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domenica 10 dicembre 2017

#MeToo


A PROPOSITO DELLA GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE 

(e non solo)

Una mollezza di costumi. La si potrebbe definire così la traccia continua di acquiescenza che caratterizza la società contemporanea. Cosa c’è di diverso nell'andare avanti nella vita a colpi di compromessi? Che sia per lavoro, per quieto vivere, per fare una vacanza che non ci si può permettere o acquisti compulsivi? Che sia girarsi dall'altra parte per evitare di essere chiamati in causa, che sia aspirare a un corpo in formaldeide? Non è forse anch'esso un abdicare agli stereotipi comportamentali e di linguaggio di quello che ormai si ritiene il modello di vita universalmente condiviso? All'insegna dell’omologata ricerca del superfluo. Non è forse anch'esso un modo di prostituirsi e dare pertanto beneplacito all'abuso? Il non ascoltare se stessi, il non rispettarsi: esiste un nesso forte tra il poco amore verso sé e la possibilità che qualcuno ne approfitti. E ciò a prescindere dall'ambito in cui ciò avviene.

Nel momento in cui cediamo una qualunque parte di noi stessi perché il non farlo implicherebbe un’esclusione in termini di visibilità sociale, sottraiamo valore alla persona che siamo e consegniamo nelle mani di chi ha potere la possibilità di violarla con sempre maggior facilità. E le nuove generazioni sono quelle che ne pagano e pagheranno il maggior scotto.

A proposito di un recente fatto di cronaca nostrana, un paio di preti hanno detto che le ragazze se la sono cercata. Onestamente, vi chiedo, della marea di ragazzine in pubertà che si offrono giulive e oscene in webcam, quante conoscono il proprio valore, quante si amano a sufficienza, quante anche solo lontanamente sospettano che ci sia dell’altro nell’esistenza di un individuo? E quante pensate si comportino, uscendo la sera, da educande? Nulla giustifica violenza e mancanza di rispetto, né mi riferisco qui al caso specifico, ma banalmente i richiami sessuali esistono perché vi sia una risposta. Forse l’unico caso, tra tutti i fenomeni dell’universo, in cui una visione teleologica abbia un senso. Non possiamo stupirci né scandalizzarci se accadono fatti sgradevoli e drammatici alle nostre figlie, nel momento in cui vanno in giro imbottite di cultura da televisivi piazzisti di momenti di gloria e make up lampeggianti. Dobbiamo andare all’origine del problema. La colpa non riguarda solo gli artefici di abusi perpetuati in grazia di una qualsivoglia posizione di potere nei confronti di chi è subalterno. Riguarda ognuno di noi.

Sicuramente sono condizionata dalle ricerche che feci anni addietro sulla pedo/pornografia online, e di tanto in tanto ci butto un occhio per tenermi aggiornata, ma proprio per questo so di cosa sto scrivendo. Ho ben chiaro che dev'essere possibile andare in minigonna senza subire affronti di genere ma anche che molte dodicenni di oggi vivono clandestinamente una vita che donne d’età nemmeno sospettano esista. Una precocità d’esperienze esagerata, esperienze in gran parte superflue quando non dannose, dettata dal vuoto. Dall'immediata comprensione intuitiva ed emotiva di contare poco visto che tutti quanti siamo consultabili a catalogo. Un nichilismo annoiato, ridanciano e contagioso. Da galleggiamento. Cosa troveranno queste ragazze e ragazzi ad attenderli tra dieci anni in una società per la quale non avranno assimilato strumenti di interpretazione? Come potranno distinguere tra ciò che è normale e ciò che è prevaricazione?

Passeremo dalla paura di essere giudicati male in quanto vittime di reati che toccano la sfera intima, personale, e sessuale, direttamente all'incapacità di riconoscerci tali?

L’altra sera a cena un amico mi ha fatto notare che una volta le gonne arrivavano sotto il ginocchio ma questo non era d’ostacolo ai giochi di seduzione, al corteggiamento, ai rapporti sessuali. E c’erano tanti figli. Ora, lasciando da parte ogni considerazione sull'affrancamento legittimo del piacere dalla procreazione, e sul fatto che le donne un tempo avessero poca voce riguardo alla scelta del partner, resta il fatto che oggi l’atto sessuale è avulso sempre più da un coinvolgimento emotivo, da uno slancio vitale, e da tutto quanto ne consegue. Il piacere del desiderio, le emozioni legate ad esso, quando questo era rivolto a un unico essere per noi insostituibile, sono perduti. Esiste sempre un desiderio e un bisogno forte di esaudirlo ma i destinatari sono per lo più intercambiabili. L’importante è riuscire, a prescindere dal valore della persona cui rivolgiamo l’attenzione. L’esigua presenza di figli, che a parer mio non è quella gran catastrofe, denota inoltre che l’atto sessuale ha perso una connotazione fondamentale: la vocazione di creare con la persona amata qualcosa di unico, di importante, di, appunto, vitale.

2 dicembre 2017

(tutti i diritti riservati)

venerdì 7 aprile 2017

IL GATTO DI DEL PIERO

Animalisti vogliate scusare ma tutta quest’indignazione per l’ultimo spot pubblicitario con del Piero mi  pare un solenne spreco di energia.
Da una posizione ben nota di assoluto rispetto verso ogni forma di vita, quando l’ho visto non ho provato il minimo disappunto, neanche minimamente sfiorata da un senso di fastidio per un qualche diritto o dignità offesi.  Al contrario mi ha divertito, di quell'ironia semplice e innocua che mette di buon umore. 
Restando in ambito pubblicitario sono altri gli spot raccapriccianti che nella loro banalità apparente ottundono le nostre menti.

Insomma, non stiamo con il cervello ingessato. E poi a far finta di far qualcosa di importante si ha l’alibi per non fare dell’altro.

martedì 27 ottobre 2015

PROSTITUTE


Ho letto sul penultimo numero di Internazionale un articolo sulla prostituzione delle donne anziane in Corea del Sud. Anziane e vedove, divorziate, abbandonate dai figli, o quello che è, e totalmente prive di assistenza da parte dello Stato, ripiegano sul mestiere più vecchio del mondo.

Il fatto è che a anche qui, a Torino, a Genova, per parlare di realtà che ho conosciuto direttamente, ci sono donne che a settanta, ottant’anni, battono il marciapiedi o ricevono in casa.

Fino a qualche anno fa erano poche, erano quelle che o non erano riuscite ad accantonare qualche risparmio per la vecchiaia o, per assenza di legami, non erano riuscite ad allontanarsi dall’unica vita che conoscevano. Ora iniziano a essere parecchie. Troppe per non provare vergogna tutti quanti di appartenere a una società che concede sempre meno spazio alla dignità umana.


ottobre 2015



mercoledì 3 luglio 2013

UMANITÀ CHE CAMMINA

Questi popoli che inondano le cronache, questi fiumi di genti che si riversano nelle strade e nelle piazze in ogni parte del mondo, chi sono?

Persone per bene, persone comuni, persone di varia estrazione geografica, culturale, sociale, a chiedersi e a chiedere perché le cose non vanno come dovrebbero andare.

Sempre di più, sempre più stanchi, sempre più increduli. Di fronte all’evidenza di essere solo massa da gestire in maniera efficace, rapida e poco dispendiosa.

Il riconoscimento dei diritti essenziali, questo chiedono a gran voce. Dignità. In ogni parte del mondo. Lingue diverse per la medesima domanda: perché? Perché l’offesa, perché il non riconoscimento, il non ascolto, perché l’oppressione?

Mi ricordano le visioni apocalittiche di un futuro devastante per la maggior parte dell’umanità di tanta letteratura e cinematografia dei decenni passati. Quando tali visioni potevano ancora avere una valenza ammonitrice, esorcistica, un timore forte ancora scongiurabile.

Ora, invece, quel futuro è. E dunque camminano. E camminano. Tutti insieme. A nord, a sud, a est, e a ovest.

Camminiamo. Miliardi di minuscoli esseri in bilico tra speranza e disperazione. Perché è questo che fanno gli esseri umani di buona volontà quando stanno male: scendono in strada e camminano. Con quella rabbia tra le mani e nel cuore che precede la rassegnazione definitiva.

È dunque questo il terzo millennio?

Questo il risultato della nostra magnificenza?

Tutto l’impegno della controparte, poco ma ben studiato, va nell’addomesticare. Nelle menti degli avidi non esiste che l’opzione di arginare il malcontento. Risolverlo troppo costoso in termini di risorse e di volontà, soddisfare le esigenze di una moltitudine crescente sarebbe troppo audace, lungimirante e giusto, e il potere non va di pari passo con tali attributi.

Allora alveari di cemento con vista su distese di campi chimici e interni di tecnologie ultrapiatte.

Che l'alienazione porti all'autodistruzione.

Rinunciare al dominio…questo basterebbe.

Ma siamo ormai perduti.

Settembre 2015



sabato 8 giugno 2013

MANIFESTAZIONE A ISTANBUL


È un’immagine contraffatta. Fasulla. Una bufala. Un tale accanimento contro un manifestante? In passato nel mondo, e qui da noi anche, ben lo sappiamo, è accaduto di tutto, ma quelle sono dieci mannaiate… Un fotomontaggio, cos’altro può essere?

Ho incontrato pratiche e violenze indicibili nel corso di alcune mie ricerche e la mia anima ha accolto fiumi di sangue, arti amputati, scempi e atrocità.

Ho accolto dolore lontano e me ne sono fatta carico nel silenzio della mia stanza senza potervi porre rimedio.

Mi sono imposta la compassione per questa specie animale del cazzo, per poter ancora e sempre amarla e sostenerla e riuscire a distinguere, senza cedere al rifiuto, al cinismo, alla collera.

Ma l’altra sera, quest’ennesima immagine improvvisamente davanti agli occhi seduta davanti al computer, mi sono vomitata sulle ginocchia. La mia pancia si è strozzata su se stessa, come un aborto improvviso e violento.

Espellere. Non appartenere. Disconoscere.



1 giugno 2013

Tutti i diritti riservati 

domenica 5 maggio 2013

BERLUSCONI HA RAGIONE

Berlusconi ha ragione. L’ha sempre avuta, ne è sempre stato convinto e i fatti lo confermano. 
L’iter delle elezioni presidenziali è stato penoso e l’esito ha una connotazione indiscutibile che contamina qualsiasi eventuale buon intento di chi proverà a governare: nessuna resa dei conti con cavaliere e accoliti. 
E lui a buon diritto se ne avanza tronfio e ghignante, forte di una certezza: ai privilegi nessuno rinuncia. 
Far pulizia sul serio, pretendere competenza, sostenere riforme che portino realmente con intelligenza nel nuovo millennio metterebbero fuori dal gioco troppa gente a destra e a manca. La grande coalizione su questo si basa. 

20 aprile 2013

Tutti i diritti risrvati

sabato 20 aprile 2013

ECONOMIA

 In tutto il mondo le persone stanno sempre peggio. Vien da chiedersi, ma non è che questo sistema di mercato non funziona? Perché la politica si ostina a sostenerlo e difenderlo, raccontandoci che è la strada giusta o, comunque, l’unica percorribile?

E perché devono stare meglio quelli che danno un contributo negativo alla società?

Eppure il sistema politico internazionale avvalla anziché correggere il sistema mercato nonostante si stia rivelando fallimentare. Tranne per un esigua parte della popolazione mondiale, pari a poco più dell’1%. Insomma non sta funzionando come dovrebbe.

Le teorie di Smith secondo cui il perseguimento degli interessi di un’èlite portano a un benessere sociale partono dal presupposto che i ritorni privati siano allineati a quelli sociali e che si riceva un compenso proporzionale ai contributi apportati alla società. Ma oggi non è più così. Si dovrebbe creare ricchezza, intesa come benessere equamente distribuito, non sottrarne. Di fatto è una corsa a sbranare la carcassa. Anche quando si fanno considerazioni del tipo che il Pil non misura la sostenibilità della crescita, si dice una cosa giusta ma si utilizza un vocabolo che alimenta equivoci. Non si tratta di crescita. Ma di sottrazione. Questo è il punto che dovrebbe essere ben chiaro e che può mettere a tacere qualsiasi argomentazione a favore dell’attuale situazione. Sottrazione di beni comuni, di risorse, di libertà, di democrazia, di dignità. Fino a esaurimento scorte.

I mercati dovrebbero funzionare su una reale libera concorrenza tutelata da governi che devono impedire la nascita di monopoli così potenti da rendere impossibile retromarce e cambiamenti di rotta. Ma esistono molti sistemi che permettono al sistema finanziario di impedire che i mercati funzionino bene e quindi che pochi si arricchiscano indipendentemente dai meriti, anzi, sempre più, procurando danno.

Eppure pare che questo ormai sia l’unico mondo possibile. Che se cambiassimo strada crollerebbe il sistema e tutti ne verremmo danneggiati. Che qualsiasi inversione di tendenza sarebbe letale. Le obiezioni principali si riassumono nella considerazione che qualsiasi iniziativa, dal tagliare le spese militari, al non esternalizzare i costi ambientali, all’eliminare i benefici fiscali a favore delle grandi imprese, si tradurrebbe in perdita di posti di lavoro, e in un danno per la collettività. Che la perdita costante ed esponenziale di posti di lavoro sia comunque sotto agli occhi di tutti poco importa. In fondo tendiamo a credere a tutto ciò che conferma le nostre credenze pregresse. E quanto ci hanno inculcato riguardo all’efficienza dei mercati che viene meno solo a fronte di un ingerenza dei governi, è un’idea ben radicata. Rimossa invece l’idea che le imprese (e le banche) funzionino all’80% grazie alla ricerca, agli incentivi, alle agevolazioni fiscali degli Stati, cioè grazie ai soldi nostri. Anche il denaro dato alle banche (troppo grandi per fallire) avrebbe dovuto impedire che il credito si interrompesse. Invece la maggior parte di quei soldi sono finiti per pagare i bonus di chi ha determinato il collasso del sistema. I tassi di interesse pari quasi a zero con cui gli istituti bancari si sono potuti rifinanziare con denaro pubblico, hanno fatto sì che si provvedesse in fretta e furia a distribuire dividendi anziché rimettere in circolo un credito che avrebbe concesso respiro alla piccola e media impresa. Per cui, visto che i governi si indebitano comunque per sostenere le grandi corporations finanziarie, non sarebbe meglio che lo facessero per garantire un’istruzione elevata, sviluppo tecnologico e, quindi, crescita di domanda di lavoro qualificato e protezione dell’ambiente?

Invece non solo non si punisce (encomiabile il caso dell’Islanda, ma si sa, è un paese piccolo) ma addirittura si premia chi danneggia la società. La ricchezza la si crea o la si sottrae. Un sistema basato esclusivamente sullo sfruttamento delle risorse ambientali e umane, a questo punto di risorse ai minimi termini, non può che divenire stagnante. Immobile. Gli unici modi di arricchirsi sono, speculare finanziariamente, scommettere, giocare con i futures, nonché procedere con l’accaparramento di ciò che c’è ancora in circolazione, di ciò che rimane. A scapito del resto dell’umanità. Ed è quanto sta accadendo. Impunemente.

Inoltre, in un circolo vizioso, spostando la ricchezza dal basso verso l’alto, cioè in mano a un numero sempre più esiguo di individui, i consumi non possono che scendere e, comunque, non possono essere proporzionali ai livelli di produzione e offerta necessari a un’economia viva e dinamica. E la disillusione nei confronti di un sistema politico che permette iniquità, porta a una diminuzione della partecipazione alla vita politica, al rassegnarsi a una vita sempre meno democratica. La perdita stessa di sovranità economica è una perdita di democrazia. Ma, come ben sappiamo, i cambiamenti di mentalità e le convinzioni collettive mutano molto lentamente e lo fanno solo se mutano quelle di un numero considerevole di persone. Altrimenti si consolidano. Media e think tank hanno lavorato e lavorano molto bene in merito.


ottobre 2012


Tutti i diritti riservati

venerdì 8 febbraio 2013

SCRIVERE A CALDO

È meglio scrivere a caldo, a costo di dover rivedere le proprie opinioni, approfondirle, riformularle, sì, a caldo, perché se ci si pensa sopra troppo, si finisce con lo smussare gli angoli per educazione, per correttezza, per rispetto e, sicuramente in molti casi, per giustezza, ma gli angoli è meglio vederli, se ci sono. Scrivere a caldo, quando il sangue ribolle e la mente erutta pensieri. Su certi argomenti non si può andare per il sottile, bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro proprio nome, esporre i fatti con chiarezza, quella cosa che nulla ha a che spartire con la morbosità. Con la dovizia di particolari inutili. Di cui abbondiamo oggi come novello detrito da differenziare. Dalla cronaca alla politica, dalle scienze al costume, dall’economia internazionale alle guerre, di tutto viene fornita un’analisi impura e corrotta dalla volontà criminale di trasformare i fatti nella somma dei particolari che li compongono. Un mucchio di osservazioni che non dicono nulla, che non spiegano, che non collegano, che fanno smarrire nel particolare, che fanno perdere la visione d’insieme. Distratti da miliardi di imput quotidiani, da news a ritmo serrato, da avvenimenti minori trasformati in prime pagine e accadimenti epocali ridotti a notizie Ansa, dove lo andiamo a ritrovare un equilibrio? C’è ancora un qualche ottico pazzo che costruisce occhiali per imparare di nuovo a vedere? La chiarezza è un’altra cosa. È sicuramente più vicina alla passione di voler andare a capire come stanno veramente le cose, al voler onestamente e con scrupolo indagare e, dove necessario, denunciare; il dire ciò che si vede, che si è visto andando oltre l’apparenza, ciò che si sa con cognizione di causa, e tutto con il proposito di rendere questo mondo un posto migliore.

E se qualcuno se la prende perché non si è tenuto conto anche del suo punto di vista, della sua posizione, vabbe’, per una volta si faccia da parte, se tenerne conto può fuorviare dal nocciolo del discorso che si sta affrontando, se può rallentare la risoluzione del problema. Ugualmente facciano coloro che si turbano e indignano al doversi confrontare con tematiche troppo scabrose, quelle che, una volta che sai, non puoi mica far finta di niente e se, invece, fai finta, poi non stai tanto bene con te stesso, sempre che non si sia già irrimediabilmente obnubilati. Ho trenta righe a disposizione per scrivere di qualcosa e se quel qualcosa è importante non posso metterci dentro tutto quello che sta a lato, per quanto, lo so, a volte inscindibile: sto parlando di una cosa, di quella cosa, di quelle persone, non di altre, non di tutte. Tutto il resto c’è, lo sappiamo ma ora concentriamoci sul punto che si sta trattando e lasciamo da parte considerazioni di stile e di metodo. Io voglio semplicemente dire che non è più tempo di stare a offendersi, ma è tempo di fare qualcosa. Non fa bene alla salute, è certo, ma se mentre prendo il caffè leggo che è il mondo della finanza a dettar legge, se leggo che qualcuno si vende un pezzo di corpo per sfamarsi e qualcun altro glielo compra, se leggo che sul web un mucchio di ragazzine si sditalinano tra libri e peluches per pagarsi ricariche e cosmetici, non sento la mia sensibilità offesa, ma la mia dignità. E la dignità e l’intelligenza dell’intero genere umano. E mi sento anche in colpa. Perché ognuno con la propria disattenzione, con i propri improrogabili impegni, è complice. Per cui scrivo a caldo, per non correre il rischio di tacere quello che chiede voce da dentro l’anima.

1999

Tutti i diritti riservati



p.s. Scrivere a caldo non significa scrivere con pressapochismo ma talvolta porta a non considerare tutte le implicazioni, i retroscena, i collegamenti. Prendere tempo implica però spesso trattenere l’esprimere disappunto o approvazione, partecipazione immediata a qualcosa o presa di distanza, con un’intensità di tono e parole necessaria che, lasciando trascorrere i giorni, potrebbe affievolire. 

L’importante è poi saper ritornare sui propri passi. Non cancellare quanto si è scritto ma con umiltà riconoscere gli errori di valutazione, aggiungere ciò che non si era considerato o non si sapeva. Un po’ quello che sto iniziando a fare in questo periodo, dopo anni di assenza. Un brano alla volta, aggiungo a ciò che ho scritto in passato dei post scriptum in cui riconosco errori, ingenuità, sviste. Oltre all’intenzione di aggiornare con nuovi testi alcuni degli argomenti trattati alla luce di quanto accaduto nel tempo trascorso e sulla base di un mio maturare posizioni diverse o semplicemente più ragionate. Di questi nuovi testi cui accenno nei post scriptum sto impostando una cartella con i vari articoli che per ora hanno solo un titolo, in genere il medesimo seguito da un 2.