Ci
vogliono una lungimiranza e una capacità di astrazione fuori dal
comune per sentirsi responsabili in anticipo di un evento futuro. E
agire, assumersi un impegno, fare dei sacrifici perché dei benefici
che ci saranno godano le generazioni a venire, implica il
raggiungimento di un’etica massima, un’etica senza reciprocità.
Quando ci ringrazieranno non ci saremo più da un pezzo. Abbiamo
questa forza morale? Possediamo questa grandezza?
Di
sapere, e accettare, che la storia naturale ha fatto a meno di noi
per circa 4 miliardi di anni, e che l’unico senso dell’esistenza
è l’autoconservazione e la perpetuazione della vita e che questa
bizzarra razza di bipedi non è esattamente al centro del cosmo?
E
di pensare, comunque e con amore, alle possibili catastrofi come se
fossero già accadute e comportarci facendo in modo che non si
verifichino, accettando di buon grado che quando non accadranno, non
sarà perché avevamo sbagliato previsione ma perché ci siamo
finalmente mossi nel modo giusto?
Smettendo,
una buona volta, di distinguerci dalle altre specie, per il male
gratuito, stupido, e sistematico che permea il nostro agire?
Raggiungere
un’etica basata sull’umiltà di sentirsi parte di un sistema al
quale non siamo necessari ma al cui interno possiamo dar prova di una
forma altissima di intelligenza. Un’intelligenza fatta di
gratitudine, per aver potuto coscientemente far parte di questo
flusso vitale, e di responsabilità e rispetto nei confronti della
nostra specie e di quelle che condividono con noi questo breve lasso
di tempo nel corso dell’evoluzione. Accettare che accanto al tempo
storico, ne esistono uno geologico e uno cosmologico, e che, se da un
lato ci ridimensionano, dall’altro ci offrono una prospettiva
suprema finalmente non antropocentrica.
C’è
chi dice che il mondo ha passato di peggio, che molte civiltà sono
cadute e altre sono nate, ma se andiamo a vedere perché, troviamo
cause che ci sono famigliari: consumo delle risorse, distruzione di
habitat, crescita demografica inidonea, carestie, conflitti, e via
dicendo. Solo che ora la diffusione, l’intensità dei fenomeni e la
velocità con cui si susseguono sono cresciuti in modo esponenziale,
quindi essere scettici o addirittura negare il disastro imminente è
da ottusi.
La
questione è molto semplice: il nostro impatto si scontra e si
scontrerà sempre più con il limite di tollerabilità degli
ecosistemi, per cui, inevitabilmente, il sistema terra avrà reazioni
e riorganizzazioni funzionali a se stesso, ma non è detto che
saranno soluzioni adatte alla nostra sopravvivenza. Si tratta dunque
di salvare noi stessi, i nostri compagni di viaggio e i nostri
discendenti, il pianeta è in grado di salvarsi da solo. Con i propri
tempi, dilatati senz’altro, ma sopravvivrebbe benissimo alla nostra
scomparsa.
Ma
anche sapendo di dover sparire dobbiamo agire giustamente.
Partire
dalla nostra fragilità e transitorietà e farne un punto di forza e
di prestigio, imprimerci uno scatto evolutivo verso un’etica
assoluta che ci preservi dal commettere l’ennesimo crimine contro
l’umanità: derubarla del futuro, qualunque durata possa ancora
avere. Ora che sappiamo non possiamo addurre alibi o giustificazioni
di sorta.
Proprio
la nostra finitezza, il nostro essere tanto piccoli e irrilevanti al
cospetto del cosmo, può renderci grandi.
Quella
grandezza interiore che anima chi, a discapito dei propri immediati
interessi e talvolta persino a sprezzo della propria vita, vive e
combatte per un ideale nobile.
Io
voglio imparare a essere un’abitante del terzo millennio.
Dicembre
2012
Tutti i diritti riservati