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giovedì 9 aprile 2020

CORONAVIRUS 6

Un fatto è assodato: l'umanità sta affrontando una crisi globale gravissima e, ritengo, una delle maggiori in senso assoluto. La differenza rispetto alle grandi crisi del passato è che gli esiti di questa, viste la realtà tecnologico finanziaria in cui siamo immersi e la conseguente accelerazione dei fenomeni, determineranno in modo ineluttabile le sorti della vita sul nostro pianeta. Ognuno di noi è chiamato a rispondere a un imperativo etico di assunzione di responsabilità. Non ci si può tirare indietro indefinitamente, indefinitamente lavarsene le mani. È necessario che ognuno metta in atto ogni mezzo personale e intellettivo per capire sino in fondo cosa sta accadendo e con umiltà si documenti, legga, s'informi. Ma seriamente e non seguendo il propagarsi dei commenti sui social come unica fonte di conoscenza. Abbiamo il dovere imprescindibile di non delegare ad altri decisioni che varranno per tutti. Dobbiamo verificare ogni informazione, ogni fonte, domandarci sempre cui prodest, a chi giova. Evitare l'atteggiamento tipico nei momenti di crisi di farsi prendere dal panico e aspettare che un deus ex machina venga a risolvere tutto. Non è più consentito a nessuno evitare una presa di posizione, come, tanto per fare un esempio, l'amico che a marzo inoltrato ha organizzato cene a casa propria difendendosi con il fatto che le restrizioni non erano ancora in vigore e che lui le cose le fa solo quando glielo impongono le regole ufficiali. Le leggi, le regole, sono fatte dall'uomo; a volte sono ingiuste, a volte sono sbagliate, altre volte, semplicemente, sono tardive, incomplete, inefficaci. Pertanto quando necessario vanno anticipate, migliorate, cambiate, o, in casi estremi, rifiutate. La storia è ricca di esempi di leggi inique di cui poi nel tempo ci si è vergognati. Non è più consentito non pensare. Non è più consentito non agire.

Le decisioni che governi, o chi per essi, hanno preso, stanno prendendo, e prenderanno nelle prossime settimane, incideranno in profondità sul mondo per anni. Influiranno non solo sui nostri sistemi sanitari ma anche sull'economia, la politica, la cultura. E, fondamentalmente, sulla società. Quest’esperienza sarà uno spartiacque. Al risveglio da questo incubo troveremo un mondo del tutto diverso da quello conosciuto sinora, che già non era dei migliori. E temo sarà un mondo distopico. L'accelerazione esponenziale data ai mutamenti sociali da quest'emergenza sarà infatti funzionale al rapido realizzarsi di obiettivi molto chiari messi in agenda già da molti decenni da poteri forti che non intendono rinunciare alla propria visione utilitaristica di una società frammentata e sottomessa. Non si tratta di complottismo ma delle conclusioni inevitabili di un'analisi portata avanti nel tempo... Dobbiamo agire con rapidità e determinazione, pretendendo trasparenza, onestà, senno. Non accettare incapacità e approssimazione, e opporsi a corruzione, conflitti di interesse, e utilitaristiche connivenze.

Dobbiamo, e avremmo dovuto già da tempo, tenere conto delle conseguenze a lungo termine delle nostre azioni, perché il delegare, l'ignorare, il permettere, il non re/agire sono di per se stesse azioni. Nello scegliere tra le varie alternative, dovremmo chiederci non solo come superare difficoltà e pericoli immediati, di qualsiasi natura siano, ma anche in che tipo di mondo vivremo quando li avremo superati. In che mondo vivremo quando questa tempesta sarà passata. Perché certamente, in un modo o nell'altro, questa tempesta passerà e il genere umano sopravvivrà. Molti di noi saranno ancora qui e tireranno un sospiro di sollievo. Alcuni si saranno ulteriormente arricchiti, altri avranno dato fondo ai risparmi di una vita, altri saranno precipitati definitivamente nel baratro dell'incapienza. Qualcuno sarà morto in solitudine, qualcuno si sarà ammazzato, qualcuno avrà ammazzato qualcun altro. Ma, essenzialmente, vivremo in un mondo diverso.

Molti dei provvedimenti adottati in questo periodo per gestire un’emergenza, diciamo a breve termine, diventeranno parte integrante della nostra quotidianità. È nella natura stessa delle emergenze accelerare i processi storici, trasformando intere nazioni in cavie per esperimenti sociali, attraverso l'adozione in poche ore di decisioni e leggi che in tempi normali richiederebbero anni. Le storie legislative nostrana e internazionale sono ricche di esempi di norme introdotte in regime di emergenza e poi rimaste in essere. Per questo è necessario che, oggi, per ogni norma che scavalchi il normale iter legislativo, o che esautori il potere del giudice a favore di quelli del prefetto, venga chiaramente indicato un termine temporale.

Pensiamo al riconoscimento facciale e all'obbligo di controllare e riferire temperatura corporea e condizioni di salute, alle tecnologie di contact tracing, tutte procedure già in vigore in alcuni Paesi. Le autorità possono non solo individuare i possibili infetti, ma anche seguire movimenti e abitudini di chiunque. Lo si fa da un bel po' ma ora tali misure verranno con il nostro plauso intensificate e applicata su larga scala. Quest'epidemia è una gran bella finestra di Overton nella storia della sorveglianza. Nel momento in cui le multinazionali e i governi cominceranno a raccogliere anche i nostri dati biometrici, potranno prevedere i nostri stati d'animo e manipolarli. Potranno convincerci di qualsiasi cosa con maggiore efficacia di quanto avvenuto finora. E potranno definitivamente venderci quello che vorranno e con le modalità che vorranno. Non sta forse già accadendo? Basti considerare banalmente l'arbitraria classificazione dei beni in beni necessari e non necessari. Perché se possibile acquistare alimenti in un supermercato viene interdetto l'acquisto di abbigliamento se disponibile? Dov'è la logica? Un paio di mutande nuove può essere necessario. Mentre non dovrebbe esserlo entrare nel dettaglio e dover spiegare il perché di tale acquisto, raccontando fatti privati a tutto il personale dipendente fino al direttore del supermercato. Si rasenta l'assurdo. Una folle dispersione di energie mentali per distogliere da quelle che sono le questioni importanti di tutta quanta questa faccenda. Siamo e saremo talmente impegnati a dover risolvere problemi stupidi che non avremo tempo, occhi, orecchie, e cervello per capire quanto sta succedendo davvero. Per cogliere le connessioni tra gli accadimenti. Quanti, tanto per fare un altro esempio banale, che prima non l'avevano mai fatto, ora comprano on line indumenti e scarpe per i propri bambini in crescita che si ritrovano a non entrare nei vestiti da un mese all'altro, pigiami per parenti ricoverati, o qualsiasi altro bene che, nonostante le apparenze, per qualcuno potrebbe essere veramente indispensabile? Tanti, direi. Ma chi non ha, perché non gli piace o perché non se li può permettere, un computer, uno smartphone, né una carta di credito, di debito, prepagata o quello che volete, come farà? È chiara l'intenzione di far sparire il commercio al dettaglio, la carta moneta, il rapporto tra persone e di far sprofondare nella marginalità chi ancora vorrebbe vivere alla vecchia maniera o non può permettersi di adeguarsi alla nuova. Tutti dovranno divenire parte di un sistema integrato per poter far fronte alle esigenze quotidiane. Forse persino per comprare le patate. Chi non lo farà sarà escluso. Il distanziamento sociale già esistente non potrà che aumentare. Anche il divario tra i redditi sta aumentando velocemente, con ammortizzatori sociali, per chi è in una condizione di reale bisogno, assenti o ridicoli e mal pensati. Ho letto da qualche parte che questo virus sarebbe reazionario perché sta imponendo una decrescita infelice e porterà a una recessione economica mondiale senza pari. Non credo: la decrescita sarà solo per chi non sarà più funzionale al sistema. Io trovo invece che reazionario il virus lo sia nella misura in cui rafforza potentemente lo status quo e impedisce un reale, lungimirante, ed equo rinnovamento sociale, politico, economico.

Tornando alla questione di partenza, ciò su cui si fa leva è proprio il chiedere alla gente di scegliere tra privacy e salute, tra stile di vita e salute, tra relazioni umane e salute. In sostanza la solita vecchia storia di libertà contro sicurezza. Ma è una falsa scelta. Possiamo essere al sicuro e proteggere la nostra salute e allo stesso tempo fermare un'epidemia senza cedere a sistemi di sorveglianza assoluti, ma con il buon senso e la responsabilizzazione personale reciproca. Possiamo avere e dovremmo quindi pretendere di avere privacy e salute, socialità e salute, aria aperta e salute, libertà e salute. Invece mentre ci costringono in casa, provvedimento indiscutibilmente legittimo per arginare le epidemie, ripuliscono le strade da umani border line e randagi, tagliano alberi nelle nostre città, continuano a sventrare indiscriminatamente la terra, acidificano i mari. Mentre la maggior parte di noi rispetta doverosamente le restrizioni per il bene comune, si firmano contratti economico finanziari transnazionali, si alimentano conflitti, si dividono gli utili, si programma il new deal del terzo millennio a beneficio di pochi. Qualcosa non quadra. Non è questa la società globale che ho sempre auspicato e di cui ho altrove scritto.

In sintesi estrema, un governo mondiale che, nel rispetto delle identità culturali e territoriali, istituisca e faccia rispettare regole comuni per la gestione dell'ambiente, della salute, delle risorse, dell'istruzione, dell'economia, in una visione di protezione del bene comune e dei diritti universali. Il virus, come il riscaldamento climatico, non conosce frontiere e richiede una risposta globale, azioni globali, governance globale*. È ormai il Pianeta lo spazio politico in cui questi problemi devono essere affrontati. Ciò presuppone un cambiamento profondo non solo delle istituzioni politiche a cui siamo abituati, non solo degli stili di vita, ma anche del modo di pensare.

Infatti l'altra scelta inderogabile che dobbiamo affrontare è quella tra isolamento nazionalista e solidarietà globale. L’epidemia in corso, le crisi economica, sociale, ambientale pregresse e conseguenti, sono problemi globali. Possono essere risolti efficacemente solo con la cooperazione di tutti i Paesi, attraverso la condivisione delle informazioni e l'adozione di misure di contenimento comuni a livello internazionale. Strano, tra l'altro, che non vi sia ancora stato, perlomeno non ufficialmente, un summit tra i leader globali a tal proposito. Anche solo per abbozzare un piano d’azione comune. Vien da pensare che i leader non siano veramente tali e siano in balia di qualcos'altro, di qualcun altro. O sono degli incapaci o non contano nulla. Tertium non datur.

Di sicuro al momento abbiamo che vi sono tanti incompetenti nelle stanze del governo. Si afferma tutto e il contrario di tutto, dimentichi persino delle nozioni base di biologia. Cos'è un virus, come si comporta, quanto tempo impiega a perdere la carica di letalità (nessun virus ha “interesse” a decimare gli organismi ospiti pena la propria scomparsa ma in genere prima di due anni non si può star tranquilli)?

Quello che è evidente, a oggi, è che il Virus, inteso anche come misure del suo contenimento (la sedentarietà, lo stare al chiuso, l'isolamento fisico, psicologico, emozionale), sta abbassando le nostre difese immunitarie e sta aggravando patologie pregresse, con ricadute fisiche e psicologiche che pagheremo con gli interessi, sta disgregando le relazioni sociali, amicali, famigliari, in modo drammatico, sta alimentando lo spirito delatorio, sta rafforzando il nazionalismo territoriale. Le persone che all'interno di un paese si spostano dalle aree più colpite dal virus a quelle più “sicure” (sbagliato ma umano) sono sgradite come qualunque straniero si affacci al mare nostrum. Non ci saranno solo più muri tra continenti e tra stati, ma anche tra individui: il pericolo sarà il vicino di casa. Di questo dobbiamo avere paura. Della paura. L'arma più potente, il deterrente più efficace per mantenere il consenso, sfoltire i perdenti, e, in ultima analisi, tacitare ed eliminare i dissenzienti.

E non bisogna nemmeno dimenticare di cosa si parlava fino a poco tempo fa. I cambiamenti climatici. L'ipossia dei mari. L'accaparramento indiscriminato di risorse non rinnovabili. La devastazione degli ecosistemi. Le nuove generazioni che criticavano quelle precedenti accusandole di non aver fatto e di non fare nulla per il futuro della vita sul pianeta. Non se ne parla più, anzi il virus ha ribaltato le parti. Ora gli esponenti più anziani della società, fisicamente più vulnerabili, si sentono minacciati dalla scarsa disponibilità dei giovani a cambiare abitudini e ad accettare costrizioni. Giovani che a loro volta stanno già pagando in termini di formazione e pagheranno in termini di qualità della vita. Conflitti generazionali di portata epocale su cui molto a fondo bisognerebbe riflettere.

Il problema che è la gente non sa come comportarsi di fronte a una minaccia comune, se non andando nel panico e diventando egoista. Alcune persone sì, lo sanno ma, appunto, la gente no. Una questione di discernimento che, come insegna Elias Canetti, la massa non ha. La gente infatti non è andata nel panico per il riscaldamento globale, che è una crisi molto più grande del Covid-19, solo perché avviene gradualmente. Certo, su scala mondiale la velocità esponenziale con cui gli ecosistemi stanno collassando toglie il respiro, ma la maggior parte di noi non vede alcuna differenza nel lasso temporale di riferimento che per gli esseri umani del tardo capitalismo è quello tra una busta paga e l’altra. Solo la paura del contagio, solo la paura di perdere ciò che si possiede, muove. Per questo avrà la meglio un’economia mondiale che premia l’interesse personale quand’anche cieco e ottuso e rende la condivisione un lusso. Tra chi fa incetta di mascherine e chi si attacca alla macchina da cucire per produrne, i secondi sono una minoranza. Minoranza che, alla fine, esausta, si arrenderà.

Quando vedremo le rovine di questo nostro mondo e patiremo le derive di una società composta da individui asociali, ci saranno rabbia e frustrazione, questo sì, ma niente di più, perché i colpevoli saranno, come sono sempre nell'immaginario collettivo, altrove. La colpa sempre di qualcun altro che ha portato sino a noi il disastro.

Aprile 2020



* 2025 - In termini di principio ribadisco il pensiero da me espresso in questo articolo ma vorrei fosse chiaro che quando scrivo di pensiero e azioni globali e di Global Governance, non mi riferisco certo a ‘sta roba vergognosa che sta venendo fuori da qualche anno a questa parte.


mercoledì 26 febbraio 2020

CORONAVIRUS 2 Imperia

Imperia 24 febbraio 2020 ore 2.45

Un mio amico e suo figlio di due anni stanno dormendo di là. Sono circa le due di notte. Il silenzio, normale nel quartiere in cui vivo, questa notte suona irreale. Prelude a quello diurno che si sta vivendo in molti centri urbani nel mondo a causa delle misure restrittive adottate contro la diffusione del Coronavirus e che, probabilmente, da domani almeno in parte inizieremo a vivere anche qui a Imperia.

Ieri mattina ho provato l'inquietante stato d'animo di sentirmi una delle poche persone a sapere, da fonte ospedaliera fidata, dell'esistenza di casi di contagio in zona in anticipo rispetto alla divulgazione dell'ordinanza regionale, contenente le misure di tutela, da ormai diverse ore di dominio pubblico. Al supermercato verso le tredici per acquistare un paio di cose al banco del fresco osservavo le persone accanto a me ancora ignare di quanto a me noto. Mi sono chiesta che fare. Passare parola al prossimo? A che pro? Per buttare benzina sul fuoco? Adottare le normali cautele igieniche dovrebbe essere prassi comune in una situazione di prevenzione. Inutile creare ulteriore allarmismo.

Andando verso le casse ho sbirciato sugli scaffali di detersivi e disinfettanti. A parte l'amuchina gel, non mancava nulla. E nulla ho acquistato. Ho poi saputo che nelle ore successive il medesimo supermercato è stato preso d'assalto e presumo che presto anche molti generi alimentari saranno di difficile reperibilità.

Al momento sono preoccupata del fatto che, probabilmente, da domani avrò difficoltà ad assistere la zia anziana di un'amica di Milano, ricoverata per una frattura. Le indicazioni precauzionali impongono di utilizzare mascherine idonee e disinfezione costante a coloro vengano in contatto con persone debilitate che rischierebbero molto da un contagio. Dubito che troverò l'occorrente in farmacia. Non si tratta di tutela personale ma di non diventare vettore di contagio. Per quanto tutta la faccenda possa essere l'esito di un'esasperazione mediatica, sottostimare il rischio è stupido.

Fin qui la cronaca delle ultime ore. A seguire le considerazioni che avevo iniziato a scrivere ieri all'alba.

A parte tutte le considerazioni sulle migliaia di morti per malattie curabili nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo, sulle cifre di coloro che ogni anno muoiono per la “normale” influenza, sull'attenzione mediatica breve per i recenti casi di meningite in Toscana, e via discorrendo, vorrei concentrarmi sul fatto che forse l'idea che microrganismi la cui vita, per noi infinitesimale e quindi non computabile nei calcoli che facciamo per le nostre quotidiane scelte, possa penetrare in noi conducendoci alla morte, sia una benedizione. Che l'auspicato e auspicabile cambiamento di molte delle nostre abitudini giunga repentino, e perciò maggiormente sgradito, potrebbe rivelarsi una buona cosa. Rallentare un po' insomma. Abbandonare l'attitudine allo spostamento frenetico. Ne verrebbe fuori anche una mano all'ambiente.

Poi, se vogliamo metterci lì e considerare la situazione veramente grave come la propinano, allora, in termini di procedure d'arginamento del contagio, o si fa sul serio o non si fa niente. Parlando dell'Italia, che si decida di chiudere per una settimana, scuole, cinema, musei, in pratica i luoghi con alta concentrazione di persone, ma non si considerino negozi, bar, uffici, mezzi di trasporto, ecc. sottrarre credibilità alle indicazioni date dalle istituzioni preposte alla gestione dell'emergenza. O si fa profilassi a 360 gradi o non si fa. E si fa uguale in tutto il Paese, non a seconda delle amministrazioni regionali. Così si rischia di danneggiare alcune zone e alcuni settori senza la contropartita di un'efficace controllo del contagio. E poi che senso ha il coprifuoco dalle diciotto ma prima niente? Colazione al bar sì e aperitivo no? E tutti questi guanti e mascherine che dovremmo usare per giustamente non propagare un morbo che resta asintomatico a lungo, una volta usati in giro, che facciamo? Li infiliamo in borsa? Li gettiamo nel primo cestino che incontriamo? Ce li portiamo a casa? Ci vorrebbero raccoglitori di rifiuti speciali in ogni dove e azioni di disinfezione come fanno in Giappone, altrimenti sembra una buffonata. Insomma, o c'è un pericolo serio o non c'è. E gli abiti che indossiamo? L'elenco delle insensatezze sarebbe lungo, quindi mi fermo qui.

Bisognerebbe poi bloccare le merci, se è vero che gli oggetti sono veicoli di trasmissione, ma sarebbe un provvedimento che farebbe collassare il sistema pur per un periodo limitato nel tempo, perciò non si fa. Anche se grande distribuzione, aziende farmaceutiche e affini, un bell'incremento di fatturato al momento ce l'hanno, bloccando le vie di approvvigionamento, alla lunga sarebbe pesante per l'economia. Se aggiungiamo che le direttive sono diverse da Paese a Paese (sarebbe stata una gran prova di coesione per l'Europa*), otteniamo il risultato di un'approssimazione generale. Inoltre i kit diagnostici sono stati approntati in fretta e furia e hanno ovviamente un margine di falsi positivi da considerare. E in ogni caso andrebbero usati dappertutto su larga scala, altrimenti chiaro che vengono fuori luoghi senza infettati e altri dove il risultato è da quarantena nazionale. Insomma il quadro generale dice che o il rischio non è quale stanno dicendo o siamo degli inetti. Potrebbero essere entrambe le cose ma questo è un altro discorso.

Un'altra doverosa riflessione va al fenomeno degli untori, non quelli da caccia all'untore ma i sedicenti untori, quelli che intendono farsi vettori del contagio e propagarlo. Vero o falso sia il pericolo di una pandemia, ovunque si sentono persone dichiarare, per motivi diversi, l'intenzione a fare l'opposto di quanto consigliato. Per scaramanzia, per baldanza, per fatalismo, per rabbia, per stanchezza e sfiducia, per imbecillità. Le derive psicologiche sono altrettanto deleterie che quelle sanitarie. Così come lo sono le derive socio politiche. Pensando ad esempio al fatto che centinaia di migliaia di cinesi sono impiegati in Africa, che decine di migliaia di africani studiano in Cina, e che migliaia di voli all'anno collegano i due Paesi, considerando l'inadeguatezza del sistema sanitario africano in proporzione all'estensione e alla conformazione del territorio, all'assenza di kit per la diagnosi (efficaci o meno che siano), se dovessero aumentare i contagi dalle nostre parti, non mi stupirei di vedere schierare la Marina militare a presidiare il Mare nostrum e impedire qualsiasi accesso alla penisola. Dati gli scenari pregresso e attuale, tutto diventa possibile. Intanto però quelli a essere discriminati siamo noi. Una bella lezione.

Ora, mettendo tutto quanto detto sinora da una parte, credo che a mancarci, più che un vaccino, sia principalmente la cultura della morte. Il memento mori, il ricordati che devi morire, che appartiene solo più alle culture fortemente legate alle tradizioni e alla terra. È necessario ricostruirla questa cultura. A nessuno piace l'idea di terminare il proprio passaggio in questa vita o di perdere persone care ma la ricostruzione di una coscienza collettiva della finitudine umana è doverosa. Al pari degli altri animali, dei vegetali, di ogni forma di vita, dobbiamo morire per permettere alla vita di rinnovarsi. Non possiamo essere immortali e, considerata la nostra impronta ecologica, nemmeno troppo longevi, con buona pace di postumanisti e di tutti i ricconi ibernati. È fisica. Termodinamica. Non c'è alternativa. Funziona così. Ed è una meraviglia.

Oggi però in città lo sconforto ha preso il sopravvento. Come previsto nelle farmacie non ci sono più mascherine né disinfettanti. Fuori dalla ferramenta del centro una coda bella lunga. Entro perché ho bisogno di mascherine per recarmi in casa di cura. Non trovando quelle chirurgiche che servono per proteggere il prossimo, prenderò quelle da cantiere, con il filtro antipolvere. Mi scoccia un po' perché sembrerò una di quelle persone che vuole quelle con il filtro per proteggere se stessa più che gli altri. Tanto non servono. Un placebo. Vaglielo a spiegare. Vabbe'. Infatti la signora prima di me ne compra un centinaio, per sicurezza, dice, non si sa mai. Paga con la carta. Ci lascia una fortuna. Mascherine esaurite. Quelli dietro brontolano. Il negoziante però tira fuori dal cilindro quelle “buone” che proteggono sia chi le indossa che il prossimo. Le M3. Vanno a nove l'una. Con l'alcol al 99% se le disinfetti le puoi utilizzare quattro, cinque volte. Peccato che le buone siano le FP3 ed M3 sia la marca ma, si sa, la confusione regna. Essendo costretta mi rassegno al salasso e ne compro quattro contando che la disinfezione con alcol serva a qualcosa, visto che in clinica ci devo andare ogni giorno.

Quando entro nella stanza della zia della mia amica, questa mi guarda interrogativa e mi domanda se sta succedendo qualcosa di strano. Le rispondo: nulla di strano, solo il genere umano che sta impazzendo. Per fortuna sto solo bofonchiando dentro la maschera e lei non sente. Le faccio cenno di aspettare. Nel corridoio tiro giù la maschera, stavo soffocando lì dentro, e agguanto gentilmente un'infermiera pregandola di procurarmi qualche mascherina normale. Rientro dalla zia. Le dico che ho un po' di tosse e non vorrei contagiarla. Poi apro la finestra, ché negli ospedali da decenni ormai si sono dimenticati che il cambio dell'aria è prassi fondamentale, e mi siedo accanto al letto. Mi lavi un po', per favore, anche la dentiera, ché qui fan finta di niente? Mi chiede. Certo, rispondo. Non ho la tosse, né altro. Abbasso la mascherina, le prendo le mani tra le mie. Sorridiamo. E questo è quanto.

Rientrando a casa osservo l'andirivieni per le strade. Apparentemente tutto normale. Bene. A parte i carrelli della spesa stracarichi, non siamo ancora a livello di psicosi di massa.

Ho interrotto di scrivere perché mi hanno chiamato dalla clinica dicendo che non sarà più possibile fare visite ai degenti. Sono tornata comunque e all'ingresso mi hanno fatto compilare un questionario con i miei dati e la domanda se fossi stata in Cina di recente (!), poi ho parlato con il medico di turno per conoscere i tempi e i dettagli del provvedimento. Dopodiché l'ho pregato di far avere alla zia della mia amica una confezione di grissini, una rivista, una camicia da notte. Ha preso tutto e l'ha consegnato a destinazione. Qualcosa mi sfugge. Perché i grissini sono potuti entrare in reparto e io no? Se vi avessi starnutito sopra poco prima? Tutto molto approssimativo. Se veramente la situazione dovesse rivelarsi seria non ci sarebbero speranze di sfangarla.

Intanto ho deciso di restituire in ferramenta le inutili e costose mascherine, visto che per ora non posso andare in clinica e comunque ne ho recuperate un paio chirurgiche monouso. Qualcuno mi suggerisce di rivenderle a quindici. La tentazione di speculare sull'ignoranza c'è, visto che si tratta di un'ignoranza che trasuda egoismo, non quella bella e sana del so di non sapere, ma è tutta la vita che lotto contro chi lo fa, per cui le regalo.

*p.s.2023 La coesione dell’Europa meglio lasciarla perdere visto come si manifesta: una politica che in ogni decisione dimostra l’esatto opposto di quella che dovrebbe essere l’attenzione e la cura dei propri cittadini.

Cittadini che nei fatti vengono considerati alla stregua di sudditi. .


giovedì 14 novembre 2019

ORA DI FUTURO

La Generali Italia, insieme ad alcune onlus quali Mission Bambini, L'Albero della vita e Centro per la Salute del Bambino, promotrice dell'iniziativa "Ora di futuro", ne pubblicizza sulla stampa con orgoglio l'esito. Alcune delle proposte avanzate dagli alunni  delle scuole elementari di tutta Italia per migliorare il mondo in cui vivono sono state presentate in Senato da una rappresentanza di bambini alla Presidente Casellati  e alla Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti. Fin qui tutto bene. Solo che la pagina che pubblicizza l'evento contiene anche un disegno ed è su di esso che si è soffermata la mia attenzione. Un bel disegno. Chissà se c'è dietro l'aiuto di qualche adulto ma non credo. Ricordo compagni delle elementari molto dotati. Il soggetto mi piace. Mi ricorda un racconto che scrissi da bambina. S'intitolava "HH113". Non ricordo da cosa mi venne quel titolo, comunque sia, era adatto al genere che avevo scelto per il mio racconto: fantascienza. In breve si raccontava di un pianeta lussureggiante, grande mille volte la terra racchiuso in una sorta di ampolla trasparente che manteneva incontaminato l'ambiente da eventuali agenti nocivi esterni e protetto da incursioni nemiche. Si trattava, nella mia immaginazione, di un pianeta B, raggiunto a costo di innumerevoli sacrifici, destinato a preservare la parte buona dell'umanità e tutto il mondo animale, vegetale, minerale, ormai distrutto sulla terra. Una sorta di arca, idea che ricorre in epoche e culture diverse a testimoniare la contraddittorietà tra ciò cui aspiriamo e ciò che siamo. Ovviamente su esso vigeva un ordinamento planetario molto severo che avrebbe determinato l'immediata espulsione, dal collo dell'ampolla, di chiunque non avesse rispettato il bene comune. Tornando al disegno scelto da Generali Italia, rappresenta un'astronave che contiene un piccolo mondo in procinto di allontanarsi da un pianeta ridotto a groviera. Potrebbe l'astronave anche essere in viaggio da un pezzo e il pianeta essere uno dei tanti incontrati durante il percorso e non necessariamente la terra, sta di fatto che assomiglia alle spedizioni che avevo immaginato susseguirsi per condurre su HH113 tutto il salvabile. Nelle mie intenzioni si trattava di una scelta obbligata, animata dalla determinazione a non commettere mai più gli stessi errori, l'idea di una comunità aperta a tutti coloro fossero persone di buona volontà. Mi chiedo se la scelta di questo disegno, invece, non sia per far passare il messaggio che sarà giusto e bello fare così. Che non ci sarà colpa nell'aver consumato la terra. Che l'uomo potrà mantenere il proprio stile di vita sempre e ovunque e a qualsiasi prezzo.





lunedì 15 luglio 2019

SISTEMA BIOSFERA

L'unica specie a concepire l'idea di futuro, pertanto in grado di guardare avanti, oltre le istintive necessità prossime, siamo noi. Gli unici capaci di riconoscere intellettualmente (e, badate, non ho scritto intellettivamente, ché ciò riesce a tutte le specie...) le opportunità utili alla sopravvivenza. Eppure i fatti sembrano provare il contrario. Forse perché siamo eccessivamente concentrati ognuno sulla propria singola sopravvivenza individuale. Sulla propria e su quella di pochi intimi e affini. Non riusciamo a pensare a noi stessi come parte di un biosistema. Il senso di unicità che ci contraddistingue, e che ha permesso ad alcuni individui di eccellere, ci illude di esserne al di fuori.

A un certo punto della storia umana è subentrato un qualche elemento che ha accelerato questo senso di estraniazione, l'illusione di essere separati dalla natura*, la convinzione alla base della nostra cultura di essere la forma di vita superiore sulla terra. Mentre, al contrario, il solo pensare ciò è da considerarsi un disturbo psichico vero e proprio, una forma di disadattamento, di scollamento dal reale, al pari di altri per i quali riteniamo doverosa una cura. Infatti la presunzione di tale superiorità non è supportata da alcuna verifica fattuale. Ciò che ci dice la scienza è che, per vari motivi, troppo lungo qui entrare nel merito, abbiamo goduto di un canale preferenziale nell'evoluzione e ci siamo evoluti fino a ottenere complesse e stupefacenti forme espressive non riscontrabili in altri animali (animali che, tuttavia, ne posseggono di diverse e altrettanto stupefacenti). Leggendo, se necessario più volte, la precedente frase dovrebbe essere evidente a tutti che utilizzare tale preconcetto come fondamenta della nostra superiorità di specie, non funziona. Non dice quella cosa lì. Ne dice un'altra, di cosa. Per spiegarmi. Una serie di semplici domande. Se io non riscontro una cosa, questa cosa non esiste? Il non riscontrare in un altro un livello di evoluzione pari al proprio nega che questi possa possederne uno superiore? In quale realtà logica l’evoluzione esprime un valore qualitativo? Forzatamente l'evoluzione di chi cerca riscontro è da considerarsi il metro di misura universale? Giusto così, per ragionarci sopra.

Dunque perché affermiamo con tanta convinzione di essere il risultato sommo dell'intera storia biologica? Per sentirci liberi? Svincolati da oneri etici e leggi fisiche? Quindi per paura della morte? Esposti al rischio delle contingenze, siamo a tal punto spauriti e fragili ?

Anziché ammirare la perfezione del sistema universo ce ne vogliamo affrancare nella vana ricerca di una salvezza che, invece, si rivelerà rovina. Umano, molto umano, forse troppo*. Difficile accettare che la nostra personale esistenza sia a tempo determinato. Ma così è e così deve essere, pena la fine della vita. Questione di entropia. Difficile accettare di dover, a un certo momento, terminare. Vorremmo non toccasse mai a noi ma l'unica cosa che possiamo fare è tentare di morire bene. Poter dire nell'ultima ora, sono felice, come suggeriva Solone. E per morire bene bisogna vivere bene. Non intendo senza problemi ma con dentro sempre chiaro e forte il significato dell'esistere. Purtroppo, però, pochi tra noi riescono in questo, e maggiormente coloro che sono a contatto stretto con la natura. La maggior parte delle persone però non ha questa fortuna. Crediamo dunque di sapere tutto ma non sappiamo nulla o ben poco. Tutta la nostra scienza, se commisurata alla realtà, è primitiva e infantile. Dovremmo, prima di ogni altra cosa, attendere alla comprensione della natura, tornare ad essa, ascoltandone le armonie anziché tentare di modificarla. Invece, i molti che vivono in stretto rapporto con un habitat naturale, oggi, subiscono principalmente le ricadute, spesso drammatiche, dei nostri abusi. La natura nemica. Se nell'antichità lo era per il proprio manifestarsi, a volte improvviso e violento, in forme e modi che l'uomo non poteva contrastare, ora giorno dopo giorno essa ci restituisce la morte che le abbiamo procurato. Terre morte, acque tossiche, aria contaminata, cibo infetto. Brontoliamo un po' ma non tentiamo un salto di qualità. Rinunciamo a priori a qualsiasi ipotesi di luce.

Esploriamo lo spazio ma nemmeno questo ha il minimo effetto su di noi in termini di comprensione e quindi di guarigione. Cerchiamo altre forme di vita altrove e ignoriamo quelle che ci circondano, di molte delle quali non sospettiamo neanche l'esistenza. Abbiamo identificato meno di 2 milioni di specie su un totale stimato tra 7 e 15 milioni (probabilmente sono molte di più). Una perdita del 10%, media calcolata nell'arco dei prossimi tre decenni, indica che assisteremo alla scomparsa di decine di migliaia di specie, molte delle quali non hanno un nome. Perfino per quelle che lo hanno, non saremo in grado di indicare il momento in cui si estingueranno. Sono come "morti viventi", specie destinate a morire perché i loro habitat sono diventati troppo piccoli. I tassi di estinzione attuali procedono a ritmi cento volte superiori a quelli naturali preistorici. E per il futuro, il tasso di estinzione subirà una probabile accelerazione di oltre mille volte maggiore rispetto a quella naturale preistorica, dal momento che la deforestazione delle aree tropicali distrugge anche gli ultimi rifugi di molte specie. Oltre all'estinzione, inoltre, esiste un fenomeno più nascosto che è quello della defaunizzazione e cioè della diminuizione del numero di individui, del peso quantitativo di una specie, della sua biomassa. Una sorta di annichilimento biologico che alla fin fine patirà in primis chi sta in cima alla catena alimentare. Noi. Anche perdere solo un 20, 30% di una specie può determinare la sparizione di altre, in un effetto domino non arrestabile che porterà al collasso del sistema.

Egoismo, politica, gestione economico finanziaria, ci illudono però che la vita consista solo degli elementi di cui l'abbiamo riempita. Nient'altro. Tutto il resto è accessorio. Ogni considerazione che riguardi quanto sentiamo estraneo a ciò che abbiamo deciso essere il mondo è opinabile quando non ignorabile. L'ambiente in cui viviamo e che abbiamo creato conferma l'illusione della non appartenenza al ciclo vitale.

Dopo la rivoluzione industriale abbiamo perso il precedente sistema di vita che era rigenerativo e siamo passati al dogma dell'inesauribilità. Prima tutto veniva dal sole che rappresentava la quantità massima di energia a nostra disposizione, sufficiente all'incirca per un miliardo di persone sul pianeta. I combustibili fossili e la rivoluzione agricola hanno accelerato i processi di produzione e l'incremento demografico, e ora non riusciamo più a fermarci. Dal 1800 al 1930 siamo passati da 1 miliardo di persone a 2 miliardi. Nei successivi 30 anni siamo passati a 3 miliardi. Nei vent'anni seguenti, dal 1960 al 1980 siamo raddoppiati e giunti a 6 miliardi. Dopodiché un leggero rallentamento ma siamo comunque alla soglia degli 8 miliardi e nel giro di una trentina d'anni arriveremo a 10 miliardi. Sarebbe a dire decuplicati in 150 anni con solo più un decimo della superficie terrestre libero dall'impatto dell'attività umana. E come ci siamo organizzati per questo condominio sovraffollato? Commerciamo emissioni, trasformiamo la gestione dei rifiuti in un allettante affare, li “esportiamo”, e ne ricicliamo meno del 10% a livello mondiale. Ricopriamo la terra ogni anno di tanto cemento da poterci fare una colata sull'Inghilterra intera e disboschiamo al ritmo di trenta campi di calcio al minuto. Basiamo la nostra esistenza su un'economia di rapina, sulla cultura del rinvio e dell'approssimazione. E per quello che non vogliamo vedere, residui mefitici e tossici del nostro operare, tutto in fondo al mare come sotto al tappeto. Fino a quando cercheremo di coltivare terre sterili, lontani da coste allagate, sottoposti a un clima ostile e finalmente capiremo di dover sopravvivere su quel che resterà del pianeta. Eppure.

Capi di Stato provano a eliminare ministeri dell'ambiente, vedi il tentativo di Bolsonaro, evangelici sostengono lobby delle armi, mafie si ripuliscono nel rinnovabile, governi regalano terre e risorse in cambio di sostegno militar elettorale,… Investiamo esclusivamente in attività intensive, agricoltura a monoculture e allevamenti, promettiamo transamazzoniche e vie della seta, prosciughiamo o avveleniamo falde acquifere, facciamo a gara per la diga più grossa e per la trivella più lunga, sottraiamo nutrimento alla terra, le fracassiamo l'ossatura, la scortichiamo.

Sbraniamo a testa bassa.

Oggettivamente come possiamo pensare di sfangarla? Vista e considerata la nostra scelleratezza. Hanno portato al tavolo un menu ricco di ogni ben di Dio e noi abbiamo ordinato tutto, alcuni han preso parecchi giri di portate e ora, dopo soli duecento anni di bagordi, il cameriere ha portato il conto e non c'è portafogli in grado di saldarlo.

E noi, commensali, che facciamo? Sorridiamo, forse appena imbarazzati, e al cameriere facciamo con le dita cenno, Segna, segna sul conto.

A volte penso che i nostri eccessi siano al contempo indice della nostra miseria e il nostro modo migliore per nasconderla a noi stessi. Credo anche che molti, probabilmente, siano in buona fede. Incapaci di vedere.

Siamo così piccoli che sovrastimiamo lo spazio. È l'unica spiegazione. Vittime di una sorta di fallace algoritmo dell'infinitezza. Così come, ad esempio, per la stragrande maggioranza dei brasiliani la foresta amazzonica è “distante”, una sorta di terra di nessuno, contenuto di documentari da divano, ugualmente tutti viviamo le gravi realtà che stanno sfinendo il pianeta e i suoi abitanti come qualcosa che non ci riguarda. Quel famoso senso di estraneità di cui dicevo all'inizio.

Ho letto, qualche tempo fa, la seguente frase: “Le condizioni entro le quali un popolo produce il proprio sostentamento sono quelle che regolano la sua selezione.” Ne ho intuito subito la forza ma ho dovuto leggerla e rileggerla per comprenderne la portata. Un circolo vizioso. Che fa sì che l'essere umano venga a manifestare esso stesso la contaminazione qualitativa di ciò che produce e di cui si nutre o si serve, e più si abbassa il livello qualitativo, gioco forza la successiva produzione sarà su parametri ancor più scadenti, possedendo sempre meno il cervello la capacità di elaborare progetti alti. Avranno più possibilità di sopravvivenza coloro che sapranno adattarsi con inerzia a questi standard sempre più bassi. L'ho sintetizzata così. Diventiamo quello cui ci aggrappiamo.

Si parla molto negli ultimi tempi di cambiamenti climatici, e c'è ancora chi perde tempo a discutere (Ci sono? Ci fanno? Chi lo sa?), mentre la comunità scientifica internazionale, quando non prezzolata, è d'accordo sui punti base della faccenda. Nonostante ciò temporeggiamo. O proponiamo false soluzioni: risibili interventi di facciata, sovvenzionati ad esempio dall’UE, che non sfiorano neanche idealmente le cause prime. E quando si metterà al peggio (e direi che ci siamo)? Finché avremo ancora per ognuno di noi di che continuare a vivere come siamo abituati ci sembrerà ragionevole credere che una soluzione verrà comunque trovata. Ma è proprio su questo verrà che bisogna ragionare. Verrà da chi? Verrà quando? Verrà come?

Abbiamo eletto l'avidità a sistema e abbiamo svenduto la vita nostra e quella della nostra discendenza. Non riusciremo mai a legiferare in maniera saggia e lungimirante perché abbiamo ceduto ogni autorità. Non ci interessa capire come funzionano le cose ma solo usarle e illuderci di possederle. Ci preoccupiamo, ad esempio, solo di imparare a sfruttare le potenzialità delle applicazioni dei nostri devices ma ci è del tutto indifferente comprendere come vengano realizzati, come funzionino, cosa comporti la realizzazione dei benefici di cui usufruiamo. Insomma non siamo curiosi di vedere cosa c'è dietro, cosa c'è “dentro”. L'approccio logico e analitico dei fatti ci pare sofisma da perditempo.

E poi ci rassicurano. Dicono, alcuni, che la fine dell'umanità è lontana. Mi piacciono queste verità che nascondono un inganno. È una sfida smascherarle. Probabilmente è vero che la fine dell'umanità, in quanto specie, è, relativamente, lontana. Si estinguerà infatti solo la gran parte di essa. Prima diminuirà, come accade per gli altri animali, la biomassa, cioè la quantità di individui, il peso ponderale della specie. Una parte riuscirà sicuramente a far fronte agli stravolgimenti incalzanti. Da chi sarà costituita questa parte?

È qui che ognuno di noi sarebbe tenuto a entrare in gioco. La ribellione allo status quo è stato sovente origine di progresso e rinascita sociale ma come portare persone non colpite direttamente da un problema a interessarsene? Come riuscire a far passare il concetto su ciò che è legittimo e ciò che non lo è, nel momento in cui l'effetto, apparentemente, non ci tocca?

Forse partendo dalle basi. Esiste un sistema dato A, la biosfera, che comprende anche noi, e un sottosistema B, che potremmo chiamare sinteticamente economia, all'interno di cui operiamo. Il sistema A è fisso, il sottosistema B è in espansione continua. Deduzioni e conclusione le lascio a voi.

In passato la natura ci forniva tutto gratuitamente, oggi per ottenere un risultato vagamente paragonabile dobbiamo spendere decine di trilioni di dollari all'anno. Per quanto evoluta e sofisticata, nessuna tecnologia è in grado di darci ciò che la natura può offrire in un contesto rigenerativo. Siamo indubbiamente troppi, però potremmo impegnarci maggiormente.

Finché però per ogni carico di prodotti ne corrispondono una trentina di rifiuti, finché si spendono centinaia di miliardi di dollari ogni anno in pubblicità o in sovvenzioni all'agricoltura intensiva, finché si spende in armamenti ogni anno l'equivalente di intere economie nazionali, o si persevera nell'iperproduzione di beni non durevoli, e in buona misura superflui, finché adoreremo l'idolo dell'All you can eat, non ne verremo fuori.

Serve un cambiamento culturale innanzitutto. Dobbiamo ricominciare ad apprendere per esperienza diretta, smettere di essere fruitori passivi di una realtà preconfezionata, risvegliarci.

Inebetiti abbiamo smarrito il senso della bellezza del mondo. Siamo alla continua ricerca di qualcosa che ci manca senza sapere più cosa abbiamo perso e che determina il senso di mancanza che proviamo. Dobbiamo renderci conto delle forze globali che influenziamo e che a loro volta gioco forza influenzeranno la nostra vita. Dobbiamo fare atto di umiltà e ammettere di dover rivedere tutta quanta la faccenda.

È stata globalizzata un'aspettativa di stile di vita senza prima misurarla, senza calcolarne l'impatto.

Se non è da psichiatria perseverare in questa direzione, cosa lo è?

Siamo certi di tante cose, abbiamo costruito su queste certezze tutto quanto ma esse, a parte quella della nostra fallibilità, sono quasi sempre un inganno. Le usiamo per consolarci, reduci da disastri. Per appoggiarci quando neghiamo un dubbio. Un'illusione cui indulgiamo e che induce l'uomo a ricadere periodicamente nell'oscurità.

Cosa potremmo fare dunque? Potremmo intanto provare a capovolgere la prospettiva e anziché giustificare la nostra inerzia con una fantomatica impossibilità a risolvere la questione, iniziare a dire: Che bello! Quale grande occasione di rendere questo periodo storico quello del grande cambiamento. Le tecnologie non possono risolvere tutto ma intanto potrebbero, se usate nel modo dovuto, ridurre il nostro impatto di un buon 60%. Poi potremmo rallentare un po', goderci di più la vita e cercare di essere più intelligenti.



* Per quanto non ne condivida i contenuti se non in alcuni passaggi, trovo stimolante la lettura de “Estetica postumanista” di R. Marchesini


sabato 25 agosto 2018

RIVOLUZIONI OSPEDALIERE

Da attualmente, e da un pezzo, ricoverata in ospedale mi sto ponendo alcune banali domande che desidero condividere.

Secondo voi perché a un certo punto nell'ottocento si sono messi a costruire ospedali con ampi padiglioni e grandi finestre, immersi nel verde, con giardini, camminamenti, e agevoli zone di sosta all'esterno? Perché un secolo dopo le finestre venissero chiuse, la circolazione dell'aria garantita dai condizionatori e i giardini trasformati in parcheggi?

Perché scrissero eccellenti linee guida in cui si spiegava come rafforzare l'effetto delle cure con un'alimentazione personalizzata a seconda delle caratteristiche individuali e della patologia? Forse perché oggi si finisse con il somministrare a tutti carne bianca piena di ormoni e antibiotici, semolino e purè a ogni piè sospinto?

Si trattava di misure basate sui nuovi concetti di asepsi e antisepsi. Sull'importanza di non ragionare a compartimenti stagno. Dal lavarsi le mani al non obbligare i degenti a respirare solo aria viziata. Consentire un agevole contatto con l'ambiente esterno aumentando così il livello di umanizzazione degli ambienti interni e del trattamento terapeutico. Rafforzare le difese autogene anziché indebolirle. Rispettare l'unicità di ogni individuo. Oggi il progresso che ne sarebbe dovuto conseguire si limita al progredire di alcune tecniche mediche e per il resto consiste a quanto pare nell'omologazione acritica delle procedure e nell'assenza del mai sufficientemente rimpianto buon senso.


Agosto 2018

domenica 22 ottobre 2017

POESIA NEL CARRELLO

L’altro ieri mi è venuta voglia di leggere versi così ho curiosato online tra i nomi a me sconosciuti presenti nelle collane di poesia di alcune case editrici, con l’intenzione di individuare un paio di testi da acquistare. In un caso ho trovato una cinquantina di titoli e, cliccando su ognuno di essi, ho avuto accesso alla lettura di un componimento contenuto all’interno della relativa silloge. Sono andata avanti così per un paio d’ore, leggendo decine di poesie con il medesimo approccio di quando faccio spese in un supermercato. Poco tempo, tanti prodotti, quel tanto di riguardo dovuto a etica e ambiente. Sto esagerando, chiaro, ma, mentre leggevo, pensavo che non è un bel modo di avvicinarsi all’interiorità di qualcuno. Con tutto l’intuito e la sensibilità letteraria che si possono avere, come si può, sulla base di poche righe, scegliere? Entrare in una libreria, avvicinarsi allo scaffale poesia, prendere un libro a caso e sfogliarlo e, quando non troppo voluminoso, leggerlo tutto per poi, una volta a casa, riprenderlo e rileggerlo, a mente e ad alta voce. Un metodo migliore e meno iniquo. Il problema è che se ci si basa su quanto si trova in una, due, tre o anche dieci librerie, non si ha idea della reale portata della produzione poetica. L’esubero di offerta obbliga, chi voglia farsi un’idea di cosa avviene nel mondo della poesia, a scandagliare nel mare magnum della rete anche se spesso costringe a ritrarsi perplessi in breve tempo. Da picchi di bravura ad abissi di mediocrità, enclavi elitarie e concorsi per l’uomo comune, luoghi laddove parlare di bravura è comunque arbitrario ed errato.

Il tentativo di creazione poetica è dilagante: un gran numero di persone sente l’esigenza di esprimersi poeticamente, e chiunque, a buon diritto, può definirsi poeta, se l’afflato che lo anima è incontenibile e sincero e se muove le viscere e il sentire del lettore. Io stessa oso definirmi poeta, pur riconoscendo di non sottostare ai dettami della poesia, ma sono quarant’anni che scrivo poesie e, rileggendone alcune a distanza di anni, ancora vi ritrovo lo spirito che le aveva dettate. Ma non sono gemme. Quelle sono dei Poeti. Per ogni periodo un percorso, un respiro che si modula in componimenti successivi che letti di seguito esprimono e offrono una visione e un sentire altrimenti non comprensibili. È come se si trattasse di un linguaggio, anzi dell’unico linguaggio che mi permette di dire senza filtri chi sono e cosa vedo. Per questo ho un grande rispetto dell’uomo che sul treno ha tirato fuori un foglietto spiegazzato per leggermi una sua poesia, o di Silvano, buonanima, che girava con le sue poesie ricopiate più e più volte a mano per leggerle nei bar e donarle a chi le apprezzava. O, ancora, di Attilia, dell’impresa di pulizia, che sa il latino perché lo studiava suo fratello e le poesie che compone le manda a memoria ma non le scrive perché si vergogna dei propri errori ortografici. Pronunciate le poesie, gli errori non si vedono, mi ha detto. Infatti ad ascoltarle arrivano solo grazia e luce.

Nel mio errare online ho letto componimenti premiati in vari concorsi e ho concluso che la poesia non si può cercare e trovare, la si può solo incontrare e non sempre dove ci si aspetta. Ché la poesia è come l’acqua: fluisce, attraversa, penetra, sprofonda fino a essere invisibile, ricompare inattesa. E nessuno può arrogarsene la proprietà. Che poi dipende dalla sensibilità e dai gusti dei componenti le giurie l’attribuzione di merito. Non vi è nulla di più personale che la valutazione di un testo poetico, se si prescinde dall’analisi prettamente linguistica e metrica.

Comunque, in sostanza, dopo aver infilato tre testi nel carrello, quello che mi è rimasto addosso è il senso di fastidio che ho provato scorrendo un testo dietro l’altro come so che si fa con le facce su Tinder.

Gennaio 2016

domenica 19 giugno 2016

UN DITTATORE ILLUMINATO

A me l’idea che i popoli si mescolino piace un sacco. A parte che chi nasce meticcio in genere è bello, l’unica via che abbiamo è fonderci, amalgamarci, cercare di realizzare una società multietnica con una buona qualità della vita per tutti, in un ambiente sano e nel rispetto di ogni forma vivente. A chi mi dice che è utopia, che non ce n’è per tutti, rispondo a gran voce, andate a studiare prima di aprir bocca. Nonostante la merda in cui stiamo affossando, ce n’è invece ancora abbastanza per tutti e potrebbe esserci ancora il tempo per rimediare ad alcuni danni che tengono in ginocchio miliardi di persone.

Ci vorrebbe un cazzo di dittatore illuminato e onesto che, un bel colpo di spugna, stabilisse una decina di regole per gli abitanti del globo, nessuno escluso, su gestione dell’ambiente, della salute, dell’alimentazione, degli scambi commerciali.* Espropriare le terre ai novelli latifondisti (parliamo di mezzi continenti in mano a quattro gatti e poi diciamo che vanno aiutati a casa loro: non è più casa loro) e restituire ai singoli individui possibilità e relative responsabilità. In modo che ognuno potesse vivere serenamente dov’è nato o dove desidera, perché tutti i luoghi si equivarrebbero per opportunità, salubrità, e assenza di conflitti. Spostarsi, trasferirsi solo per curiosità umana e culturale, per preferenze climatiche ed estetiche, per scelta e per incontro. Sarebbe possibile. È possibile. Ci sono le conoscenze e le finanze per realizzare tutto ciò. E anche ancora un po’ di tempo. L’ingrediente assente è la volontà

2014



*p.s. 2023 Non quella roba che stanno spacciando oggi per attenzione all’ambiente, alla salute, ecc.

giovedì 16 giugno 2016

ITALIA SENZ'ACQUA

Cosa pensereste se, nel giro di un anno, tutta l’Italia fosse senza’acqua? Non solo quella che esce dal rubinetto ma tutta l’acqua: fiumi, torrenti, laghi… Se non ci fosse modo di ovviare a ciò e si fosse costretti a conviverci. Credo che la maggior parte delle persone cercherebbe di andarsene. Diverremmo profughi ambientali e quindi economici (che non ho ancora bene capito perché si faccia questa distinzione tra diverse categorie di profughi, ambientali, economici, da conflitto, visto che le cause degli esodi sono interconnesse). Direte: ma è un’esagerazione, sessanta milioni di persone improvvisamente senz’acqua, uno scenario da apocalittica fiction. Invece è realtà, invece accade. Ad esempio, prendendo a caso, ai sessanta milioni di persone che vivono lungo il basso corso del Mekong, in Cambogia. Ci sono sei dighe prime, altre undici in progettazione, altre in costruzione, e se l’acqua non arriva più al mare, il mare risale, la concentrazione salina aumenta, eccetera, eccetera. Una regione grande come il nostro bel paese all’asciutto.



Letture consigliate:

La grande cecità di Amitav Ghosh

Qualcosa, là fuori di Bruno Arpaia

Giugno 2016



venerdì 9 ottobre 2015

SHELL E ALASKA

Una buona notizia: la Shell, dopo alcuni mesi di esplorazioni, ha rinunciato alle perforazioni nel mare Artico, al largo dell’Alaska. Non tanto per le protratte e forti opposizioni ambientaliste, quanto perché affermano non ci siano sufficienti petrolio e gas per giustificare l’investimento, soprattutto a fronte del crollo del prezzo del petrolio. La quantità di petrolio in Alaska ammonterebbe a circa il 10% delle riserve statunitensi.



1 ottobre 2015

PROFUGHI 2

Nigeria, Niger, Ciad, Yemen, Eritrea, Sudan, Etiopia, Burkina Faso, Messico, Afghanistan, Libia, Siria, Ucraina, Birmania, Bangladesh… in ordine sparso i primi Paesi che mi vengono in mente dove, per un motivo o per l’altro, se non si muore, si vive di merda.


Umanità a parte.

Cosa c’entrano i nostri Paesi, i nostri governi, le nostre democrazie, le nostre imprese con i flussi migratori? Questa è la domanda.

Rendetevi conto.

Sono saltati l’equilibrio ambientale, l’equilibrio socio politico mondiale.

I muri verranno scavalcati.

Grandi riforme istituzionali internazionali sono necessarie.


Non si può impedire a esseri viventi che, per qualsiasi motivo, temono per la propria vita di trasferirsi in cerca di salvezza.


Gli Stati di Polonia, Slovacchia, Repubblica ceca, Ungheria, uniti nel no.

Non costa fatica dire no. Il sì comporta impegno, partecipazione, sacrificio, comprensione.

L’esercito ungherese schierato alle frontiere (04/09)

La Danimarca sospende collegamenti stradali e ferroviari con la Germania (09/09)

La versione online di uno dei giornali più letti in Russia, Komsomlskaya Pravda, ospita un blog in cui si asserisce che i migranti africani sono volutamente importati dall’omodittatura europea, perché, si sa, ai gay piacciono i neri!

La “giungla” di Calais.

Mattarella ha detto che l’Europa può assorbire senza traumi il flusso di profughi e che è necessario risolvere i problemi nei Paesi di provenienza visto che il fenomeno è solo destinato ad aumentare e considerarlo un fenomeno d’emergenza transitorio è da stolti.

A Ventimiglia hanno sradicato l’accampamento sulla scogliera.

Chilometri e chilometri di filo spinato e barriere.

Eccetera, eccetera, eccetera…


Certo, le migrazioni comportano contrasti culturali sgraditi, e talvolta minacce come il fondamentalismo islamico, ma è decisamente improbabile che coloro che fuggono guerra e  barbarie siano rappresentanti di tale fondamentalismo, della Jihad globale.

Sicuramente tanti, soprattutto giovani uomini, s’incattiviranno di fronte alla cruda realtà di essere stati presi in giro. Nessun dubbio, infatti, sull’esistenza di una strumentalizzazione politica ed economica da parte delle nazioni coinvolte, ma questa è una parte del discorso che non intendo affrontare in questa sede. Qui mi preme dire soltanto che se anche fossero tutti santi quelli che arrivano, non li si vorrebbe comunque. Eppure ci tocca. A tutti quanti sul pianeta. Certo, sarà difficile entrare nel nuovo millennio in così tanti con tutti i problemi che ci sono e che in gran parte non si vuole vengano risolti benché soluzioni esistano. Certo, non sarà facile ripensare la società globale per trasformarla in una società multietnica equa e rispettosa dei diritti di tutti ma questo è il compito, l’imperativo cui non ci si può sottrarre. Non farlo corrisponde a mettere la testa sotto la sabbia e la polvere sotto al tappeto. Da questo grande, prodigioso, evoluto Uomo ci si deve aspettare qualcosina in più, non credete?

Altrimenti alla domanda se questi altri, come li si chiama, siano meno umani di noi, dobbiamo metterci la faccia e rispondere di sì.


Settembre 2015


martedì 23 giugno 2015

SENTINEL 2

Abbiamo avuto bisogno di sparare nello spazio Sentinel 2 per controllare lo stato di salute del pianeta!


23 giugno 2015







mercoledì 17 giugno 2015

INIZIANO LE VACANZE


Ma almeno li mangiate?

Di più ormai non riesco a chiedere. Che almeno lo scempio abbia il fine di un appagamento per il palato. A questo si è ridotti per indurre in riflessione. Se la risposta è, come di prassi, no, non li mangiamo, se non c’è neanche una giustificazione da buongustai, allora forse ci può essere la magra consolazione di un timido ma poco convinto imbarazzo che si affaccia sul volto di queste orde di mamme, papà e nonni che incitano frotte di figli e nipoti a saccheggiare gli scogli e riempire retini e secchielli con ogni sorta di molluschi e altri piccoli esseri acquatici scovati con determinazione stupefacente. Altrimenti lo sguardo di fastidio incredulo è traducibile facilmente con, ma che te ne frega a te se li mangiamo o no?


giugno 2015


lunedì 30 marzo 2015

#FAME

Quand’ero bambina, e frequentavo le elementari, ricordo che la nostra maestra dedicava molto spazio e tempo a tematiche che non erano propriamente contemplate dal programma ministeriale. Ogni lezione era l’occasione per riferirsi alla realtà sociale. Desiderava ardentemente renderci esseri consapevoli, capaci di vedere e analizzare, capaci di crearci una nostra opinione e, soprattutto, in grado di leggere tra le righe. A quei tempi, ricordo, il tema della fame nel mondo era ricorrente. Le immagini di bambini rigonfi del Biafra, una repubblica secessionista dalla vita breve (1967 – 1970) nata dalla guerra civile in Nigeria, erano il leitmotiv della nostra vergogna di Paesi benestanti. Medici senza frontiere nacque proprio in seguito all’esperienza di medici francesi durante tale conflitto.

Lo spirito di quegli anni, gli anni ’70, era quello della convinzione che nel giro di pochi decenni, grazie alle nostre conoscenze, grazie all’impegno, grazie al progresso, avremmo guardato a tale realtà come a un male sconfitto con cui sempre meno persone nel mondo avrebbero dovuto fare i conti.

Oggi, a 40 anni di distanza, un miliardo abbondante di persone su sette miliardi non ha accesso al cibo (e da qui al 2050 a quanto pare saremo un paio di miliardi in più), il 40 % delle risorse alimentari mondiali finisce nella spazzatura (in modi tanto facilmente evitabili quanto per questo offensivi), il fenomeno del land grabbing sta mettendo in ginocchio intere nazioni, e, non solo nei Paesi in via di sviluppo, le monocolture di prodotti finalizzate all’esportazione o per biofuel stanno compromettendo definitivamente territori, risorse idriche e accesso al cibo, poi il monopolio delle sementi, lo sfruttamento intensivo di campi e pascoli, con abuso di fertilizzanti e pesticidi, che mette a dura prova la fertilità dei terreni, la perdita della biodiversità, la coltivazione di cereali e legumi per alimentazione animale da carne, che va dal 70% al 90% del totale a secondo dei Paesi, ovvero 2/3 delle terre fertili sono destinate alla coltivazione di mangimi (e sempre più ne vogliamo mangiare e sempre più persone ne vogliono mangiare nell’illusione ciò rappresenti il raggiungimento del benessere e dell’affermazione sociale), insomma, tutto quanto il quadro dà la misura della nostra arroganza, della nostra avidità, e della nostra idiozia.

Mi sento come se mi fosse stata fatta una promessa in malafede. Da quei giorni di bambina ho vissuto seguendo con attenzione l’evolversi degli avvenimenti in attesa del giorno in cui finalmente la promessa sarebbe stata onorata ma non è stato così. Non c’e stata e meno che mai c’è una reale volontà di risolvere il problema. Il fatto è che ognuno di noi ha fatto quella promessa, certo con cuore ma anche con la leggerezza di chi è ammaliato dalla seducente convinzione indotta che tutto si sarebbe risolto facilmente senza pregiudicare le nostre abitudini e il nostro stile di vita. Abbiamo preferito credere senza valutare criticamente la realtà delle cose e continuare a farlo anche quando i segni dell’inganno hanno iniziato a essere evidenti.


gennaio 2015


(tutti i diritti riservati)

lunedì 5 maggio 2014

ARMI CHIMICHE E SICUREZZA

Leggo, alcuni giorni fa, che le armi chimiche siriane da “smaltire”, dopo un lungo percorso, dovrebbero arrivare a Gioia Tauro, dove saranno caricate su una nave statunitense che le distruggerà in acque internazionali nel Mediterraneo.


Garantiscono che avverrà tutto con un sofisticato ed efficace processo di idrolisi*, senza che sostanze pericolose finiscano in mare, i container passeranno di nave in nave senza essere depositate sulle banchine del porto, e il tutto sarà gestito nella più assoluta sicurezza.

Sarà, ma è proprio questo ripetere e ribadire il concetto di sicurezza che, alla luce di esperienze passate, inquieta. Certo, in qualche modo bisogna pur fare e sempre meglio dei ricercatori nostrani che si sono fatti spedire virus influenzali pericolosi per posta, ma alla fine quello che sale è un quieto senso di rassegnazione e per chi non s'ammala di terrore tutte queste notizie si riducono a cronaca spicciola.


* Sulla nave americana Cape Ray sono stati installati due sistemi Field Deployable idrolisi System (FDHS) per lo smaltimento degli agenti chimici pericolosi messo a punto per l’occasione dai militari americani dello US Army Edgewood Chemical Biological Center in Maryland.


aprile 2014



lunedì 3 marzo 2014

IN TRENO VERSO MONZA INSIEME A MIA NONNA

Ho accompagnato mia nonna novantunenne in treno fino a Monza a trovare sua sorella che non vedeva da quasi settant’anni, da quando stavano a Venaria Reale, vicino a Torino, e mia nonna lavorava alla Snia Viscosa. Siamo partite da Albenga verso Milano centrale e da lì abbiamo preso una coincidenza per Monza.


“ Ma guarda quanti palazzi in Lombardia, che palazzoni che fanno qui.”

“ Nonna, non è solo la Lombardia, è così dappertutto nelle periferie delle grandi città, anzi in tutte le periferie urbane ormai.”

“ Ma guarda tutti quei palazzi senza balconi, come fanno senza balconi?”

“ Ma no, nonna, ci sono palazzi senza balconi e palazzi che li hanno.”

“ Ma guarda che piccoli che sono, non ci si può mica vivere e cosa vedono? Altri palazzi. Ma quanti appartamenti ci sono dentro? Ma sono troppi! Li vedo in televisione i palazzi ma vederli così dal vero fa impressione… e guarda che finestre piccole. Hanno poca luce, poverini. La luce è importante, se no si diventa tristi.”

“ Sì, nonna, poca luce e poco spazio.”

“ E poi sono tutti attaccati, non c’è più terra, non c’è più vista, allora aveva proprio ragione quello là…”

“ Chi nonna? Calvino?”

“ No, quello della canzone… Celentano. I soldi gli hanno dato alla testa agli uomini, ma sai cosa penso? Che non sono mica ricchi quelli che vivono lì dentro, quelli sono le api operaie. Quelli ricchi mica ci stanno in un posto così. Ma quanto cemento, quanto cemento… ma è tutto così in Italia?”

“ Sì, nonna, purtroppo sì. Gli hanno anche dato un nome a questa cosa: si chiama consumo del territorio. Costruiscono anche dove non serve, costruiscono per costruire, perché a costruire qualcuno che guadagna c’è sempre, anche se poi le case restano vuote.”

“ Ma perché non aggiustano quelle vecchie che sono molto più belle? Ma no, lo vedo che non lo fanno. Vicino a me c’era una bella casetta di due piani che aveva più di cento anni con un bel pezzo di giardino intorno, era da aggiustare e quando hanno iniziato i lavori ho pensato, che bravi, era ora, ma sai cosa hanno fatto? Hanno usato tutto la spazio e hanno tirato su un condominio di tre piani con otto bilocali che sono lì da vendere da più di tre anni. Che tristezza, fa proprio una brutta impressione vedere com’è cambiato tutto. Quando sono venuta l’ultima volta era tutto diverso”

“ E quando sei venuta l’ultima volta da queste parti?”

“ Nel ’47, in viaggio di nozze, a vedere Milano, abbiamo fatto una notte in albergo.”

“ Sono sessantasette anni fa… è normale che sia tutto diverso, che sia cambiato…”

“ Non sono mica stupida, lo so che in tanti anni così le cose cambiano, ma cambiare non vuol dire peggiorare, io ho fatto la fame e mi aspettavo che con il benessere ci sarebbe stato un miglioramento. Però io qui non vedo bellezza, non vedo grazia, non vedo intelligenza. Nei secoli passati tutte queste cose c’erano e si vedono ancora infatti. Era meglio se non lo facevo questo viaggio… Che delusione e che tristezza!”

1 marzo 2014

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