono ritirare da un giorno all’altro il denaro da un Paese, ci pensate?

Ma tutto ciò è stato scritto e argomentato in abbondanza e continua a esserlo, e da fonti autorevoli e note. Visibili. Ma a che serve? Se chi segue, ascolta, e approva, è già del medesimo avviso? Coloro che sono lontani e inconsapevoli sono assenti. E per coinvolgerli sarebbe necessario partire dall’abbiccì. E non lo dico con presunzione ma la complessità degli argomenti richiede, almeno a me lo ha richiesto, un’attenzione di anni e anni, e una volontà ferrea nel voler comprendere le dinamiche che muovono la società umana su questo pianeta. Purtroppo i cambiamenti di mentalità e le convinzioni collettive mutano molto lentamente. Le opinioni cambiano solo se lo fanno quelle di un numero considerevole di persone. Un cane che si morde la coda. Agire supportati da una coscienza critica appartiene ancora a troppo pochi e quei pochi spesso si fermano al sottoscrivere petizioni. Difficile scardinare un mito che è stato fatto radicare così tenacemente in tanti decenni nelle nostre teste.

Si rinnova dunque il dubbio se abbia senso che continui a scrivere e per di più su un blog invisibile.

Giugno 2012


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CLIC

Ho sentito di questo e di quest’altro, e di quest’altro ancora, ho affrontato lunghe code sotto la pioggia, volevo sentire il parere di giornalisti autorevoli su argomenti che mi stanno a cuore, e al ritorno stasera ho bevuto un Jack in questa stanza stretta che ho trovato. Le parole udite sono in turbinio nella mia testa. E il petrolio e le aziende farmaceutiche, il land grabbing e l’informazione…ma anziché desiderio rinnovato di salvare il mondo, mi è venuta voglia di non lavarmi. Come se le due cose fossero in contrapposizione. Mi è venuta voglia di stare stravaccata sul letto con i vestiti della giornata. Sento freddo e sono sola. Arrivata l’altro ieri sera a Ferrara non ho ancora fatto la doccia. Nel bagno ci piove. E poi in fondo non sono sporca.


Tutti scrivono blog, twittano rapidi in diretta dalle conferenze, rigettano prima di assimilare, siamo come canali, anzi no cavi, lunghi cavi conduttori in un groviglio che ricopre il pianeta, oloturie della trasmissioni dati, cazzate e massimi sistemi, tutto scorre, mescolato, uniformato, archiviato. Si fa clic e si è compiuto il proprio dovere. Sperando che al clic segua quello che ci hanno promesso. Fatti. Azioni. Che non abbiamo più tempo ed energia di compiere.

La punta del nostro indice preme enter. Come piloti di droni.

6 ottobre 2013



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