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mercoledì 4 novembre 2020

IL PEGGIO HA DA VENIRE?

È dunque giunta la fine del mondo? L'anziana signora che aiuto mi racconta della guerra e avverte, Se viene un'altra guerra, guai. Se viene un'altra guerra guai..., guai. Mentre lo dice ha le mani giunte e lo sguardo raccolto in un passato che solo lei vede. Vorrei risponderle che la guerra c'è già. Solo che è diversa. Non è un conflitto mondiale simile a quello di cui lei ha memoria. Ha una forma diversa. Liquida direbbe Bauman. È ovunque sul pianeta e conta innumerevoli vittime. Solo che non le si somma. Ci si limita a suddividerle per zone geografiche, si evita accuratamente di trovarne il comun denominatore, si persuade della loro separatezza.

Tutto non va. L'evidenza di ingiustizia e dolore non è discutibile, eppure ci si ostina a negarla. Siamo davanti, anzi dentro, una combinazione di più crisi e perseveriamo nell'errore di considerarle a compartimenti stagno. Forse più corretto sarebbe parlare di una combinazione di sconvolgimenti, perché crisi è una parola cui abitualmente, e sbagliando, diamo un'accezione negativa e che invece significa separare, discernere, scegliere. La crisi è un'opportunità, non una sconfitta. Per questo la mia amica Ada interpreta le difficoltà e le sofferenze di questo momento storico come quelle del travaglio e del parto. Il parto per far nascere un uomo nuovo, un'umanità nuova, ed è impossibile pretendere che un simile cambiamento epocale, una tale rivoluzionaria trasformazione, possa avvenire senza dolore. Comprendo ciò che pensa la mia amica ma non riesco ad affrancarmi dal contingente. Dagli esiti tangibili di questa fase necessaria. Dal dolore del singolo essere vivente, del singolo individuo. Dallo strazio di chi soffre. Ché ogni vita vale e fatico ad accettare il prezzo pagato soprattutto dai deboli. Soffro nel constatare un giorno via l'altro le violenze, gli abusi, il disprezzo. Lo stupro metodico e contabilizzato della vita in ogni sua manifestazione. A vedere le acque avvelenate, le terre contaminate, la sete, la fame, il commercio e lo sterminio di esseri viventi, l'avidità che nulla riconosce se non se stessa. Come se intorno al mio corpo premesse l'intera umana condizione. L'intera sofferenza del vivente.

E ora, più che mai, ora che siamo costretti al distanziamento per cura e tutela nostra e del prossimo, ora che in pochi persino arricchisce a dismisura e specula sull'ennesima tragedia mentre i più, e tanti tra essi che si sentivano al sicuro, protetti da qualsiasi rovina, sono destinati a scivolare inesorabilmente verso il basso, ora che è chiaro che il peggio dobbiamo ancora vederlo in termini di derive sociali, disordini, nuove povertà ed emarginazioni, proprio ora, quali possono essere le soluzioni per non essere travolti?

C'è chi dice una casa in campagna con orto, un pozzo, libri e galline. Isolarsi come ultima ratio? C'è chi dice scendere in piazza, manifestare. Isolarsi versus dimostrare. Entrambe le soluzione però favoriscono il mantenimento dello status quo. Ripiegarsi sul privato, aumentare il distanziamento che da fisico diviene sociale, forse è ciò cui ambiscono i poteri forti perché facilita il mantenimento dell'ordine in un'epoca in cui i motivi di contestazione abbondano. Manifestare pacificamente, cercare il dialogo, sperare in un confronto intelligente e costruttivo risulta impossibile. La rabbia s'insinua, scontento, frustrazione, rivalità si mescolano. Diventa indistinguibile il buon intento dallo sfogo dell'istinto a distruggere ciò che non si capisce e contro cui ci si sente impotenti. Tutti in egual misura coloro che scendono per le strade vengono atterrati, arrestati, messi a tacere. Non si può andare per il sottile. È la massa che agisce e si muove e non si ha tempo per considerarla composta da individui, va solo fermata e domata. Quindi anche manifestare favorisce il mantenimento dello stauts quo e fornisce inoltre materiale per certa manipolazione mediatica legata al discorso della sicurezza in cambio dell'acquiescenza. Se isolarsi non serve, se rivendicare diritti nemmeno, ci troviamo dunque di fronte a un impasse?

In questa terra attraversata dal morbo dello scontento, da un'epidemia che contrappone negazionisti a pecore, come dai primi vengono definiti coloro che, oltre ad adottare doverosi prudenza e rispetto, sottostanno a norme di precauzione che una qualsiasi massaia dotata di buon senso detterebbe migliori e maggiormente efficaci, in cui strategie mafiose di accaparramento di posizioni di potere, malagestione fraudolenta, provate malversazioni, e corruzione, spianano la strada a incompetenza e ladrocinii, e individui senza scrupoli giocano senza il minimo sussulto etico con le vite del prossimo, e per questo dovrebbero senza processo essere puniti con lavori forzati in miniera, questa terra in cui agli attentati quotidiani (Camerun, Francia, Afghanistan, Pakistan, Austria, gli ultimi in ordine di tempo) si aggiunge l'incapacità di capi di Stato di far scendere i toni, ecco, mi chiedo, in questa terra messa così, veramente allora l'ultima ratio resta sperare che si tratti di un travaglio non troppo lungo e che il bambino non nasca morto?

Ottobre 2020


giovedì 23 gennaio 2020

L'IMPRONTA DEGLI ELEFANTI

Un elefante adulto consuma 250 chili al giorno tra erba, semi, rami, e cortecce, e beve circa 150 litri d'acqua. In Botswana, una nazione grande pressapoco come la Francia, il territorio consente, senza che vengano compromessi gli equilibri dello stesso e quelli d'interazione con la comunità umana, la sopravvivenza per un 50 mila esemplari contro i circa 130 mila presenti. L'eccessiva "impronta" di questi pachidermi ha portato il presidente Mokweetsi Masisi a decidere, forse a malincuore, per un abbattimento selettivo di 400 individui all'anno, in contrasto con la politica del suo predecessore Iam Khama che aveva trasformato il Botswana in un oasi veramente felice per gli elefanti che negli Stati limitrofi non vanno a causa di caccia e bracconaggio.


Perché noi no? Perché non procedere anche per noi a un abbattimento "selettivo"? Non tanto in termini numerici, visto che ad un certo punto l'incremento demografico raggiunto un apice, probabilmente attorno ai dieci miliardi, si arresterà e stabilizzerà, come già lasciano supporre i progressivi se pur lievi decrementi nelle percentuali, ancora certamente alte, di figli pro capite anche nei Paesi in via di sviluppo, ma in termini di criminalità. Quella peggiore, pianificata, spesso occulta e mafiosa, praticata da chi per cupidigia non esita a lasciare che pianeta e società vadano a puttane. Anzi con metodo fa in modo che ciò accada.


Gennaio 2020

giovedì 14 novembre 2019

ORA DI FUTURO

La Generali Italia, insieme ad alcune onlus quali Mission Bambini, L'Albero della vita e Centro per la Salute del Bambino, promotrice dell'iniziativa "Ora di futuro", ne pubblicizza sulla stampa con orgoglio l'esito. Alcune delle proposte avanzate dagli alunni  delle scuole elementari di tutta Italia per migliorare il mondo in cui vivono sono state presentate in Senato da una rappresentanza di bambini alla Presidente Casellati  e alla Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti. Fin qui tutto bene. Solo che la pagina che pubblicizza l'evento contiene anche un disegno ed è su di esso che si è soffermata la mia attenzione. Un bel disegno. Chissà se c'è dietro l'aiuto di qualche adulto ma non credo. Ricordo compagni delle elementari molto dotati. Il soggetto mi piace. Mi ricorda un racconto che scrissi da bambina. S'intitolava "HH113". Non ricordo da cosa mi venne quel titolo, comunque sia, era adatto al genere che avevo scelto per il mio racconto: fantascienza. In breve si raccontava di un pianeta lussureggiante, grande mille volte la terra racchiuso in una sorta di ampolla trasparente che manteneva incontaminato l'ambiente da eventuali agenti nocivi esterni e protetto da incursioni nemiche. Si trattava, nella mia immaginazione, di un pianeta B, raggiunto a costo di innumerevoli sacrifici, destinato a preservare la parte buona dell'umanità e tutto il mondo animale, vegetale, minerale, ormai distrutto sulla terra. Una sorta di arca, idea che ricorre in epoche e culture diverse a testimoniare la contraddittorietà tra ciò cui aspiriamo e ciò che siamo. Ovviamente su esso vigeva un ordinamento planetario molto severo che avrebbe determinato l'immediata espulsione, dal collo dell'ampolla, di chiunque non avesse rispettato il bene comune. Tornando al disegno scelto da Generali Italia, rappresenta un'astronave che contiene un piccolo mondo in procinto di allontanarsi da un pianeta ridotto a groviera. Potrebbe l'astronave anche essere in viaggio da un pezzo e il pianeta essere uno dei tanti incontrati durante il percorso e non necessariamente la terra, sta di fatto che assomiglia alle spedizioni che avevo immaginato susseguirsi per condurre su HH113 tutto il salvabile. Nelle mie intenzioni si trattava di una scelta obbligata, animata dalla determinazione a non commettere mai più gli stessi errori, l'idea di una comunità aperta a tutti coloro fossero persone di buona volontà. Mi chiedo se la scelta di questo disegno, invece, non sia per far passare il messaggio che sarà giusto e bello fare così. Che non ci sarà colpa nell'aver consumato la terra. Che l'uomo potrà mantenere il proprio stile di vita sempre e ovunque e a qualsiasi prezzo.





lunedì 15 luglio 2019

SAREMO AFRICA

Treno direzione Genova. Entro nello scompartimento. Di quelli rialzati con i gradini, più corti degli altri. È quasi pieno. Africani. Subsahariani. Trovo due sedili liberi, mi siedo lato finestrino. Alla fermata successiva sale un africano piuttosto anziano con una grande borsa di plastica di cose da vendere. Sposto la mia roba e gli faccio cenno di accomodarsi. Ci guardiamo per un secondo poi più nulla. M'incanto a guardare il mare che scorre a pochi metri dalle rotaie. Incantevole residuo di villeggiature d'altri tempi, destinato alla dismissione, tratta dopo tratta. Alle orecchie giunge il suono di una lingua sconosciuta ma famigliare. Alle narici l'odore intenso di un popolo lontano. Resto con lo sguardo sul mare. Improvvisamente sono lungo una linea ferroviaria africana. Straniera in terra altrui. Parrebbe. Il fatto è che sto bene. Quest'intenso senso di straniamento mi procura un inatteso e profondo stato di benessere. Non mi sento per nulla straniera. È tutto normale. Sto abitando il mondo reale. La contaminazione. Inevitabile e pacificatrice. Il pensiero che, non tanto numeri alla mano ma consapevolezza del restringimento del pianeta, saremo Africa sblocca il diaframma. Siamo Africa. Lo saremo sempre più. Così dev'essere. Con lucidità vedo lo svolgersi della storia dell'uomo. E sorrido. Ringrazio. Mi rincresce per chi non riesce a vedere, a sentire. Prego ogni giorno affinché sempre più persone si affranchino dalla paura e riescano a provare il medesimo sollievo che provo io in questo momento. 


Giugno 2019

p.s. Scrivere quanto ho scritto non significa essere inconsapevole delle problematiche reali presenti soprattutto nelle metropoli ma si tratta di un aspetto assai serio e da risolvere che però non confligge con quanto sopra affermato.

venerdì 3 maggio 2019

MOLTO SEMPLICE

Chiunque abbia denaro può comprare ciò che vuole e in quantità proporzionale alla propria disponibilità economica. Incluse le risorse del pianeta. Inclusa la vita di chi deve ancora nascere.

È possibile comprare terre fertili, falde acquifere, aria, minerali, cibo. Tanto per semplificare. E anche persone. Ogni moneta permette di entrare in possesso di un pezzo di ricchezza del mondo. Ma il bene più prezioso che si può acquistare, a quanto pare, è il diritto a non dover rendere conto. Né delle conseguenze sociali, in termini di diritti, giustizia, qualità della vita, conflitti, né dell'esaurimento di beni e risorse. Nessuna responsabilità nei confronti di chi non può beneficiarne oggi e di chi non ne troverà domani. Reso legittimo il derubare impunemente il prossimo e le generazioni future. Basta pagare. Ciò che ci governa è il principio che una volta morti noi, morti tutti. Finito il film.

Se intendiamo concedere il nostro beneplacito a ciò, dobbiamo anche, senza accampare scuse, e fare parole inutili, individualmente assumerci la responsabilità morale che tale posizione comporta.

Molto semplice.

Maggio 2019

domenica 17 marzo 2019

FRIDAYSFORFUTURE IMPERIA 15 MARZO 2019

- Oh, raga... io c'ho la boccia di vino!
- ... palle oggi venire a scuola senza macchina.
- Sai che figo se ne fanno una alla settimana di 'ste cose del clima?
- Ci stanno pure dei vecchi.
- Marina dov'é? Già con gli altri per l'ape?
- Ce ne andiamo al bar?
- Il prof ha detto che a lui non gli frega un cazzo.
- Hai visto il video che ha messo Marco? L'ha scaricato da...
- Non c'è manco figa
- Una mi ha detto di leggere un libro, non so cosa, ma fuori fuori, eh...
...........

Non è un dialogo, sono frasi colte vagando in Piazza Roma tra i ragazzi presenti alla scarna manifestazione di ieri a Imperia.

Non ne ho visto uno chinarsi a raccogliere una bottiglietta di plastica, una lattina, una cartaccia. Le ho raccolte io tra i loro piedi. Si sono scostati, nient'altro.

Non generalizzo ma è desolante.


I più piccini, delle elementari, avevano una luce diversa negli occhi. Tra convinzione e smarrimento. Come se pensassero. Noi l'abbiamo capito che è un problema grave, vogliamo veramente fare qualcosa per il pianeta ma siamo piccoli e non possiamo fare granché. Abbiamo fatto dei cartelli, ci siamo messi d'impegno, ma per fortuna ci saranno quelli più grandi che faranno di più, che ci indicheranno la via.

Addossati al muro dell'edificio scolastico con i loro manufatti in bella mostra, guardavano attorno con aria smarrita e un poco perplessa. Secondo me si aspettavano altro.

Se non si riesce a mettere un seme nel loro cuore e nel loro cervello entro il decimo anno d'età, o poco oltre, non ci sono speranze. Ma chi deve metterlo? Genitori distratti e insegnanti privi di vocazione? Anche qui non generalizzo ma la conta dei buoni e dei cattivi non è a favore.

Incrocio lo sguardo di un ragazzino biondo con un cartello, mi sorride e tira su il pollice. Scatto una foto. Ne scatto altre, seguendo il corteo dei più grandi, poi le cancello.

Ritorno verso casa triste. Lungo il percorso ritrovo su una panchina la coppietta che avevo visto arrivare mentre andavo verso la manifestazione. Avevo pensato: approfittano della mattinata senza scuola per stare un po' insieme. Ritrovandoli ancora intenti a parlare all'ombra degli alberi, un po' di tristezza si scioglie. E scatto un'altra foto.











  




sabato 29 dicembre 2018

APPUNTI SUL FUTURO

Qualche tempo fa, il mio amico scrittore Marino Magliani mi disse di dover scrivere un pezzo sul futuro. Non precisò altro ma diede a intendere che vista la complessità del tema avrebbe atteso di potercisi dedicare con la dovuta calma. Gli risposi che anch'io da tempo avrei voluto scrivere qualcosa in merito ma, per i medesimi motivi, avevo sempre rimandato. A distanza di alcuni mesi, in questa notte di insolita insonnia, ho deciso di buttar giù a ruota libera un po' di pensieri e vedere cosa ne viene fuori. Non per rubargli l'idea certo ma perché, su un tale argomento, più punti di vista i sono meglio è.
Parto dai fatti. Quelli evidenti. Li elenco. Come i termini di un problema da risolvere.
Prima di tutto il terreno di coltura su cui operare. La condizione di partenza è che siamo nel pieno di un mutamento generale della vita sul pianeta, un mutamento di una portata quale non avremmo mai immaginato e di cui non siamo evidentemente coscienti nella misura necessaria.
Innanzitutto un mutamento dell'ambiente in cui viviamo, che si è ridotto di dimensioni, qualità, risorse, con una conseguente e progressiva inabitabilità dei territori che obbliga a una revisione radicale del modello geopolitico esistente.
Poi abbiamo un'oggettiva trasformazione dei rapporti di potere, una dirompente rivoluzione scientifico tecnologica, una rivoluzione nelle modalità di comunicazione, una significativa mutazione della struttura sociale. Da ciò anche una trasformazione degli individui, una mutazione antropologica di Pasoliniana memoria. Anche se forse ormai anche e soprattutto a livello neurofisiologico, oltreché concettuale e culturale. Anzi, direi che i due livelli si stanno fondendo inesorabilmente.
Da questo primo breve elenco si potrebbe estrapolare la rivoluzione tecnologica come fattore di positività ma, per ora, manterrei una valenza neutra.
Un'altra premessa obbligata per provare a immaginare uno scenario futuro verosimile consiste nell'ammettere che la politica agli inizi del XXI secolo è una politica priva di grandi visioni. Per i singoli stati il governare si è ridotto a un mero amministrare, bene o male, la cosa pubblica internamente ai propri confini nazionali, senza alcuna funzione di guida, privi della più pallida idea di dove saranno i Paesi cui si sovrintende tra vent'anni e tanto meno di dove sarà il mondo. I politici non lo comprendono il mondo e credono di non aver alcun obbligo di comprensione al riguardo. Ben lieti di cederne l'amministrazione al mondo dell'economia e della finanza.
Governi che, rispetto alla realtà, sono in differita di minimo un ventennio. Siamo di fronte a un divario di quasi mezzo secolo tra la forma mentis e, quindi, le convinzioni che dettano le scelte dei nostri politici e la realtà su cui tali scelte dovrebbero avere un impatto costruttivo e lungimirante. Come a dire di voler risolvere i problemi del 2030 con la testa nel 1980. Del tutto ignoranti e per nulla intenzionati a colmarlo questo divario, incapaci di risolvere problemi urgenti e rispondere alle istanze dei popoli della terra, costoro creano un vuoto di potere che sarà inevitabilmente colmato da nuove e più efficienti strutture che non è detto avranno le caratteristiche di trasparenza e democrazia che diamo per scontate. Una totale e allarmante perdita di controllo degli eventi prossimi. Un fallimento senza ritorno nell'indicare una visione perlomeno ragionevole del futuro.
Gli stessi elettori, salvo eccezioni, non sanno nulla dei temi che saranno decisivi per determinare la società futura. Incapaci, senza sbuffare, di leggere un articolo di giornale dall'inizio alla fine, un romanzo che rispetti la consecutio temporum, una qualsiasi cosa che richieda una minima capacità di concentrazione, del tutto digiuni di politica internazionale e dei meccanismi e connessioni che determinano gli eventi, come si può pretendere che prendano anche solo lontanamente in considerazione argomenti tanto, apparentemente, lontani come, ad esempio, la biotecnologia, il decadimento biologico dell'ecosistema, gli obiettivi dei post umanisti, l'intelligenza artificiale, il datismo, correlandoli tra loro? Già il fatto che qualcuno possa proporre loro di farlo susciterebbe un alzata di sopraccigli e uno sguardo di scherno. Roba da intellettuali, da chi ce l'ha grassa. I veri problemi sono altri! Il fatto è che queste stesse persone percepiscono però chiaramente che qualcosa non funziona, che i governi non riescono a far fronte alle necessità, che il proprio voto non ha una presa reale sul potere e riescono solo, sulla base certo di alcuni presupposti veri, a dare colpe a caso. Ad esempio all'UE, che si sarebbe appropriata dei diritti di tutti per cedere agli interessi di una lobby occulta, e quindi vogliono uscirne o ai flussi migratori o a ciò e a chi, a turno, capita sotto. La realtà è che nessuno sa dove sia finito il potere reale. Certo non tra le mani delle persone comuni. Per quanti cortei possano percorrere le strade del mondo, non influenzeranno mai concretamente le decisioni di chi lo detiene. Perché le persone che compongono i cortei non hanno la benché minima influenza nel determinarlo. Chi regge le fila, un pugno di umani, si è adeguatamente parato le spalle e, tutto sommato, non ha bisogno del benestare di nessuno. Da opporre abbiamo solo impegno civile e partecipazione politica ma il livello di competenza di chi gestisce la politica è insostenibilmente basso e la rassegnazione collettiva a votare il meno peggio ha portato infine, in un gioco al ribasso, a una caduta libera in cui ci si arrende persino all'assenza del minimo sindacale di competenza richiesta a chi ricopre un ruolo di amministrazione e di guida. Trasformando l'elettorato in un demos inerte e viepiù privo di coscienza critica. Siamo in una democrazia demoscopica in cui il popolo si esprime su una manciata di questioni senza cognizione di causa. In tale condizione non si dà una partecipazione consapevole e attiva né si sviluppa un autentico interesse per la politica.
Perciò si continua a ragionare all'interno delle singole nazioni del tutto privi di una visione d'insieme che vada la di là di Pil, Spread, e affini.
Con un'opinione pubblica che si deteriora ulteriormente a causa dell'evidente progressivo decadere della qualità dell'istruzione e dei media. E, allo stesso tempo, un'opinione pubblica delusa dalle promesse infrante di un futuro prospero, arrabbiata, e determinata a ritrovare perlomeno una condizione di benessere e sicurezza quale la si è conosciuta fino a qualche tempo fa. Malauguratamente però troppo presa da problemi quotidiani e contingenti per guardare alla luna anziché alla punta del dito. E forte dell'illusione che gli esseri umani si stiano liberando, grazie al cyber spazio, dei vincoli fisico materiali che invece li contraddistinguono. In un processo di adeguamento alla virtualità che porta a non comprendere quasi più la materialità del pianeta in cui si vive, drammaticamente persuasi di poter rimediare indefinitamente ai Game Over con l'introduzione di un'altra monetina.
Non è una bella situazione e, oltre a lasciare gli ultimi dove sono, anzi ingrossandone le fila, che i governanti perseverino nell'ignorare e nel negare le vere cause alla base delle rivendicazioni di chi viveva in una società relativamente omogenea e ora si ritrova a non sapere più qual'è il proprio posto nel mondo, significa abbandonare una massa sterminata di persone al potere di chi sfrutta i timori a proprio vantaggio.
La maggior parte dei fenomeni politici attuali nel mondo esprimono questo sentimento di esclusione dal processo di cambiamento economico sociale. Conservatorismo e xenofobia sono le principali tra le conseguenze di tale sentimento. L'Europa, ad esempio, che ha avuto il grande merito di cancellare le guerre all'interno di un vasto territorio, infine ha soltanto promosso un pensiero politicamente benpensante ma non ha affrontato i problemi alla radice e con una strategia unitaria. In un mondo in cui il dibattito sul futuro è più che altro un catalogo di ingegnerie avanzate che mostrano come saranno le nostre case automatizzate o come saranno efficienti i nostri devices, in cui si pensa solo ad incentivare l'industria dei nuovi bisogni per evitare che la macchina produttiva si arresti, senza nemmeno considerare l'ipotesi di trasformarla, in cui è ormai evidente che gli stili di vita della “modernità” sono praticabili solo per una ristretta porzione della popolazione mondiale e che la promessa universalistica fatta dalla civiltà industriale è stata una mistificazione, cosa ci si può aspettare?
Da una parte abbiamo Pentagono e Ministeri della Difesa di USA, Regno Unito, e Australia, che considerano il cambiamento climatico e le sue conseguenze il maggior fattore di destabilizzazione sociale, si organizzano e investono la parte più grande del loro budget su tale analisi, e hanno come priorità in agenda la sorveglianza di tutto quanto correlato ai problemi ambientali. Abbiamo coloro che portano avanti quella che Christian Parenti ben definisce politica della scialuppa armata, cioè un’opzione che combina interventi contro-insurrezionali a lungo termine, frontiere militarizzate e un’aggressiva politica anti-immigrazione, laddove per gli stati-nazione la priorità sarà esclusivamente tutelare le proprie risorse tenendo a bada le maree di poveri, di rifugiati climatici, e di variamente esclusi.
Dall'altra parte abbiamo una maggioranza di individui che non presta attenzione (non in grado/non più in grado di farlo) alle tesi sensate, ragionate, circostanziate, e su cui fanno presa solo frasi sintetiche, efficaci, apocalittiche. Abbiamo discussioni sui social che sono cloache a cielo aperto, dove regnano scortesia, volgarità, stupidità, prepotenza. Abbiamo ceti medi frustrati e incapaci di identificare le cause dei problemi, e quindi di eliminarle, che si accontentano di capri espiatori subalterni. Perché coloro che sono stati aiutati a raggiungere una situazione migliore rispetto alle generazioni precedenti, sono stati sostanzialmente trasformati in buoni consumatori più che in buoni cittadini, e come tali si comportano e pretendono. Inoltre se è vero, in termini assoluti, che c'è stato un progresso nelle condizioni degli individui, e rispetto al passato sono meno le persone che patiscono fame e malattie, in termini relativi, oggi, alla luce delle reali possibilità di rendere fruibile a tutti un benessere degno, la percentuale di coloro che ne sono esclusi è la prova di un regresso, soprattutto nella misura in cui tale percentuale è in crescendo nonostante lo sviluppo tecnologico e le scoperte scientifiche. Abbiamo Paesi rancorosi e vecchi, di analfabeti funzionali, e Paesi che reclamano il loro turno. E l'educazione, come tentativo non di insegnare la verità ma di trasmettere il desiderio di conoscerla, è venuta meno. Tutto è relativizzato. I fatti non esistono. Esistono solo le interpretazioni. È possibile sostenere qualsiasi cosa. Ma non dimentichiamo che un'interpretazione è però anch'essa un fatto in quanto determina conseguenze concrete. Nel bene e nel male.
Dunque, a partire da questi due fronti, quale futuro è possibile?
Bisognerebbe pretendere che chi governa, oltre ad essere onesto e non colluso, studi, legga, si documenti, chieda consigli e decida per l'amministrazione del proprio carruggio in un'ottica di integrazione con l'amministrazione di tutti gli altri carruggi del mondo.
Sono fermamente convinta, e a più riprese in passato l'ho ribadito, che l'unica via sia quella di un governo globale del pianeta, una federazione planetaria che garantisca il rispetto di norme comuni in ambiti di interesse collettivo, a prescindere dai confini e dai vari accordi commerciali bi, tri, e multilaterali. Ambiente, salute, istruzione, agricoltura, industria, alimentazione, commercio, lavoro. Con l'intento di creare una cittadinanza mondiale che non annulli quelle nazionali in termini di lingua, cultura e tradizioni, sempre che le stesse rientrino nel rispetto delle norme di cui sopra. Un po' dittatoriale forse ma dipende dalla capacità di stabilire delle norme che possano essere di buon grado condivise universalmente. Non è così difficile. Le soluzioni ci sono. Gran parte del problema generale è infatti dato dal fatto che nessuno vuole fare il primo passo in una direzione saggia per paura di ritrovarsi a essere l'unico e sentirsi fesso. Ma se, da domani, tutti fossero costretti a fare nello stesso momento una cosa peraltro buona, si farebbe un passo da gigante verso la soluzione. Siamo a questo punto. I tempi sono stretti. Se stiamo ad aspettare che gli stronzi e gli avidi smettano di essere tali, se stiamo ad aspettare il raggiungimento naturale di una coscienza collettiva siamo fritti.
Non tutti però. O almeno non tutti subito.
E qui vengo a ciò che ho osservato in questi ultimi anni.
Aumentano le comunità nelle quali si pagano imprese private per provvedere a infrastrutture e servizi e in cui il ruolo dello stato si riduce ad amministrare settori sempre più piccoli della società con conseguente indebolimento della coesione sociale all'interno degli stati nazionali.
Quando i governi tolgono welfare e riducono la spesa pubblica, chi può si ritira in abitazioni di lusso, si rinchiude dietro mura, e si identifica con gli altri che hanno anch'essi qualcosa che può essere rubato, unendosi schiena contro schiena al centro della città e lasciando le strade pubbliche ai poveri, agli stranieri, e ai delinquenti. Anche i numeri reali dei movimenti migratori e della presenza di stranieri nelle città non vengono considerati oggettivamente ma si presta attenzione solo all'impatto percepito: la concentrazione delle etnie nei centri urbani e la concentrazione in singole zone degli stessi. Se in un quartiere c'è il 50% di stranieri, facile dedurre che sia così ovunque. Le persone infatti desumono da quanto vedono attorno a sé ogni giorno sia identico a quanto accade nel resto del mondo. Perché ciò che non è omologato lo consideriamo comunque tale attraverso un'espansione della nostra quotidianità individuale a format universale. Il problema della convivenza comunque resta ed è serio, è infatti la percezione dello stesso attraverso le sue conseguenze quotidiane e concrete che conta. Quindi i cosiddetti processi di gentrificazione diventano strumenti finalizzati a una pulizia sociale degli ambienti urbani. Luoghi pubblici dove i muretti hanno sedute in pendenza, dove spicca l'assenza di panchine, in un processo di dissuasione alla sosta, di negazione dell'agorà. Poi, gradualmente, vie pubbliche mal curate, poveri, stranieri, e delinquenti vengono spinti verso l'esterno dell'urbe da un'inesorabile forza centrifuga creata dall'aumento dei costi nelle zone centrali, elette a fulcro di potere economico, sicurezza, efficienza energetica e di servizi. Ricorda qualcosa? In tutto il mondo, nelle grandi metropoli, i centri urbani assomigliano sempre più a cittadelle all'interno delle città. Man mano queste zone assumeranno sempre più l'aspetto di città fortezza così da permettere a coloro che le abitano di poter condividere spazi comuni sicuri al di fuori delle proprie super protette abitazioni. Quel che sarà di terre, mari e cieli, sarà.
Dunque se la natura è maligna, se l'altro è il nostro rivale, se lo Stato non ci protegge, allora lo faranno i nostri denari. Con essi trasformeremo l'urbe a beneficio di noi pochi. Perché poi ci sono anche quelli che fino all'altro ieri denari ne avevano ma ora non più a sufficienza e si aggiungono man mano agli esclusi. La diga delle garanzie sociali della società liberale è ormai crollata. Il problema non è la diversità, il problema non è la disuguaglianza. Il problema è e sarà sempre più la miseria. Che dovrà essere tenuta a debita distanza. Muri contro la minaccia del terrorismo ma la cui ragione non dichiarata è l'allontanamento e lo spostamento non autorizzato dei poveri. Purtroppo l'unica forma concreta di lungimiranza appartiene a coloro che pensando a lungo termine preparano vie d’uscita per se stessi singolarmente o in ristretti gruppi di élite. Coloro che non si affidano certo allo Stato, né si fidano dei loro stessi monopoli o delle guardie armate che pagano, ma solo della ricchezza e del potere accumulati.
Io immagino un futuro banale nella sua prevedibilità distopica. Un futuro in cui l'orbe, per gli spazi ancora abitabili, sarà costellata da immensi conglomerati circolari, composti da successive fasce concentriche scollegate tra loro, dove dal centro verso l'esterno le condizioni di vita andranno da ottime a pessime. Città circolari in un mondo quale quello della Leonia di Italo Calvino. Barriere di cemento armato e muri antiesplosione, torrette, attrezzature per imaging termico, videocamere per la visione notturna, sensori di movimento, droni, blocchi stradali, tutto collegato a un sistema di rilevazione satellitare, come già accade, separeranno tali città dai desolati territori esterni abitati da una grande parte della popolazione terrestre ai limiti della sussistenza e senza possibilità di accesso. Gli esclusi, gli ultimi, vivranno, in insediamenti raffazzonati e degradati che, anziché rimandare soltanto alle abbondanti e predittive letteratura e filmografia di genere, oggi possiamo ritrovare agevolmente in notiziari e immagini del nostro mondo contemporaneo.

Sul pianeta si va verso una realtà di grandi conglomerati. Sarà un processo inesorabile e irreversibile, che presupporrà, per funzionare, la nostra capacità di comprensione e unione. L'alternativa sarà la disfatta totale. E la distopia di cui sopra.
Dobbiamo impegnarci a decifrare il caos sistemico imminente nel quale stiamo entrando, per non essere impreparati, per essere in grado di gestirlo meglio che potremo passo dopo passo.
Abbiamo bisogno, per risolvere il problema della gestione delle risorse con una popolazione in aumento esponenziale, non solo di tecnologie ma di autentiche strategie.
Siamo alle soglie di una rivoluzione tecnologica senza precedenti che permetterà di penetrare e pilotare la mente delle persone in un modo invasivo quale non è possibile spiegare senza apparire folli, inascoltate Cassandre. Ma non dobbiamo aver paura, né avere la presunzione ottusa di credere che tanto tutto si aggiusterà perché nei secoli si è sempre aggiustato. Se è accaduto e siamo ancora qui è stato perché qualcuno si è rimboccato le maniche.
Siamo di fronte a una sfida gigantesca che concerne tutto: migrazioni, economia, commercio, tutela dell'ambiente e delle risorse, diritti, sovranità, liberalismo, qualità della vita, cultura, fino alla definizione stessa di Homo sapiens.
La vogliamo vincere o no?



29 dicembre ore 4.15


P.S. Chiedo scusa per le generalizzazioni funzionali alla sintesi. Per fortuna nel mondo molte sono le persone che vedono e fanno il possibile.










sabato 15 settembre 2018

SESSO E APOCALISSE A ISTANBUL




Raramente scrivo recensioni di libri. Mi piace consigliare la lettura di quelli che, per un motivo o per l'altro, possono a mio giudizio arricchire chi legge ma ritengo che non esistano recensioni esaustive. Credo sia giusta l'asserzione che di un testo esistano tante versioni quanti sono coloro che lo leggono. Ho però deciso di recensire, ancor prima di leggerlo, l'ultimo romanzo di Giuseppe Conte, “Sesso e apocalisse a Istanbul”, stuzzicata dai molti giudizi negativi che ho sentito. Riassumendo i commenti sono stati: un testo privo di contenuti e idee, un'accozzaglia di volgarità fine a se stesse, il delirio di una persona con frustrazioni non più controllabili.

Ho terminato di leggere mezz'ora fa e ho deciso di scriverne immediatamente.

Partirei dall'avvertenza al lettore, in cui l'autore dichiara sostanzialmente che Io è un altro. Non si tratta, per me, di un mettere le mani avanti o lavarsele a fronte di prevedibili critiche ma di una chiara dichiarazione d'intenti che mi ha fatto pensare alla teoria recitativa di Stanislavskij. Teoria che presuppone l'abbandono dello “stato attorico”, in cui l'interprete simula stati d'animo che non sono suoi, e cede se stesso al personaggio in un'operazione di identificazione assoluta, preparata da uno studio accurato del personaggio e del suo ambiente, al punto che lo spettatore non potrà che vedere sulla scena il solo personaggio e non più l'attore. Conte di riferisce secondo me a un procedimento analogo, l'unico che potesse permettergli di raccontare ciò che racconta senza apparire didascalico o saccente. Ha deciso di essere specchio del mondo e il mondo è volgare. Non lo è lo scrittore. Egli semplicemente presta se stesso e la propria capacità narrativa a un narratore che è lui ma non è più lui.

Quanto alla mancanza di contenuti ed idee, direi che ce ne sono in abbondanza anche se appena accennati. Nessun approfondimento, nessun giudizio, se non breve e lasciato scivolare qua e là, forse nella speranza che, in questa società con deficit d'attenzione, possa essere proprio la brevità a far attecchire un qualche spunto di riflessione. Solo un disseminare informazioni e accadimenti con una noncuranza che è specchio puntuale della noncuranza con cui accogliamo ed espelliamo in gran fretta, anche per limiti di capienza, l'eccesso di fatti che sono la nostra storia umana contemporanea.

I fatti di piazza Taksim e del Gezi Park, l'evolversi delle posizioni dell'Europa nei confronti della Turchia, e della Grecia, il capitalismo autoritario della Cina in Africa, la diaspora delle bellezze dell'Est dopo il crollo dell'Unione sovietica, il commercio di carne umana, il fascismo e la finanza globale, la povertà in Russia, compensata un tempo da sogni di grandezza che culminavano nel volo di Gagarin e oggi dal poter accedere a qualche ammennicolo elettronico e a qualche soggiorno all'estero, il mai abbastanza approfondito fenomeno sociale dei foreign fighters, i concetti di fede e di purezza, di una forza vergine e di una lotta che dovrebbero spazzare via dal mondo ogni forma di sopraffazione ed empietà e far regnare nel mondo onore e giustizia. E, ancora, la Siria in fiamme, il traffico di armi per Assad, di armi contro Assad, di armi per i Curdi, di armi per il Califfato contro i Curdi, il concetto di vita dell'universo, l'entropia, la denuncia della banalizzazione del concetto di tragedia.

Quindi il sesso, la cui presenza permea il libro dall'inizio alla fine. Ho trovato un solo paragrafo che ritengo eccessivo e, forse, superfluo; per il resto le particolareggiate descrizioni di atti sessuali riflettono quella che è la predominante tipologia attuale di fruizione del sesso. Non c'è erotismo, non è eccitante. La felice scelta del verbo zoomare, che ho incontrato nel terzo capitolo, è rivelatoria in tal senso, apocalittica. Tutto ciò che è normalmente nascosto, intimo, segreto, viene offerto in fotogrammi macro. Cavità, orifizi, umori. I contatti sono tra genitali non tra persone. Chi abbia anche solo una conoscenza sommaria dell'universo sessuale online, senza arrivare al mondo del web sommerso che, personalmente, ho avuto modo di sondare per una ricerca giornalistica, non potrà che riconoscerne una fedele narrazione, a mio parere persino edulcorata. Più che di volgarità il libro è colmo di disincanto, è un libro triste che sa di resa. Dove non si può far altro che ricondurre l'esistenza a quel momento in cui siamo tutti uguali come dinanzi alla morte. In cui perdiamo identità e desideriamo solo annullarci nella materia oscura di un tratto intestinale, nella cecità della carne.

Il disgusto provato da diversi lettori è prova dello stato di generale e indotta anestesia, perché tale disgusto dovrebbe essere pregresso alla lettura di un testo come questo. Dovrebbe manifestarsi quotidianamente e determinare un fermo e concreto rifiuto, nella vita reale, delle reiterate offese nei confronti dell'essere umano, dell'intelligenza, dell'humanitas, e del pianeta, in sintesi della vita in tutte le sue manifestazioni.

Mi rincresce non aver letto il libro prima di partecipare alla presentazione: avrei chiesto a Giuseppe Conte conferma o meno della mia analisi.



Settembre 2018


venerdì 25 agosto 2017

IL TORMENTO DI UN SOLO UOMO

Nessun grido di tormento può essere più forte del grido di un solo uomo.
O ancora, nessun tormento può essere maggiore di ciò che un singolo essere umano può soffrire.
L'intero pianeta non può patire tormento maggiore di quello patito da una singola anima.

Ludwig Wittgenstein

giovedì 13 ottobre 2016

IL MINISTERO DELLA SUPREMA FELICITÁ ASSOLUTA

Ho letto dell’uscita, la prossima estate, del secondo romanzo di Arundhati Roy. S’intitola "Il Ministero della  suprema felicità" e vedrà la luce vent'anni dopo "Il dio delle piccole cose", il suo esordio narrativo che le è valso il Premio Booker nel 1997. Vent'anni durante i quali si è dedicata con fervore all'informazione di alto livello attraverso inchieste e saggi. Attenta alla realtà sociale e politica del proprio Paese, l’India, e partendo da essa, con forte e contagioso trasporto, ha scritto e scrive di chi siamo tutti noi su questo pianeta e quali sono le dinamiche che decidono le umane sorti, mettendoci di fronte all'imperativo categorico di un’assunzione di responsabilità individuale e quindi collettiva. Leggere i suoi libri, forti di un’estrema chiarezza espositiva unita a una profonda capacità di trovare il filo rosso che unisce gli eventi, è un’esperienza formativa, culturale, e filosofica. Fa bene all'anima sentire quanta energia trasuda dalle sue parole e viene una gran voglia di esserne contagiati al punto da riuscire a fare altrettanto. Almeno per me è così.

Quindi, pur prediligendo la Roy giornalista, non vedo l’ora di poter leggere il suo nuovo romanzo, a proposito del cui titolo vorrei raccontare un aneddoto. Cercando su internet per quale casa editrice italiana uscirà "Il Ministero della felicità assoluta", mi sono imbattuta in un altro libro: "Il Ministero della felicità". Chiaramente incuriosita sono andata a vedere. L’autore Sabino Acquaviva, sociologo, docente all'Università di Padova e di Trento, prolifico autore di pubblicazioni scientifiche, ha pubblicato nel 2011 per Cairo Editore questo romanzo di fantascienza ambientato in Italia. Ne ho letto la trama, dopo aver scorso i titoli delle sue varie pubblicazioni e il risultato è che mi è venuta voglia di leggerlo. Apprezzo quando capitano queste cose.

2016



sabato 1 ottobre 2016

SUSHI FUN

Con tutto che ciò che sta succedendo nei mari del pianeta è allarmante e che lo è in misura maggiore perché invisibile, mi piace mangiare pesce.

Le risorse* ittiche si stanno esaurendo, stiamo raggiungendo il punto di non ritorno ma ciò non ci tocca perché, come si dice, lontano dagli occhi lontano dal cuore.

Il mare non è che una distesa dalle varie tonalità di blu su cui far scivolare lo sguardo verso l’orizzonte. Quello che c’è sotto, fantasiose e colorate storie d’animazione a parte, nell'immaginario collettivo non esiste se non nell'idea di una fonte inesauribile di cibo.

Resta il fatto che mangio pesce. Di stagione e preferibilmente acquistato da uno dei pochi pescatori all'antica rimasti nella città in cui vivo. Di quelli che tornano a terra con pochi chili di pescato vario e spesso con niente. Però, nell'ultimo anno, mi sono lasciata attrarre dall’idea di provare il sushi e ho accettato di aggregarmi a una cena in compagnia in uno di questi ristoranti a catena che spuntano ovunque. Mi sono ritrovata in un luogo da distopia orwelliana. Qualcuno racconterebbe il fatto in termini di tripudio gastronomico. Non solo sushi ma pesce in tutti i modi, oltre a un’infinita varietà di piatti della tradizione, dalle lasagne allo spezzatino, dalla carne alla griglia al risotto allo zafferano. Tutto self service (a parte il sushi che arriva direttamente al tavolo), prezzo fisso, all you can eat. Turni di centinaia di avventori, code fin sulla strada. All’interno, nastri trasportatori per monodosi di sushi percorrono l’intero spazio affiancando i tavoli in modo che ci si possa servire senza doversi alzare, monodosi rigorosamente protette da plastica che, se ci si mette a fare i conti, sono tonnellate di plastica.

Una frenesia alimentare angosciante. Un’orgia.

Alla chiusura chili di cibo finiscono nei bidoni della spazzatura. Non solo ciò che è stato ordinato e avanzato nei piatti, poca roba in effetti, ma quanto è stato cucinato in esubero ed esposto invano. Preparazione di piatti a cottimo sulla previsione di un afflusso x. Il cibo non deve mancare. La parola d’ordine è abbondanza. Ovunque lo sguardo si posi deve trovare vassoi colmi, il cibo deve entrare negli occhi, colmare la visuale rendendoci ciechi. Il senso di appartenenza a uno sciame concorde nell’ingurgitare il più possibile fa il resto. Con la delirante idea in testa che più s’ingurgita più si risparmia. Bipedi con vassoi che strabordano in mezzo ad altri bipedi con vassoi che strabordano. Automi. Il ristorante, grande come un capannone, pari a una catena di montaggio. Dai che domani si va al centro commerciale, sento dire. Sì, dai, che vendono anche il set per farsi il sushi da sé, risponde qualcuno. Mi sento un’aliena mentre vago in questo girone infernale. Al tavolo mi sento un’aliena. Tutti gozzovigliano e decantano. Quelli che ci sono già stati ne parlano con entusiasmo ed enfasi. Io, giuro, non ci metto più piede. Né stomaco. Prima e ultima volta. Amici che sgranano gli occhi. Non capiscono cosa mi disturba. Avrò avuto una giornata pesante.

Una dote che non posseggo è spiegare l’evidenza. Il problema è che per me ormai troppe cose sono evidenti e mi si è ridotto di molto lo spazio di comunicazione. Mi viene in mente Cecità di Saramago.

Mentre sto lì, il vociare assordante, per i più ormai assimilato a rumor bianco gestibile, la luce chiara e intensa, l’andirivieni di strani animali eretti, il bancone su cui squartano un paio di tonni appena scaricati e, di fronte, i bidoni. C’è un tipo che, vista l’ora tarda, preleva dal nastro trasportatore i sushi non consumati ancora intonsi sotto la loro cupoletta in plastica e li getta. Tutto insieme. Plastica e cibo. Ecco, mi gira la testa. Nausea e vertigine. Non è il sangue del tonno. Lo so. Nessun problema con il sangue né con la morte in quanto tale. Mi sale un pensiero cattivo. Che tutto e tutti si sprofondi nelle viscere della terra. Mi viene anche in mente la lunga scena dell’esplosione in Zabriskie Point.


*Uso il termine “risorse” malvolentieri ma questo è il linguaggio in uso ed entrare in un dibattito sull'argomento, per quanto utile, amplierebbe la discussione in misura non sostenibile dall'attenzione dei più. La capacità di concentrazione è sempre più breve e ci si deve accontentare, almeno in prima battuta.



Settembre 2016


sabato 23 luglio 2016

LA STORIA DELL'UMANITÁ

Donne, giovani, meno giovani, rassegnate alla solitudine, alziamo lo sguardo da terra e volgiamolo attorno a noi. Quanti uomini, giovani, meno giovani, semplici, istruiti, molto istruiti che sia, da ogni parte del mondo stanno giungendo? Alcuni con famiglia, altri separati da essa, molti però soli, con il desiderio di costruirsi una vita migliore, di conoscere, di dare, di incontrare.
Gioiamo di questa inattesa possibilità.

E accogliamo e amiamo, noi donne sterili, senza utero, donne cui non è capitata l’occasione o l’incontro per procreare, donne che abbiamo avuto paura quando era l’età giusta, donne che abbiamo curato genitori e parenti ritrovandoci ormai troppo vecchie, qualunque sia la nostra storia, accogliamo e amiamo questa moltitudine di bambini che arrivano ritrovandosi da soli.

Uniamoci, mescoliamoci.


Questa è la storia dell’umanità.




domenica 14 febbraio 2016

Poesia n.6

Vedo il mare
nero e profondo
la vita molteplice immersa

enormi balene
e microscopiche alghe
iridescenti d’ossigeno e pesci

e il cielo sopra
le stelle e i pianeti
tutto lo spazio in cui siamo.




(dalla silloge "L'inizio" 2009-2011)

lunedì 7 dicembre 2015

I FIGLI DEGLI ALTRI


Non riesco più a starci dietro. Alle coalizioni anti Isis. E, forse, non vale la pena continuare a sprecare energia in tal senso. Solo mi chiedo: la Francia da una parte bombarda per rappresaglia la Siria contro i sunniti dell'Isis e dall'altra diventa interlocutore corteggiato dall'Arabia saudita, ora che gli Usa “fraternizzano” con l’Iran? Arabia saudita le cui posizione e responsabilità riguardo all'Isis sono quanto meno nebulose. Forniture di petrolio a parte, l’ideologia dell'ISIS infatti ricalca l’ideologia wahabita della monarchia saudita in quasi ogni aspetto anche se il mancato riconoscimento della suddetta monarchia come guida legittima del mondo islamico rende l'ISIS una minaccia per l’Arabia saudita, non fosse altro per l’immagine che ne deriva al cospetto delle potenze occidentali. Noi stessi italiani, attraverso molti dei nostri illustri imprenditori stiamo facendo ingenti accordi economici con gli emiri perché gli affari sono affari, in barba alla lunga lista di fatwa antidemocratiche e al non rispetto dei diritti umani degni appunto del peggior integralismo. Insomma da che parte stiamo?

Senza contare il fatto che al Califfato non sembra vero questo bombardamento che sospende il lavoro di partizione della Siria, cui si cercava di mettere mano da parte dei principali poteri internazionali attraverso un estenuante lavoro di negoziati. Si tratta di una questione di potere, si tratta della volontà di restaurare finalmente un immenso Stato sunnita, utilizzando ogni mezzo, plagiando e indottrinando giovani che diventano kamikaze inconsapevoli del pragmatismo che permea le decisioni dei vertici dell'IS. Letteralmente carne da macello.


Ma qui mi fermo, perché ciò che voglio dire è semplicemente che la vera informazione è un lusso che presuppone, oltre a interesse e curiosità, tanto tanto tempo.  Alle nuove generazioni questo tempo viene ingolfato e pertanto viene precluso il diritto a sapere, vengono negati gli strumenti per orientarsi e sviluppare un senso critico. Le si ottunde con il proliferare dei devices (ammennicoli tecnologici) persuadendole di avere a portata di mano tutto quanto serve, privandole invece criminalmente della possibilità di sviluppare una visione d’insieme, dall'alto.

Io non ho figli ma mi stanno a cuore i figli degli altri. La mia amica Katia mi dice di essere ottimista: “Non la generazione di mio figlio, che ha 18 anni e subisce ancora l’influenza della nostra, ma quella successiva vivrà in integrazione, perché è un processo inevitabile e funzionale alla sopravvivenza. Per mio nipote, quando sarà adulto, sarà normale relazionarsi al prossimo in base ai meriti e alle qualità di questi anziché secondo l’etnia.” Mi viene in mente una vignetta che ho visto poco tempo fa. Un adulto chiede a una bambina: ”Ci sono extracomunitari nella tua scuola?” e lei risponde un po’ stupita della domanda: ”Veramente nella mia scuola ci sono solo bambini”.


E il discorso non riguarda solo il problema dell’integrazione ma tutti gli aspetti della vita su questo mondo pianeta. La mia visione in linea di principio è analoga a quella della mia amica, soltanto temo che questa futura umanità vivrà in uno spazio molto più stretto, del tutto videocontrollato, con imposizione di modalità digitali uniformi in ogni ambito della vita, e esponenzialmente meno ospitale. Uno spazio in cui le risorse saranno sempre più concentrate nelle mani di pochi a discapito di una moltitudine che dovrà arrangiarsi e rifuggire la bestialità della lotta tra disperati solo grazie a una fede assoluta in quei valori che trasformano nella difficoltà un nemico in compagno.

I compagni di merenda delle conferenze sul clima e gli accordi economici transnazionali insegnano.


Siamo nel terzo millennio e di fronte a un bivio epocale della nostra storia di esseri umani. E ho la netta impressione che si stia imboccando la direzione sbagliata. Sulla spinta di coloro cui ciò torna comodo, nella loro sete malata di potere, e di una folla sterminata che procede acriticamente perché vittima di un’indotta incapacità di vedere.


novembre 2015


(tutti i diritti riservati)

mercoledì 11 novembre 2015

ADOZIONI DI CANI E BAMBINI

Un’amica ha salvato un #Galgo, uno di quei levrieri  che in Spagna, quando smettono di correre o non sono buoni per farlo, nel senso che non portano a casa il risultato, muoiono di morte lenta. Molto lenta. Andate su Google a prendervene una vista, se siete di stomaco robusto.
La decisione della mia amica ha fatto nascere una piccola polemica sul fatto che canili e gattili qui in Italia rigurgitino esseri altrettanto bisognosi di cure ma, alla fine, ciò che conta è salvare una vita. Ogni vita conta.
Analogamente, ho notato recentemente che alle note immagini di bambini africani da adottare a distanza, si affiancano quelle di bambini bianchi e si diffonde il concetto di “adozioni in vicinanza” (Mission bambini” aiutare davvero ogni giorno, questo lo slogan, con 15 euro al mese), per aiutare il milione di bambini che versano in Italia in condizioni di indigenza. Più che legittimo. Si vuole salvare il mondo e poi ci si dimentica del dirimpettaio...
Però in quest’epoca di migrazioni e barriere suona demagogico l’improvviso interesse per i poveri di qui. Ci sono sempre state organizzazioni attente al problema ma il fatto che oggi ad esse venga fornito uno spazio mediatico che fino a ieri non avevano, mi lascia un po’ interdetta.
Lo stesso stato d’animo che provo quando una pubblicità mi dice che con 9 euro al mese posso aiutare a risolvere il problema della cecità nei Paesi in via di sviluppo. Ben venga, ma sapere che si fa leva per lo più sul senso di colpa mi indispone. Perché in conclusione deve essere l’uomo comune, con tutto il senso di impotenza che ha già in collo, a dover rimediare alle carenze delle istituzioni? Dovrebbe esserci una sinergia da entrambe le parti, un impegno dal basso e dall'alto, però la verità resta che nel mondo si spendono 3 milioni di dollari al minuto in spese militari e poi si vengono a chiedere a me 9 euro. Volendo anche credere che vadano a buon fine, resta valida anche se non pronunciata la considerazione scurrile e spontanea che andrebbe rivolta tout court ai governanti (politici e non!) del pianeta.


Settembre 2015

domenica 25 ottobre 2015

OGNUNO CON IL PROPRIO DEVICE, TUTTI INSIEME APPASSIONATAMENTE

Stavo stirando a casa di una signora e non riesco a stirare senza guardare la televisione. In genere quando c’è un’interruzione pubblicitaria mollo il ferro (il mio principale device, seguito dal computer fisso) prendo il telecomando e metto silenzioso. L’altro giorno avevo lasciato il telecomando distante e così ho ascoltato anche gli spot pubblicitari. Sono rimasta ipnotizzata, con il ferro a mezz’aria, la bocca semi aperta.

Tre, uno dietro l’altro. Iniziando da quello del McItaly con carne chianina, fibra Tim a seguire, e Multicentrum. Gli altri dopo erano superflui e li ho rimossi in tempo reale.

Riprese su fondo nero, musica solenne in crescendo, un hamburger che rotea come un pianeta nello spazio, non è da tutti farlo, non è da tutti offrirlo a milioni di italiani, non è da tutti ma noi lo abbiamo fatto; poi la fibra che città dopo città, stiamo collegando tutto il Paese, per navigare velocissimi e tutti insieme contemporaneamente, il futuro è già qui, e la fibra è capace di connetterci ancora di più, e quindi Multicentrum, unico come te, perché le tue impronte sono uniche.

Ho ricordato le frasi dello spot sulla fibra Fastweb: dentro la nostra fibra scorrono i tuoi pensieri, i tuoi sogni, i tuoi progetti, tu sei le nostre ali… con gli aeroplani dietro a fare un cuore con le scie.

Quelle del McVeggie: abbiamo tolto l’hamburger dall’hamburger (!)…solo chi è in tutto il mondo può portarti il mondo… e anche quell’altra della Citterio, sponsor all’Expo 2015, l’origine fa la differenza.


Cristo santo, buon vecchio Orwell, come dicemmo ormai vent’anni con Oreste Del Buono, eri un ottimista…



ottobre 2015

mercoledì 21 ottobre 2015

Egg 12 - Leonard Nimoy



a proposito di visionari

Il #mondo sia lodato


Mondo, ti devo lodare
per la tua stregonesca magia
intrecciata all'incoscienza
dell’uomo – millenni
di storia hanno accumulato
un enorme sapere senza
che l’anima sia progredita
di un passo
  
e se un sasso
sarà sempre un sasso,
noi siamo sempre gli stessi
eppure individualmente diversi;
creature umorali
disperse in galassie infinite,
superbi prometei che sovvertono
le proprie e le altrui
preziosissime vite –
  
esausti disillusi che vagano
queruli e annoiati, psicotici
accecati dal disordine mentale,
poveri diavoli smarriti,
impostori travestiti da bramini,
fanatici infuriati.


Ma persiste sepolto un bagliore
e a quello mi appello,
Mondo, e ti torno a lodare

Per il segreto che ancora
ti avvolge, per il pullulare
di polvere e polline
dentro un cono di luce
come onda in un campo.
È in quel tremolio,
in quella danza continua
che flette e che torce,
è nell'indeterminato vibrare
di forze in tensione,
è nel cacofonico coro
di un esteso presente
alieno a un’idea condivisa
di tempo e di spazio – è qui
che si addensa il reale,
potenza, energia, uno sciame
di grani che il caso
per accidente combina,
fuoriuscita dal seme celeste
di una gigantesca medusa
che si espande, dilata,
implode, s’incurva
perché la realtà
non è come ci appare

perché vista da fuori
un fuori lontano remoto
spaziale, risplende
e commuove la tua
bellezza globale.

“Earthrise, earthrise”,
mormorava rapito l’astronauta
orbitante nell'oscurità
dello spazio, affacciato
su un osso di calce lunare.
E vedeva la luce del mondo
-un blu universale -
E scattava la foto
che al fluttuante pianeta terrestre
avrebbe eretto
un cosmico altare.

Ringrazio quel desolato
balcone lunare e quella
impensata, siderea distanza:
troppi miracoli finiscono
persi quando ci avvitiamo
in inani manie, ridicole brame,
paranoie convulsioni pazzie.

Sospesi su ponteggi vacillanti
ci sosteniamo con le nostre
fissazioni. Pur di distogliere
lo sguardo dall'incombente
abisso, ci rifugiamo
in raggelanti automatismi,
in penosissime ossessioni.

Sappiamo di portarci appresso
un fardello di nequizie, ma
l’ignavia, le coazioni, le pigrizie
sono monete opache e note,
ben più rassicuranti delle luci
abbacinanti e sconosciute
di un mondo che non offre garanzie.


(VII canto – da “Il mondo sia lodato” di Franco Marcoaldi – 2015  Giulio Einaudi editore )