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giovedì 14 maggio 2020

CORONAVIRUS - SCENE



SCENA 1 - Interno negozio - Dal ferramenta - 14 febbraio (prodromi)
Fuori dalla ferramenta del centro c'è la coda. Mi servono delle viti a stella. Aspetto il mio turno. Entro. La signora prima di me ha comprato un centinaio di mascherine ffp2, per sicurezza, dice, non si sa mai come si metteranno le cose. Paga con la carta. Ci lascia una fortuna. Mascherine esaurite. Quelli dietro di me brontolano. La signora esce. Il negoziante a questo punto tira fuori dal cilindro quelle “buone” che proteggono sia chi le indossa che il prossimo. Le M3, dice. Vanno a nove euro l'una. Con l'alcol al 99% se le disinfetti le puoi utilizzare quattro, cinque volte. Peccato che le “buone” siano le ffp3 ed M3 sia una marca ma, si sa, la confusione regna. Compro le viti, pago, esco. Alle mia spalle, dall'interno del negozio sento un accavallarsi di voci che mi ricorda quei venditori ambulanti di rimedi infallibili circondati da una folla di creduloni.

SCENA 2 – Esterno, supermercato - La coda - 24 febbraio (prodromi)
Umanità in coda. Ci sono una decina di carrelli in attesa davanti al mio. Al primo carrello un uomo anziano, alto, in abiti da campagna, i capelli grigi arruffati. Con una striscia di elastico da sartoria passato dietro la testa tiene a coprire naso e bocca un ritaglio irregolare di naylon spesso e opaco che ondeggia a ogni respiro. Al secondo carrello un uomo di mezza età che da dietro una mascherina chirurgica rende partecipe l'uditorio di un sopruso subito. Carabinieri che passavano lungo la strada gli hanno fatto una multa di 300 euro mentre badava all'orto di casa insieme al figlio, entrambi privi di mascherina. Al terzo carrello una donna tra i quaranta e i cinquanta, dall'aria imperturbabile, vestita in modo sobrio ma molto elegante, sfoggia una mascherina moderna e impeccabile, con valvola, elastici e tessuto in tre nuances verde acqua. Probabilmente griffata. Al quarto carrello una donna dall'aspetto affaticato indossa una mascherina chirurgica piuttosto logora. Sta appoggiata al carrello con aria rassegnata. Al quinto carrello un uomo giovane, mascherina e guanti, parla al telefono senza prendere fiato. Si sta lamentando del tempo sprecato in coda. Gesticola. Tocca il carrello, il telefono, la mascherina, la abbassa, si gratta, cerca qualcosa in tasca, sfila un guanto, lo infila nuovamente, tocca il carrello, riposiziona la mascherina. Senza smettere di parlare. Al sesto, settimo e ottavo carrello una coppia. Lei un carrello, lui due. A distanza come da regola. Lei a gesti e gridando sottovoce intima al marito di non dimenticare nulla. Al nono carrello una donna si volta e inveisce contro quella che la precede, dicendo che non si può andare in due a fare la spesa. Le viene risposto che a loro, la coppia, non importa, che non intendono rischiare di restare senza scorte di cibo. Al decimo carrello, il primo della fila, una donna molto anziana, in cappotto grigio e scarpe basse, mascherina chirurgica ben sistemata e una sporta di stoffa appesa al braccio. Ha l'aria di chi con fare dimesso ma risoluto è pronto ad affrontare l'ennesima tragedia.

SCENA 3 - Esterno, balcone - Uomo solo 1 - metà marzo
Tardo pomeriggio. Un uomo appoggiato alla ringhiera, lo sguardo sul panorama del condominio di fronte. Alle sue spalle, all'interno, nessuna luce. Sta fumando una sigaretta. Sbircia qua e là sui balconi altrui con aria distratta. Accanto a lui i mastelli della raccolta differenziata. Tre su cinque straripano. Quello della plastica con il coperchio tenuto giù dal peso di due sacchetti che lasciano intravvedere bottiglie e contenitori di cibo, quello della carta aperto da cui sbucano diversi cartoni di pizza piegati in due, quello del vetro pieno oltre misura e circondato da innumerevoli bottiglie di birra e di vino. L'uomo finisce la sigaretta e getta il mozzicone di sotto.

SCENA 4 - Interno, bagno - Uomo solo 2 - metà marzo
L'uomo rientra a casa, sfila le scarpe, poggia la borsa della spesa all'ingresso. Ha acquistato tra le altre cose dei surgelati. Deve sbrigarsi a disinfettare tutto prima di riporre il cibo in dispensa e nel frigo. Va in bagno. Toglie la mascherina e la getta in un contenitore apposito che apre con un pedale. Apre il rubinetto dell'acqua calda, si lava le mani per mezzo minuto, chiude il rubinetto, se le asciuga. Si toglie il giubbotto. Lo va a stendere fuori dalla finestra. Nel mentre gli appare alla mente l'immagine del rubinetto del bagno. Per aprire l'acqua l'ha toccato con le mani contaminate e per chiuderlo dopo essersi lavato si è quindi nuovamente contaminato. Quindi ha contaminato anche l'asciugamani. Va a prenderlo e lo getta in lavatrice. Prende da sotto il lavandino un detersivo disinfettante spray. Lo utilizza sulla maniglia dell'anta sotto al lavandino, su quella dello sportello della lavatrice, va in camera a prendere un asciugamano pulito. Torna in bagno. Lo appende. Con lo spray disinfetta il rubinetto. Ripete l'operazione di lavaggio delle mani. Si asciuga soddisfatto della propria attenzione ai dettagli. Sta per uscire dal bagno. Osserva l'asciugamani. Quando è andato in camera a prenderlo aveva ancora le mani contaminate, per cui ha contaminato la maniglia dell'armadio e l'asciugamani stesso. Lo prende e getta anche quello nella lavatrice. Prende lo spray. Disinfetta la maniglia dello sportello della lavatrice per la seconda volta. Va in camera disinfetta la maniglia dell'armadio, prende un terzo asciugamani. Torna in bagno, lo appende. Sta per uscire, si ferma di colpo. Le ultime operazioni le ha effettuate con le mani contaminate dall'asciugatura del secondo asciugamani. L'uomo si porta le mani al viso e inizia a piangere in preda allo sconforto. Poi, in preda al panico, prende lo spray e se lo vaporizza in faccia. Quindi ricomincia daccapo la cerimonia del lavaggio delle mani e della disinfezione delle superfici. Sul pavimento del corridoio intanto, alla base del sacchetto della spesa, si sta formando un rivolo d'acqua.

SCENA 5 - Interno, bagno - Donna sola 1- fine marzo
In bagno una gatta è acciambellata in cima alla cesta del bucato. Una donna si sta specchiando. Indossa occhiali da vista. La ricrescita è a tre centimetri. Prende lo spray ritocco, divide i capelli man mano lungo la scriminatura e vaporizza il colore. I capelli sono diventati appiccicosi e opachi. Li raccoglie con una pinza. Le sopracciglia sono oscene. Si avvicina a un piccolo specchio rotondo a ingrandimento. Prende la pinzetta e inizia a strappare il superfluo. Sbaglia una presa e si forma un buco. Per rimediare è costretta ad assottigliare le sopracciglia di almeno tre millimetri. Il risultato le cambia la fisionomia. In peggio. Torna davanti allo specchio sopra il lavandino. Una fine peluria ricopre il volto. Se n'è accorta in macchina, guardandosi in uno specchietto retrovisore alla luce del sole. Prende una crema depilatoria rosa. La stende sulla parte inferiore del volto. La posa deve durare circa tre minuti. Mentre aspetta nota alcuni punti neri sul naso. Si avvicina allo specchio e li schiaccia con decisione visto che i pori della pelle si ostinano a trattenere lo sporco. Il naso è arrossato. Le si rompe un capillare e si allarga in una macchia rossa nella pelle. Sente bruciare. Non è il capillare. Sono trascorsi dieci minuti. Con una spatola rimuove velocemente la crema depilatoria. Si lava e deterge con cura. La pelle del volto è congesta e infiammata. La donna prende una crema idratante nella speranza di un sollievo. Avvicinando il viso allo specchio nota sulle guance due nuove rughe verticali piuttosto marcate. Indossa gli occhiali. Va allo specchio rotondo per osservarle meglio. Scopre che, in realtà, un reticolo fitto di nuove piccole rughe si è formato agli angoli delle labbra. Le sale lo sconforto. Si cosparge di crema idratante perché il bruciore non molla. Scioglie i capelli. Esce dal bagno. Va verso la porta d'ingresso. La apre per prendere un cestello d'acqua dimenticato accanto allo zerbino. Mentre è china si apre una delle quattro porte affacciate al pianerottolo. La sua vicina che fa la segretaria dall'avvocato. In successione la donna vede decolletès con tacchi, gambe lisce e appena brunite, una gonna attillata. Ritornando in posizione eretta, incontra lo sguardo della vicina. Le sta sorridendo. Denti bianchissimi, labbra con un velo di rossetto, pelle e incarnato perfetti, taglio fresco e colore impeccabile. Un rigurgito d'odio le sale dallo stomaco.

SCENA 6 - Esterno, portone - Donna sola 2 - inizio aprile
Una donna appoggia un mastello giallo accanto ad altri mastelli gialli sul marciapiedi. Saranno circa le dieci di sera. La luce giallo arancio dei lampioni inonda la via, le facciate, le palme. La donna ritorna sui propri passi verso un portone. L'aria è insolitamente tiepida. Spira una brezza piacevole che fa fremere le foglie delle palme. La donna appoggia la schiena a uno stipite del portone e guarda dinanzi a sé, verso il mare. Alcuni gabbiani volteggiano tra i tetti. La donna tira fuori dalla tasca una busta in pelle. Si arrotola una sigaretta, la accende. Inspira. Abbandona le braccia lungo il corpo, trattenendo la sigaretta tra le dita. Chiude gli occhi. Annusa l'aria. Li riapre. Sorride. Nessuno in giro. Da una qualche finestra lì vicino arriva la voce di una televisione.

SCENA 7 - Esterno, vicolo - Due pusher - fine marzo
Vicoletto nei pressi di un piazzale a parcheggio. Una donna con un sacchetto della farmacia. Due uomini confabulano appoggiati a un muretto. Li oltrepassa. Si sente il click di un accendino. Un istante dopo un aroma di hashish. La donna si volta e li guarda. I due uomini la guardano a loro volta, con aria interrogativa. Non cogliendo segni di sorta da parte sua tornano alle loro cose. Si sente uno dei due dire, Buono fumare in questo periodo, meglio di psicofarmaci.

SCENA 8 - Esterno, via pedonale - Donna con mascherina - metà aprile
Passa una donna, non molto alta, cappotto rosso, foulard, capelli corvini cotonati. La mascherina è tirata su al centro della testa a guisa di cappellino. Un peccato non poterla fotografare. Ha sbaragliato qualsiasi altro tentativo di trasformare un presidio sanitario in accessorio fashion.

SCENA 9 - Esterno, strada - Stesa di mascherine e lenzuola dipinte - fine aprile
Il via vai delle automobili è ricominciato. Non il traffico consueto ma un movimento che risulta strano dopo tanto silenzio e assenza di movimento. Hanno allentato le restrizioni. Le persone hanno voglia di uscire se pure con cautela. Inventarsi un motivo di necessità per prendere l'auto e circolare senza entrare in contatto con il prossimo è comunque liberatorio. Lo sguardo va alle facciate delle case, alle finestre, ai balconi. Sui fili della stesa, al posto delle bandiere della pace, delle magliette rosse, del tricolore, degli striscioni verità per Giulio Regeni, mascherine chirurgiche accanto alla biancheria, e lenzuola con hastag Io resto a casa, hastag Andrà tutto bene, hastag Ce la faremo.

SCENA 10 - Esterno, marciapiedi - Coda ufficio postale . inizio aprile
All'esterno dell'ufficio postale si è formata una coda. Quattro persone. Tutti con la mascherina. Due donne indossano anche guanti in lattice. Le due donne si conoscono e stanno chiacchierando a distanza di sicurezza.
A: …infatti non capisco chi si ostina a non indossare guanti e mascherina.
B: Sono egoisti. C'è chi rispetta le regole e chi no. Mi fanno una rabbia. Non è giusto. Eppure l'hanno detto in tutte le lingue che mascherina e guanti servono per combattere il coronavirus.
A: Hai ragione. Anch'io non li sopporto. Comunque affari loro se si ammalano. Non vogliono capire. Io, che vivo da sola, mascherina e guanti li tengo anche in casa.
B: E fai bene. Lo faccio anche io. Se servono bisogna tenerli su il più possibile.
Bisognerebbe intervenire, dir loro qualcosa. Ma cosa?

SCENA 11 - Esterno, parcheggio - Incontro clandestino - fine marzo
Quartiere residenziale a basso scorrimento di traffico. Sono seduta in auto sotto casa. Arriva una donna in auto e parcheggia. Sulla quarantina. Non si accorge di me. Dopo pochi minuti arriva un'altra auto. Alla guida un'altra donna. Sui settanta. Parcheggia. La prima donna apre la portiera, scende, e, da dietro la mascherina, saluta la seconda donna che è scesa anche lei dall'auto. Ciao mamma.
Carla, ciao, come stai? Risponde la madre sorridendo con gli occhi. Rimane però a qualche metro di distanza. Figlia, Sto bene, e tu? Bene, bene, non ti preoccupare.
Tacciono, si guardano impacciate. Poi la figlia dice, Togliamoci la mascherina, da poterci vedere per bene in viso. E se la tolgono, anche se la madre, Sei sicura? Certo che sono sicura. Poi la figlia le va incontro, la abbraccia, le accarezza la testa, la bacia sulla fronte. La madre è felice.

SCENA 12 - Interno, camera - Telefonata dalla Questura – fine aprile
La donna è seduta sul letto quando squilla il telefono.
A: Buongiorno, lei è la signora Rossi?
B: Sì, sono io.
A: Lei è venuta due giorni fa in questura per una denuncia?
B: Sì.
A: Lo sa che non poteva?
B: In che senso, scusi?
A: Si tratta di un furto d'identità online. La competenza è della polizia postale.
B: Sì, certo, infatti ho chiamato la postale ma essendo loro distanti dal mio domicilio e aperti solo il mercoledì e abitando io a duecento metri dalla questura, mi hanno detto di scrivere tutto quanto e portare la denuncia in questura da dove sarebbe stata loro inoltrata.
A: Hanno sbagliato. E comunque lei ha infranto la legge venendo in questura.
B: Infranto la legge?
A: C'è l'obbligo di quarantena. Le devo fare una multa.
B: Una multa?? Perdoni, ma io prima di venire, ho telefonato in questura, spiegando tutto e mi è stato detto di venire per depositare la denuncia. Sono venuta in portineria e lì ho atteso un suo collega che mi ha condotto in un ufficio. Ha preso la denuncia, ha apposto un timbro, mi ha fatto firmare e mi ha detto che il tutto sarebbe stato inoltrato alla postale.
A: Lei comunque non poteva venire in questura. È vietato muoversi dal proprio domicilio se non per cause di comprovata necessità.
B: Perdoni ma, a parte il fatto che io risiedo a duecento metri dalla questura e pertanto a una distanza attualmente concessa per lo sgambamento quotidiano, lei mi sta dicendo che posso andare fino in centro a comprare le sigarette ma non posso venire a sporgere denuncia per furto di identità, tanto più che stanno chiedendo a tutti i miei contatti soldi a mio nome? Non è una necessità il voler tutelare me stessa e gli altri dalle conseguenze di un'azione criminosa? E perciò mi farete una multa?
A: È appunto quello che le sto dicendo.
B: Mi scusi, ma io ho fatto quello che mi è stato detto di fare dalla polizia postale e da un qualche suo collega in questura. In base a ciò che lei asserisce, avrei dovuto mettere in dubbio affermazioni fatte da rappresentanti delle istituzioni?
Silenzio
B: È ancora in linea?
A: Sì
B: Quindi?
A: Hanno sbagliato alla polizia postale e ha sbagliato anche il mio collega. Però lei non doveva venire lo stesso perché le disposizioni sulla quarantena sono di dominio pubblico.
B: Abbia pazienza, senza voler mancare di rispetto, secondo me dovreste chiarirvi le idee tra di voi. Io non ho fatto nulla di sbagliato nel momento in cui mi sono attenuta alle vostre indicazioni.
A: Sarebbe dovuta andare alla postale.
B: Eh, no, in base a quello che ha detto sinora, nemmeno lì sarei dovuta andare...
A: Appunto. Ci vada la prossima settimana, dopo il 5 maggio. E per questa volta la multa non gliela facciamo. Buongiorno
B: Ok, mi arrendo. Buongiorno
La donna resta seduta sul letto a meditare sul senso dell'esistenza.

SCENA 13 - Esterno - Via pedonale – Umanità - inizio maggio
Un uomo e una donna stanno chiacchierando sul marciapiede davanti a un fruttivendolo. Non si incontrano da un po' di tempo. L'uomo le sta chiedendo come sta, come vanno le cose. La donna risponde che ha ormai esaurito i suoi pochi risparmi, che non ha pagato l'affitto del mese in corso, che non sarà in grado di pagare le prossime bollette, che se prima aveva difficoltà a trovare un lavoro, ora sarà più difficile, vista la situazione generale. Non sa per quanto tempo ancora potrà fare la spesa. Un secondo uomo, in fila fuori da un negozio, ascolta la conversazione e interviene educatamente, chiedendo alla donna se sa di potersi recare in municipio per un aiuto economico. La donna ringrazia e risponde che sì, lo sa e l'ha già chiesto, ma l'aiuto va solo a chi ha perso il lavoro a partire da gennaio dell'anno in corso. L'uomo esprime il suo rincrescimento e ritorna in disparte. Dopo qualche istante si avvicina di nuovo, discretamente e in punta di piedi, e chiede alla donna se può permettersi di offrirle la spesa. La convince gentilmente ad accettare i soldi che le mette in mano. Lei riesce solo a dire grazie. Anche se il viso è nascosto dalla mascherina e dagli occhiali, è chiaro che sta piangendo. La donna solleva gli occhiali per guardare l'uomo negli occhi. Continua a guardarlo e a ringraziarlo con lo sguardo mentre lui si allontana con la stessa discrezione con cui si è avvicinato a lei. Non gli ha chiesto il suo nome. Non gli ha nemmeno detto il suo. Le resta solo un volto da ricordare. Il volto di un Uomo.

SCENA 14 - Esterno - Passeggiata - metà aprile
Dopo oltre un mese di reclusione la prima breve passeggiata entro duecento metri da casa. Una donna seduta sui gradini del sagrato della chiesa a godere del sole tiepido del pomeriggio.
Sembrerà una bestemmia, ma tutto pare perfetto.
L'autostrada e la via Aurelia silenziose, il mare libero, il cielo anche.

SCENA 15 - Esterno, città -Vento
Piena quarantena. Pieno panico. Le strade sono deserte. Le finestre chiuse. Un vento deciso spazza le strade, s'infila nei vicoli, s'attorciglia negli angoli. Mulinelli di foglie e cartacce, di guanti e mascherine chirurgiche.


mercoledì 13 febbraio 2019

NOA

Il ristorante è accogliente, la cucina buona. Con la mia amica ci siamo concesse due giorni di vacanza a Genova, città che lei non conosce. La donna che ci serve al tavolo ha un bel modo di porsi. È cordiale e guarda dritto negli occhi. Dopo il secondo, la mia amica mi domanda se intendo mangiare anche il dolce. Sono sazia e rispondo che non potrei mai farcela ad affrontare un boccone in più, inoltre non amo particolarmente i dolci. Giusto a un bûnet non saprei dire di no ma non corro rischi visto che si tratta di un dolce delle Langhe e dubito lo servano in un'osteria di Genova. Quando la donna si avvicina, la mia amica le chiede cosa c'è di dolce e lei inizia l'elenco proprio con il bûnet. Scoppiamo a ridere. Mi tocca ordinarlo. La donna è stupita della nostra ilarità ed esita con aria interrogativa. Le spieghiamo la faccenda e ride anche lei. Si crea un'intimità leggera e piacevole. In quel momento il lavoro è tranquillo, per cui si intrattiene qualche minuto con noi. Ci raccontiamo a vicenda chi siamo. Poche parole, l'essenziale per presentarsi in modo informale. Parliamo anche di lavoro. Lei è egiziana. Vive a Genova da dodici anni. Separata, suo marito era violento, mantiene una figlia di undici anni, che è stata operata al cuore pochi mesi fa. Lavora a chiamata e non guadagna abbastanza per affittare una casa. Può permettersi soltanto una stanza con il bagno in comune. Le domando dov'è sua figlia mentre lei lavora. Mi spiega che esiste l'associazione delle Vigne; volontari che aiutano chi è in difficoltà. Una famiglia di italiani si occupa della ragazzina durante l'orario del lavoro. Poco dopo mezzanotte la va a riprendere e tornano nella loro stanza. Dice che la figlia dovrà subire un altro intervento ed è preoccupata perché è veramente difficile tirare avanti. Lei non ha paura di lavorare. Accetta tutti i lavori regolari che le propongono. Vuole garantirle un avvenire diverso dal proprio. Vuole che studi e che un marito, se lo vorrà, se lo possa scegliere. L'importante è poterla curare. Sono fortunata che qui c'è il Gaslini, conclude. Durante tutto il racconto ha sempre sorriso. Crede nella propria tenacia, e che la vita possa essere migliore. Ha detto tutto lei, cosa aggiungere o rispondere? Solo rimediare a una dimenticanza iniziale.

Io mi chiamo Barbara, e tu?

Noa, mi chiamo Noa.

Febbraio 2019



lunedì 12 novembre 2018

BORSA

Oggi ho visto una donna con a tracolla una borsa che recitava impresso il seguente messaggio:

Sono una brava persona perché faccio shopping. 
Lo shopping fa bene al mondo.


giovedì 26 gennaio 2017

DIGRESSIONI

Ottobre, ore 11.00
Nella sala d’aspetto del reparto di dermatologia sette persone, inclusa me, in attesa.
Una donna minuta oltre la settantina rivolgendosi alla donna seduta di fronte, come a riprendere un discorso appena sospeso, esclama infilando le dita per allentare la morsa del collo alto:

«… ho la maglia a collo alto perché ieri sera quando mia figlia mi ha portato al pronto soccorso faceva fresco e non immaginavamo che sarei rimasta fino a stamattina e quando l’ho chiamata per dirglielo, perché era andata via poi ieri sera perché era in ritardo con la baby sitter, è una ragazza straniera la baby sitter, brava con il ragazzino e tanto attaccata anche ai nostri due cagnolini, sono così belli, affettuosi, sa, quei bassotti con il pelo ispido, prima stavano da me però ora stanno da mia figlia che ha un bel giardino grande, pieno di piante e fiori, c’è anche l’orto, dovrebbe vederlo, lo curava sempre mio marito finché era vivo, è morto due anni fa mio marito, lo stesso anno del suo migliore amico, un amico di vecchia data, si conoscevano dalla guerra e hanno continuato a vedersi e andavano a caccia, io non ero tanto d’accordo perché è pericoloso andare per boschi, abbiamo una certa età ormai, gli dicevo, fa’ un altro sport, mio nipote fa la pallanuoto, ma non qui, a Genova… che caldo che fa… »

martedì 27 dicembre 2016

NATALE ERRANTE

Fin verso le undici ho vagabondato per le strade di New York con le tavole di Giacomo Bevilacqua*. Il cielo terso dalla finestra di fronte al mio letto ben si accordava con quello dei suoi disegni. Terminata la seconda abbondante tazza di caffè, mi sono alzata e vestita per uscire.

Dopo dodici anni ho brindato insieme al mio ex compagno di una vita, suo fratello, la moglie con l'attuale marito, mio nipote, la sua fidanzata. È stato piacevole, se pur un poco strano dopo tanto tempo. Quando si sono messi a tavola me ne sono andata per raggiungere casa di mia madre. Lasciarla sola con quell'acida di mia nonna e con un marito le cui mani ormai si sono fuse l’una con il telecomando televisivo, l’altra con lo smartphone, mi pareva crudele.

Mi sono messa in auto alle 13.30. Strade deserte.

Seduta a una fermata del bus, vedo una donna anziana, di buona corporatura, abbottonata nel cappotto beige, un foulard in testa, la borsa della spesa ai piedi. La supero ma al primo incrocio devio per tornare indietro. Raggiungo nuovamente la fermata e mi accosto tirando giù il finestrino. Chiedo alla donna se le serve un passaggio. Non credo, le dico, che l’autobus passi a breve. Non risponde. Mi guarda e sorride. Le do il tempo di valutare la sicurezza di salire sull’auto di una sconosciuta, sorridendole a mia volta. Dove deve andare, le chiedo. Continua a sorridermi e non risponde. I suoi occhi dicono: grazie ma non ho bisogno di un passaggio, sto bene qui. La saluto augurandole buon Natale, faccio inversione, e mi allontano.

Devo percorrere circa mezz’ora di strada. Il percorso è periferia, centro, costa, campagna. Faccio caso a chi vedo. Arrivando in centro qualche automobile la incrocio. Qualcuno in ritardo per un pranzo, qualcuno che l’ha già stranamente terminato, qualcuno che starà andando al lavoro o ne starà tornando. Noto le persone a piedi. Poche, isolate. Camminano per far passare il tempo. È evidente dall’andatura. Sono le persone sole. Quelle che hanno deciso di non stare chiuse in casa ma di godere della bella giornata. Forse incontreranno qualcuno con cui scambiare due parole. Si appropriano della città ferma e silenziosa. Lo faccio anch’io spesso di errare nelle ore deserte. Anche oggi, in fondo. Mi sto spostando per toccare parti del mio passato in pacifica solitudine.

L’ultimo tratto è tra gli ulivi. Accosto e mi siedo sul ciglio tra l’erba per qualche minuto prima di raggiungere casa di mia madre. Si sta bene. C’è un buon odore nell’aria.

25 dicembre 2016


*“Il suono del mondo a memoria” Bao Edizioni



giovedì 25 agosto 2016

SUL MOLO

Uno braghette gialle, fisìco spesso

l'altro magro tatuato

entrambi cinquanta suonati

una donna di poco più giovane

una biondina sotto i trenta

il figlio bambino del tipo tatuato


Man bassa di ricci. Almeno li mangiano. A decine, con ostentazione. Noi sì che siamo uomini veri che sanno sopravvivere nella natura.

Il tipo in braghette ha tono e modi che manco Mussolini.

Dice che nell'entroterra i paesi son tutti Cottolenghi. Si incociano tra loro, dice, basta vedere sull'elenco del telefono. Gli stessi cognomi. Han facce strette e brutte, dice.

Arriva sulla riva una famiglia con sedie pieghevoli e armamentario completo da ricreare un salotto.

Guarda che spastici, dice.

Arriva un'indiano che vende cocco. Non è simpatico e il cocco lo mette a due euro al pezzo.

Il tatuato, Dammi quattro pezzi, dice. Sarebbero otto euro. L'indiano gliene chiede sei e aggiunge un ulteriore pezzo in omaggio per il bambino che si sta divorando il primo.

Il tatuato gli allunga tre euro e, in soldoni, gli intima di camminare. Al venditore non sta bene e chiede il dovuto. Gli viene risposto che deve ringraziare di prenderne tre. Allora l'indiano si riprende dal bambino il pezzo dato in omaggio.

Il tatuato gli urla ladro, lo minaccia, ti getto in mare, e gli va contro con fare aggressivo. Quello retrocede. Se il tatuato lo spinge quello si fracassa sugli scogli.

Il molo è affollato. Nessuno interviene, tanto meno io. Per incredulità. Per stanchezza.

Me ne vergogno.

L'indiano se ne va. Una signora lo trattiene e gli dà due euro come mia nonna mi infilava complice qualche moneta in tasca per i dolciumi.

Bella figura di merda, esordisco.

Il tatuato si volta con l'espressione di chi ha trovato sostegno. Lo deludo. Non alludevo all'indiano.

Spero che almeno gli venga un solenne mal di pancia con tutti quei ricci.


Una mezz'ora dopo, una donna sui quaranta e un bambino sui sette, otto anni, arrivano in cima al molo. Sono tedeschi. Il figlio trova una bottiglia di plastica tra gli scogli e la getta in mare.

La madre lo riprende e gli intima di recuperarla, al punto da calarlo in mare. Il bambino frigna, allora lei lo tira fuori e con un legno, recuperato anch'esso tra gli scogli, riesce ad avvicinare la bottiglia e prenderla.

Si sa, i tedeschi sono avanti in queste cose, penso. Solo che la donna getta la bottiglia esattamente nel punto in cui il figlio l'aveva trovata.

Mi alzo con flemma ieratica, passo sui piedi alla donna, mi chino, allungo il braccio, raccolgo la bottiglia, la accartoccio, torno al mio posto e la infilo nella borsa. Senza una parola.

Ma come stai girata? Cosa ti dice il cervello? La capisci la gravità, le capisci le implicazioni di questo tuo apparentemente banale e insulso gesto del cazzo?


Considerato che non ho il potere di farli sparire, l'unica opzione che resta è che dobbiamo schiattare. Tutti. Con buona pace delle anime pure.


E no, non sono tollerante.



21.08.2016