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venerdì 8 gennaio 2021

RAGAZZI CHE SI MENANO

Da settimane la cronaca abbonda di articoli riguardanti risse tra ragazzini e adolescenti che sul web si accordano per luogo e ora di appuntamenti collettivi durante i quali dar libero sfogo ai propri impulsi. In sostanza, ragazzi che si menano. A gruppetti, a decine, a centinaia. I sociologi analizzano, genitori e insegnanti rimpallano le responsabilità gli uni agli altri, i media amplificano l'eco favorendo l'emulazione. Le cause vengono rintracciate nell’artificialità imposta alle nostre vite dalle restrizioni per il contenimento della pandemia e le colpe vengono attribuite ai social divenuti l'unico canale di scarico per le frustrazioni dei giovani. Lì ci si ritrova e ci si incontra con altri che provano disagi simili ai propri.

La rabbia, il senso di noia, inutilità, e ingiustizia, sono comuni. Ci si riconosce come parte di un gruppo che rivendica le medesime cose. Ci si autorizza vicendevolmente a compiere azioni ribelli che si traducono, nei fatti, in esplosioni di violenza nei confronti dei propri simili, quindi, in ultima analisi, nei confronti di se stessi.

Se ne sta parlando e scrivendo molto in Italia ma è un fenomeno mondiale.

Così, in ordine sparso, al sentire commenti e riflessioni sui recenti fatti nostrani, i primi pensieri che ho avuto sono stati i seguenti.

I ragazzi si sono sempre menati. È un rituale di passaggio. Il primo riferimento che mi viene in mente è “I ragazzi della via Pal”, il romanzo dell'ungherese Ferenc Molnàr. Solo che oggi è la dimensione aumentata di tale prassi a impressionare.

I fight club esistono da tempo ma per accedervi finora è stato necessario appartenere a certi ambienti, conoscere le persone ‘giuste’ o navigare nel deep web quando non nel dark web. Così alla luce del sole raramente si è visto. E, in ogni caso, la partecipazione su base volontaria non tocca fasce anagrafiche così basse. Questo ci spaventa. L'età. Giustamente.

Ma non si può regolarmente cascare dal pero.

Oggi possiamo affermare, senza esitazione, di vivere in quel genere di società distopica annunciata da decenni dalla migliore letteratura di genere e dalle riflessioni di eminenti filosofi, scienziati, pensatori che, evidentemente invano, hanno tentato di metterci in guardia. La maggior parte degli adulti in questo momento storico o è fuori di testa o sta in equilibrio su stampelle fornite alternativamente da alcol, cibo (troppo o troppo poco, a seconda), lavoro compulsivo, psicofarmaci, serie tivù, shopping, interventi estetici, bitcoin, azioni Amazon, influencer, zuffe sui social, esposizione e condivisione virtuale del privato, apericena, diatribe che esito a definire politiche, e, insomma, tutto quello che vi viene in mente e con cui riempiamo i miseri spazi vuoti che restano nelle nostre vite. Stiamo persino per perdere la posizione eretta e la vista, sempre con il capo piegato e gli occhi su schermi di misure variabili. Nella cosiddetta era della comunicazione abbiamo smesso di comunicare, di cercare un linguaggio comune. Di ascoltare. Con supponenza abbiamo fatto orecchie da mercante e deriso i moniti, abbiamo sottovalutato, abbiamo snobbato, abbiamo rifiutato di leggere, di studiare, di analizzare. Abbiamo atteso e attendiamo un deus ex machina che faccia il lavoro sporco e risolva tutto quanto per noi. Ci siamo ostinati a ritenere i problemi sempre problemi di qualcun altro. Abbiamo disconosciuto le nostre responsabilità e adesso inorridiamo a vedere la nostra progenie allo sbando. Abbiamo seminato vento. Il problema è che la tempesta noi la vivremo per poco. Saranno loro, i ragazzi, che dovranno viverci in mezzo improvvisando strumenti di sopravvivenza fisici e mentali per non soccombere. O, forse, in modo distorto, sono già avanti e hanno capito che, piuttosto che sopravvivere a questa maniera, tanto vale dare sfogo all'istinto di autodistruzione.

Ma tornando alle responsabilità, e attenuando il cupo ritratto appena fatto del mondo degli adulti, la discussione su a chi competa maggiormente l'educazione dei giovani, se ai genitori o agli insegnanti, su chi gravi la responsabilità prima del fallimento, trovo sia una diatriba sterile. Non c'è contrapposizione tra le parti ma dovrebbero esse essere un unicum che opera in collaborazione. Il problema è che sia genitori che insegnanti sono come tutti noi privati del medium principale utile a potersi dedicare in modo adeguato al compito cui sono chiamati: il tempo. Si è tanto parlato del tempo in esubero concesso dal confinamento forzato e totale della primavera scorsa, del tempo che avanza ora con l'obbligata rinuncia a uscite e convivialità, ma quello di cui parlo non è un tempo fisico ma principalmente un tempo mentale. Ognuno preso da scadenze e rate, da preoccupazioni per l'oggi più che per il futuro, dalla frustrazione di donchisciottesche battaglie per risolvere problemi che tali non dovrebbero essere, con insegnanti obbligati a destinare molte delle proprie ore alla compilazione di relazioni anziché alla propria e altrui formazione, come possiamo pensare che avanzino lucidità ed energia per votarsi all'educazione, all'ascolto e alla comprensione, all'esempio da trasmettere? Nemmeno i più virtuosi e motivati individui ce la possono fare a districarsi dalle maglie di questa vita frenetica e assurda. Fino a che punto dunque gli si può imputare una colpa?


Gennaio 2021

sabato 15 settembre 2018

SESSO E APOCALISSE A ISTANBUL




Raramente scrivo recensioni di libri. Mi piace consigliare la lettura di quelli che, per un motivo o per l'altro, possono a mio giudizio arricchire chi legge ma ritengo che non esistano recensioni esaustive. Credo sia giusta l'asserzione che di un testo esistano tante versioni quanti sono coloro che lo leggono. Ho però deciso di recensire, ancor prima di leggerlo, l'ultimo romanzo di Giuseppe Conte, “Sesso e apocalisse a Istanbul”, stuzzicata dai molti giudizi negativi che ho sentito. Riassumendo i commenti sono stati: un testo privo di contenuti e idee, un'accozzaglia di volgarità fine a se stesse, il delirio di una persona con frustrazioni non più controllabili.

Ho terminato di leggere mezz'ora fa e ho deciso di scriverne immediatamente.

Partirei dall'avvertenza al lettore, in cui l'autore dichiara sostanzialmente che Io è un altro. Non si tratta, per me, di un mettere le mani avanti o lavarsele a fronte di prevedibili critiche ma di una chiara dichiarazione d'intenti che mi ha fatto pensare alla teoria recitativa di Stanislavskij. Teoria che presuppone l'abbandono dello “stato attorico”, in cui l'interprete simula stati d'animo che non sono suoi, e cede se stesso al personaggio in un'operazione di identificazione assoluta, preparata da uno studio accurato del personaggio e del suo ambiente, al punto che lo spettatore non potrà che vedere sulla scena il solo personaggio e non più l'attore. Conte di riferisce secondo me a un procedimento analogo, l'unico che potesse permettergli di raccontare ciò che racconta senza apparire didascalico o saccente. Ha deciso di essere specchio del mondo e il mondo è volgare. Non lo è lo scrittore. Egli semplicemente presta se stesso e la propria capacità narrativa a un narratore che è lui ma non è più lui.

Quanto alla mancanza di contenuti ed idee, direi che ce ne sono in abbondanza anche se appena accennati. Nessun approfondimento, nessun giudizio, se non breve e lasciato scivolare qua e là, forse nella speranza che, in questa società con deficit d'attenzione, possa essere proprio la brevità a far attecchire un qualche spunto di riflessione. Solo un disseminare informazioni e accadimenti con una noncuranza che è specchio puntuale della noncuranza con cui accogliamo ed espelliamo in gran fretta, anche per limiti di capienza, l'eccesso di fatti che sono la nostra storia umana contemporanea.

I fatti di piazza Taksim e del Gezi Park, l'evolversi delle posizioni dell'Europa nei confronti della Turchia, e della Grecia, il capitalismo autoritario della Cina in Africa, la diaspora delle bellezze dell'Est dopo il crollo dell'Unione sovietica, il commercio di carne umana, il fascismo e la finanza globale, la povertà in Russia, compensata un tempo da sogni di grandezza che culminavano nel volo di Gagarin e oggi dal poter accedere a qualche ammennicolo elettronico e a qualche soggiorno all'estero, il mai abbastanza approfondito fenomeno sociale dei foreign fighters, i concetti di fede e di purezza, di una forza vergine e di una lotta che dovrebbero spazzare via dal mondo ogni forma di sopraffazione ed empietà e far regnare nel mondo onore e giustizia. E, ancora, la Siria in fiamme, il traffico di armi per Assad, di armi contro Assad, di armi per i Curdi, di armi per il Califfato contro i Curdi, il concetto di vita dell'universo, l'entropia, la denuncia della banalizzazione del concetto di tragedia.

Quindi il sesso, la cui presenza permea il libro dall'inizio alla fine. Ho trovato un solo paragrafo che ritengo eccessivo e, forse, superfluo; per il resto le particolareggiate descrizioni di atti sessuali riflettono quella che è la predominante tipologia attuale di fruizione del sesso. Non c'è erotismo, non è eccitante. La felice scelta del verbo zoomare, che ho incontrato nel terzo capitolo, è rivelatoria in tal senso, apocalittica. Tutto ciò che è normalmente nascosto, intimo, segreto, viene offerto in fotogrammi macro. Cavità, orifizi, umori. I contatti sono tra genitali non tra persone. Chi abbia anche solo una conoscenza sommaria dell'universo sessuale online, senza arrivare al mondo del web sommerso che, personalmente, ho avuto modo di sondare per una ricerca giornalistica, non potrà che riconoscerne una fedele narrazione, a mio parere persino edulcorata. Più che di volgarità il libro è colmo di disincanto, è un libro triste che sa di resa. Dove non si può far altro che ricondurre l'esistenza a quel momento in cui siamo tutti uguali come dinanzi alla morte. In cui perdiamo identità e desideriamo solo annullarci nella materia oscura di un tratto intestinale, nella cecità della carne.

Il disgusto provato da diversi lettori è prova dello stato di generale e indotta anestesia, perché tale disgusto dovrebbe essere pregresso alla lettura di un testo come questo. Dovrebbe manifestarsi quotidianamente e determinare un fermo e concreto rifiuto, nella vita reale, delle reiterate offese nei confronti dell'essere umano, dell'intelligenza, dell'humanitas, e del pianeta, in sintesi della vita in tutte le sue manifestazioni.

Mi rincresce non aver letto il libro prima di partecipare alla presentazione: avrei chiesto a Giuseppe Conte conferma o meno della mia analisi.



Settembre 2018


lunedì 18 dicembre 2017

"LA VITA SEGRETA" di Andrew O'Hagan

Appena terminato il saggio narrativo di Andrew O’Hagan “La vita segreta” edito da Adelphi. L’ho letto in una giornata. Stile scorrevole e discorsivo che consente a chiunque di avventurarsi nel racconto di tre vicende attinenti il mondo online: quella di Julian Assange, quella di Satoshi Nakamoto e la nascita dei bitcoin, e un assaggio di come funziona il dark web (che sarebbe più corretto chiamare dark net visto che non si utilizza il consueto protocollo web http). Lettura consigliata..

Quanto ai contenuti, ci sarebbero spunti per scrivere pagine e pagine. Qui mi limito a riportare poche righe praticamente identiche a quelle che scrissi tempo addietro riflettendo sull’operato di Assange.


Pag.44

...

Dopo la diffusione dei cablo diplomatici del 2011 ho sempre coltivato la speranza che qualcuno facesse un serio lavoro di redazione, ordinandoli per paese, contestualizzando ciascuno di essi, fornendogli un’adeguata introduzione, elencando nel dettaglio ogni ingiustizia e ogni violazione…

...

Eppure a tutt’oggi, a distanza di anni, i cablo non hanno ancora ricevuto l’attenzione che meritano. Hanno fatto il botto e sono stati lasciati lì a marcire.


17/12/17








giovedì 17 marzo 2016

SITI WEB PER CASE VACANZA

Anni fa utilizzai per lavoro i primi portali nati per pubblicizzare gli appartamenti ammobiliati per uso turistico. Ce n’era uno tedesco, uno francese, tre o quattro in lingua inglese. Ognuno di essi aveva il proprio layout, diversi prezzi, diverse offerte, diversi modi di proporre gli immobili. Si sceglieva quindi in base alle proprie esigenze e si modificava direttamente la propria inserzione da una pagina di accesso all'area privata. Negli anni tali portali sono aumentati di numero, hanno affinato pagine e servizi, hanno man mano diversificato le opzioni di inserzione, offrendo pacchetti per ogni esigenza.

Recentemente, per aiutare un’amica intenzionata a pubblicizzare il proprio immobile, mi sono avventurata di nuovo in un mondo che dunque conosco abbastanza bene, avendo però una sgradevole sorpresa. In pratica, di accorpamento in accorpamento, il 90% dei portali più noti e utilizzati, ha adottato medesimo layout e medesime metodologie di impostazione delle inserzioni, e, soprattutto, ha diminuito considerevolmente l’autonomia del proprietario nella gestione della stessa.

Se si opta per inserzioni a basso costo o gratuite, giustamente i portali chiedono una percentuale sui contratti a buon fine, ma anche spendendo cifre nell'ordine di centinaia di euro all’anno, ci si trova limitati nell'interazione tra proprietario e cliente, privi di possibilità di reciproca conoscenza e di contrattazione. Inoltre se non si sceglie l’opzione pagamenti online da parte del cliente si ha meno visibilità, se la si sceglie, gestiscono tutto i portali (o il Gran portale, come lo chiamo io, visto che stan quasi tutti sotto lo stesso tetto) e solo a pagamento avvenuto ci si può scambiare recapiti e comunicare direttamente.

Inoltre vi sono alcuni aspetti non proprio funzionali ma viene meno la possibilità di rivolgersi alla concorrenza perché appunto hanno adottato praticamente tutti lo stesso sistema.

Per fare un esempio: se uno decide che la propria casa per 6 +1 persone costa tot a settimana (sia che venga una sola persona, sia che vengano in due, tre, quattro, cinque, sei o sette), e che invece le spese (consumi, biancheria, pulizie) cambino in base al numero delle persone (ad esempio 20 euro a testa alla settimana), allora iniziano i problemi. I portali, dicono per trasparenza nei confronti del cliente, aggiungono nella tabella delle tariffe al tot stabilito le spese per due persone, quindi avremo tot +40, e forniscono questa cifra come definitiva, mentre la cifra in realtà potrebbe essere inferiore o superiore ( tot + 20, tot +40, tot + 60, tot + 80, tot + 100, tot + 120). Non c’è modo di rendere questa cosa visibile per il potenziale villeggiante. Interpellati suggeriscono di mettere una cifra aggiuntiva per ogni persona in più oltre alle due fisse che stabiliscono loro, ma anche così si ottiene un risultato che non corrisponde al vero per tutte le possibilità perché nel menu a tendina si può scegliere solo +1, +2, +3, +4. Non viene contemplata l’opzione di una persona sola né quella di una casa che possa ospitare più di 6 persone. Non sarà la fine del mondo, e certo, come un orologio fermo che una volta al giorno dà l'ora giusta, in alcuni casi la cifra corrisponde al vero, ma pretendo da aziende leader nel settore la capacità di contemplare tutte le opzioni possibili che si possono verificare, soprattutto a fronte di pagamenti cospicui e di un monopòlio crescente che non offre alternative. E questo delle spese è solo uno dei tanti esempi che potrei fare. Manca quella relazione che si poteva creare un tempo prima della conferma di prenotazione. Si evitavano equivoci e malcontento.


Con buona pace dei sostenitori del libero mercato che avrebbe dovuto portare a una sana concorrenza e invece ci sta strozzando in monopòli leviatano.


2016


P.S. (2023) Tralascio qui delle gravi conseguenze, dovute a tale settore (urbanistiche, sociali, ecc), cui si è giunti progressivamente nell’ultimo decennio.

domenica 9 febbraio 2014

1&1

Ora i nostri dati saranno maggiormente protetti. Non nel senso che sarà tutelata la nostra privacy ma nel senso che i nostri file godranno di un backup, a quanto promettono, inattaccabile. È in arrivo infatti la tecnologia 1&1, (che è il nome di una tra le prime aziende al mondo nel web hosting) ovvero il raddoppio dei data center che conservano i nostri preziosi dati, dalle mail, alle foto, a tutto ciò che amiamo e che non possiamo assolutamente smarrire, pena la perdita di noi stessi. Tutti i dati e i processi saranno ‘specchiati’ ed elaborati in modo sincrono da due diversi data center e i siti web saranno fail-safe come mai prima d’ora e a costi, è stato sottolineato ancora una volta, veramente contenuti.

Alla faccia della sostenibilità ambientale della faccenda.

                                                                                                                                                                                                                                                              Maggio 2013

Tutti i diritti riservati



p.s. 2025 E. comunque, di privato e protetto non c’è più nulla. A partire da noi che “condividiamo” la qualunque e che regaliamo i nostri dati ogni volta che accettiamo i termini e le condizioni di un sito web, di un contratto, di una raccolta punti. Seguono l’ingenua idea che i data center siano dei sancta santorum inviolabili e non strumentalizzabili e quella di essere noi i proprietari di tali dati. Paghiamo pure.

Poi ci sarebbe il discorso, ad esempio, dei fascicoli sanitari e del numero identificativo fiscale unico. In pratica la cessione totale di dati personali. Due provvedimenti che potrebbero avere il loro perché ma al momento l’uno è inefficace e lacunoso, il secondo non nasce, a mio modesto parere, dall’intenzione di combattere l’evasione fiscale. Un fascicolo sanitario del tutto inutile perché limitato alla regione di appartenenza e sul quale una gran parte di dati non vengono inseriti. Esperienza personale. Ricovero di due giorni, ettolitri di sangue analizzato e altri esami, esiti non consultabili brevi manu né su fascicolo. Ancora: visita specialistica prenotata in Piemonte, evito di portare faldoni cartacei per scoprire che non mi possono fare visita perché non vedono mia storia clinica sul fascicolo. Quest’anno pare vogliano inserire nella finanziaria un budget per la realizzazione di una versione nazionale del fascicolo. Staremo a vedere. Resta comunque il problema che tali dati, in una società distopica quale la nostra (non intendo italiana ma internazionale) si avvicina a essere, potrebbero essere usati in modo discriminatorio. Quanto al numero identificativo fiscale unico che dovrebbe entrare in vigore dal 1° Gennaio 2026, per ora lo ritengo l’ennesimo strumento di piallatura da parte di una comunità europea che nulla ha a che fare con quello che avrebbe dovuto e dovrebbe essere tale comunità.

Si parla, e scrive molto, dell’imposizione di una nuova identità collettiva da parte dell’Europa nei confronti degli Stati membri e rispettivi cittadini. Questo è per me un argomento molto delicato. Ritengo che possa esistere una porzione di identità collettiva, anzi sarebbe per alcuni aspetti e temi necessaria, ma quanto sta facendo l’Europa è qualcos’altro. Mi riservo di scriverne a parte. Intitolerò il pezzo Tutti i Nuovi Corsi (All new Deals).

 

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martedì 25 giugno 2013

L'ASSENZA

L’assenza da queste pagine procura un senso di colpa. In questo tempo, in cui chi prima fa arrivare un messaggio più possibilità ha di raggiungere l’obiettivo che si è prefisso, quello della riflessione diventa un limite. E se poi dobbiamo, nella vita, correre per riuscire a pagare l’affitto e tirare a campare dignitosamente, s’impone nelle mezz’ore sottratte alla frenesia e all’ansia, una scelta difficile. Buttarsi nella mischia del web senza stare troppo a pensarci o fermarsi, abbandonarsi al flusso dei pensieri e cercare di fare il punto?

Potrei mettermi a scrivere di ogni fatto che va a mettere in movimento mente e spirito ma la sostanza resta la stessa, le considerazioni di base identiche. E poi, troppe le vicende, ogni giorno.

E serve questo fiume di parole? Servono anche le mie?

E ancora: evitare l’assenza da una coscienza virtuale, coscienza che dovrebbe servire a migliorare le vicende di quest’umanità smarrita sul proprio pianeta, ne determina un’altra di assenza, più grave, più profonda. Tra scontrini, bollette, e digitali finestre sul mondo, si resta fuori dalla vita. E non va bene.


E poi succedono cose come questa, che apri la posta e trovi una mail che ti dice che hai un nuovo follower su twitter, il nono. Twitter su cui giri i post del tuo blog. E leggi un nome e quel nome è Luis Sepulveda. E ti prende un’emozione profonda che piangi. E speri che legga ogni cosa che hai scritto. Che ci trovi l’ennesima conferma che nessuna parola è vana, nessun’azione lo è. Lo dico a me stessa.

La conferma che qualcuno che trova e raccoglie il testimone c’è sempre. Anche se non lo sai.



10 giugno 2013


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venerdì 8 febbraio 2013

MATRIX

Qualche tempo Edge Foundation ha posto la seguente domanda: la rete ha cambiato il nostro modo di pensare? Lo cambierà? E se sì, in che modo? Quello che io vedo è che la rete conferma l'esistenza di livelli diversi di realtà, modifica ulteriormente e in modo drastico i concetti di spazio e di tempo, ci immerge negli esiti della ricerca scientifica in modo diretto. Son finiti i tempi in cui le innovazioni venivano guardate con sospetto se non anche brutalmente bandite: ora le si assimila per osmosi. Bene o male che sia caso per caso. La decrescente importanza d’essere presenti fisicamente ci permette di annullare distanze reali e scarti temporali e pare contribuisca a diminuire la nostra impronta ecologica*. Abbiamo accesso a un gran numero di informazioni e le possiamo trasmettere liberamente a chi vogliamo. Possiamo studiare senza muoverci da casa, imparare lingue, aiutare qualcuno, conoscere persone che mai avremmo potuto conoscere. Sì, ora abbiamo l'accesso. La nostra materialità ci è finalmente di minor peso. Entrare nella rete è facile e ci si può restare per un tempo indefinito. Saremo come le macchine, onniscienti e immortali, negheremo per sempre vecchiaia e morte. Perché saremo in una realtà valida quanto quella cui eravamo avvezzi. Ed è per questo che non possiamo esimerci dal permearla di un'etica questa realtà. Un'etica che tenga conto che ciò che avviene nel virtuale ha conseguenze nel reale, quell'unico che consideravamo tale fino all'altro ieri, un’etica che dica che il pensiero e l'intenzione sono parimenti gravi che le azioni. È in atto una mutazione, a tre anni si maneggia l’elettronica per la prima volta e l’interazione aumenta in modo esponenziale; se ora noi riusciamo ancora a comunicare con chi ha vent’anni in più o venti in meno, con le nuove generazioni non sarà così scontato. Anche di questo bisogna tener conto. È una decisione gravata da una responsabilità immensa accettare che nel web tutto sia lecito, perché il web è già un mondo in cui viviamo e dovremo fare i conti con una simile scelta. Se nei giochi lo stupro non è ancora consentito, tutto il resto lo è. E stiamo parlando solo di giochi. Inoltre, quando le “macchine” si auto evolveranno al punto da poter interagire maggiormente con noi, sarà meglio aver già pronti dei principi etici da applicare anche in quel caso. Se veramente alcuni programmi potranno portare a una qualche forma di pensiero robotico, non potremo far finta di niente. Nella vita reale abbiamo un'idea di ciò che è lecito e di ciò che non lo è, ma realtà è tutto ciò cui diamo vita e in cui stiamo, pertanto i principi, i diritti, il rispetto debbono essere gli stessi.

Veniamo alle note dolenti. Il sovraccarico informativo e cognitivo annienta l'entusiasmo della prima ora, non è possibile stare dietro a tutto. Ci infariniamo di un velo superficiale, perdiamo memoria a lungo termine, ricorriamo a scorciatoie per gestire la complessità di quanto ci si riversa addosso, prendiamo la prima decisione che ci viene in mente o quella più riscontrata. Promettendoci e permettendoci livelli sempre più alti di accesso, la rete, o chi per essa, accresce la nostra fiducia e noi crediamo di sapere ben più di quanto sappiamo. Vaghiamo come idioti in uno stato di veglia apparente, ebbri e deboli, incapaci di cogliere il senso. Mai tanta ignoranza è stata accompagnata da tanta presunzione. Lo specchio dell'anima della specie umana. Inoltre, dolorosamente, l'estensione partecipativa abbassa la qualità dell'informazione e della produzione di materiale intellettuale; ammaliati dall'idea che ci sia maggior verità per il fatto che tutti possono produrre e immettere contenuti, perdiamo senso critico. La ricerca e la verifica delle fonti è un assioma imprescindibile, ma questa è una babele in cui solo con disciplina e onestà di intenti è possibile provare a orientarsi. E poi deleghiamo in un modo nuovo, partecipiamo agli eventi con dei click, ci isoliamo, perdiamo la vista, ci spacchiamo la schiena e fumiamo di più, inganniamo con disinvoltura, fingiamo di essere chi non siamo stati capaci di essere e ancor più facilmente di prima perdiamo la visione di insieme. Però possiamo noi essere visibili. E questa è la moneta sonante con cui è pagato il vassallaggio. Siamo tutti artisti, tutti scrittori, tutti interessanti, belli, fotografati, esposti, in primo piano. Le piattaforme che divorano sempre più spazio fisico con i propri data center ci affittano gratuitamente appezzamenti di terra virtuale e riscuotono sulla loro coltivazione. Siamo in un’era di passaggio, di profondo cambiamento per la nostra specie e i dubbi e i conflitti sono parte integrante del processo. Non è possibile etichettare la rete, la si può far rientrare nella categoria dei mezzi di comunicazione, ma pensando a un mezzo nuovo e rivoluzionario, dove le informazioni viaggiano in più direzioni e dove anche l’energia elettrica un giorno potrà, una volta prodotta da ognuno di noi, scorrere ed essere condivisa. Una miriade di aspetti e implicazioni. Una bella sfida. Credo, in sintesi, per rispondere alla domanda di Edge Foundation, che questo strumento collettivo di intelligenza e cultura porti a un contesto nuovo di evoluzione antropologica e che, essendo su tale evoluzione che si fonderà la società futura, molto studio e molta umiltà siano necessari per poter armonizzare principi etici, diritti e doveri con gli esiti di questo passaggio evolutivo.


2011- aggiornato 2012

* vedi articolo La Nuvola


P.S. Alla luce di Covid, AI, Scienze Act 2023 Biden, Corea (USA vs Cina), scriverò un nuovo pezzo a integrazione di questo.



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SCRIVERE A CALDO

È meglio scrivere a caldo, a costo di dover rivedere le proprie opinioni, approfondirle, riformularle, sì, a caldo, perché se ci si pensa sopra troppo, si finisce con lo smussare gli angoli per educazione, per correttezza, per rispetto e, sicuramente in molti casi, per giustezza, ma gli angoli è meglio vederli, se ci sono. Scrivere a caldo, quando il sangue ribolle e la mente erutta pensieri. Su certi argomenti non si può andare per il sottile, bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro proprio nome, esporre i fatti con chiarezza, quella cosa che nulla ha a che spartire con la morbosità. Con la dovizia di particolari inutili. Di cui abbondiamo oggi come novello detrito da differenziare. Dalla cronaca alla politica, dalle scienze al costume, dall’economia internazionale alle guerre, di tutto viene fornita un’analisi impura e corrotta dalla volontà criminale di trasformare i fatti nella somma dei particolari che li compongono. Un mucchio di osservazioni che non dicono nulla, che non spiegano, che non collegano, che fanno smarrire nel particolare, che fanno perdere la visione d’insieme. Distratti da miliardi di imput quotidiani, da news a ritmo serrato, da avvenimenti minori trasformati in prime pagine e accadimenti epocali ridotti a notizie Ansa, dove lo andiamo a ritrovare un equilibrio? C’è ancora un qualche ottico pazzo che costruisce occhiali per imparare di nuovo a vedere? La chiarezza è un’altra cosa. È sicuramente più vicina alla passione di voler andare a capire come stanno veramente le cose, al voler onestamente e con scrupolo indagare e, dove necessario, denunciare; il dire ciò che si vede, che si è visto andando oltre l’apparenza, ciò che si sa con cognizione di causa, e tutto con il proposito di rendere questo mondo un posto migliore.

E se qualcuno se la prende perché non si è tenuto conto anche del suo punto di vista, della sua posizione, vabbe’, per una volta si faccia da parte, se tenerne conto può fuorviare dal nocciolo del discorso che si sta affrontando, se può rallentare la risoluzione del problema. Ugualmente facciano coloro che si turbano e indignano al doversi confrontare con tematiche troppo scabrose, quelle che, una volta che sai, non puoi mica far finta di niente e se, invece, fai finta, poi non stai tanto bene con te stesso, sempre che non si sia già irrimediabilmente obnubilati. Ho trenta righe a disposizione per scrivere di qualcosa e se quel qualcosa è importante non posso metterci dentro tutto quello che sta a lato, per quanto, lo so, a volte inscindibile: sto parlando di una cosa, di quella cosa, di quelle persone, non di altre, non di tutte. Tutto il resto c’è, lo sappiamo ma ora concentriamoci sul punto che si sta trattando e lasciamo da parte considerazioni di stile e di metodo. Io voglio semplicemente dire che non è più tempo di stare a offendersi, ma è tempo di fare qualcosa. Non fa bene alla salute, è certo, ma se mentre prendo il caffè leggo che è il mondo della finanza a dettar legge, se leggo che qualcuno si vende un pezzo di corpo per sfamarsi e qualcun altro glielo compra, se leggo che sul web un mucchio di ragazzine si sditalinano tra libri e peluches per pagarsi ricariche e cosmetici, non sento la mia sensibilità offesa, ma la mia dignità. E la dignità e l’intelligenza dell’intero genere umano. E mi sento anche in colpa. Perché ognuno con la propria disattenzione, con i propri improrogabili impegni, è complice. Per cui scrivo a caldo, per non correre il rischio di tacere quello che chiede voce da dentro l’anima.

1999

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p.s. Scrivere a caldo non significa scrivere con pressapochismo ma talvolta porta a non considerare tutte le implicazioni, i retroscena, i collegamenti. Prendere tempo implica però spesso trattenere l’esprimere disappunto o approvazione, partecipazione immediata a qualcosa o presa di distanza, con un’intensità di tono e parole necessaria che, lasciando trascorrere i giorni, potrebbe affievolire. 

L’importante è poi saper ritornare sui propri passi. Non cancellare quanto si è scritto ma con umiltà riconoscere gli errori di valutazione, aggiungere ciò che non si era considerato o non si sapeva. Un po’ quello che sto iniziando a fare in questo periodo, dopo anni di assenza. Un brano alla volta, aggiungo a ciò che ho scritto in passato dei post scriptum in cui riconosco errori, ingenuità, sviste. Oltre all’intenzione di aggiornare con nuovi testi alcuni degli argomenti trattati alla luce di quanto accaduto nel tempo trascorso e sulla base di un mio maturare posizioni diverse o semplicemente più ragionate. Di questi nuovi testi cui accenno nei post scriptum sto impostando una cartella con i vari articoli che per ora hanno solo un titolo, in genere il medesimo seguito da un 2.