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martedì 11 novembre 2025

ASCOLTANDO SEPÚLVEDA A FAHRENHEIT (7/11/2016)

Trascrivo qui di seguito gli appunti di stamane mentre ascolto Radio3. Ospite di Fahrenheit il grande Luis Sèpulveda. Quando si dice le coincidenze

Mi chiedo se si tratti di ansia da prestazione, di dispersiva gestione del tempo, o di banale perdita di interesse. So solo che negli ultimi quattro anni decine e decine e decine di ore sono andate smarrite, intrappolate nella rete, e che ne voglio uscire.

È una riflessione cui giungo considerando varie situazioni. Ad esempio il lavoro: a parità di cose da fare e di risultati, il tempo necessario è superiore al passato, e l’incremento, a parte le ore in più dovute all’abbassamento della paga oraria, va sotto la voce “contatti”. L’avvento della posta mail all’epoca ci è parso una gran facilitazione e lo è stata: si controllava ed evadeva la posta una volta al giorno e tutto procedeva fluidamente, allegati e compagnia bella. Oggi invece per non risultare inefficienti bisogna rispondere entro mezz’ora al massimo e stare sempre sul pezzo. L’esito non è conseguentemente migliore. Né quantitativamente né qualitativamente, solo, non sempre, più rapido. E quindi bisogna stare sempre con il telefono sotto agli occhi. Mediamente, a manciate di secondi, buttiamo lì più di un’ora al giorno¹ solo per controllare che non ci sia sfuggita qualche notifica. Pare proprio che la promessa di agevolare la vita nei vari suoi aspetti e permettere di godere di maggior tempo libero sia stata disattesa. Peccato.

Ho sempre creduto che il problema non sia mai il mezzo ma chi lo utilizza e come, ma inizio a ricredermi. Forse abbiamo sottostimato la forza dirompente di una virtualità introdotta con forza in ogni ambito della nostra quotidianità. Ognuno di noi può facilmente verificare i cambiamenti avvenuti nella propria persona, fisici, psicologici, comportamentali.

Io per prima ho ceduto alla lusinga dell’interconnessione. Ho aperto questo blog i cui post girano dopo ventiquattr’ore su Twitter, e su Twitter² tra chi seguo e chi mi segue, si trova sempre qualcosa di interessante da leggere e da condividere (soffro per questo meraviglioso verbo che se va in giro a capo chino, svilito, con aria rassegnata), ma che genere di condivisione è se l’unico risultato cui porta è che sempre più individui trascorrono sempre più tempo davanti a uno schermo?

Negli ultimi mesi ho avuto una media di 400, 500 lettori mensili del blog (Chi sono? Leggono? Ci finiscono per caso?), e mi sorprendo a voler mantenere almeno tale media, pena la perdita di quel minimo di visibilità che, oltre agli intenti idealistici per cui il blog è nato, potrebbe tornare utile per un paio di progetti che ho in testa. Ma sto impazzendo? Come posso credere che possa servire a qualcosa. La tentazione però è forte. Chi è già che diceva negli anni sessanta che in futuro ogni persona avrebbe avuto i propri quindici minuti di fama?

Stavo riflettendo su quante volte ho pensato di scrivere alle persone note che stimo e che, secondo me, hanno dato e danno un contributo positivo all’andamento delle vicende umane. Difficile però raggiungerle, trovarne un recapito. Lo scopo del contatto, chiederete, quale dovrebbe essere? Espressione di gratitudine e scambio di opinioni su tematiche di interesse comune. Grosso modo questo. Nella vita sono stata fortunata e ho avuto modo di abbracciare Vandana Shiva, di avere uno scambio epistolare con Susan George, di regalare un libro a Marco Paolini. Mi piacerebbe stringere le mani a Paul Watson e dirgli grazie, solo questo, grazie. Mi piacerebbe parlare di resistenza e di rivoluzione con Luis Sepùlveda davanti a un buon vino e fargli una domanda che da un po’ mi ronza nella testa. Ecco, ora su twitter, potrei contattarlo: incredibilmente risulta nell’elenco di coloro che mi seguono. Basterebbe una chiocciola ma non l’ho mai digitata né lo farò (forse oggi, giusto per segnalargli questa pagina). Non è il mio modo, non è sufficiente, non è empatico. Sento maggior vicinanza nel sentire la sua voce in diretta mentre trascrivo questi appunti. Se un giorno lo incontrerò, lo guarderò negli occhi e gli proporrò un caffè. Nel frattempo guarderò negli occhi le altre persone che incontro.


Oggi un recente movimento di pensiero cresciuto tra intellettuali e studiosi nei vari settori sta teorizzando e mettendo in pratica la disconnessione come dotazione fondamentale per poter interpretare la realtà presente e futura in modo il più possibile oggettivo o, perlomeno, più completo. Google è talmente presente nelle nostre vite, risponde a ogni nostro quesito, che dimentichiamo che esiste una realtà più ampia di quella in esso contenuta. Anziché ampliarlo, ha ristretto il nostro mondo e conseguentemente il nostro margine di azione mentale. Al punto da farci ritenere superflue esperienza e verifiche dirette. Facciamo atto di fede ventiquattro ore al giorno aderendo a una visione se non necessariamente falsa, di certo monca.

Forse per fare qualcosa di buono è semplicemente più utile andare per strada.


7 novembre 2016


¹ In base al mio utilizzo e a quello di chi conosco, avevo stimato che, includendo i refrattari, i contatori degli smartphone (a.D. 2025) possano indicare un utilizzo giornaliero dalle 3 alle 5 ore di cui oltre l’80% per consultazione app e social e il restante tempo per telefonare. Sono andata a verificare su varie fonti. Ero ottimista. Pare che il consumo medio vada dalle 3 alle 8 ore giornaliere e la percentuale per le telefonate sia inferiore al 10%. Amen

² Sono trascorsi parecchi anni e Twitter, ora X, è stato trasformato nel frattempo in una cloaca maxima.

giovedì 7 novembre 2019

GLOBICEFALI E PERPLESSITÀ SUL GIORNALISMO

Oggi pomeriggio vengo a sapere del ritrovamento stamane di un globicefalo morto a Imperia in zona Galeazza. Una femmina. Leggo che è stata portata via per accertamenti sulla causa della morte non essendo presenti ferite o altri segni evidenti che la possano spiegare. Un paio d'ore dopo sento dire che ieri è stato ritrovato un altro globicefalo spiaggiato a Diano Marina. 
Sono competente riguardo ai cetacei e nutro nei loro confronti un sentimento in sintonia con quello di Paul Watson. Immediatamente mi inquieto. 
Dopo un tardivo e inutile sopralluogo alla Galeazza, giunta a casa faccio una ricerca su internet e trovo un articolo sul sito di Liguria Nautica che fa riferimento all'esemplare trovato ieri a Diano Marina, 





poi trovo sui siti di Imperia Tv e su Liguria Oggi, riferimenti a un esemplare, anch'esso femmina, rinvenuto sempre stamane a Imperia, località Galeazza, per il quale è stata ugualmente predisposta l'autopsia. 











Leggo i vari articoli, guardo le foto e i video, finché un dubbio mi coglie. Che si tratti del medesimo globicefalo? Potrebbero non aver prelevato l'esemplare di Diano, potrebbe essere stato riportato in mare dalla mareggiata e finito poi, oltre Capoberta, a spiaggiarsi una seconda volta nel territorio di Imperia. In alternativa, potrebbe non essersi mai mosso da dov'era, fino all'odierna rimozione a fini igienici e autoptici, e le due notizie derivare o dal considerare la zona della Galeazza appartenente al Comune di Diano Marina o dalla superficialità di indagine da parte di addetti all'informazione. Comunque sia, scorrendo le notizie su Google, vien da dedurre che i ritrovamenti siano stati due e non pare proprio sia così. Non è così grave ma un po' meno d'approssimazione di questi tempi gioverebbe. Visto infatti il risultato di sentir parlare in giro di due globicefali anziché di uno. E visto che, grazie a certo giornalismo raffazzonato o prezzolato che sia, di convinzioni errate in giro c'è già sovrabbondanza.

Vi invito a osservare con attenzione i fotogrammi che ho estratti dai video e suggerire la vostra opinione in merito.

giovedì 11 ottobre 2018

AI - INTELLIGENZA ARTIFICIALE - (1)


Ieri ho partecipato a una giornata di studio, nell'Aula Magna del Rettorato dell'Università di Torino, riguardante l'intelligenza artificiale: "Intelligenza Artificiale. Una realtà tra sogno e magia". Un argomento che seguo da anni e su cui cerco di mantenermi aggiornata. Pur avendo, o forse proprio per questo, una formazione umanistica, amo la scienza e l'innovazione tecnologica nella misura in cui possono migliorare la vita sia individuale che collettiva nonché le condizioni dell'ambiente. E mi interessano in gran misura le implicazioni filosofiche, etiche e, non ultime, legali della questione.

Si sono succeduti vari relatori e, al termine, è seguita una tavola rotonda con studenti dei corsi di Laurea in Informatica e del Politecnico. Si è rimasti sul generale, alla fine si è parlato più che altro dell'Internet delle cose, cioè della tecnologia che permette prestazioni performanti grazie all'estensione della connessione internet a oggetti e luoghi, quindi non propriamente di intelligenza artificiale. Una trattazione direi dA primo approccio, nulla che non sapessi già, per cui il mio desiderio di apprendere qualcosa di novo è stato in parte deluso. Dico in parte perché si è trattato comunque di un'occasione di incontro e perché al termine ho avuto modo di scambiare opinioni con alcuni uditori.

Tra essi una psichiatra che, durante il dibattito e di fronte all'entusiasmo acritico e eccessivamente specialistico degli studenti, ha fatto riferimento alle patologie legate all'utilizzo compulsivo di schermi come unico tramite con il mondo. Patologie da anni ormai contemplate nel DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali dell'APA Associazione Psichiatria Americana). Forse la dottoressa è uscita un po' dal tema della discussione ma ciò è servito a evidenziare come le nuove generazioni, capaci e brillanti, difettino di una visione d'insieme, come siano incapaci di guardare dall'alto. Si sono mostrati increduli all'idea che possano esistere simili patologie e non avevano mai fatto caso al fatto che nei rapporti virtuali non si utilizzino alcuni sensi, quali olfatto e tatto, e che possano esserci mutazioni posturali, indebolimento muscolare, abbassamento della vista. Sanno cos'è la linguistica computazionale ma hanno difficoltà a dare una definizione esaustiva di linguaggio. Sono fieri di quella che viene chiamata Quarta Rivoluzione Industriale, Industria 4.0, ma mi chiedo se sappiano cos'è la Terza Rivoluzione Industriale. A questo proposito sono costretta ad ammettere che la definizione che ne do io non corrisponde esattamente a quella che si trova online, intendendola infatti io nell'accezione rifkiniana¹, se mi passate il termine.

A un certo punto è intervenuta dal pubblico Silvia Rosa Brusin, la nota conduttrice di TG Leonardo. Sottolineando la diretta proporzionalità tra la massima prestazione di un'applicazione e la quantità di dati necessari, e cioè più vuoi che funzioni più dati ci devi mettere, ha sollevato la questione della necessità di legiferare in materia senza regalare la totalità dei nostri dati sensibili² privi del benché minimo controllo sull'uso che ne verrà fatto. Anche in questo caso un misto di imbarazzo, forse maggiore vista la notorietà dell'interlocutrice, e di sufficienza, come a dire: sono in là con gli anni, non sono al passo con i tempi, non vedono le potenzialità, hanno paure irrazionali. Di fatto non hanno risposto se non in modo evasivo.

Ho preso parola anch'io chiedendo se ritenevano del tutto fuori luogo discutere di un'etica per le “macchine” visti e considerati gli obiettivi assai concreti dei movimenti transumanisti e postumanisti. Hanno tergiversato qualche secondo e sono passati ad altro senza rispondere. Evidente il fatto che non sapessero di cosa stavo parlando. Spero che qualcuno mosso da curiosità sia andato a documentarsi.

Ammiro la loro dedizione, la fiducia che hanno nel progresso, la capacità di destreggiarsi agevolmente in ambiti tanto complessi ma io non voglio una futura generazione di tecnici abilissimi, ma una di uomini capaci, riflessivi, lungimiranti, in grado di tenere le redini, non solo di oliare i mozzi delle ruote. Perdonate ragazzi, la mia è una generazione di mezzo. Tra i libri e la rete. Forse non riesco a spiegarmi perché ormai abbiamo linguaggi diversi ma concedete a me, alla psichiatra, alla signora Brusin, di ritenerci a buon diritto un amalgama felice di conoscenze. Persone capaci di vedere verso entrambe le sponde e formulare una visione d'insieme, una sintesi altrimenti preclusa.

Dovrebbe essere obbligatorio, nelle facoltà scientifiche, almeno lo studio della filosofia e della geografia sociale ma, vista la recente abolizione del tema di storia dagli esami di Maturità, la vedo dura. Si vuole eliminare dalle menti la capacità di contestualizzare e ciò è di una gravità senza precedenti alla luce della rapidità con cui tutto si sta evolvendo.

Altrettanto grave è che i relatori, per tutto il tempo di questo dibattito innescato dall'uditorio, abbiano lasciato la palla ai giovani e siano rimasti muti.

Da menzionare, tra le cose sentite, il riferimento fatto da un relatore all'industria dell'etichettatura: il lavoro nascosto e sottopagato dei data- tagger.

Per il resto me ne sono andata via con un senso di perplessità e, credo legittima, preoccupazione.

Stamane, leggendo un articolo sull'argomento, ho trovato questa frase: “la densità delle persone è proporzionale alla densità dei dati.”. Non so spiegarlo in poche parole ma io la frase l'avrei detta almeno alla rovescia. Pensateci.


Ottobre 2018


¹ Alla luce di quanto viene realizzato dei dettami della TRI (terza rivoluzione industriale illustrata da J.Rifkin), faccio un passo indietro e mi dissocio. Il pensiero di partenza era buono, la messa in pratica deludente.


² Riguardo la cessione dei dati, vi invito a dedicare un’ora del vostro tempo alla visione de “Terms and Conditions May Apply” - https://peertube.uno/w/7Q4S1t7dFr41qHQMcMYAAh





venerdì 27 luglio 2018

SCOMPARIRE

Sufficiente un mese di ospedale senza accedere a internet e si scompare. Il grafico dei lettori del blog in caduta libera, i seguaci di Twitter in fuga, le opportunità di lavoro vaporizzate. Non esiste via di mezzo. Gli aderenti al movimento internazionale per il diritto alla disconnessone, presumibilmente sono nella condizione di potersi permettere tale scelta manichea, chi riesce a limitare la propria schiavitù a determinate fasce orarie è già un privilegiato, tutti gli altri, tra i reticenti, devono invece sottostare alla triste realtà dell'interazione in tempo reale, pena la perdita, in caso contrario, di tutto ciò per cui ci si è impegnati. 
La tentazione di non far nulla per arrestare la progressiva evanescenza che mi ha colpito è grande. Sono curiosa di sapere quanto tempo è necessario per estinguersi del tutto. Però, con la prospettiva di un prossimo lungo ricovero, cedo e qua e là immetto parole in rete. 

giovedì 27 ottobre 2016

TERREMOTI

Fin da bambina ho sempre avuto una sensibilità particolare per la percezione dei terremoti, spesso lontani. Ieri sera ero allungata sul divano a pensare e ho avuto la sensazione che la terra tremasse. Una vibrazione profonda e appena percettibile, sorda. Sicuramente dovevo essermi assopita e aver sognato. Dopo un po' sono andata a verificare su internet e ho saputo della scossa. Mi è montata un po' di inquietudine e ho perso il sonno. Per distrarmi mi sono messa a leggere un documento che avevo stampato qualche giorno fa: il Manifesto del movimento DiEM25 (Democracy in Europe Movement 2025), di cui ecco il link.


Vi esorto a scaricarlo e leggerlo fino in fondo. Sono solo nove pagine. Non vi anticipo nulla. Che siano le parole in esso contenute a solleticare il vostro ardore.

Al termine della lettura ho deciso di aderire e sottoscriverlo. Non rappresenta ogni mio pensiero ma c'è risonanza con una visione in cui credo e, soprattutto, c'è passione.
Nell'elenco dei sottoscrittori ci sono diversi nomi che fanno parte di un mio personale elenco dei buoni che nel tempo provvedo ad aggiornare. Insomma, alla fine mi sono coricata sorridendo, con una buona sensazione nell'anima.
Un'altra scossa bassa e profonda si sta propagando.

giovedì 13 ottobre 2016

IL MINISTERO DELLA SUPREMA FELICITÁ ASSOLUTA

Ho letto dell’uscita, la prossima estate, del secondo romanzo di Arundhati Roy. S’intitola "Il Ministero della  suprema felicità" e vedrà la luce vent'anni dopo "Il dio delle piccole cose", il suo esordio narrativo che le è valso il Premio Booker nel 1997. Vent'anni durante i quali si è dedicata con fervore all'informazione di alto livello attraverso inchieste e saggi. Attenta alla realtà sociale e politica del proprio Paese, l’India, e partendo da essa, con forte e contagioso trasporto, ha scritto e scrive di chi siamo tutti noi su questo pianeta e quali sono le dinamiche che decidono le umane sorti, mettendoci di fronte all'imperativo categorico di un’assunzione di responsabilità individuale e quindi collettiva. Leggere i suoi libri, forti di un’estrema chiarezza espositiva unita a una profonda capacità di trovare il filo rosso che unisce gli eventi, è un’esperienza formativa, culturale, e filosofica. Fa bene all'anima sentire quanta energia trasuda dalle sue parole e viene una gran voglia di esserne contagiati al punto da riuscire a fare altrettanto. Almeno per me è così.

Quindi, pur prediligendo la Roy giornalista, non vedo l’ora di poter leggere il suo nuovo romanzo, a proposito del cui titolo vorrei raccontare un aneddoto. Cercando su internet per quale casa editrice italiana uscirà "Il Ministero della felicità assoluta", mi sono imbattuta in un altro libro: "Il Ministero della felicità". Chiaramente incuriosita sono andata a vedere. L’autore Sabino Acquaviva, sociologo, docente all'Università di Padova e di Trento, prolifico autore di pubblicazioni scientifiche, ha pubblicato nel 2011 per Cairo Editore questo romanzo di fantascienza ambientato in Italia. Ne ho letto la trama, dopo aver scorso i titoli delle sue varie pubblicazioni e il risultato è che mi è venuta voglia di leggerlo. Apprezzo quando capitano queste cose.

2016



mercoledì 11 novembre 2015

SEI SICURO DI NON VOLERLO COMPRARE?

I banner a lato dell’account di posta o dei social che utilizziamo: Ibs, Homelidays, Lighinthebox, o qualunque altro collegamento a siti commerciali da noi recentemente visitati o su cui siamo finiti per errore. Caso mai ci fossimo dimenticati di comprare qualcosa e soprattutto nel caso in cui, dopo lunga e appagante navigazione a riempire carrelli che poi resteranno pieni e dimenticati, volessimo ripensarci.

Quei riquadri pulsanti ci dicono: ma dai… proprio sicura che non vuoi comprare quel bel vestitino? O i 26 dvd che hai messo nel carrello in preda a una frenesia da cinefila incallita? Sarà mica il week end romantico per due in una spa ricavata in un’antica fortezza a picco sul mare, alla tariffa scontatissima offerta da Groupon, a mandarti in rovina?

E io a parlare con il computer: ne ho una marea di vestitini, il lettore dvd non funziona dall’anno scorso, e non ho nessuno con cui andare alla fottutissima spa. Ma non è questo il punto. Mi sento assediata. Mi sento soffocare. Lo spazio si fa sempre più stretto. Ogni cosa che incontro durante le mie navigazioni, mi torna indietro per analogia, richiamo, affinità presunta. Come in una bolla.


venerdì 6 febbraio 2015

#INFORMAZIONI


Abbiamo a disposizione una marea di informazioni e non possiamo farne nulla. Non possiamo noi in quanto individui singoli nella quotidianità delle nostre esistenze. Non possiamo né gestirle, né quindi metterle a frutto. Già dimostriamo di non saperle gestire quando sono poche e semplici: andiamo in corto circuito nel momento in cui una di esse mette in discussione la struttura della nostra vita. Nell’era dei data center e delle clouds, come fare, cosa fare, se non delegare? L’ultima, inevitabile, consequenziale delega.

La maggior parte delle notizie cui accediamo online, quelle che ci appaiono quando apriamo una pagina web, non quelle che andiamo a cercare con selezione delle fonti, è il risultato del lavoro di bot: programmi che lavorano a partire dai nostri percorsi online per creare un habitat a noi confacente o con richiami a ciò che grosso modo ci potrebbe interessare. Nel giro di un decennio o poco più la maggior parte di ciò che visualizzeremo e leggeremo avrà tale origine. Personalizzata. Riceveremo notizie da sempre meno fonti in un processo di internet centrismo già ampiamente riscontrabile. Più che una finestra sul mondo il nostro pc diventa una finestra su noi. Ognuno con la propria in cui riconoscersi, sentirsi compreso e quindi gratificato. Avremo l’impressione di essere aggiornati e informati, di non esserci persi nulla di ciò che importa non perdere, di essere condivisi, e ciò grazie alla natura stessa dei social net che si autodefinisce comunitaria ma si limita ad amalgamare opinioni affini. Per chi cede alla malia di questo flusso il destino è inesorabilmente uno: potenziale cliente. O come dice l’amico Maurizio Maggiani, carne da dividendo.


novembre 2014



novembre 2014

domenica 6 aprile 2014

Moleskine 5 - ISOLATA

Quindici giorni senza televisione, giornali, e internet. Potrebbe essere accaduto di tutto mentre sono in quest’oasi di pace. È dunque questa l’unica via? Il futuro sarà un mondo composto da un certo numero di oasi sparse in cui pochi fortunati potranno provare serenità, o un qualche medicamento generico per l’anima che la procuri, e  tutto il resto colare a picco?

Un bicchiere di vino sull’erba e tante profonde riflessioni?

Pare strano che un senso di pace si accompagni a una sconfinata tristezza ma è giusto così.

Che resti il dolore appena sotto la superficie, pronto a emergere e procurare angoscia.

Il peso del male va suddiviso in un modo o nell’altro.


1 aprile 2014



Tutti i diritti riservati

giovedì 2 gennaio 2014

TWITTER



I post che scrivo girano in automatico su twitter. Non sono tweet, anzi sono esattamente il contrario. Un uso improprio forse ma ho la formazione da tema di scuola, e la battuta pronta, l’intervento immediato e conciso, oltreché chiaramente opportuno, il commento sagace, o il rimando tempestivo alle parole di qualcun altro non sono mai stati il mio forte. Anche perché non passo le mie giornate a leggere tutto quello che si scrive, piuttosto a sbarcare il lunario. Certo ho un’idea aggiornata di cosa accade nel mondo ma non mi viene proprio da buttar lì poche righe e farle entrare nel flusso.


A volte penso che se ai tempi del liceo ci fossero stati il pc e anche internet, la mia compagna di liceo Gallesio ed io avremmo fatto faville, e, forse, non sarei stata costretta a interrompere gli studi a vent’anni. Ma questo è un pensiero a parte.


Poi mi domando, sbirciando sui vari account di twitter e notando l’alto numero di following che certe persone hanno, ma veramente c’è chi segue tutto sul serio? Chi, pur scremando, d’accordo, legge per lo meno la gran parte di ciò che viene twittato dalle persone seguite? Io proprio non ce la faccio. Ho l’impressione che sia un po’ come la raccolta delle figurine, che si tiri ad averne il maggior numero e di giocatori buoni, di quelli che in cambio te ne danno un mazzetto. Me l’han detto in parecchi, se vuoi che ti leggano devi avere il maggior numero di follower possibile e nel mucchio qualcuno ti leggerà, e per averne un tot devi seguirne almeno dieci volte tanto. Certo ritwittare e conversare danno prestigio e visibilità, quanto la validità dei contenuti, e non basta avere i grossi numeri, ma non riesco a togliermi dalla testa che si tratti più che altro di voler stare in mostra. Di gratificare quella parte in noi che vuole sentirsi partecipe senza troppa fatica.

Lascerò che sulla mia pagina twitter continuino a finire i post del blog, su cui scrivo con i tempi che mi appartengono, consapevole che difficilmente saranno letti, ma sento insinuarsi sempre più forte l’intenzione di abbandonare l’esperienza intrapresa da poco meno di un anno per tornare, nel poco tempo che ho da dedicare all’intelletto, alla narrativa. Mettere mano alle troppe cose lasciate nel cassetto. Il libro stampato continua a essere nel mio immaginario più rassicurante ed efficace.

2014

P.S. (agosto 2022) A parte il fatto che da tempo Twitter ha raggiunto livelli di mediocrità tali che dubito si possa recuperare qualcosa, con la recente acquisizione da parte di Musk temo non ci sia da aspettarsi altro che un abuso di AI. Son finiti i bei tempi quando eravamo quattro gatti e ci si interfacciava con studiosi, letterati, scienziati, e Twitter si distingueva per qualità rispetto a FB. Mi piace ricordare, perdonate questa innocua vanità, quando tra chi mi seguiva c’era Sepulveda.


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martedì 25 giugno 2013

AMO LA PUBBLICITA'

Amo la pubblicità. Perché mi spiega la vita

Wind offre 400 minuti + 400 sms + 1 giga di traffico internet alla settimana. Spot successivo, arriva Vodafone che, per una cifra analoga, rilancia: 500 minuti + 500 sms + 2 giga. Io ho Tim: 200 minuti + 200 sms + 1 giga, che non uso perché ho fatto disattivare le funzioni online. Poi c’è la storia che sei già con una compagnia ma se vuoi usufruire di alcune promozioni ti suggeriscono di uscire e rientrare, cioè stipulare un contratto con la concorrenza, starci il minimo indispensabile e poi tornare all’ovile.

Per assurdo, non è più la fedeltà a essere premiata.

Insomma, è così che sprechiamo le nostre già compromesse energie? Dietro a ’ste cose?

Siti che propongono approfondimenti e inchieste, hanno banner pubblicitari che recitano, ad esempio, “Guadagna da oro e petrolio. Account di prova gratuito 10.000 €” Sarà.

Accendo una tivù: un motivetto istiga “Oro in euro, cambi subito, cambi in meglio!” Ma com’è che si chiama quando ti prendono per il naso? Pubblicità mendace. E quell’altra parola com’è? Ah, sì: aggiotaggio.

Su un altro canale due spot consecutivi mi confondono le idee: Lenor al gelsomino scarlatto o Coccolino Sensation alla campanula selvatica e bergamotto?



Luglio 2013

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