Continuiamo
a discutere di politica riferendoci a quanto accade all'interno dello
Stato in cui viviamo. Questo è l’approccio mentale della
maggioranza delle persone. Importano i fatti dei singoli Stati, a
ognuno quello di appartenenza, tutto il resto è politica
internazionale, roba estera che non ci riguarda, se non per il tempo
del risalto mediatico. Ma le pressioni e le dinamiche con cui gli
Stati hanno a che fare sono le stesse per tutti. Siamo dentro a un
sistema globale che sta determinando la fine delle sovranità
nazionali così come le abbiamo conosciute sino a oggi. Quante volte
però ciò che fino al giorno prima pareva impensabile è poi
diventato consuetudine? Non è la prima volta che accade nella storia
e siamo ancora qua. Ora è il nostro turno. Sicuramente la
complessità del cambiamento in atto preoccupa al punto che la
tentazione di negarlo e restare aggrappati al passato è forte, ma
cedere ad essa si ritorcerà contro noi tutti. Sta all'intelligenza,
alla lungimiranza e all'onestà intellettuale di ogni individuo
cogliere il momento e compiere lo sforzo che può portarci in una
nuova era, un’era in cui tutto ciò che ci spaventa come un
qualcosa di irrisolvibile, ciò che pare ci sottragga sicurezza e
identità, improvvisamente ci appaia come d’incanto del tutto
gestibile. Non è per nulla utopia. Dobbiamo semplicemente accettare
la sfida e dimostrare che ne siamo all'altezza. Eppure continuiamo a
comportarci e pensare come se gli Stati avessero ciascuno un percorso
e un destino individuale svincolati da quelli degli altri e del tutto
diverso. Come se quanto riguarda noi, riguardasse noi soltanto e,
anzi, dovremmo smettere di utilizzare tale pronome in modo errato. Il
pronome personale plurale inclusivo per eccellenza. Che non ne
presuppone un altro in opposizione, se non in un’interpretazione
fallace e fuorviante. Non vale nei rapporti umani, non vale nella
politica. Non più, a quest’ora della storia umana. È giunto il
momento di superare questa visione obsoleta, senza farsi prendere dal
panico. La sovranità statale, oltreché attore inefficace nel
panorama globale contemporaneo governato dalla rapidità di movimento
dei flussi finanziari, e maggiormente anche per questo, si sta
rivelando ingiusta. Essa è basata sullo stato di diritto. Ed è il
concetto di stato di diritto come a tutt'oggi è inteso che non va
bene. Lo stato di diritto, come lo conosciamo, è basato sul possesso
di un territorio e sull'appartenenza a una comunità sociale da parte
di tutti coloro che vi sono nati e lo considerano proprio in modo
assolutamente naturale. Tale possesso non è altro, però, che
l’esito relativamente recente di un processo di appropriazione
basato sulla regola dell’efficacia. Regola dell'efficacia è un
modo meno brutale per dire regola della forza. Alla fin fine
l’insieme dei rapporti mondiali non è altro che una sorta di
piazza in cui si commerciano i beni delle varie nazioni, sulla base
del semplice principio che se qualcuno possiede qualcosa lo può
vendere a un altro. Sembra ovvio, sembra scontato ma è del tutto
sbagliato. I governi di tutto il mondo autorizzano (sanzioni ed
embarghi a parte) i propri cittadini ad acquistare e considerare
propria qualunque merce possa essere consegnata e venduta da un paese
straniero, in quanto il possesso di tale merce soddisfa appieno i
requisiti di legalità richiesti dal commercio internazionale.
Peccato che il possesso non implichi la proprietà. Peccato che la
legalità non implichi la legittimità.
La
domanda fondamentale è: cosa ha determinato tale possesso? Una
domanda che i governi non si pongono, troppo impegnati a esaudire le
crescenti e incessanti richieste di beni e risorse da parte dei
propri cittadini. Una delle prime cose da fare è costituire un
organismo legale unico al di sopra dei sistemi nazionali in grado di
giudicare in merito ai reali diritti di proprietà e in grado di
farli rispettare. I singoli Stati non sono nella posizione di poterlo
fare, né hanno convenienza a farlo. Non è però più possibile
vivere in una società totalmente interconnessa in cui vige un
sistema composto da centinaia di legislazioni di diritto privato del
tutto indipendenti e scollegate. Non intervenire su quanto sta dietro
la proprietà delle risorse implica l’accettare che, in molti casi,
la forza produca diritto e il risultato non può essere che
l’appropriazione della gestione della res publica da parte di chi
la forza la detiene, con la conseguente perdita di controllo da parte
dei governi sui processi economici e quindi sociali. Si abdica così
alla funzione prima di un governo, e ciò
in
favore e al cospetto di agenti indiscutibilmente forti di un potere
economico e finanziario internazionale senza precedenti nella storia.
È
ora di iniziare a pensare seriamente alla creazione di un’istituzione
governativa transnazionale e sovranazionale che si ponga in modo
concreto ed efficace quale contraltare a tale invece assai concreto
ed efficace potere.
Preso
atto che l’utilizzo delle risorse e la gestione della ricchezza
sono ormai del tutto svincolati dalla politica delle singole nazioni,
dobbiamo fare uno sforzo di immaginazione e pensare a una grande
innovazione politica che ci avvicini maggiormente all’idea
originaria di società delle nazioni. Altrimenti la politica non
potrà che continuare a deluderci. I suoi rappresentanti ci
deluderanno. Quando non corrotti e in malafede, saranno comunque e
inevitabilmente incapaci di risolvere i problemi in cui siamo
immersi, e lo saranno finché non inizieranno di concerto a pensare
con maggior ampiezza di vedute. Dobbiamo pretendere da essi che lo
facciano.
I
governi tagliano le garanzie sociali, pregiudicano la capacità di
accesso al lavoro, alla salute, all'istruzione, al sostentamento
stesso, e quindi a una vita dignitosa, a milioni di persone, milioni
che presto, messi tutti insieme, inizieranno a essere miliardi. Nel
primo, nel secondo, nel terzo e quarto mondo che sia, non fa
differenza. Come si giustificano? Garantendo che le scelte fatte
rappresentano l’unico modo di controllare il mercato. Ma quello che
in sostanza fanno è mentire. Non mi stancherò mai di ripeterlo:
nonostante le molte comprensibili visioni apocalittiche, ci sono
risorse, tecnologie, innovazioni possibili che permetterebbero una
buona qualità di vita per tutti, ambiente incluso. È necessario
però leggere, documentarsi, studiare, riconoscere l’autorità di
molti studiosi, scienziati, economisti, filosofi, che da tempo hanno
messo sul tavolo ottime soluzioni. È necessario farla finita con
l’arroganza e la presunzione. Con il dire che son tutte belle
parole ma la realtà è un’altra. Questa è pigrizia,
menefreghismo, supponenza, aridità, mediocrità d’animo.
La
realtà è che i governi, oltre a non avere voce, se non simbolica, a
livello internazionale, sono in grado di avere solo più un’influenza
parziale e decrescente sulle questioni nazionali. E cosa fanno?
Impegnano tutte le energie a cercare di nascondere tale realtà con
ogni mezzo possibile, in primis procurando emergenze. I politicanti
interni alle singole nazioni sguazzano senza rimorsi nel pantano
riconosciuto a livello internazionale come l’unico scenario
politico possibile e non fanno altro con le loro schermaglie che
intorpidire ulteriormente le acque e le menti di chi li ascolta. In
effetti sembra sia l’unico scenario politico possibile perché
nessuno ha il coraggio di fare il primo passo con autentica e
sollecita determinazione. Certo, la prospettiva di provare a muoversi
in un insieme di tramagli senza soluzione di continuità
dissuaderebbe anche il padreterno ma non c’è alternativa.
La
tanto e giustamente criticata globalizzazione non darà i buoni
frutti che da essa ci si aspettava, se non verrà completata con un
sistema politico capace di avere una visione di insieme sui grandi
temi. È necessario integrare la gestione e la salvaguardia delle
realtà nazionali con una regolamentazione internazionale e
sovranazionale sui temi che hanno a che fare con la vita sul pianeta.
Salute, cibo, risorse, finanza, ambiente, diritti. Senza possibilità
di veto. Ogni Stato deve essere in grado di rientrare all'interno di
una più ampia architettura democratica stabile che a propria volta
sarà garante nei confronti di tutti dell’equilibrio generale ed
eviterà il collasso del sistema. Gli uomini di Ventotene questo
avevano in mente. L’Unione europea era questo sogno. Un primo passo
nella giusta direzione. Siamo delusi dal risultato? Bene. Al primo
tentativo non sempre si riesce. Ricominciamo daccapo. O vogliamo
buttare con l’acqua sporca pure il neonato? L’idea di un
federalismo planetario è l’unica strada da percorrere. L’ho
scritto altre volte e più passano gli anni più ne sono convinta e
non mi rassegno alla cecità dilagante. Al teatrino della politica
interna, allo spreco di energia mentale che potrebbe essere meglio
rivolta. L’energia mentale di cittadini cui vengono spacciate come
importanti questioni marginali, sradicate dal contesto o banalmente
solo legate alle dinamiche di potere.
Siamo
ormai in un’era post industriale, in cui la ricchezza che conta non
è più data dalla produzione e dal commercio, ma dalla
concentrazione delle risorse e dell’informazione, dalla creazione
di monopoli al cui tavolo i singoli Stati non possono sedere perché
non hanno né credenziali né forza contrattuale reale. Possono solo
più limitarsi a passare per proprie decisioni obbligate, sperando di
riuscire ancora a dare l’illusione di avere tutto sotto controllo.
Siamo in un’era in cui milioni di persone non hanno un luogo di
appartenenza ed è necessario rivedere il concetto di cittadinanza
come un qualcosa che non dipenda da ereditarietà, nascita, possesso.
Siamo in un’era in cui la disoccupazione cresce in modo
esponenziale e si trascurano le
reali opportunità che
potrebbero nascere da un mutamento di paradigma.
Siamo in un’era in cui i capitali
si spostano con estrema facilità e volatilità determinando le sorti
di interi gruppi sociali quando non di intere popolazioni e tutti
costoro possono a malapena alzare la voce e soprattutto devono
restare dove sono. Siamo in un’era in cui ogni singolo bene, ogni
singolo oggetto è di fatto proprietà di tutti, perché è composto
da tanti minuscoli pezzettini di vita di persone sparse per il globo
terracqueo. Le catene di approvvigionamento, le supply chains, sono
ciò che ci lega l’un l’altro. Può piacerci o meno, ma stando
così le cose ci tocca tirar su le maniche e affrontare la questione.
In alternativa lavarcene le mani. Ma poi muti a prenderci quello che
arriva.
Ce
lo abbiamo sotto gli occhi l’inganno. Per mascherare l’evidente
perdita di ruolo i governi ricorrono a conflitti di sorta, alla
difesa di sedicenti purezze etniche, culturali e religiose, al
rafforzamento di confini, al disconoscimento di diritti fondamentali
attraverso l’appropriazione degli stessi come di qualcosa a proprio
uso esclusivo. A un richiamo ai valori di patria e di nazione come
unico baluardo possibile. Un richiamo riduttivo e d’opportunismo.
Una specie di soluzione finale dove quelli in sovrappiù stanno fuori
e s’arrangiano, nella speranza che si facciano fuori l’un l’altro
prima di assediare le enclavi di chi si tiene stretto quello che ha o
che crede di avere. Io non posseggo senso patriottico ma amo la
storia, la conosco, e ho rispetto per la volontà, la determinazione,
e l’altezza di pensiero, di tanti che nel mondo hanno fatto ottime
cose con nell'anima l’amor di patria. C’è offesa in tutto questo
ciarlare sgrammaticato e aggressivo, in questo spronare le genti
all’insegna di valori di cui si è smarrito il significato e
pertanto la sostanza.
La
sintesi di tutte le sollecitazioni mentali che ci giungono è che non
ce n’è già più per tutti, che saremo sempre più, e se qualcuno
sta senza è meglio. La conseguenza diretta è che ci stiamo
convincendo di essere tutti vulnerabili, in pericolo e pertanto
bisognosi di difesa. Ce ne vogliono convincere per nascondere la
propria inettitudine. Tutta la nostra vita, volenti o nolenti, si
conduce su questa falsariga. In pratica ci stanno dicendo che l’unica
possibilità di vivere dignitosamente è legata a doppio filo con la
necessità di essere stronzi. Dobbiamo offenderci. Sarà la mia
formazione umanistica, ma io rifiuto questo stato di cose. Io sono
meglio. Nel senso che ho dentro la potenzialità di essere meglio.
Tutti noi ce l’abbiamo. Ci servono solo l’umiltà di riconoscere
i nostri limiti, qualunque essi siano, e il coraggio di rimediare ad
essi affrontando il cambiamento come la miglior cosa possa accaderci.
Non
si tratta di cancellare i confini ma di superarli. Più che una
società delle nazioni, si tratta di pensare a un sistema mondiale in
cui siano assenti differenze tanto estreme tra le condizioni di vita
delle persone, in cui la salvaguardia dei beni comuni e la tutela dei
diritti siano priorità insindacabile. Un governo globale, nel
rispetto delle identità, che imponga pacificamente ma fermamente le
regole necessarie a fare di questo pianeta un buon luogo dove vivere.
Non
è la fine del mondo. È il mondo che cambia. Sta a noi indirizzare
tale cambiamento con saggezza.
Novembre
2015
P.S.
Alla luce delle recenti derive, soprattutte dell’UE, scriverò un
testo di aggiornamento, aggiustamento, e chiarimento delle mie
posizioni. (2025)