In Venezuela è in atto una
recessione. Manifestazioni, malessere, e violenza. Il 3 settembre di
quest’anno un black out ha lasciato al buio metà Paese. Il
ministro delle finanze dichiara che, a questo punto, sono necessari
crescita e indipendenza dalle importazioni. Cambiano avvenimenti e
circostanze ma la storia vale per un gran bel numero di Paesi.
Intanto al vertice di San Pietroburgo
si va in direzione ostinata e contraria ma non nel senso che
tali aggettivi accoppiati vengono a significare da quando un nostro
poeta li ha cantati.
Ogni incontro al vertice è in nome
dell’abbattimento del protezionismo e in favore della
sottoscrizione di accordi commerciali multilaterali, aree di libero
commercio (FTA), e accordi commerciali preferenziali (PTA).
Nonostante, soprattutto riguardo ai PTA, gli economisti si dividano
tra coloro che ritengono tali accordi di ostacolo alla realizzazione
di un reale libero scambio globale (in quanto rivolte solo ai Paesi
aderenti e a discapito di chi ne è fuori) e coloro che li
considerano un passaggio necessario per raggiungere l’obiettivo
(potete trovare approfondimenti a cura di Paul R. Krugman, Maurice
Obstfeld, Giorgio Basevi, Giacomo Calzolari, Gianmarco Ottaviano,
Giuseppe Celi, e molti altri), il risultato per le terre e i popoli
resta invariato.
In ordine sparso, per chi aderisce:
obbligo di importazioni, si è costretti a comprare ciò che si
potrebbe produrre (spesso lo si deve comprare non dal produttore più
efficiente, e a scapito della tutela e sicurezza dei lavoratori nel
Paese esportatore), obbligo di produrre ciò che il mercato chiede
anche a prescindere dalle proprie peculiarità oggettive,
stravolgimento di agricolture locali (coltivazione di specie non
indigene, monocolture intensive,…), salari al ribasso,
disoccupazione, diminuzione* o aumento dei prezzi al consumatore a
seconda che si tratti di un cittadino di un Paese cosiddetto
sviluppato che compra un manufatto ad esempio dalla Cina, o di un
cittadino del terzo mondo il cui Paese sia costretto a importare
merci, per quanto a tariffe dette agevolate, e svalutare le proprie
per stare nel gioco.
E per chi non aderisce, prima o poi,
la necessità di mettersi in ginocchio pur di partecipare.
Inoltre le disquisizioni di cui sopra
sono oziose. Perché contrappongono metodologie, quali i PTA, al
libero scambio globale. Avrebbe senso la contrapposizione se
quest’ultimo fosse sinonimo di un’amministrazione globale del
pianeta e dei suoi abitanti secondo criteri di equilibrio, conoscenza
dei territori, delle potenzialità e dei limiti degli stessi,
recupero delle risorse e tutte le buone cose che potrebbero essere.
Ma non è così. E non credo vogliano sia così.
*si tratta di una diminuzione
fittizia, perché i costi indiretti (quelli che le aziende chiamano
esternalizzazioni) prima o poi si pagano e con gli interessi. E senza
disturbare la Cina, facendo un esempio nostrano, se voglio comprare
un chilo di formaggio a un terzo del prezzo ragionevole che dovrebbe
avere, è ovvio che gli operai del settore saranno pagati meno, che
le vacche mangeranno peggio, che un po’ di sofisticazione sarà la
norma, che il settore patirà una crisi e per stare a galla, vedi
competitivo, dovrà produrre sempre più a meno, e il tutto avrà un
peso sociale in termini di cassa integrazione, perdita di posti di
lavoro, degrado ambientale, quindi tasse. Ma d'altronde diminuendo il
nostro potere d’acquisto, a noi un chilo di formaggio va benissimo
pagarlo un terzo del suo valore. Dobbiamo pur farli saltare fuori i
soldi per il nuovo modello di I-Phone.
5
settembre 2013
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