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martedì 15 settembre 2020

PERMESSO DI USCITA


SONO ONORATA E GRATA DI AVER RICEVUTO PER QUESTO ARTICOLO UN RICONOSCIMENTO PRESTIGIOSO: IL TERZO PREMIO NELLA SEZIONE GIORNALISMO E CRITICA DEL CONCORSO MARIO SOLDATI 2020 INDETTO DAL CENTRO STUDI E RICERCHE "MARIO PANNUNZIO" DI TORINO


Mi è stato proposto di scrivere un pezzo sulla fine del confinamento cui siamo stati costretti per arginare il contagio, sulle prime impressioni provate a rientrare nel mondo. Sul tanto atteso permesso di uscita.

Le prime frasi che ho scritto si sono tradotte in una lunga serie di domande.

Permesso di uscire. Uscire da dove? Uscire verso dove? Uscire perché?

Uscire dalla propria abitazione come se si trattasse di una prigione e non del luogo deputato al calore domestico, al raccoglimento famigliare, alla pace e al riposo. Quanta ansia, quanto dolore, quanta violenza si annidano tra le pareti di casa? Quanti silenzi e incomprensioni? Quante attese deluse e piccole quotidiane meticolose vendette? Dover riconoscere la consistenza ponderale delle proprie scelte sbagliate, dei compromessi per interesse o per timore dell'ignoto, del non aver saputo chiedere aiuto per tempo ed essere rimasti intrappolati in relazioni distruttive. O, più banalmente, scoprire di aver riempito gli spazi di cose e null'altro. Non tollerare il silenzio, lo stare con i propri pensieri, non conoscere i benefici dell'otium e aggrapparsi alla rete, ovviamente superveloce, come unica scialuppa disponibile per non sentirsi trascinare a fondo dall'angoscia dell'esistere. Un'umanità che riesce a sopravvivere solo nella bagarre del movimento continuo, dello spostamento, del rumore bianco di un vociare promiscuo e confuso, solo nell'avere un'ininterrotta serie di impegni, appuntamenti, incontri, cui tenere dietro a ritmo serrato.

E uscire perché? Per andare dove? Per vedere cosa?

A me è mancato il poter approfittare di un mondo vuoto. Respirare lungo la costa l'aria intrisa di salsedine e l'odore di sottobosco in questa regione che intreccia il mare ai monti. È mancato camminare per le strade deserte, osservare la città vuota, ascoltare i rumori del silenzio. Non avevo alcuna voglia di tornare al mondo di prima.

Fermarsi, al di là dell'aspetto tragico di una pandemia che ha annientato e annienterà soprattutto i più deboli in senso lato, al di là di ogni deriva sociale ed economica, di cui per ovvie ragioni rifiutiamo di vedere la portata travolgente, è stato come riprendere a respirare dopo una lunga apnea.

Ci hanno detto e ci siamo illusi che il dopo sarebbe stato meglio del prima, che noi stessi saremmo stati persone migliori. Che quanto accaduto, alla stregua di un'illuminazione ci avrebbe condotti in una nuova fase umana. Maggior consapevolezza, lungimiranza, rispetto. La commozione che ha caratterizzato alcuni momenti del confinamento e ci ha fatto sentire inaspettatamente vicini al prossimo, le lunghe liste di buoni propositi, tutto si è incenerito nel momento preciso in cui abbiamo aperto la porta di casa. Nello stesso modo in cui il coronavirus è entrato nei nostri corpi, ha amplificato patologie esistenti, ne ha scatenate di nuove, è entrato negli Stati e nella società amplificandone infermità e patologie strutturali. Ha amplificato ingiustizie, settarismo, razzismo, ha evidenziato inettitudini e disorganizzazione, ha rinvigorito prevaricazioni e frodi, e ha determinato quindi, e soprattutto, disuguaglianza. Ha anche amplificato le nostre paure compromettendo le relazioni umane in una misura che pensavamo impossibile. Ha corrotto gli slanci, ha alimentato malversazioni e abusi. Ha nutrito la falsa certezza che, alla fine, visto che per ora siamo sopravvissuti, quello che conta è andare avanti a pagare le rate.

Tutti ovunque ormai concentrati sul tempo da recuperare. Come se ci fosse del senso in tale affermazione. Come se il tempo fosse fatto di una materia plasmabile a nostro piacimento. L'imperativo categorico del rimettersi in pari. Neanche abbiamo raggiunto la pubblica via che già la logica di quel poco che avevamo, se non capito, almeno intuito è stata capovolta, spazzata via. Quei valori improvvisamente sacri nel momento della paura sono divenuti in un batter di ciglia debolezze. Uno sbandamento dell'anima impaurita, qualcosa di cui non necessariamente vergognarsi ma da mettere velocemente da parte per non essere rallentati da dubbi o remore nella corsa collettiva verso un benessere, quale che sia per ognuno di noi, da riconquistare.

Nei cantieri la parola d'ordine è stata accelerare e le morti bianche sono raddoppiate in un fiat. Gli sversamenti illegali di sostanze inquinanti da smaltire sono aumentati per abbattere i costi di produzione e recuperare le entrate perse durante il confinamento. In gran parte della produzione intensiva zooagricola si sono accantonate le poche minime norme di buona condotta ottenute in anni di lotte per immettere sul mercato prodotti a costi sempre più bassi e andare incontro all'acquirente medio cui, più che mai ora, preme il borsellino e se gli parli di costi indiretti ed esternalizzazioni ti guarda con le palle degli occhi fuori dalle orbite come se gli si stesse parlando in marziano. Le condizioni dei lavoratori di quasi tutte le categorie, e particolarmente nelle filiere produttive, sono peggiorate. Le aziende sanitarie, proprio in quanto aziende e non più unità sanitarie, hanno messo e mettono allo stremo il personale addetto alla salute pubblica, personale precedentemente ridotto nelle varie operazioni di ristrutturazione aziendale. Vagonate di lavoratori che accettano di essere sfruttati di fronte all'evidente e dilagante fame di lavoro. È peggio di prima, non meglio. Quel poco che finalmente iniziavamo a capire, quel barlume di coscienza che stava animando le nostre anime letargiche, quel sussulto di consapevolezza di abitare una palla di terra dalla superficie finita, quel rigurgito di humanitas che per un attimo ci ha fatto sentire responsabili nei confronti delle generazioni future, niente, tutto svanito, rimandato a data da definirsi, come nel migliore dei summit sul clima. Sono altre le priorità ed è ora che tutti se lo mettano bene in testa. Al bando i sentimentalismi da fricchettoni, da gente che non ha il senso della realtà. Dobbiamo rimettere il pianeta in piedi, far ripartire l'economia a qualsiasi costo altrimenti... Altrimenti cosa? Spiegatemelo per bene, per favore.

La necessità indiscutibile di una rapida ripresa delle attività produttive dopo il lockdown vista come la grande occasione per sbarazzarsi dei pochi controlli e delle deboli norme ambientali e sanitarie esistenti. La tutela sanitaria degli individui appaltata dogmaticamente a società farmaceutiche. Il governo della società ridotto a mantenimento dell'ordine pubblico. Lo stato sociale demandato all'iniziativa e alla buona volontà dei singoli.

Quindi uscire perché?

Fiumi di insolenti carrette intasano nuovamente le strade, guanti e mascherine svolazzano ai bordi dei marciapiedi, prima di divenire, calpestate, appesantite dalla pioggia e dallo smog, grumi di materia indissolubile, ennesimo rifiuto alla cui vista assuefarsi. Negli asili i nostri figli vengono sepolti da bicchieri in plastica monouso* in barba alle buone intenzioni di appena un anno fa. Ovunque l’usa e getta si prende la rivincita sul buon senso.

Forse l'ambiente in cui viviamo è vero che ci determina ma noi, a nostra volta, lo determiniamo. Forse, mi viene da pensare, il degrado che ci circonda ha radici remote dentro di noi e da lì si propaga contagiando tutto per poi tornarci addosso e affossare definitivamente il nostro animo così che esso non possa dare altro che un ulteriore impulso verso il peggio in una spirale perversa verso il basso.

Uscire quindi per incrociare vacanzieri feroci che affermano la propria libertà riconquistata disseminando bottiglie, sacchetti, mozziconi di sigarette, come se appunto non ci fosse un domani? Bagnanti che insozzano le coste e strappano alle scogliere qualsiasi forma di vita ancora le abiti? Adolescenti che dalle finestre lanciano lattine sui tetti antistanti in un tiro a segno contro gabbiani e piccioni? Ragazzine che si vantano di avere accerchiato una loro coetanea araba e averla linciata, perché la malattia doveva tenersela al suo Paese?

Gente che infetta l'ambiente delle proprie ferie con tale noncuranza da chiedersi come viva a casa propria o se, a tal punto alienata, da trovar beneficio interiore nell'insozzare ciò che non può possedere, che non può avere se non in un'unica e stremante settimana di ferie. Lo ammetto: non accetto più l'inutilità e la nocività di taluni esseri umani. Alle volte allo sconforto si alterna un giudizio inappellabile di condanna. Un'assoluta assenza di tolleranza.

Uscire poi per constatare l'inutilità dell'agire dei giusti? La sofferenza intollerabile di creature innocenti? Per essere spettatore impotente di ingiustizie terribili e crimini feroci? Per assistere allo stupro metodico della bellezza? All'offesa sistematica della vita?

Per ammirare il deambulare di corpi la cui vacuità è esito indotto e necessario alla sopravvivenza in una società ribaltata in nome dell'interesse di alcuni? Per constatare l'irreversibile intorpidimento di individui iperconnessi ma di fatto svincolati, esenti, illesi, immuni a disastri e dolori, nella vana pretesa di non contaminarsi, di non essere raggiunti dai mali che toccano gli altri? Individui per i quali vige l'equivoco della morte anonima, quella per cui si muore a migliaia ma è come se nessuno morisse. Una società chiusa, ripiegata su se stessa, composta da schiere di solitudini chiassose.

Noi, i primi a dover imparare daccapo a credere nella morte senza riuscirci. Ad aver rimosso il senso della ciclicità della vita. E, soprattutto, i primi a dover prendere sul serio in considerazione il fatto di essere forse inesorabilmente gli ultimi. E cosa facciamo? Usciamo nel mondo che ci è stato brevemente precluso e ricominciamo daccapo a usarlo come una cloaca a cielo aperto in cui riversare i nostri rifiuti domestici e mentali.

Ci comportiamo come se il futuro fosse un posto vuoto. E cos'è un posto vuoto se non un luogo in cui non vive nessuno e che si può quindi utilizzare come discarica?

Ma qual è il problema? Forse semplicemente viviamo in un tempo inabitabile. I minuti incombono e dileguano. In un mondo lanciato ad alta velocità su un tapis roulant che man mano aumenta la pendenza, il baratro alle spalle. Un mondo capovolto in cui ben poco avviene secondo logica ed etica, in cui l'empatia è debolezza da essere derisa, debolezza che lascia sfiancati coloro che la provano, a molti dei quali resta soltanto il pensiero del ramo d'un albero e di un nodo scorsoio come ultima ratio per non soccombere all'assurdo che circonda. Siamo dunque solo più questo? Esseri inetti del tutto incapaci di riprendere in mano le redini del nostro destino di Uomini?

Ma come fare? La vecchia sindrome di Tina (There is not alternative) si propaga più rapidamente del Covid19 e una volta intaccati i tessuti del cuore e del cervello non lascia scampo, non esiste cura. Così come (l'esempio più vicino che mi viene in mente) per le morti dirette e indirette dell'Ilva di Taranto, dove da sempre si vive in una situazione di confinamento e, a seconda della direzione da cui arriva il vento, si serrano le finestre, anche per la sindrome di Tina non esistono tamponi e statistiche. I morti sul campo non si contano perché è come non esistessero. Tutt'al più si potrebbero considerare vittime collaterali. Depressi che non si sono voluti curare nonostante i consigli di medici e conoscenti. Un po' di Xanax, in fondo, non ha mai fatto male a nessuno.

Siamo di fronte a uno, neanche più tanto graduale, smantellamento istituzionale. È in atto uno strisciante e sotterraneo slittamento di sovranità. La popolazione mondiale pare più che altro un ammasso di cavie per i laboratori sperimentali delle aziende, senza nemmeno il tentativo di una reale supervisione da parte di coloro che eleggiamo ad amministrare e tutelare noi e il bene comune. Il contratto sociale viene cambiato e stravolto nella sua essenza mentre ci consoliamo con una buona bevuta. Solitaria o tra pochi intimi, i rassegnati e i cinici, collettiva tutti gli altri.

Ogni Paese del pianeta ha ormai al proprio interno un terzo mondo, come si usava dire un tempo, così come in ogni Paese c’è chi beneficia dei tanti processi di esclusione dei più. Non si vede altro nel panorama davanti ai nostri occhi. Siamo all'assurdo che i migliori servitori dello Stato, coloro che credono nella responsabilità del compito assegnatogli, sono trattati come i peggiori, perché tanto meglio governano, tanto più s'impegnano e restano al potere, tanto più sono pericolosi. Infatti dai tempi di Falcone e Borsellino, di tal tempra se n'è visti pochi e poi non se n'è visti più, almeno qui da noi. Alcune anime oneste si aggirano, certo, ma del tutto prive di mezzi e tenute all'angolo. Quando non, in giro per il pianeta, destinate a prigioni, torture, rapimenti, a vani scioperi della fame. Nella migliore delle ipotesi a una breve e inutile eco mediatica.

Il governo dei peggiori. Kakistocrazia si chiama. Questo paga.

Una società in cui l'alternanza politica nei governi avviene se non disturba. Biden potrà anche vincere perché non intende cambiare nulla, e chi, invece, magari ha buone intenzioni, arrivato a un certo livello, sarà costretto a rimangiarsele. Le proteste, come quelle recenti a Hong-Kong o contro Lukashenko in Bielorussia, per quanto intense siano, sono tutte già sul nascere in odore di fallimento. Manifestare, protestare, arrabbiarsi, sperare. Inutile. Superato il punto di non ritorno. Perché le rivoluzioni non si attuano in virtù della loro moralità e legittimità. A essere determinanti sono i rapporti di forza su cui fa affidamento il potere per agevolarle o affossarle. Triste ma è l'evidenza degli esiti a confermarlo.

Viviamo in una società nella quale, senza voler scendere nell'abominio della compravendita di bambini da “ricreazione” e altri infami mercimonii e obbrobriose mercature, esiste un mercato in cui è possibile “comprare” il nome di una via in cui non si vive e un contratto di lavoro fasullo per poter essere riconosciuti come persone. Nella quale per compensare la compressione del tempo cui siamo costretti ci vengono offerte gratificazioni immediate, anch'esse, come elettrodomestici, a obsolescenza programmata. Nella quale novelli sofisti, maestri di retorica, manipolatori di significati, curvi e senza posa come galeotti ai remi, stuprano le parole, le schiantano, le trasformano, ed elaborano nuovi linguaggi per far apparire validi ragionamenti che non lo sono, buoni discorsi pessimi, e concedere spazio allo zoccolo duro dell'analfabetismo becero. Una società nella quale espelliamo con noncuranza criminale segmenti di biosfera dallo spazio vitale lasciando alle nostre spalle residui di terra morta e acque morte. Né possiamo più recuperarle. In cui nulla è più facile che screditare esperti onesti precipitandoli nel calderone ribollente dei complottisti. In cui le disuguaglianze sono condizione sine qua non del capitalismo globale mentre non lo è un'auspicabile cooperazione transnazionale di cui infatti non si vede traccia. Perché tra nazionalismi, balcanizzazioni, e aperture, tra coloro a favore del protezionismo e coloro che vogliono economie aperte in realtà non vi sono differenze. Perché malauguratamente i secondi non credono veramente all'internazionalismo ma cercano semplicemente di ottenere accordi più vantaggiosi o mercati che favoriscano vendite più facili.

Una società in cui la politica muore perché è diventata un gioco senza ragione e senza conoscenza, perché, incapacità e corruzione a parte, non è più sufficiente avere una coscienza di classe o sperare in un elettorato cosciente, ed è stupido rivaleggiare con differenti programmi di partito però tutti a breve e medio termine che non dicono granché e, alla resa dei conti, non portano a nulla. Una politica che abdica al proprio ruolo e delega ad agenzie per la sicurezza, a polizie statali e private, a forze militari, il controllo del territorio, perché consapevole che la situazione non potrà che peggiorare e perciò degenerare. Serve una coscienza di specie, come, tra molti altri, diceva già Maria Montessori, di cui a breve ricorrerà il 150esimo anniversario della nascita.

Continuo a pensare che dovremmo avere una visione cosmica della vita. Dovremmo riuscire, noi che ci vantiamo di essere superiori a ogni altro essere animale, a scorgere quella particella invisibile all'interno della quale, cominciata l'esplorazione, ci si accorge che non esistono confini di sorta e che si apre uno spazio infinito che porta oltre i limiti di ogni realtà visibile e verso una verità perlomeno intuibile. Dovremmo ambire a quella capacità di raggiungere la conoscenza di una realtà oggettiva proiettandoci mentalmente verso la realtà cosmica dell'esistenza umana. Come esseri sensibili quali siamo avremmo il dovere di interrogarci sulle nostre “origini” e difendere quella spiritualità che consente di rispettare ogni individuo vivente ed è portatrice del bene comune. Ma quanto siamo lontani da tale apertura mentale?

È vero che il nostro agire singolarmente non ha la forza di determinare un cambio di direzione, e comprendo la frustrazione di chi tenta di fare del bene e constata l'incremento del male su scala planetaria, ma non possiamo comunque chiamarci fuori e rinunciare all'esercizio della nostra responsabilità individuale. La frantumazione delle responsabilità, le difficoltà, l'assenza di risultati non possono essere un alibi. Tanto meno il cascare dal pero a ogni piè sospinto. Nell'anno del Signore 2020 l'ignorare lo stato delle cose non è accettabile, non è giustificabile, non è perdonabile. Altresì vero che vi sono dei “nemici” reali, potenti, in alcuni casi noti, che si spanciano di grasse e laide risate di fronte ai ridicoli tentativi di chi vorrebbe un mondo retto da onestà, equità, lungimiranza. Il gridar loro in faccia con rabbia, il chiedere conto e spiegazioni, il pretendere messe in stato d'accusa laddove necessario, non fa che accrescere la loro ilarità. Perché il meglio dell'esistenza umana è già finito, la guerra è già persa.

Come credere ancora?

Invocare un'etica socratica che regoli il pensiero e l'agire.

Far sì che ciascuno di noi viva, si comporti e consumi in modo che le sue scelte possano valere ed essere praticate da tutti i miliardi di donne e uomini che abitano il pianeta.

Stilare un piano di battaglia, pensando a una pianificazione gestionale del pianeta, con buona pace di chi, per pigrizia intellettuale, alla parola piano evoca spettri di dittature sinistre.

Stare sempre e comunque dalla parte delle vittime a prescindere dal campo di appartenenza, avere cura di chi è in difficoltà e battersi contro ogni forma di discriminazione.

Ma può una società smettere all'improvviso di fare qualcosa che ha sempre fatto? No, perché ci si accorge delle cose solo quando le si è capite. Ed è proprio contro la nostra capacità di comprendere e capire che da tempo metodicamente si opera una manomissione.

La tragedia è che, oltre a tutto questo, dobbiamo prepararci a una lunga serie di eventi pandemici come quello attuale. Abbiamo attribuito l'origine del virus a riprovevoli abitudini alimentari dei cinesi, ad attività illecite di qualche laboratorio criminale, a un complotto dei signori del male, abbiamo azzardato le più svariate ipotesi ma, se anche una di esse fosse vera oltre che verosimile, l'unica cosa certa è che il virus nasce da noi, dal nostro stile di vita intensivo in ogni sua manifestazione. Agricoltura, allevamenti, metropoli, fabbriche. Probabilmente se durante il confinamento abbiamo patito disturbi del sonno è stato perché una qualche parte dentro ognuno di noi sa di avere, chi più chi meno, la coscienza sporca.

Permesso di uscita.

Forse, dovremmo per prima cosa provare a uscire da noi stessi e tentare di guardarci dal di fuori. Chissà che di fronte alla triste immagine dei nostri corpi piegati a tutto, del nostro sguardo vuoto, del nostro sorriso da centro commerciale, un rigurgito d'orgoglio non ci spinga a spogliarci di queste vesti guaste che indossiamo da troppo tempo e che non ci fanno onore.


Barbara Panelli Imperia 1° settembre 2020


*da due a quattro bicchieri al giorno per bambino, classe di quindici bambini, una media di cinquanta bicchieri/die, uguale un migliaio di bicchieri al mese. In una sola classe.




giovedì 9 aprile 2020

CORONAVIRUS 6

Un fatto è assodato: l'umanità sta affrontando una crisi globale gravissima e, ritengo, una delle maggiori in senso assoluto. La differenza rispetto alle grandi crisi del passato è che gli esiti di questa, viste la realtà tecnologico finanziaria in cui siamo immersi e la conseguente accelerazione dei fenomeni, determineranno in modo ineluttabile le sorti della vita sul nostro pianeta. Ognuno di noi è chiamato a rispondere a un imperativo etico di assunzione di responsabilità. Non ci si può tirare indietro indefinitamente, indefinitamente lavarsene le mani. È necessario che ognuno metta in atto ogni mezzo personale e intellettivo per capire sino in fondo cosa sta accadendo e con umiltà si documenti, legga, s'informi. Ma seriamente e non seguendo il propagarsi dei commenti sui social come unica fonte di conoscenza. Abbiamo il dovere imprescindibile di non delegare ad altri decisioni che varranno per tutti. Dobbiamo verificare ogni informazione, ogni fonte, domandarci sempre cui prodest, a chi giova. Evitare l'atteggiamento tipico nei momenti di crisi di farsi prendere dal panico e aspettare che un deus ex machina venga a risolvere tutto. Non è più consentito a nessuno evitare una presa di posizione, come, tanto per fare un esempio, l'amico che a marzo inoltrato ha organizzato cene a casa propria difendendosi con il fatto che le restrizioni non erano ancora in vigore e che lui le cose le fa solo quando glielo impongono le regole ufficiali. Le leggi, le regole, sono fatte dall'uomo; a volte sono ingiuste, a volte sono sbagliate, altre volte, semplicemente, sono tardive, incomplete, inefficaci. Pertanto quando necessario vanno anticipate, migliorate, cambiate, o, in casi estremi, rifiutate. La storia è ricca di esempi di leggi inique di cui poi nel tempo ci si è vergognati. Non è più consentito non pensare. Non è più consentito non agire.

Le decisioni che governi, o chi per essi, hanno preso, stanno prendendo, e prenderanno nelle prossime settimane, incideranno in profondità sul mondo per anni. Influiranno non solo sui nostri sistemi sanitari ma anche sull'economia, la politica, la cultura. E, fondamentalmente, sulla società. Quest’esperienza sarà uno spartiacque. Al risveglio da questo incubo troveremo un mondo del tutto diverso da quello conosciuto sinora, che già non era dei migliori. E temo sarà un mondo distopico. L'accelerazione esponenziale data ai mutamenti sociali da quest'emergenza sarà infatti funzionale al rapido realizzarsi di obiettivi molto chiari messi in agenda già da molti decenni da poteri forti che non intendono rinunciare alla propria visione utilitaristica di una società frammentata e sottomessa. Non si tratta di complottismo ma delle conclusioni inevitabili di un'analisi portata avanti nel tempo... Dobbiamo agire con rapidità e determinazione, pretendendo trasparenza, onestà, senno. Non accettare incapacità e approssimazione, e opporsi a corruzione, conflitti di interesse, e utilitaristiche connivenze.

Dobbiamo, e avremmo dovuto già da tempo, tenere conto delle conseguenze a lungo termine delle nostre azioni, perché il delegare, l'ignorare, il permettere, il non re/agire sono di per se stesse azioni. Nello scegliere tra le varie alternative, dovremmo chiederci non solo come superare difficoltà e pericoli immediati, di qualsiasi natura siano, ma anche in che tipo di mondo vivremo quando li avremo superati. In che mondo vivremo quando questa tempesta sarà passata. Perché certamente, in un modo o nell'altro, questa tempesta passerà e il genere umano sopravvivrà. Molti di noi saranno ancora qui e tireranno un sospiro di sollievo. Alcuni si saranno ulteriormente arricchiti, altri avranno dato fondo ai risparmi di una vita, altri saranno precipitati definitivamente nel baratro dell'incapienza. Qualcuno sarà morto in solitudine, qualcuno si sarà ammazzato, qualcuno avrà ammazzato qualcun altro. Ma, essenzialmente, vivremo in un mondo diverso.

Molti dei provvedimenti adottati in questo periodo per gestire un’emergenza, diciamo a breve termine, diventeranno parte integrante della nostra quotidianità. È nella natura stessa delle emergenze accelerare i processi storici, trasformando intere nazioni in cavie per esperimenti sociali, attraverso l'adozione in poche ore di decisioni e leggi che in tempi normali richiederebbero anni. Le storie legislative nostrana e internazionale sono ricche di esempi di norme introdotte in regime di emergenza e poi rimaste in essere. Per questo è necessario che, oggi, per ogni norma che scavalchi il normale iter legislativo, o che esautori il potere del giudice a favore di quelli del prefetto, venga chiaramente indicato un termine temporale.

Pensiamo al riconoscimento facciale e all'obbligo di controllare e riferire temperatura corporea e condizioni di salute, alle tecnologie di contact tracing, tutte procedure già in vigore in alcuni Paesi. Le autorità possono non solo individuare i possibili infetti, ma anche seguire movimenti e abitudini di chiunque. Lo si fa da un bel po' ma ora tali misure verranno con il nostro plauso intensificate e applicata su larga scala. Quest'epidemia è una gran bella finestra di Overton nella storia della sorveglianza. Nel momento in cui le multinazionali e i governi cominceranno a raccogliere anche i nostri dati biometrici, potranno prevedere i nostri stati d'animo e manipolarli. Potranno convincerci di qualsiasi cosa con maggiore efficacia di quanto avvenuto finora. E potranno definitivamente venderci quello che vorranno e con le modalità che vorranno. Non sta forse già accadendo? Basti considerare banalmente l'arbitraria classificazione dei beni in beni necessari e non necessari. Perché se possibile acquistare alimenti in un supermercato viene interdetto l'acquisto di abbigliamento se disponibile? Dov'è la logica? Un paio di mutande nuove può essere necessario. Mentre non dovrebbe esserlo entrare nel dettaglio e dover spiegare il perché di tale acquisto, raccontando fatti privati a tutto il personale dipendente fino al direttore del supermercato. Si rasenta l'assurdo. Una folle dispersione di energie mentali per distogliere da quelle che sono le questioni importanti di tutta quanta questa faccenda. Siamo e saremo talmente impegnati a dover risolvere problemi stupidi che non avremo tempo, occhi, orecchie, e cervello per capire quanto sta succedendo davvero. Per cogliere le connessioni tra gli accadimenti. Quanti, tanto per fare un altro esempio banale, che prima non l'avevano mai fatto, ora comprano on line indumenti e scarpe per i propri bambini in crescita che si ritrovano a non entrare nei vestiti da un mese all'altro, pigiami per parenti ricoverati, o qualsiasi altro bene che, nonostante le apparenze, per qualcuno potrebbe essere veramente indispensabile? Tanti, direi. Ma chi non ha, perché non gli piace o perché non se li può permettere, un computer, uno smartphone, né una carta di credito, di debito, prepagata o quello che volete, come farà? È chiara l'intenzione di far sparire il commercio al dettaglio, la carta moneta, il rapporto tra persone e di far sprofondare nella marginalità chi ancora vorrebbe vivere alla vecchia maniera o non può permettersi di adeguarsi alla nuova. Tutti dovranno divenire parte di un sistema integrato per poter far fronte alle esigenze quotidiane. Forse persino per comprare le patate. Chi non lo farà sarà escluso. Il distanziamento sociale già esistente non potrà che aumentare. Anche il divario tra i redditi sta aumentando velocemente, con ammortizzatori sociali, per chi è in una condizione di reale bisogno, assenti o ridicoli e mal pensati. Ho letto da qualche parte che questo virus sarebbe reazionario perché sta imponendo una decrescita infelice e porterà a una recessione economica mondiale senza pari. Non credo: la decrescita sarà solo per chi non sarà più funzionale al sistema. Io trovo invece che reazionario il virus lo sia nella misura in cui rafforza potentemente lo status quo e impedisce un reale, lungimirante, ed equo rinnovamento sociale, politico, economico.

Tornando alla questione di partenza, ciò su cui si fa leva è proprio il chiedere alla gente di scegliere tra privacy e salute, tra stile di vita e salute, tra relazioni umane e salute. In sostanza la solita vecchia storia di libertà contro sicurezza. Ma è una falsa scelta. Possiamo essere al sicuro e proteggere la nostra salute e allo stesso tempo fermare un'epidemia senza cedere a sistemi di sorveglianza assoluti, ma con il buon senso e la responsabilizzazione personale reciproca. Possiamo avere e dovremmo quindi pretendere di avere privacy e salute, socialità e salute, aria aperta e salute, libertà e salute. Invece mentre ci costringono in casa, provvedimento indiscutibilmente legittimo per arginare le epidemie, ripuliscono le strade da umani border line e randagi, tagliano alberi nelle nostre città, continuano a sventrare indiscriminatamente la terra, acidificano i mari. Mentre la maggior parte di noi rispetta doverosamente le restrizioni per il bene comune, si firmano contratti economico finanziari transnazionali, si alimentano conflitti, si dividono gli utili, si programma il new deal del terzo millennio a beneficio di pochi. Qualcosa non quadra. Non è questa la società globale che ho sempre auspicato e di cui ho altrove scritto.

In sintesi estrema, un governo mondiale che, nel rispetto delle identità culturali e territoriali, istituisca e faccia rispettare regole comuni per la gestione dell'ambiente, della salute, delle risorse, dell'istruzione, dell'economia, in una visione di protezione del bene comune e dei diritti universali. Il virus, come il riscaldamento climatico, non conosce frontiere e richiede una risposta globale, azioni globali, governance globale*. È ormai il Pianeta lo spazio politico in cui questi problemi devono essere affrontati. Ciò presuppone un cambiamento profondo non solo delle istituzioni politiche a cui siamo abituati, non solo degli stili di vita, ma anche del modo di pensare.

Infatti l'altra scelta inderogabile che dobbiamo affrontare è quella tra isolamento nazionalista e solidarietà globale. L’epidemia in corso, le crisi economica, sociale, ambientale pregresse e conseguenti, sono problemi globali. Possono essere risolti efficacemente solo con la cooperazione di tutti i Paesi, attraverso la condivisione delle informazioni e l'adozione di misure di contenimento comuni a livello internazionale. Strano, tra l'altro, che non vi sia ancora stato, perlomeno non ufficialmente, un summit tra i leader globali a tal proposito. Anche solo per abbozzare un piano d’azione comune. Vien da pensare che i leader non siano veramente tali e siano in balia di qualcos'altro, di qualcun altro. O sono degli incapaci o non contano nulla. Tertium non datur.

Di sicuro al momento abbiamo che vi sono tanti incompetenti nelle stanze del governo. Si afferma tutto e il contrario di tutto, dimentichi persino delle nozioni base di biologia. Cos'è un virus, come si comporta, quanto tempo impiega a perdere la carica di letalità (nessun virus ha “interesse” a decimare gli organismi ospiti pena la propria scomparsa ma in genere prima di due anni non si può star tranquilli)?

Quello che è evidente, a oggi, è che il Virus, inteso anche come misure del suo contenimento (la sedentarietà, lo stare al chiuso, l'isolamento fisico, psicologico, emozionale), sta abbassando le nostre difese immunitarie e sta aggravando patologie pregresse, con ricadute fisiche e psicologiche che pagheremo con gli interessi, sta disgregando le relazioni sociali, amicali, famigliari, in modo drammatico, sta alimentando lo spirito delatorio, sta rafforzando il nazionalismo territoriale. Le persone che all'interno di un paese si spostano dalle aree più colpite dal virus a quelle più “sicure” (sbagliato ma umano) sono sgradite come qualunque straniero si affacci al mare nostrum. Non ci saranno solo più muri tra continenti e tra stati, ma anche tra individui: il pericolo sarà il vicino di casa. Di questo dobbiamo avere paura. Della paura. L'arma più potente, il deterrente più efficace per mantenere il consenso, sfoltire i perdenti, e, in ultima analisi, tacitare ed eliminare i dissenzienti.

E non bisogna nemmeno dimenticare di cosa si parlava fino a poco tempo fa. I cambiamenti climatici. L'ipossia dei mari. L'accaparramento indiscriminato di risorse non rinnovabili. La devastazione degli ecosistemi. Le nuove generazioni che criticavano quelle precedenti accusandole di non aver fatto e di non fare nulla per il futuro della vita sul pianeta. Non se ne parla più, anzi il virus ha ribaltato le parti. Ora gli esponenti più anziani della società, fisicamente più vulnerabili, si sentono minacciati dalla scarsa disponibilità dei giovani a cambiare abitudini e ad accettare costrizioni. Giovani che a loro volta stanno già pagando in termini di formazione e pagheranno in termini di qualità della vita. Conflitti generazionali di portata epocale su cui molto a fondo bisognerebbe riflettere.

Il problema che è la gente non sa come comportarsi di fronte a una minaccia comune, se non andando nel panico e diventando egoista. Alcune persone sì, lo sanno ma, appunto, la gente no. Una questione di discernimento che, come insegna Elias Canetti, la massa non ha. La gente infatti non è andata nel panico per il riscaldamento globale, che è una crisi molto più grande del Covid-19, solo perché avviene gradualmente. Certo, su scala mondiale la velocità esponenziale con cui gli ecosistemi stanno collassando toglie il respiro, ma la maggior parte di noi non vede alcuna differenza nel lasso temporale di riferimento che per gli esseri umani del tardo capitalismo è quello tra una busta paga e l’altra. Solo la paura del contagio, solo la paura di perdere ciò che si possiede, muove. Per questo avrà la meglio un’economia mondiale che premia l’interesse personale quand’anche cieco e ottuso e rende la condivisione un lusso. Tra chi fa incetta di mascherine e chi si attacca alla macchina da cucire per produrne, i secondi sono una minoranza. Minoranza che, alla fine, esausta, si arrenderà.

Quando vedremo le rovine di questo nostro mondo e patiremo le derive di una società composta da individui asociali, ci saranno rabbia e frustrazione, questo sì, ma niente di più, perché i colpevoli saranno, come sono sempre nell'immaginario collettivo, altrove. La colpa sempre di qualcun altro che ha portato sino a noi il disastro.

Aprile 2020



* 2025 - In termini di principio ribadisco il pensiero da me espresso in questo articolo ma vorrei fosse chiaro che quando scrivo di pensiero e azioni globali e di Global Governance, non mi riferisco certo a ‘sta roba vergognosa che sta venendo fuori da qualche anno a questa parte.


mercoledì 26 febbraio 2020

CORONAVIRUS 2 Imperia

Imperia 24 febbraio 2020 ore 2.45

Un mio amico e suo figlio di due anni stanno dormendo di là. Sono circa le due di notte. Il silenzio, normale nel quartiere in cui vivo, questa notte suona irreale. Prelude a quello diurno che si sta vivendo in molti centri urbani nel mondo a causa delle misure restrittive adottate contro la diffusione del Coronavirus e che, probabilmente, da domani almeno in parte inizieremo a vivere anche qui a Imperia.

Ieri mattina ho provato l'inquietante stato d'animo di sentirmi una delle poche persone a sapere, da fonte ospedaliera fidata, dell'esistenza di casi di contagio in zona in anticipo rispetto alla divulgazione dell'ordinanza regionale, contenente le misure di tutela, da ormai diverse ore di dominio pubblico. Al supermercato verso le tredici per acquistare un paio di cose al banco del fresco osservavo le persone accanto a me ancora ignare di quanto a me noto. Mi sono chiesta che fare. Passare parola al prossimo? A che pro? Per buttare benzina sul fuoco? Adottare le normali cautele igieniche dovrebbe essere prassi comune in una situazione di prevenzione. Inutile creare ulteriore allarmismo.

Andando verso le casse ho sbirciato sugli scaffali di detersivi e disinfettanti. A parte l'amuchina gel, non mancava nulla. E nulla ho acquistato. Ho poi saputo che nelle ore successive il medesimo supermercato è stato preso d'assalto e presumo che presto anche molti generi alimentari saranno di difficile reperibilità.

Al momento sono preoccupata del fatto che, probabilmente, da domani avrò difficoltà ad assistere la zia anziana di un'amica di Milano, ricoverata per una frattura. Le indicazioni precauzionali impongono di utilizzare mascherine idonee e disinfezione costante a coloro vengano in contatto con persone debilitate che rischierebbero molto da un contagio. Dubito che troverò l'occorrente in farmacia. Non si tratta di tutela personale ma di non diventare vettore di contagio. Per quanto tutta la faccenda possa essere l'esito di un'esasperazione mediatica, sottostimare il rischio è stupido.

Fin qui la cronaca delle ultime ore. A seguire le considerazioni che avevo iniziato a scrivere ieri all'alba.

A parte tutte le considerazioni sulle migliaia di morti per malattie curabili nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo, sulle cifre di coloro che ogni anno muoiono per la “normale” influenza, sull'attenzione mediatica breve per i recenti casi di meningite in Toscana, e via discorrendo, vorrei concentrarmi sul fatto che forse l'idea che microrganismi la cui vita, per noi infinitesimale e quindi non computabile nei calcoli che facciamo per le nostre quotidiane scelte, possa penetrare in noi conducendoci alla morte, sia una benedizione. Che l'auspicato e auspicabile cambiamento di molte delle nostre abitudini giunga repentino, e perciò maggiormente sgradito, potrebbe rivelarsi una buona cosa. Rallentare un po' insomma. Abbandonare l'attitudine allo spostamento frenetico. Ne verrebbe fuori anche una mano all'ambiente.

Poi, se vogliamo metterci lì e considerare la situazione veramente grave come la propinano, allora, in termini di procedure d'arginamento del contagio, o si fa sul serio o non si fa niente. Parlando dell'Italia, che si decida di chiudere per una settimana, scuole, cinema, musei, in pratica i luoghi con alta concentrazione di persone, ma non si considerino negozi, bar, uffici, mezzi di trasporto, ecc. sottrarre credibilità alle indicazioni date dalle istituzioni preposte alla gestione dell'emergenza. O si fa profilassi a 360 gradi o non si fa. E si fa uguale in tutto il Paese, non a seconda delle amministrazioni regionali. Così si rischia di danneggiare alcune zone e alcuni settori senza la contropartita di un'efficace controllo del contagio. E poi che senso ha il coprifuoco dalle diciotto ma prima niente? Colazione al bar sì e aperitivo no? E tutti questi guanti e mascherine che dovremmo usare per giustamente non propagare un morbo che resta asintomatico a lungo, una volta usati in giro, che facciamo? Li infiliamo in borsa? Li gettiamo nel primo cestino che incontriamo? Ce li portiamo a casa? Ci vorrebbero raccoglitori di rifiuti speciali in ogni dove e azioni di disinfezione come fanno in Giappone, altrimenti sembra una buffonata. Insomma, o c'è un pericolo serio o non c'è. E gli abiti che indossiamo? L'elenco delle insensatezze sarebbe lungo, quindi mi fermo qui.

Bisognerebbe poi bloccare le merci, se è vero che gli oggetti sono veicoli di trasmissione, ma sarebbe un provvedimento che farebbe collassare il sistema pur per un periodo limitato nel tempo, perciò non si fa. Anche se grande distribuzione, aziende farmaceutiche e affini, un bell'incremento di fatturato al momento ce l'hanno, bloccando le vie di approvvigionamento, alla lunga sarebbe pesante per l'economia. Se aggiungiamo che le direttive sono diverse da Paese a Paese (sarebbe stata una gran prova di coesione per l'Europa*), otteniamo il risultato di un'approssimazione generale. Inoltre i kit diagnostici sono stati approntati in fretta e furia e hanno ovviamente un margine di falsi positivi da considerare. E in ogni caso andrebbero usati dappertutto su larga scala, altrimenti chiaro che vengono fuori luoghi senza infettati e altri dove il risultato è da quarantena nazionale. Insomma il quadro generale dice che o il rischio non è quale stanno dicendo o siamo degli inetti. Potrebbero essere entrambe le cose ma questo è un altro discorso.

Un'altra doverosa riflessione va al fenomeno degli untori, non quelli da caccia all'untore ma i sedicenti untori, quelli che intendono farsi vettori del contagio e propagarlo. Vero o falso sia il pericolo di una pandemia, ovunque si sentono persone dichiarare, per motivi diversi, l'intenzione a fare l'opposto di quanto consigliato. Per scaramanzia, per baldanza, per fatalismo, per rabbia, per stanchezza e sfiducia, per imbecillità. Le derive psicologiche sono altrettanto deleterie che quelle sanitarie. Così come lo sono le derive socio politiche. Pensando ad esempio al fatto che centinaia di migliaia di cinesi sono impiegati in Africa, che decine di migliaia di africani studiano in Cina, e che migliaia di voli all'anno collegano i due Paesi, considerando l'inadeguatezza del sistema sanitario africano in proporzione all'estensione e alla conformazione del territorio, all'assenza di kit per la diagnosi (efficaci o meno che siano), se dovessero aumentare i contagi dalle nostre parti, non mi stupirei di vedere schierare la Marina militare a presidiare il Mare nostrum e impedire qualsiasi accesso alla penisola. Dati gli scenari pregresso e attuale, tutto diventa possibile. Intanto però quelli a essere discriminati siamo noi. Una bella lezione.

Ora, mettendo tutto quanto detto sinora da una parte, credo che a mancarci, più che un vaccino, sia principalmente la cultura della morte. Il memento mori, il ricordati che devi morire, che appartiene solo più alle culture fortemente legate alle tradizioni e alla terra. È necessario ricostruirla questa cultura. A nessuno piace l'idea di terminare il proprio passaggio in questa vita o di perdere persone care ma la ricostruzione di una coscienza collettiva della finitudine umana è doverosa. Al pari degli altri animali, dei vegetali, di ogni forma di vita, dobbiamo morire per permettere alla vita di rinnovarsi. Non possiamo essere immortali e, considerata la nostra impronta ecologica, nemmeno troppo longevi, con buona pace di postumanisti e di tutti i ricconi ibernati. È fisica. Termodinamica. Non c'è alternativa. Funziona così. Ed è una meraviglia.

Oggi però in città lo sconforto ha preso il sopravvento. Come previsto nelle farmacie non ci sono più mascherine né disinfettanti. Fuori dalla ferramenta del centro una coda bella lunga. Entro perché ho bisogno di mascherine per recarmi in casa di cura. Non trovando quelle chirurgiche che servono per proteggere il prossimo, prenderò quelle da cantiere, con il filtro antipolvere. Mi scoccia un po' perché sembrerò una di quelle persone che vuole quelle con il filtro per proteggere se stessa più che gli altri. Tanto non servono. Un placebo. Vaglielo a spiegare. Vabbe'. Infatti la signora prima di me ne compra un centinaio, per sicurezza, dice, non si sa mai. Paga con la carta. Ci lascia una fortuna. Mascherine esaurite. Quelli dietro brontolano. Il negoziante però tira fuori dal cilindro quelle “buone” che proteggono sia chi le indossa che il prossimo. Le M3. Vanno a nove l'una. Con l'alcol al 99% se le disinfetti le puoi utilizzare quattro, cinque volte. Peccato che le buone siano le FP3 ed M3 sia la marca ma, si sa, la confusione regna. Essendo costretta mi rassegno al salasso e ne compro quattro contando che la disinfezione con alcol serva a qualcosa, visto che in clinica ci devo andare ogni giorno.

Quando entro nella stanza della zia della mia amica, questa mi guarda interrogativa e mi domanda se sta succedendo qualcosa di strano. Le rispondo: nulla di strano, solo il genere umano che sta impazzendo. Per fortuna sto solo bofonchiando dentro la maschera e lei non sente. Le faccio cenno di aspettare. Nel corridoio tiro giù la maschera, stavo soffocando lì dentro, e agguanto gentilmente un'infermiera pregandola di procurarmi qualche mascherina normale. Rientro dalla zia. Le dico che ho un po' di tosse e non vorrei contagiarla. Poi apro la finestra, ché negli ospedali da decenni ormai si sono dimenticati che il cambio dell'aria è prassi fondamentale, e mi siedo accanto al letto. Mi lavi un po', per favore, anche la dentiera, ché qui fan finta di niente? Mi chiede. Certo, rispondo. Non ho la tosse, né altro. Abbasso la mascherina, le prendo le mani tra le mie. Sorridiamo. E questo è quanto.

Rientrando a casa osservo l'andirivieni per le strade. Apparentemente tutto normale. Bene. A parte i carrelli della spesa stracarichi, non siamo ancora a livello di psicosi di massa.

Ho interrotto di scrivere perché mi hanno chiamato dalla clinica dicendo che non sarà più possibile fare visite ai degenti. Sono tornata comunque e all'ingresso mi hanno fatto compilare un questionario con i miei dati e la domanda se fossi stata in Cina di recente (!), poi ho parlato con il medico di turno per conoscere i tempi e i dettagli del provvedimento. Dopodiché l'ho pregato di far avere alla zia della mia amica una confezione di grissini, una rivista, una camicia da notte. Ha preso tutto e l'ha consegnato a destinazione. Qualcosa mi sfugge. Perché i grissini sono potuti entrare in reparto e io no? Se vi avessi starnutito sopra poco prima? Tutto molto approssimativo. Se veramente la situazione dovesse rivelarsi seria non ci sarebbero speranze di sfangarla.

Intanto ho deciso di restituire in ferramenta le inutili e costose mascherine, visto che per ora non posso andare in clinica e comunque ne ho recuperate un paio chirurgiche monouso. Qualcuno mi suggerisce di rivenderle a quindici. La tentazione di speculare sull'ignoranza c'è, visto che si tratta di un'ignoranza che trasuda egoismo, non quella bella e sana del so di non sapere, ma è tutta la vita che lotto contro chi lo fa, per cui le regalo.

*p.s.2023 La coesione dell’Europa meglio lasciarla perdere visto come si manifesta: una politica che in ogni decisione dimostra l’esatto opposto di quella che dovrebbe essere l’attenzione e la cura dei propri cittadini.

Cittadini che nei fatti vengono considerati alla stregua di sudditi. .


lunedì 18 settembre 2017

VIRUS DELLA MALARIA

Mi domando perché io non sono una giornalista. Bado a non scrivere inesattezze, faccio ricerca, confronto le fonti, e poi devo sentir dire al telegiornale che la bimba di Brescia morta nell’ospedale di Trento di malaria è stata contagiata da un virus e che potrebbe essere lo stesso virus che ha infettato i due bimbi del Burkina Faso là ricoverati. Senza commentare l’effetto di propagazione su molta stampa nazionale con le conseguenti ricadute da caccia agli untori, e ricordando che il contagio avviene tramite un parassita che si trasmette attraverso la puntura di una zanzara Anopheles portatrice del parassita, mi domando perché io per sopravvivere devo ammazzarmi di pulizie e certi sedicenti professionisti dell’informazione vengono regolarmente retribuiti pur di fronte all’evidenza della loro mancanza di precisione e accuratezza. Certo, potranno obiettare, ho detto virus ma intendevo un’altra cosa, però se non sei capace a fare bene il tuo lavoro ne fai un altro per il quale magari potresti essere più portato.

7 settembre 2017