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sabato 14 marzo 2020

REDDITO DI CITTADINANZA E CORONAVIRUS


So che in questo momento di seria difficoltà per tutti, potrà sembrare che le mie considerazioni siano fuori luogo ma, invece, penso che maggiormente ora, in questa fase di emergenza sanitaria, l'iniquità dei requisiti per accedere al reddito di cittadinanza saranno evidenti.

Una persona che vive sola per avere accesso a un minimo di aiuti, deve grosso modo avere un indicatore ISEE inferiore a 9360, con beni immobiliari, esclusa la casa di abitazione per un valore non superiore a 30.000 euro, un reddito mobiliare non superiore a 6000 euro, e un redditto da lavoro anch'esso non superiore a 6000 euro, questo senza entrare nel dettaglio.

Controvoglia ho deciso di mettere in piazza i fatti miei e portare la mia situazione personale quale esempio di tante altre analoghe che restano in un limbo privo di tutele. E ne esistono di ben peggiori.

Ho cinquantatre anni, sono in affitto, non posseggo nulla a parte un auto del 2000 e un motorino scassato, un vecchio pc, niente tv, tablet, e ammenicoli di ultima generazione. Viaggi, alberghi, ristoranti, estetista, cosmetici, niente di niente da un bel pezzo. Sono invalida al 55%. Da quando a giugno 2018 (purtroppo pochi giorni prima della firma di un contratto a tempo indeterminato) ho iniziato una trafila ospedaliera terminata, tra interventi, ricoveri, convalescenze, a maggio 2019, non ho potuto ovviamente lavorare. Da giugno 2019 a oggi non sono riuscita a trovare un lavoro idoneo, pur essendo iscritta nelle categorie protette. Non ho chi mi mantenga. Ciò nonostante in questi ultimi due anni sono riuscita a far fronte a tutte le spese, dall'affitto, alle bollette, alle spese mediche. Durante i ricoveri, amici hanno provveduto per me. Ho restituito loro quanto anticipato incassando a inizio 2019 due buoni postali che costituivano i risparmi di una vita (diecimila euro).

A metà 2019 ho chiesto il reddito ma chiaramente la richiesta è stata rifiutata a causa dei buoni. Mi è stato detto che se non avessi trovato lavoro ne avrei avuto diritto nel 2020. Ora scopro che le regole sono cambiate e i due buoni postali fanno ancora reddito per il 2020 anche se estinti da più di un anno. L'Isee corrente si può fare solo se si perde il lavoro ma non se si usano tutti i risparmi per sopravvivere.

Da circa un anno dunque vivo grazie all'aiuto di persone care, ma c'è un limite.

Al momento ho circa 200 euro in banca, l'indicatore Isee degli ultimi anni non ha mai superato i 2000 euro. La mia auto è da aggiustare e il motorino è morto. Mi hanno regalato il denaro per acquistarne uno usato in modo da potermi muovere nel caso trovassi un lavoro. Quindi risulterà pure che mi sono potuta permettere di spendere soldi per un nuovo veicolo.

Ora con quest'emergenza, bloccata giustamente in casa, farò una bella spesa per andare avanti fino al 3 aprile. Poi, salvo miracoli, sarò costretta a chiamare la mia padrona di casa per dirle che da aprile non potrò più pagare l'affitto. Idem sarà per le bollette. Nonostante tutto ciò rientro tra coloro che non hanno diritto al Reddito di cittadinanza. So che ci sono persone messe peggio di me. E so che la solidarietà del prossimo non verrà meno ma è una questione di principio. Ci sono persone che, con vari espedienti, sono riuscite ad ottenere il Reddito (e non parlo di stranieri) pur non avendone stretta necessità. Non ho mai chiesto nulla, mi sono sempre mantenuta accettando spesso lavori a condizioni riprovevoli pur di lavorare. Non ho mai lasciato un pagamento insoluto. Secondo me qualcosa non quadra nell'impostazione di questo sostegno al reddito. Esiste un'ampia fascia di persone che ne viene esclusa pur avendone bisogno e diritto. Bisognerebbe che le istituzioni entrassero nelle case a verificare le reali condizioni di vita, i beni posseduti, il tenore.

Ugualmente, ora che si parla di aiuti alle imprese per le perdite dovute alla pandemia in corso, di tutela dei lavoratori che non dovranno essere licenziati, e via discorrendo, si lasciano fuori le partite Iva, i precari, gli stagionali, né si considerano i disoccupati, gli incapienti, i senza fissa dimora. Chi è più in basso scivolerà sempre più giù.

Con buona pace degli ideatori del Reddito da Quarantena

Marzo 2020
(https://quifinanza.it/soldi/coronavirus-reddito-quarantena/361211/?ref=libero).



venerdì 9 novembre 2018

MIGRANTI E INTEGRAZIONE

Oggi ho incontrato Raja, un uomo indiano che conobbi anni fa mentre mendicava all'entrata di un supermercato. Ci siamo intrattenuti una decina di minuti a chiacchierare. Mi ha raccontato che in India si è separato dalla moglie* e che ora vive a Sanremo con i suoi due figli di sedici e diciotto anni. Vive con loro in una piccola roulotte all'interno di un campeggio. In cambio dell'alloggio esegue lavoretti di manutenzione. Per il resto fa qualche giornata qua e là. Ci siamo ritrovati a parlare di politica e lui ha detto di essere preoccupato per i movimenti migratori. Affermazione legittima ma sono rimasta molto sorpresa a sentirne le motivazioni.

Riporto alcune sue frasi:

“ I migranti Siriani ad esempio sono ricchi perché sono ricchi e anche quelli africani lo sono, perché gli danno un sacco di soldi per venire in Italia. Non hanno bisogno veramente, hanno rotoli di soldi. È solo un piano per invadere l'Italia. È la mafia africana dei barconi che vuole diventare sempre più ricca. Anche la mafia italiana. Non sono contento di questa situazione. È tutto finto.”

Ho ribattuto parlando ad esempio dello Yemen, poi di donne gravide che affrontano il mare, di desertificazione, di conflitti per le risorse idriche, delle reali percentuali di spostamento e della varietà di destinazioni, del diritto a migrare e di quello a non (dover) migrare, di guerra, di fame. Mi osservava con aria perplessa mentre consideravo quanto fosse surreale essere io anziché lui a perorare una causa che ritenevo fosse anche la sua. Ripensando all'evidente miglioramento del suo italiano, dovuto, a suo dire, all'ascolto dei notiziari e alle chiacchiere per strada, deduco che le sue convinzioni siano l'esito di un'integrazione perversa. E constato l'efficacia di certa propaganda rivolta capillarmente soprattutto ai ceti medio bassi.



*Ho un'idea abbastanza precisa della condizione femminile in India, ma ho evitato di approfondire l'argomento chiedendogli del suo caso personale, perché sarebbe stato fuori luogo e ho rimandato alla prossima occasione.


2018


martedì 15 maggio 2018

LO STATO NAZIONE – LA SOCIETÀ DELLE NAZIONI

Continuiamo a discutere di politica riferendoci a quanto accade all'interno dello Stato in cui viviamo. Questo è l’approccio mentale della maggioranza delle persone. Importano i fatti dei singoli Stati, a ognuno quello di appartenenza, tutto il resto è politica internazionale, roba estera che non ci riguarda, se non per il tempo del risalto mediatico. Ma le pressioni e le dinamiche con cui gli Stati hanno a che fare sono le stesse per tutti. Siamo dentro a un sistema globale che sta determinando la fine delle sovranità nazionali così come le abbiamo conosciute sino a oggi. Quante volte però ciò che fino al giorno prima pareva impensabile è poi diventato consuetudine? Non è la prima volta che accade nella storia e siamo ancora qua. Ora è il nostro turno. Sicuramente la complessità del cambiamento in atto preoccupa al punto che la tentazione di negarlo e restare aggrappati al passato è forte, ma cedere ad essa si ritorcerà contro noi tutti. Sta all'intelligenza, alla lungimiranza e all'onestà intellettuale di ogni individuo cogliere il momento e compiere lo sforzo che può portarci in una nuova era, un’era in cui tutto ciò che ci spaventa come un qualcosa di irrisolvibile, ciò che pare ci sottragga sicurezza e identità, improvvisamente ci appaia come d’incanto del tutto gestibile. Non è per nulla utopia. Dobbiamo semplicemente accettare la sfida e dimostrare che ne siamo all'altezza. Eppure continuiamo a comportarci e pensare come se gli Stati avessero ciascuno un percorso e un destino individuale svincolati da quelli degli altri e del tutto diverso. Come se quanto riguarda noi, riguardasse noi soltanto e, anzi, dovremmo smettere di utilizzare tale pronome in modo errato. Il pronome personale plurale inclusivo per eccellenza. Che non ne presuppone un altro in opposizione, se non in un’interpretazione fallace e fuorviante. Non vale nei rapporti umani, non vale nella politica. Non più, a quest’ora della storia umana. È giunto il momento di superare questa visione obsoleta, senza farsi prendere dal panico. La sovranità statale, oltreché attore inefficace nel panorama globale contemporaneo governato dalla rapidità di movimento dei flussi finanziari, e maggiormente anche per questo, si sta rivelando ingiusta. Essa è basata sullo stato di diritto. Ed è il concetto di stato di diritto come a tutt'oggi è inteso che non va bene. Lo stato di diritto, come lo conosciamo, è basato sul possesso di un territorio e sull'appartenenza a una comunità sociale da parte di tutti coloro che vi sono nati e lo considerano proprio in modo assolutamente naturale. Tale possesso non è altro, però, che l’esito relativamente recente di un processo di appropriazione basato sulla regola dell’efficacia. Regola dell'efficacia è un modo meno brutale per dire regola della forza. Alla fin fine l’insieme dei rapporti mondiali non è altro che una sorta di piazza in cui si commerciano i beni delle varie nazioni, sulla base del semplice principio che se qualcuno possiede qualcosa lo può vendere a un altro. Sembra ovvio, sembra scontato ma è del tutto sbagliato. I governi di tutto il mondo autorizzano (sanzioni ed embarghi a parte) i propri cittadini ad acquistare e considerare propria qualunque merce possa essere consegnata e venduta da un paese straniero, in quanto il possesso di tale merce soddisfa appieno i requisiti di legalità richiesti dal commercio internazionale. Peccato che il possesso non implichi la proprietà. Peccato che la legalità non implichi la legittimità.

La domanda fondamentale è: cosa ha determinato tale possesso? Una domanda che i governi non si pongono, troppo impegnati a esaudire le crescenti e incessanti richieste di beni e risorse da parte dei propri cittadini. Una delle prime cose da fare è costituire un organismo legale unico al di sopra dei sistemi nazionali in grado di giudicare in merito ai reali diritti di proprietà e in grado di farli rispettare. I singoli Stati non sono nella posizione di poterlo fare, né hanno convenienza a farlo. Non è però più possibile vivere in una società totalmente interconnessa in cui vige un sistema composto da centinaia di legislazioni di diritto privato del tutto indipendenti e scollegate. Non intervenire su quanto sta dietro la proprietà delle risorse implica l’accettare che, in molti casi, la forza produca diritto e il risultato non può essere che l’appropriazione della gestione della res publica da parte di chi la forza la detiene, con la conseguente perdita di controllo da parte dei governi sui processi economici e quindi sociali. Si abdica così alla funzione prima di un governo, e ciò in favore e al cospetto di agenti indiscutibilmente forti di un potere economico e finanziario internazionale senza precedenti nella storia. È ora di iniziare a pensare seriamente alla creazione di un’istituzione governativa transnazionale e sovranazionale che si ponga in modo concreto ed efficace quale contraltare a tale invece assai concreto ed efficace potere.

Preso atto che l’utilizzo delle risorse e la gestione della ricchezza sono ormai del tutto svincolati dalla politica delle singole nazioni, dobbiamo fare uno sforzo di immaginazione e pensare a una grande innovazione politica che ci avvicini maggiormente all’idea originaria di società delle nazioni. Altrimenti la politica non potrà che continuare a deluderci. I suoi rappresentanti ci deluderanno. Quando non corrotti e in malafede, saranno comunque e inevitabilmente incapaci di risolvere i problemi in cui siamo immersi, e lo saranno finché non inizieranno di concerto a pensare con maggior ampiezza di vedute. Dobbiamo pretendere da essi che lo facciano.

I governi tagliano le garanzie sociali, pregiudicano la capacità di accesso al lavoro, alla salute, all'istruzione, al sostentamento stesso, e quindi a una vita dignitosa, a milioni di persone, milioni che presto, messi tutti insieme, inizieranno a essere miliardi. Nel primo, nel secondo, nel terzo e quarto mondo che sia, non fa differenza. Come si giustificano? Garantendo che le scelte fatte rappresentano l’unico modo di controllare il mercato. Ma quello che in sostanza fanno è mentire. Non mi stancherò mai di ripeterlo: nonostante le molte comprensibili visioni apocalittiche, ci sono risorse, tecnologie, innovazioni possibili che permetterebbero una buona qualità di vita per tutti, ambiente incluso. È necessario però leggere, documentarsi, studiare, riconoscere l’autorità di molti studiosi, scienziati, economisti, filosofi, che da tempo hanno messo sul tavolo ottime soluzioni. È necessario farla finita con l’arroganza e la presunzione. Con il dire che son tutte belle parole ma la realtà è un’altra. Questa è pigrizia, menefreghismo, supponenza, aridità, mediocrità d’animo.

La realtà è che i governi, oltre a non avere voce, se non simbolica, a livello internazionale, sono in grado di avere solo più un’influenza parziale e decrescente sulle questioni nazionali. E cosa fanno? Impegnano tutte le energie a cercare di nascondere tale realtà con ogni mezzo possibile, in primis procurando emergenze. I politicanti interni alle singole nazioni sguazzano senza rimorsi nel pantano riconosciuto a livello internazionale come l’unico scenario politico possibile e non fanno altro con le loro schermaglie che intorpidire ulteriormente le acque e le menti di chi li ascolta. In effetti sembra sia l’unico scenario politico possibile perché nessuno ha il coraggio di fare il primo passo con autentica e sollecita determinazione. Certo, la prospettiva di provare a muoversi in un insieme di tramagli senza soluzione di continuità dissuaderebbe anche il padreterno ma non c’è alternativa.

La tanto e giustamente criticata globalizzazione non darà i buoni frutti che da essa ci si aspettava, se non verrà completata con un sistema politico capace di avere una visione di insieme sui grandi temi. È necessario integrare la gestione e la salvaguardia delle realtà nazionali con una regolamentazione internazionale e sovranazionale sui temi che hanno a che fare con la vita sul pianeta. Salute, cibo, risorse, finanza, ambiente, diritti. Senza possibilità di veto. Ogni Stato deve essere in grado di rientrare all'interno di una più ampia architettura democratica stabile che a propria volta sarà garante nei confronti di tutti dell’equilibrio generale ed eviterà il collasso del sistema. Gli uomini di Ventotene questo avevano in mente. L’Unione europea era questo sogno. Un primo passo nella giusta direzione. Siamo delusi dal risultato? Bene. Al primo tentativo non sempre si riesce. Ricominciamo daccapo. O vogliamo buttare con l’acqua sporca pure il neonato? L’idea di un federalismo planetario è l’unica strada da percorrere. L’ho scritto altre volte e più passano gli anni più ne sono convinta e non mi rassegno alla cecità dilagante. Al teatrino della politica interna, allo spreco di energia mentale che potrebbe essere meglio rivolta. L’energia mentale di cittadini cui vengono spacciate come importanti questioni marginali, sradicate dal contesto o banalmente solo legate alle dinamiche di potere.

Siamo ormai in un’era post industriale, in cui la ricchezza che conta non è più data dalla produzione e dal commercio, ma dalla concentrazione delle risorse e dell’informazione, dalla creazione di monopoli al cui tavolo i singoli Stati non possono sedere perché non hanno né credenziali né forza contrattuale reale. Possono solo più limitarsi a passare per proprie decisioni obbligate, sperando di riuscire ancora a dare l’illusione di avere tutto sotto controllo. Siamo in un’era in cui milioni di persone non hanno un luogo di appartenenza ed è necessario rivedere il concetto di cittadinanza come un qualcosa che non dipenda da ereditarietà, nascita, possesso. Siamo in un’era in cui la disoccupazione cresce in modo esponenziale e si trascurano le reali opportunità che potrebbero nascere da un mutamento di paradigma. Siamo in un’era in cui i capitali si spostano con estrema facilità e volatilità determinando le sorti di interi gruppi sociali quando non di intere popolazioni e tutti costoro possono a malapena alzare la voce e soprattutto devono restare dove sono. Siamo in un’era in cui ogni singolo bene, ogni singolo oggetto è di fatto proprietà di tutti, perché è composto da tanti minuscoli pezzettini di vita di persone sparse per il globo terracqueo. Le catene di approvvigionamento, le supply chains, sono ciò che ci lega l’un l’altro. Può piacerci o meno, ma stando così le cose ci tocca tirar su le maniche e affrontare la questione. In alternativa lavarcene le mani. Ma poi muti a prenderci quello che arriva.

Ce lo abbiamo sotto gli occhi l’inganno. Per mascherare l’evidente perdita di ruolo i governi ricorrono a conflitti di sorta, alla difesa di sedicenti purezze etniche, culturali e religiose, al rafforzamento di confini, al disconoscimento di diritti fondamentali attraverso l’appropriazione degli stessi come di qualcosa a proprio uso esclusivo. A un richiamo ai valori di patria e di nazione come unico baluardo possibile. Un richiamo riduttivo e d’opportunismo. Una specie di soluzione finale dove quelli in sovrappiù stanno fuori e s’arrangiano, nella speranza che si facciano fuori l’un l’altro prima di assediare le enclavi di chi si tiene stretto quello che ha o che crede di avere. Io non posseggo senso patriottico ma amo la storia, la conosco, e ho rispetto per la volontà, la determinazione, e l’altezza di pensiero, di tanti che nel mondo hanno fatto ottime cose con nell'anima l’amor di patria. C’è offesa in tutto questo ciarlare sgrammaticato e aggressivo, in questo spronare le genti all’insegna di valori di cui si è smarrito il significato e pertanto la sostanza.

La sintesi di tutte le sollecitazioni mentali che ci giungono è che non ce n’è già più per tutti, che saremo sempre più, e se qualcuno sta senza è meglio. La conseguenza diretta è che ci stiamo convincendo di essere tutti vulnerabili, in pericolo e pertanto bisognosi di difesa. Ce ne vogliono convincere per nascondere la propria inettitudine. Tutta la nostra vita, volenti o nolenti, si conduce su questa falsariga. In pratica ci stanno dicendo che l’unica possibilità di vivere dignitosamente è legata a doppio filo con la necessità di essere stronzi. Dobbiamo offenderci. Sarà la mia formazione umanistica, ma io rifiuto questo stato di cose. Io sono meglio. Nel senso che ho dentro la potenzialità di essere meglio. Tutti noi ce l’abbiamo. Ci servono solo l’umiltà di riconoscere i nostri limiti, qualunque essi siano, e il coraggio di rimediare ad essi affrontando il cambiamento come la miglior cosa possa accaderci.

Non si tratta di cancellare i confini ma di superarli. Più che una società delle nazioni, si tratta di pensare a un sistema mondiale in cui siano assenti differenze tanto estreme tra le condizioni di vita delle persone, in cui la salvaguardia dei beni comuni e la tutela dei diritti siano priorità insindacabile. Un governo globale, nel rispetto delle identità, che imponga pacificamente ma fermamente le regole necessarie a fare di questo pianeta un buon luogo dove vivere.

Non è la fine del mondo. È il mondo che cambia. Sta a noi indirizzare tale cambiamento con saggezza.


Novembre 2015


P.S. Alla luce delle recenti derive, soprattutte dell’UE, scriverò un testo di aggiornamento, aggiustamento, e chiarimento delle mie posizioni. (2025)


              

mercoledì 27 dicembre 2017

TORINO È CASA NOSTRA

Lessi tempo fa i due libri di Giuseppe Culicchia “Torino è casa mia” e “Torino è casa nostra”. Il primo lo prestai non ricordo più a chi. Mia madre, sapendo che intendevo ricomprarlo, lo ha cercato su internet per regalarmelo a Natale. Non l’ha trovato disponibile ma ha scovato un “Torino è casa nostra” Michele Di Salvo Editore, ispirato al testo di Culicchia ma dal punto di vista di cittadini migranti e studenti stranieri approdati a Torino. Anch’essi rivisitano la città suddividendola in stanze. Il libro promuove il progetto DirittixDiritti a favore del diritto all’istruzione e alla cultura. Una piccola preziosa scoperta.



lunedì 28 agosto 2017

AMORE LIQUIDO DI ZYGMUNT BAUMAN

Ho terminato alcuni giorni fa il libro di Zigmunt Bauman "Amore liquido". Avevo già letto alcuni dei suoi saggi e, dopo aver letto la quarta di copertina che lasciava intendere una trattazione dell'argomento che ha richiamato alla memoria "Innamoramento e amore" di Alberoni e altri saggi sul tema, stavo per lasciar perdere. Senza nulla togliere al valore di tali opere, i miei interessi sono altri. Poi ho deciso di acquistare ugualmente il libro, riflettendo sul fatto che forse proprio ragionar d'amore è ciò che si deve oggi.

La lettura, pagina dopo pagina, ha dato ragione alla mia riflessione. Infatti Bauman partendo dall'analisi del sentimento amore nella sua accezione più classica, la relazione tra due persone, amplia l'orizzonte fin quasi ad andare fuori tema, o così parrebbe al lettore in cerca di consigli e riflessioni utili a meglio comprendere e vivere la propria vita sentimentale. Bauman fa di più: offre un'analisi, per meglio comprendere e vivere, in senso assoluto. Staccandosi a gradi dalla sfera privata e passando attraverso l'osservazione delle mutazioni del vivere urbano, passando per Kant, spiegando la produzione di rifiuti umani, arriva ad definire come il definirsi uomini non possa prescindere dall'amore, o si legga empatia, verso l'altro. Lettura consigliata.


O l'appartenenza alla specie umana supera tutte le altre più particolaristiche attribuzioni e fedeltà rispetto alla formulazione e assegnazione delle leggi e dei diritti stabiliti dall'uomo, oppure la causa della libertà umana in quanto inalienabile diritto dell'uomo è compromessa o persa del tutto.


(Zigmunt Bauman - Amore liquido - editori Laterza)


giovedì 20 aprile 2017

TRUMP, ERDOGAN, KIM JONG-UN E IL DIRITTO ALLA DISCONNESSIONE

Erdogan ha ottenuto quello che voleva, gli altri due si son messi a tirare bombe più grosse degli altri. 
Giusto pescando tra le ultime notizie.
Le persone un po' dappertutto continuano a morire malamente, gli errori vengono ripetuti con ostinazione caparbia, empatia e intelligenza latitano.
Non vedo cos'altro poter aggiungere.
Mi appello al cosiddetto diritto alla disconnessione. Ma non solo per la domenica. Tutti i santi giorni. Almeno per un po'. Mi prendo una pausa: userò il tempo così recuperato per studiare e scrivere. I personaggi del libro che dovrei decidermi a iniziare mi perseguitano come magnifiche presenze.
Direi che, se tutto va bene, mi farò viva verso fine maggio.
Nel frattempo cercate di godervi la primavera.

venerdì 31 marzo 2017

MIGRANTI ECONOMICI

Mi chiedo perché l’appellativo migrante economico debba avere una valenza negativa, anzi dispregiativa. Perché il migrare per migliorare la propria situazione economica debba essere discriminante rispetto alle motivazioni di profughi di guerra o ambientali. Conosco molte persone che si spostano per tale motivo e altrettante che stanno valutando di farlo, e nessuno si sogna di criticare o attribuire a ciò una valenza negativa. Se non nella misura in cui ciò determina una critica sulla situazione economico politica dei paesi di partenza.

Allora mi chiedo perché, ad esempio, se può trasferirsi senza onta negli Stati Uniti un giovane italiano, un giovane ghanese, non possa venire in Europa. Qual è la differenza? Mi si obbietta che c’è la crisi, ma la crisi è ovunque (anche se io la definirei più correttamente mala gestione), e comunque non è una risposta alla mia domanda.

Forse che per avere diritto di migrare alla ricerca di una condizione migliore bisogna partire da una situazione già sufficientemente privilegiata? Questa è l’unica risposta che spiega il due pesi due misure, ma è una risposta di cui vergognarsi.


novembre 2016



P.S. Specifico, a uso di refrattari e prevenuti, che do sempre per sottinteso il riferirmi a persone corrette nei modi e nelle intenzioni.




venerdì 16 dicembre 2016

ZTL, PARASIO

Ho letto della causa che il signor Giacomo Raineri deve affrontare riguardo al proprio permesso di accesso alla ztl del Parasio. È accusato di aver dichiarato il falso al momento della richiesta del permesso, in quanto l’auto da lui condotta in realtà sarebbe intestata alla moglie che non la usa mai ma, lavorando presso un’assicurazione, ha il mezzo intestato per usufruire di uno sconto di cui, come dipendente, gode. Fermo restando che della vicenda so solo quanto appreso dal giornale, e a ciò mi attengo, direi che si tratta di un inutile dispendio di tempo e denari.

Ho già scritto in passato sull’argomento ma questa notizia mi costringe a tornarci sopra.

La mia domanda è:« Ma cosa vi importa di sapere a chi è intestata l’auto? Nel momento in cui si stabilisce che chi è residente ha diritto a un permesso per i propri mezzi, se un individuo residente abbina al proprio nominativo un mezzo, e quello è, quello utilizza come proprio, dove sta il problema?»

Mi è stato risposto che tanti eludono il pagamento del passaggio di proprietà e pertanto il pretendere la corrispondenza tra intestatario del permesso e proprietario del veicolo è un disincentivo nei confronti di tale cattiva condotta.

I furbi non piacciono a nessuno, però quando si parla di medesimo nucleo famigliare, insomma, un po’ di buon senso sarebbe d’uopo.

Buon senso da applicarsi anche nel caso in cui tre persone, di cui due residenti senza auto, una non residente con auto, decidano di utilizzare in modo intelligente un mezzo in tre, visto che per loro è sufficiente. Invece questa civile prassi viene impedita sempre in nome del disincentivo di cui sopra. Infatti al residente che ha richiesto di abbinare al proprio nominativo l’auto del non residente è stato risposto picche. Invece una coppia che abbia due auto non ha problemi. O, ancora, perché un residente, quindi un avente diritto, che non ha l’auto ma un parente gliene impresta una per le necessità (a volte urgenti e non prevedibili) non può lasciare una segnalazione fissa della targa presso il Comando dei vigili, come mezzo usato in modo saltuario?

Perdonate ma io trovo tutto ciò assurdo.

2016