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martedì 14 aprile 2020

Intervista a Jürgen Habermas

L’unica cura è la solidarietà intervista a Jürgen Habermas a cura di Nicola Truong
in “la Repubblica” del 12 aprile 2020

Jürgen Habermas, cosa rivela questa crisi sanitaria globale, da un punto di vista etico, filosofico e politico? 
«Da un punto di vista filosofico, mi colpisce che la pandemia oggi costringa tutti a riflettere su qualcosa che prima era noto ai soli esperti. Oggi, tutti i cittadini stanno imparando come i loro governi debbano prendere decisioni ben sapendo i limiti delle conoscenze degli stessi virologi consultati. Raramente, il terreno per l’azione in condizioni di incertezza è stato illuminato in modo così vivido. Forse questa esperienza insolita lascerà il segno nella coscienza della sfera pubblica». 
Ma quali sono le sfide etiche? 
«Vedo soprattutto due possibili casi che violano l’intangibilità della dignità umana, che la Costituzione tedesca garantisce nel preambolo ed enuncia nel secondo articolo con la dichiarazione "Ogni persona ha diritto alla vita e all'integrità fisica". Il primo riguarda il cosiddetto triage, l’altro la scelta del momento giusto per interrompere il distanziamento sociale. Il pericolo di sovraccaricare i reparti di terapia intensiva degli ospedali, che si è già verificato in Italia ed è temuto nel nostro Paese, ricorda gli scenari della medicina delle catastrofi che solitamente si verificano solo nelle guerre. Se il numero di pazienti ricoverati è superiore a quello delle strutture di cura disponibili nei reparti di terapia intensiva, i medici dovranno inevitabilmente prendere una decisione tragica, perché in ogni caso immorale. Da ciò nasce la tentazione di abdicare al principio della parità di trattamento di ogni cittadino, indipendentemente dallo status, dall'origine, dall'età, eccetera, e nel nostro caso, in particolare, di favorire i giovani rispetto ai più anziani. Ciò potrebbe essere auspicato dagli stessi anziani in un atto moralmente ammirevole di altruismo. Ma quale medico "soppeserebbe" il "valore" di un uomo contro il "valore" di un altro, erigendosi in tal modo a padrone della vita e della morte? Il linguaggio dei "valori" origliato in economia induce alla "quantificazione oggettivante" che è propria della prospettiva dell’osservatore. Ma questa prospettiva non può essere il modo di trattare l’autonomia delle persone: quando mi rivolgo a una seconda persona (tu-voi), l’autodeterminazione dell’altro può essere soltanto o rispettata o negata, vale a dire o riconosciuta o ignorata. L’etica professionale medica, nei confronti di ciò, è in accordo con la Costituzione e segue il principio secondo cui una vita umana non può essere "messa in contrapposizione" con un’altra. Infatti, prescrive che in situazioni che obbligano a prendere delle decisioni tragiche, il medico deve essere guidato esclusivamente dalle disposizioni sanitarie relative alla maggiore prospettiva di successo del trattamento clinico».
E l’altro caso? 
«La decisione sul momento giusto per porre fine allo shut down – una misura moralmente e legalmente richiesta per la protezione della vita – può entrare in conflitto, ad esempio, con i calcoli dei benefici. I politici devono resistere alla "tentazione utilitaristica" di soppesare i danni economici o sociali, da un lato, e le morti evitabili, dall'altro. Si deve accettare il rischio di sovraccaricare il sistema sanitario e, quindi, aumentare il tasso di mortalità per far ripartire prima l’economia e ridurre così anche la miseria sociale causata dalla crisi economica? Su questo punto, la raccomandazione specifica del Consiglio tedesco di etica è rimasta fatalmente ambigua. I diritti fondamentali vietano agli organi statali di prendere qualsiasi decisione che accetti la possibilità di morte di singole persone». 
Non c’è il pericolo che lo stato di emergenza possa trasformarsi in una regola "democratica"? 
«Naturalmente, la limitazione di un gran numero di libertà importanti deve rimanere un’eccezione strettamente contenuta. Ma l’eccezione è di per sé, come ho appena cercato di dimostrare, richiesta dal diritto primario alla protezione della vita e dell’integrità fisica. In Francia e in Germania non c’è motivo di dubitare della fedeltà alla Costituzione da parte dei governanti. Se Viktor Orbán coglie la crisi del Covid 19 come un’opportunità per chiudere definitivamente la bocca all'opposizione, ciò 
va spiegato con la lunga involuzione autoritaria del regime politico ungherese, che il Consiglio europeo e, soprattutto, i cristiano-democratici europei hanno guardato con indulgenza». 
A cosa serve l’Ue se, ai tempi del coronavirus, non dimostra che gli europei stanno insieme e lottano per un futuro comune?": così avete scritto in un appello collettivo su "Die Zeit" del 2 aprile. 
«Io e i miei amici abbiamo posto questa domanda al nostro governo: alla Cancelliera e al ministro delle Finanze della Spd. Entrambi mi lasciano sbalordito. Continuano ostinatamente ad attenersi alla loro gestione della crisi a vantaggio della Germania e dei Paesi settentrionali, senza badare alle critiche dei Paesi meridionali. La grande maggioranza dei politici tedeschi teme le reazioni di rabbia dei propri elettori nel caso di una resa. Tanto più che sono stati loro stessi ad alimentare e stuzzicare il nazionalismo economico autoreferenziale e l'autocelebrazione dell’export tedesco come campione del mondo, non senza la compiacenza della stampa, peraltro. Esistono dati empirici comparativi che dimostrano come il nostro governo, con questo nazionalismo sostitutivo, abbia "chiesto troppo poco" alla sua popolazione. Se Macron ha commesso un errore nei suoi rapporti con la Germania è stato quello di sottovalutare, sin dall’inizio, la ristrettezza delle vedute nazionaliste di Angela Merkel, le cui qualità sono altre». 
La Cina è stata l’epicentro della pandemia e ora sembra che questa epidemia favorisca il suo potere sull’Europa e nel mondo. Si tratta di una svolta geopolitica, vale a dire di un rilancio della sua supremazia politica ed economica? 
«Questa tendenza è in atto da tempo e sta accelerando una divisione dell’Occidente, iniziata al più tardi con il "presidente di guerra" George W. Bush. Sarebbe quindi ancor più importante se l’Europa vedesse nello shock del coronavirus un’ultima possibilità e si nobilitasse per agire in modo solidale». Come vive questo isolamento? Com'è una vita al chiuso e limitata? «La "frazione parlamentare" degli umanisti – che è comunque "seduta" al proprio computer di casa – ne soffre meno». 
Questa crisi sanitaria globale rischia di aumentare l’influenza delle forze nazional-populiste che già minacciano l’Europa. Come possiamo resistere a queste forze? 
«Questa domanda è indipendente dalla situazione attuale di emergenza e deve trovare una risposta diversa in ogni Paese. In Germania, il passato nazista ci ha vaccinato con più forza contro la ricomparsa del pensiero estremista di destra. Per questo partiti e governi poterono permettersi, sotto l’anticomunismo dominante, di chiudere l’occhio verso la destra. Fin dai tempi di Adenauer – e dalla riunificazione con la Germania Est – questo anticomunismo di facciata ha consentito loro di occultare le componenti fatali del loro passato politico. In Francia, invece, l’estremismo di destra era già organizzato da tempo, ma con radici ideologiche diverse dalle nostre: non è etnonazionalista ma statalista. Ora anche una certa sinistra francese, all'origine universalista, sta sprofondando nell'odio per l’Ue». 
Quale nuova narrazione potrebbero inventarsi gli europei per rinnovare lo slancio verso un’Unione europea non amata e mal coordinata? 
«Contro il risentimento non valgono argomenti e buone parole. Servirebbe solo la capacità di affrontare e risolvere i problemi da parte del nucleo forte del continente (Germania e Francia). Solo su un "ring" di questo genere diventerebbe realistico lottare per la soppressione di una politica mondiale dominata dal neoliberismo. Oggi vediamo che, quando urge il bisogno, solo lo Stato ci può aiutare». 

Intervista rilasciata da Jürgen Habermas a Nicolas Truong per "Le Monde". Traduzione di Luca Corchia e Leonardo Ceppa

giovedì 9 aprile 2020

CORONAVIRUS 6

Un fatto è assodato: l'umanità sta affrontando una crisi globale gravissima e, ritengo, una delle maggiori in senso assoluto. La differenza rispetto alle grandi crisi del passato è che gli esiti di questa, viste la realtà tecnologico finanziaria in cui siamo immersi e la conseguente accelerazione dei fenomeni, determineranno in modo ineluttabile le sorti della vita sul nostro pianeta. Ognuno di noi è chiamato a rispondere a un imperativo etico di assunzione di responsabilità. Non ci si può tirare indietro indefinitamente, indefinitamente lavarsene le mani. È necessario che ognuno metta in atto ogni mezzo personale e intellettivo per capire sino in fondo cosa sta accadendo e con umiltà si documenti, legga, s'informi. Ma seriamente e non seguendo il propagarsi dei commenti sui social come unica fonte di conoscenza. Abbiamo il dovere imprescindibile di non delegare ad altri decisioni che varranno per tutti. Dobbiamo verificare ogni informazione, ogni fonte, domandarci sempre cui prodest, a chi giova. Evitare l'atteggiamento tipico nei momenti di crisi di farsi prendere dal panico e aspettare che un deus ex machina venga a risolvere tutto. Non è più consentito a nessuno evitare una presa di posizione, come, tanto per fare un esempio, l'amico che a marzo inoltrato ha organizzato cene a casa propria difendendosi con il fatto che le restrizioni non erano ancora in vigore e che lui le cose le fa solo quando glielo impongono le regole ufficiali. Le leggi, le regole, sono fatte dall'uomo; a volte sono ingiuste, a volte sono sbagliate, altre volte, semplicemente, sono tardive, incomplete, inefficaci. Pertanto quando necessario vanno anticipate, migliorate, cambiate, o, in casi estremi, rifiutate. La storia è ricca di esempi di leggi inique di cui poi nel tempo ci si è vergognati. Non è più consentito non pensare. Non è più consentito non agire.

Le decisioni che governi, o chi per essi, hanno preso, stanno prendendo, e prenderanno nelle prossime settimane, incideranno in profondità sul mondo per anni. Influiranno non solo sui nostri sistemi sanitari ma anche sull'economia, la politica, la cultura. E, fondamentalmente, sulla società. Quest’esperienza sarà uno spartiacque. Al risveglio da questo incubo troveremo un mondo del tutto diverso da quello conosciuto sinora, che già non era dei migliori. E temo sarà un mondo distopico. L'accelerazione esponenziale data ai mutamenti sociali da quest'emergenza sarà infatti funzionale al rapido realizzarsi di obiettivi molto chiari messi in agenda già da molti decenni da poteri forti che non intendono rinunciare alla propria visione utilitaristica di una società frammentata e sottomessa. Non si tratta di complottismo ma delle conclusioni inevitabili di un'analisi portata avanti nel tempo... Dobbiamo agire con rapidità e determinazione, pretendendo trasparenza, onestà, senno. Non accettare incapacità e approssimazione, e opporsi a corruzione, conflitti di interesse, e utilitaristiche connivenze.

Dobbiamo, e avremmo dovuto già da tempo, tenere conto delle conseguenze a lungo termine delle nostre azioni, perché il delegare, l'ignorare, il permettere, il non re/agire sono di per se stesse azioni. Nello scegliere tra le varie alternative, dovremmo chiederci non solo come superare difficoltà e pericoli immediati, di qualsiasi natura siano, ma anche in che tipo di mondo vivremo quando li avremo superati. In che mondo vivremo quando questa tempesta sarà passata. Perché certamente, in un modo o nell'altro, questa tempesta passerà e il genere umano sopravvivrà. Molti di noi saranno ancora qui e tireranno un sospiro di sollievo. Alcuni si saranno ulteriormente arricchiti, altri avranno dato fondo ai risparmi di una vita, altri saranno precipitati definitivamente nel baratro dell'incapienza. Qualcuno sarà morto in solitudine, qualcuno si sarà ammazzato, qualcuno avrà ammazzato qualcun altro. Ma, essenzialmente, vivremo in un mondo diverso.

Molti dei provvedimenti adottati in questo periodo per gestire un’emergenza, diciamo a breve termine, diventeranno parte integrante della nostra quotidianità. È nella natura stessa delle emergenze accelerare i processi storici, trasformando intere nazioni in cavie per esperimenti sociali, attraverso l'adozione in poche ore di decisioni e leggi che in tempi normali richiederebbero anni. Le storie legislative nostrana e internazionale sono ricche di esempi di norme introdotte in regime di emergenza e poi rimaste in essere. Per questo è necessario che, oggi, per ogni norma che scavalchi il normale iter legislativo, o che esautori il potere del giudice a favore di quelli del prefetto, venga chiaramente indicato un termine temporale.

Pensiamo al riconoscimento facciale e all'obbligo di controllare e riferire temperatura corporea e condizioni di salute, alle tecnologie di contact tracing, tutte procedure già in vigore in alcuni Paesi. Le autorità possono non solo individuare i possibili infetti, ma anche seguire movimenti e abitudini di chiunque. Lo si fa da un bel po' ma ora tali misure verranno con il nostro plauso intensificate e applicata su larga scala. Quest'epidemia è una gran bella finestra di Overton nella storia della sorveglianza. Nel momento in cui le multinazionali e i governi cominceranno a raccogliere anche i nostri dati biometrici, potranno prevedere i nostri stati d'animo e manipolarli. Potranno convincerci di qualsiasi cosa con maggiore efficacia di quanto avvenuto finora. E potranno definitivamente venderci quello che vorranno e con le modalità che vorranno. Non sta forse già accadendo? Basti considerare banalmente l'arbitraria classificazione dei beni in beni necessari e non necessari. Perché se possibile acquistare alimenti in un supermercato viene interdetto l'acquisto di abbigliamento se disponibile? Dov'è la logica? Un paio di mutande nuove può essere necessario. Mentre non dovrebbe esserlo entrare nel dettaglio e dover spiegare il perché di tale acquisto, raccontando fatti privati a tutto il personale dipendente fino al direttore del supermercato. Si rasenta l'assurdo. Una folle dispersione di energie mentali per distogliere da quelle che sono le questioni importanti di tutta quanta questa faccenda. Siamo e saremo talmente impegnati a dover risolvere problemi stupidi che non avremo tempo, occhi, orecchie, e cervello per capire quanto sta succedendo davvero. Per cogliere le connessioni tra gli accadimenti. Quanti, tanto per fare un altro esempio banale, che prima non l'avevano mai fatto, ora comprano on line indumenti e scarpe per i propri bambini in crescita che si ritrovano a non entrare nei vestiti da un mese all'altro, pigiami per parenti ricoverati, o qualsiasi altro bene che, nonostante le apparenze, per qualcuno potrebbe essere veramente indispensabile? Tanti, direi. Ma chi non ha, perché non gli piace o perché non se li può permettere, un computer, uno smartphone, né una carta di credito, di debito, prepagata o quello che volete, come farà? È chiara l'intenzione di far sparire il commercio al dettaglio, la carta moneta, il rapporto tra persone e di far sprofondare nella marginalità chi ancora vorrebbe vivere alla vecchia maniera o non può permettersi di adeguarsi alla nuova. Tutti dovranno divenire parte di un sistema integrato per poter far fronte alle esigenze quotidiane. Forse persino per comprare le patate. Chi non lo farà sarà escluso. Il distanziamento sociale già esistente non potrà che aumentare. Anche il divario tra i redditi sta aumentando velocemente, con ammortizzatori sociali, per chi è in una condizione di reale bisogno, assenti o ridicoli e mal pensati. Ho letto da qualche parte che questo virus sarebbe reazionario perché sta imponendo una decrescita infelice e porterà a una recessione economica mondiale senza pari. Non credo: la decrescita sarà solo per chi non sarà più funzionale al sistema. Io trovo invece che reazionario il virus lo sia nella misura in cui rafforza potentemente lo status quo e impedisce un reale, lungimirante, ed equo rinnovamento sociale, politico, economico.

Tornando alla questione di partenza, ciò su cui si fa leva è proprio il chiedere alla gente di scegliere tra privacy e salute, tra stile di vita e salute, tra relazioni umane e salute. In sostanza la solita vecchia storia di libertà contro sicurezza. Ma è una falsa scelta. Possiamo essere al sicuro e proteggere la nostra salute e allo stesso tempo fermare un'epidemia senza cedere a sistemi di sorveglianza assoluti, ma con il buon senso e la responsabilizzazione personale reciproca. Possiamo avere e dovremmo quindi pretendere di avere privacy e salute, socialità e salute, aria aperta e salute, libertà e salute. Invece mentre ci costringono in casa, provvedimento indiscutibilmente legittimo per arginare le epidemie, ripuliscono le strade da umani border line e randagi, tagliano alberi nelle nostre città, continuano a sventrare indiscriminatamente la terra, acidificano i mari. Mentre la maggior parte di noi rispetta doverosamente le restrizioni per il bene comune, si firmano contratti economico finanziari transnazionali, si alimentano conflitti, si dividono gli utili, si programma il new deal del terzo millennio a beneficio di pochi. Qualcosa non quadra. Non è questa la società globale che ho sempre auspicato e di cui ho altrove scritto.

In sintesi estrema, un governo mondiale che, nel rispetto delle identità culturali e territoriali, istituisca e faccia rispettare regole comuni per la gestione dell'ambiente, della salute, delle risorse, dell'istruzione, dell'economia, in una visione di protezione del bene comune e dei diritti universali. Il virus, come il riscaldamento climatico, non conosce frontiere e richiede una risposta globale, azioni globali, governance globale*. È ormai il Pianeta lo spazio politico in cui questi problemi devono essere affrontati. Ciò presuppone un cambiamento profondo non solo delle istituzioni politiche a cui siamo abituati, non solo degli stili di vita, ma anche del modo di pensare.

Infatti l'altra scelta inderogabile che dobbiamo affrontare è quella tra isolamento nazionalista e solidarietà globale. L’epidemia in corso, le crisi economica, sociale, ambientale pregresse e conseguenti, sono problemi globali. Possono essere risolti efficacemente solo con la cooperazione di tutti i Paesi, attraverso la condivisione delle informazioni e l'adozione di misure di contenimento comuni a livello internazionale. Strano, tra l'altro, che non vi sia ancora stato, perlomeno non ufficialmente, un summit tra i leader globali a tal proposito. Anche solo per abbozzare un piano d’azione comune. Vien da pensare che i leader non siano veramente tali e siano in balia di qualcos'altro, di qualcun altro. O sono degli incapaci o non contano nulla. Tertium non datur.

Di sicuro al momento abbiamo che vi sono tanti incompetenti nelle stanze del governo. Si afferma tutto e il contrario di tutto, dimentichi persino delle nozioni base di biologia. Cos'è un virus, come si comporta, quanto tempo impiega a perdere la carica di letalità (nessun virus ha “interesse” a decimare gli organismi ospiti pena la propria scomparsa ma in genere prima di due anni non si può star tranquilli)?

Quello che è evidente, a oggi, è che il Virus, inteso anche come misure del suo contenimento (la sedentarietà, lo stare al chiuso, l'isolamento fisico, psicologico, emozionale), sta abbassando le nostre difese immunitarie e sta aggravando patologie pregresse, con ricadute fisiche e psicologiche che pagheremo con gli interessi, sta disgregando le relazioni sociali, amicali, famigliari, in modo drammatico, sta alimentando lo spirito delatorio, sta rafforzando il nazionalismo territoriale. Le persone che all'interno di un paese si spostano dalle aree più colpite dal virus a quelle più “sicure” (sbagliato ma umano) sono sgradite come qualunque straniero si affacci al mare nostrum. Non ci saranno solo più muri tra continenti e tra stati, ma anche tra individui: il pericolo sarà il vicino di casa. Di questo dobbiamo avere paura. Della paura. L'arma più potente, il deterrente più efficace per mantenere il consenso, sfoltire i perdenti, e, in ultima analisi, tacitare ed eliminare i dissenzienti.

E non bisogna nemmeno dimenticare di cosa si parlava fino a poco tempo fa. I cambiamenti climatici. L'ipossia dei mari. L'accaparramento indiscriminato di risorse non rinnovabili. La devastazione degli ecosistemi. Le nuove generazioni che criticavano quelle precedenti accusandole di non aver fatto e di non fare nulla per il futuro della vita sul pianeta. Non se ne parla più, anzi il virus ha ribaltato le parti. Ora gli esponenti più anziani della società, fisicamente più vulnerabili, si sentono minacciati dalla scarsa disponibilità dei giovani a cambiare abitudini e ad accettare costrizioni. Giovani che a loro volta stanno già pagando in termini di formazione e pagheranno in termini di qualità della vita. Conflitti generazionali di portata epocale su cui molto a fondo bisognerebbe riflettere.

Il problema che è la gente non sa come comportarsi di fronte a una minaccia comune, se non andando nel panico e diventando egoista. Alcune persone sì, lo sanno ma, appunto, la gente no. Una questione di discernimento che, come insegna Elias Canetti, la massa non ha. La gente infatti non è andata nel panico per il riscaldamento globale, che è una crisi molto più grande del Covid-19, solo perché avviene gradualmente. Certo, su scala mondiale la velocità esponenziale con cui gli ecosistemi stanno collassando toglie il respiro, ma la maggior parte di noi non vede alcuna differenza nel lasso temporale di riferimento che per gli esseri umani del tardo capitalismo è quello tra una busta paga e l’altra. Solo la paura del contagio, solo la paura di perdere ciò che si possiede, muove. Per questo avrà la meglio un’economia mondiale che premia l’interesse personale quand’anche cieco e ottuso e rende la condivisione un lusso. Tra chi fa incetta di mascherine e chi si attacca alla macchina da cucire per produrne, i secondi sono una minoranza. Minoranza che, alla fine, esausta, si arrenderà.

Quando vedremo le rovine di questo nostro mondo e patiremo le derive di una società composta da individui asociali, ci saranno rabbia e frustrazione, questo sì, ma niente di più, perché i colpevoli saranno, come sono sempre nell'immaginario collettivo, altrove. La colpa sempre di qualcun altro che ha portato sino a noi il disastro.

Aprile 2020



* 2025 - In termini di principio ribadisco il pensiero da me espresso in questo articolo ma vorrei fosse chiaro che quando scrivo di pensiero e azioni globali e di Global Governance, non mi riferisco certo a ‘sta roba vergognosa che sta venendo fuori da qualche anno a questa parte.


martedì 24 settembre 2019

UN NUOVO UMANESIMO di Giuseppe Yusuf Conte

VOGLIO RIPORTARE LE PAROLE DEL POETA E AMICO GIUSEPPE CONTE

Giuseppe Yusuf Conte
Nel 2018 in un convegno internazionale a Madera sul tema "Per un umanesimo del XXI secolo" ho pronunciato la seguente relazione:
L’umanesimo , movimento che a partire da Petrarca alzò ondate di fortissime e nuove energie spirituali, filosofiche, artistiche, ha generato l’uomo moderno e l’età moderna con una spettacolosa ripresa del sapere dei Greci e dei Romani. Lo studioso americano Stephen Greenblatt attribuisce alla scoperta del manoscritto del De rerum natura di Lucrezio, ad opera dell’umanista Poggio Bracciolini, un valore di svolta per tutto il pensiero occidentale. E intanto la dignità dell’uomo è proclamata con una fermezza e chiarezza insuperabile, attingendo oltre che a fonti classiche anche a fonti arabe e ebraiche, dal genio di Pico della Mirandola, Platone torna in Marsilio Ficino, Afrodite e Artemide sono invitate in un giardino toscano da Lorenzo il Magnifico e da Poliziano, ispirano almeno tre secoli di arte e poesia italiana. Esiste una centralità dell’uomo nell’Illuminismo di Voltaire, che afferma la tolleranza e i diritti dell’uomo, cui il più influente esponente del Romanticismo, Victor Hugo, aggiunge i diritti dell’anima. Più vicino a noi si è presentato come un umanesimo l’esistenzialismo di Sartre, un esistenzialismo non più trionfante ma espressione della crisi dell’uomo novecentesco. Ma da un certo momento in poi l’umanesimo, come dottrina della centralità dell’uomo, ha cominciato a perdere presa sulla società, la cultura umanistica è caduta in disuso non solo nei media ma persino nelle scuole, gli Antichi sono stati dimenticati, come in genere ogni tradizione, e alla cancellazione del passato è corrisposta inevitabilmente quella del futuro, verso cui spingevano da secoli sogni a occhi aperti e utopie. Se un umanesimo nascerà ancora nel XXI secolo, sarà qualcosa di totalmente nuovo, sconvolgente, un umanesimo di lotta, che individui tutte le forze disumanizzanti in atto oggi nel mondo e le combatta in nome del primato dello spirito e della persona umana, concetto su cui cultura laica e cultura religiosa possono trovare un terreno comune. Il nuovo umanesimo stabilirà un nuovo ruolo della natura e dei rapporti con essa, che devono cambiare per forza, pena la fine del genere umano sul pianeta Terra. E stabilirà un nuovo ruolo del sacro, superando i fattori che oggi dividono le religioni storiche. Penso a un umanesimo che faccia convergere ragione e passione, che ridia centralità alla conoscenza, all’anima, alla volontà, al confronto con il fato : dunque spessore all’uomo che oggi nella società dei media e della finanza globale si trova compresso nella sola dimensione di spettatore e consumatore. Siamo immersi in una realtà culturale grigiastra, dove salta la distinzione tra bene e male, dove è irrisa la ricerca della verità, dove conta soltanto l’affermazione economica. Non era mai capitato nella storia dell’uomo sulla terra che l’economia e la finanza potessero affermare senza nessuna consistente opposizione il loro dominio assoluto, potessero impunemente porsi in cima alla scala dei valori, finendo per deprezzare o disprezzare tutti gli altri. L’uomo non è più l’artefice della storia e della società in cui vive, ma semplice pedina su una scacchiera dove pochissimi re dell’economia, potenti e nascosti, giocano la loro partita vittoriosa. Un umanesimo del XXI secolo andrà contro gli eccessi disumanizzanti della robotica, lo sfruttamento irragionevole della natura, il profitto a ogni costo, la riduzione dell’essere umano a ologramma. E ridarà lo spazio sovrano che meritano alla bellezza, all’utopia, alla poesia.

lunedì 15 luglio 2019

SISTEMA BIOSFERA

L'unica specie a concepire l'idea di futuro, pertanto in grado di guardare avanti, oltre le istintive necessità prossime, siamo noi. Gli unici capaci di riconoscere intellettualmente (e, badate, non ho scritto intellettivamente, ché ciò riesce a tutte le specie...) le opportunità utili alla sopravvivenza. Eppure i fatti sembrano provare il contrario. Forse perché siamo eccessivamente concentrati ognuno sulla propria singola sopravvivenza individuale. Sulla propria e su quella di pochi intimi e affini. Non riusciamo a pensare a noi stessi come parte di un biosistema. Il senso di unicità che ci contraddistingue, e che ha permesso ad alcuni individui di eccellere, ci illude di esserne al di fuori.

A un certo punto della storia umana è subentrato un qualche elemento che ha accelerato questo senso di estraniazione, l'illusione di essere separati dalla natura*, la convinzione alla base della nostra cultura di essere la forma di vita superiore sulla terra. Mentre, al contrario, il solo pensare ciò è da considerarsi un disturbo psichico vero e proprio, una forma di disadattamento, di scollamento dal reale, al pari di altri per i quali riteniamo doverosa una cura. Infatti la presunzione di tale superiorità non è supportata da alcuna verifica fattuale. Ciò che ci dice la scienza è che, per vari motivi, troppo lungo qui entrare nel merito, abbiamo goduto di un canale preferenziale nell'evoluzione e ci siamo evoluti fino a ottenere complesse e stupefacenti forme espressive non riscontrabili in altri animali (animali che, tuttavia, ne posseggono di diverse e altrettanto stupefacenti). Leggendo, se necessario più volte, la precedente frase dovrebbe essere evidente a tutti che utilizzare tale preconcetto come fondamenta della nostra superiorità di specie, non funziona. Non dice quella cosa lì. Ne dice un'altra, di cosa. Per spiegarmi. Una serie di semplici domande. Se io non riscontro una cosa, questa cosa non esiste? Il non riscontrare in un altro un livello di evoluzione pari al proprio nega che questi possa possederne uno superiore? In quale realtà logica l’evoluzione esprime un valore qualitativo? Forzatamente l'evoluzione di chi cerca riscontro è da considerarsi il metro di misura universale? Giusto così, per ragionarci sopra.

Dunque perché affermiamo con tanta convinzione di essere il risultato sommo dell'intera storia biologica? Per sentirci liberi? Svincolati da oneri etici e leggi fisiche? Quindi per paura della morte? Esposti al rischio delle contingenze, siamo a tal punto spauriti e fragili ?

Anziché ammirare la perfezione del sistema universo ce ne vogliamo affrancare nella vana ricerca di una salvezza che, invece, si rivelerà rovina. Umano, molto umano, forse troppo*. Difficile accettare che la nostra personale esistenza sia a tempo determinato. Ma così è e così deve essere, pena la fine della vita. Questione di entropia. Difficile accettare di dover, a un certo momento, terminare. Vorremmo non toccasse mai a noi ma l'unica cosa che possiamo fare è tentare di morire bene. Poter dire nell'ultima ora, sono felice, come suggeriva Solone. E per morire bene bisogna vivere bene. Non intendo senza problemi ma con dentro sempre chiaro e forte il significato dell'esistere. Purtroppo, però, pochi tra noi riescono in questo, e maggiormente coloro che sono a contatto stretto con la natura. La maggior parte delle persone però non ha questa fortuna. Crediamo dunque di sapere tutto ma non sappiamo nulla o ben poco. Tutta la nostra scienza, se commisurata alla realtà, è primitiva e infantile. Dovremmo, prima di ogni altra cosa, attendere alla comprensione della natura, tornare ad essa, ascoltandone le armonie anziché tentare di modificarla. Invece, i molti che vivono in stretto rapporto con un habitat naturale, oggi, subiscono principalmente le ricadute, spesso drammatiche, dei nostri abusi. La natura nemica. Se nell'antichità lo era per il proprio manifestarsi, a volte improvviso e violento, in forme e modi che l'uomo non poteva contrastare, ora giorno dopo giorno essa ci restituisce la morte che le abbiamo procurato. Terre morte, acque tossiche, aria contaminata, cibo infetto. Brontoliamo un po' ma non tentiamo un salto di qualità. Rinunciamo a priori a qualsiasi ipotesi di luce.

Esploriamo lo spazio ma nemmeno questo ha il minimo effetto su di noi in termini di comprensione e quindi di guarigione. Cerchiamo altre forme di vita altrove e ignoriamo quelle che ci circondano, di molte delle quali non sospettiamo neanche l'esistenza. Abbiamo identificato meno di 2 milioni di specie su un totale stimato tra 7 e 15 milioni (probabilmente sono molte di più). Una perdita del 10%, media calcolata nell'arco dei prossimi tre decenni, indica che assisteremo alla scomparsa di decine di migliaia di specie, molte delle quali non hanno un nome. Perfino per quelle che lo hanno, non saremo in grado di indicare il momento in cui si estingueranno. Sono come "morti viventi", specie destinate a morire perché i loro habitat sono diventati troppo piccoli. I tassi di estinzione attuali procedono a ritmi cento volte superiori a quelli naturali preistorici. E per il futuro, il tasso di estinzione subirà una probabile accelerazione di oltre mille volte maggiore rispetto a quella naturale preistorica, dal momento che la deforestazione delle aree tropicali distrugge anche gli ultimi rifugi di molte specie. Oltre all'estinzione, inoltre, esiste un fenomeno più nascosto che è quello della defaunizzazione e cioè della diminuizione del numero di individui, del peso quantitativo di una specie, della sua biomassa. Una sorta di annichilimento biologico che alla fin fine patirà in primis chi sta in cima alla catena alimentare. Noi. Anche perdere solo un 20, 30% di una specie può determinare la sparizione di altre, in un effetto domino non arrestabile che porterà al collasso del sistema.

Egoismo, politica, gestione economico finanziaria, ci illudono però che la vita consista solo degli elementi di cui l'abbiamo riempita. Nient'altro. Tutto il resto è accessorio. Ogni considerazione che riguardi quanto sentiamo estraneo a ciò che abbiamo deciso essere il mondo è opinabile quando non ignorabile. L'ambiente in cui viviamo e che abbiamo creato conferma l'illusione della non appartenenza al ciclo vitale.

Dopo la rivoluzione industriale abbiamo perso il precedente sistema di vita che era rigenerativo e siamo passati al dogma dell'inesauribilità. Prima tutto veniva dal sole che rappresentava la quantità massima di energia a nostra disposizione, sufficiente all'incirca per un miliardo di persone sul pianeta. I combustibili fossili e la rivoluzione agricola hanno accelerato i processi di produzione e l'incremento demografico, e ora non riusciamo più a fermarci. Dal 1800 al 1930 siamo passati da 1 miliardo di persone a 2 miliardi. Nei successivi 30 anni siamo passati a 3 miliardi. Nei vent'anni seguenti, dal 1960 al 1980 siamo raddoppiati e giunti a 6 miliardi. Dopodiché un leggero rallentamento ma siamo comunque alla soglia degli 8 miliardi e nel giro di una trentina d'anni arriveremo a 10 miliardi. Sarebbe a dire decuplicati in 150 anni con solo più un decimo della superficie terrestre libero dall'impatto dell'attività umana. E come ci siamo organizzati per questo condominio sovraffollato? Commerciamo emissioni, trasformiamo la gestione dei rifiuti in un allettante affare, li “esportiamo”, e ne ricicliamo meno del 10% a livello mondiale. Ricopriamo la terra ogni anno di tanto cemento da poterci fare una colata sull'Inghilterra intera e disboschiamo al ritmo di trenta campi di calcio al minuto. Basiamo la nostra esistenza su un'economia di rapina, sulla cultura del rinvio e dell'approssimazione. E per quello che non vogliamo vedere, residui mefitici e tossici del nostro operare, tutto in fondo al mare come sotto al tappeto. Fino a quando cercheremo di coltivare terre sterili, lontani da coste allagate, sottoposti a un clima ostile e finalmente capiremo di dover sopravvivere su quel che resterà del pianeta. Eppure.

Capi di Stato provano a eliminare ministeri dell'ambiente, vedi il tentativo di Bolsonaro, evangelici sostengono lobby delle armi, mafie si ripuliscono nel rinnovabile, governi regalano terre e risorse in cambio di sostegno militar elettorale,… Investiamo esclusivamente in attività intensive, agricoltura a monoculture e allevamenti, promettiamo transamazzoniche e vie della seta, prosciughiamo o avveleniamo falde acquifere, facciamo a gara per la diga più grossa e per la trivella più lunga, sottraiamo nutrimento alla terra, le fracassiamo l'ossatura, la scortichiamo.

Sbraniamo a testa bassa.

Oggettivamente come possiamo pensare di sfangarla? Vista e considerata la nostra scelleratezza. Hanno portato al tavolo un menu ricco di ogni ben di Dio e noi abbiamo ordinato tutto, alcuni han preso parecchi giri di portate e ora, dopo soli duecento anni di bagordi, il cameriere ha portato il conto e non c'è portafogli in grado di saldarlo.

E noi, commensali, che facciamo? Sorridiamo, forse appena imbarazzati, e al cameriere facciamo con le dita cenno, Segna, segna sul conto.

A volte penso che i nostri eccessi siano al contempo indice della nostra miseria e il nostro modo migliore per nasconderla a noi stessi. Credo anche che molti, probabilmente, siano in buona fede. Incapaci di vedere.

Siamo così piccoli che sovrastimiamo lo spazio. È l'unica spiegazione. Vittime di una sorta di fallace algoritmo dell'infinitezza. Così come, ad esempio, per la stragrande maggioranza dei brasiliani la foresta amazzonica è “distante”, una sorta di terra di nessuno, contenuto di documentari da divano, ugualmente tutti viviamo le gravi realtà che stanno sfinendo il pianeta e i suoi abitanti come qualcosa che non ci riguarda. Quel famoso senso di estraneità di cui dicevo all'inizio.

Ho letto, qualche tempo fa, la seguente frase: “Le condizioni entro le quali un popolo produce il proprio sostentamento sono quelle che regolano la sua selezione.” Ne ho intuito subito la forza ma ho dovuto leggerla e rileggerla per comprenderne la portata. Un circolo vizioso. Che fa sì che l'essere umano venga a manifestare esso stesso la contaminazione qualitativa di ciò che produce e di cui si nutre o si serve, e più si abbassa il livello qualitativo, gioco forza la successiva produzione sarà su parametri ancor più scadenti, possedendo sempre meno il cervello la capacità di elaborare progetti alti. Avranno più possibilità di sopravvivenza coloro che sapranno adattarsi con inerzia a questi standard sempre più bassi. L'ho sintetizzata così. Diventiamo quello cui ci aggrappiamo.

Si parla molto negli ultimi tempi di cambiamenti climatici, e c'è ancora chi perde tempo a discutere (Ci sono? Ci fanno? Chi lo sa?), mentre la comunità scientifica internazionale, quando non prezzolata, è d'accordo sui punti base della faccenda. Nonostante ciò temporeggiamo. O proponiamo false soluzioni: risibili interventi di facciata, sovvenzionati ad esempio dall’UE, che non sfiorano neanche idealmente le cause prime. E quando si metterà al peggio (e direi che ci siamo)? Finché avremo ancora per ognuno di noi di che continuare a vivere come siamo abituati ci sembrerà ragionevole credere che una soluzione verrà comunque trovata. Ma è proprio su questo verrà che bisogna ragionare. Verrà da chi? Verrà quando? Verrà come?

Abbiamo eletto l'avidità a sistema e abbiamo svenduto la vita nostra e quella della nostra discendenza. Non riusciremo mai a legiferare in maniera saggia e lungimirante perché abbiamo ceduto ogni autorità. Non ci interessa capire come funzionano le cose ma solo usarle e illuderci di possederle. Ci preoccupiamo, ad esempio, solo di imparare a sfruttare le potenzialità delle applicazioni dei nostri devices ma ci è del tutto indifferente comprendere come vengano realizzati, come funzionino, cosa comporti la realizzazione dei benefici di cui usufruiamo. Insomma non siamo curiosi di vedere cosa c'è dietro, cosa c'è “dentro”. L'approccio logico e analitico dei fatti ci pare sofisma da perditempo.

E poi ci rassicurano. Dicono, alcuni, che la fine dell'umanità è lontana. Mi piacciono queste verità che nascondono un inganno. È una sfida smascherarle. Probabilmente è vero che la fine dell'umanità, in quanto specie, è, relativamente, lontana. Si estinguerà infatti solo la gran parte di essa. Prima diminuirà, come accade per gli altri animali, la biomassa, cioè la quantità di individui, il peso ponderale della specie. Una parte riuscirà sicuramente a far fronte agli stravolgimenti incalzanti. Da chi sarà costituita questa parte?

È qui che ognuno di noi sarebbe tenuto a entrare in gioco. La ribellione allo status quo è stato sovente origine di progresso e rinascita sociale ma come portare persone non colpite direttamente da un problema a interessarsene? Come riuscire a far passare il concetto su ciò che è legittimo e ciò che non lo è, nel momento in cui l'effetto, apparentemente, non ci tocca?

Forse partendo dalle basi. Esiste un sistema dato A, la biosfera, che comprende anche noi, e un sottosistema B, che potremmo chiamare sinteticamente economia, all'interno di cui operiamo. Il sistema A è fisso, il sottosistema B è in espansione continua. Deduzioni e conclusione le lascio a voi.

In passato la natura ci forniva tutto gratuitamente, oggi per ottenere un risultato vagamente paragonabile dobbiamo spendere decine di trilioni di dollari all'anno. Per quanto evoluta e sofisticata, nessuna tecnologia è in grado di darci ciò che la natura può offrire in un contesto rigenerativo. Siamo indubbiamente troppi, però potremmo impegnarci maggiormente.

Finché però per ogni carico di prodotti ne corrispondono una trentina di rifiuti, finché si spendono centinaia di miliardi di dollari ogni anno in pubblicità o in sovvenzioni all'agricoltura intensiva, finché si spende in armamenti ogni anno l'equivalente di intere economie nazionali, o si persevera nell'iperproduzione di beni non durevoli, e in buona misura superflui, finché adoreremo l'idolo dell'All you can eat, non ne verremo fuori.

Serve un cambiamento culturale innanzitutto. Dobbiamo ricominciare ad apprendere per esperienza diretta, smettere di essere fruitori passivi di una realtà preconfezionata, risvegliarci.

Inebetiti abbiamo smarrito il senso della bellezza del mondo. Siamo alla continua ricerca di qualcosa che ci manca senza sapere più cosa abbiamo perso e che determina il senso di mancanza che proviamo. Dobbiamo renderci conto delle forze globali che influenziamo e che a loro volta gioco forza influenzeranno la nostra vita. Dobbiamo fare atto di umiltà e ammettere di dover rivedere tutta quanta la faccenda.

È stata globalizzata un'aspettativa di stile di vita senza prima misurarla, senza calcolarne l'impatto.

Se non è da psichiatria perseverare in questa direzione, cosa lo è?

Siamo certi di tante cose, abbiamo costruito su queste certezze tutto quanto ma esse, a parte quella della nostra fallibilità, sono quasi sempre un inganno. Le usiamo per consolarci, reduci da disastri. Per appoggiarci quando neghiamo un dubbio. Un'illusione cui indulgiamo e che induce l'uomo a ricadere periodicamente nell'oscurità.

Cosa potremmo fare dunque? Potremmo intanto provare a capovolgere la prospettiva e anziché giustificare la nostra inerzia con una fantomatica impossibilità a risolvere la questione, iniziare a dire: Che bello! Quale grande occasione di rendere questo periodo storico quello del grande cambiamento. Le tecnologie non possono risolvere tutto ma intanto potrebbero, se usate nel modo dovuto, ridurre il nostro impatto di un buon 60%. Poi potremmo rallentare un po', goderci di più la vita e cercare di essere più intelligenti.



* Per quanto non ne condivida i contenuti se non in alcuni passaggi, trovo stimolante la lettura de “Estetica postumanista” di R. Marchesini


sabato 20 gennaio 2018

LAVORO NERO

Se ci si ritrova senza lavoro, soprattutto tra i 45 e i 65 anni, capofamiglia di se stessi, se l’Isee è irrisorio, se non esistono proprietà immobiliari, se si è disoccupati, se si possiede un’auto del 2001, vorrei capire perché se si riceve una proposta di lavoro in regola per quattro ore la settimana (32 ore mensili per la somma di 200 euro circa) si è costretti a rifiutarlo pena, in caso contrario, la perdita dell’esenzione ticket? Perché sì, esistono persone per le quali pagare o meno i ticket sanitari fa la differenza. E la si perde anche per una sola ora di lavoro mensile regolarmente retribuito. Risultato: chiedere di non essere messi in regola.

Se si ha tanta buona volontà, se si è una fucina di idee, se si è capaci di procacciarsi lavori vari per sopravvivere (pulizie, commissioni, piccoli lavori domestici, riparazioni, ecc.), mi domando perché, nel momento in cui ci si attiva per prendere una partita Iva in modo da fare le cose come vanno fatte, su dieci commercialisti consultati, dodici consiglino (ovviamente) di lasciar perdere perché non si sarebbe in grado di far fronte a spese, tasse e contributi, a causa degli studi di settore che stabiliscono che, per i servizi alla persona o per forme che sconfinano in attività artigianali, minimo si debba guadagnare tot.

Se uno ha due braccia e mediamente oggi, se va bene, dandosi da fare può trovar lavoro per una trentina di ore settimanali mettiamo a una media di 7 euro l’ora, e arriva a un mensile, un mese per l’altro, di 800 euro, con il quale, stringendo la cinghia, può anche sopravvivere, perché impedirgli di mettersi in regola? Mettendosi in regola potrebbe fare pubblicità e trovare più lavoro e magari arrivare anche a 1000 o più euro al mese, vivere un po’ meglio, e forse riuscire a pagarsi dignitosamente anche i ticket sanitari. Però le braccia restano sempre due. Perché dunque non lo si tassa in base al guadagno effettivo? Perché gli dite che deve incassare almeno tremila euro al mese per sperare di non andarci sotto fiscalmente? Perché non vi assumete concretamente l’onere di verificare la conformità tra le dichiarazioni e le condizioni reali di vita di un individuo? E non tassate con un'equa percentuale sugli effettivi guadagni?

Non bisognerebbe invece forse premiare chi non pesa sullo Stato e sa essere, come si dice, imprenditore di se stesso, accontentandosi di vivere modestamente? Perché sguardi di sufficienza verso chi afferma che riesce a vivere con poco facendo a meno del superfluo? Perché chi è povero ma onesto viene quasi deriso se si informa per regolarizzarsi da sé, visto che nessun altro lo fa? Perché gli si risponde che tanto fino a cinquemila euro può fare una ricevuta con il codice fiscale, precludendogli la possibilità di migliorare la propria condizione con l’acquisizione di una figura fiscale “normale”?

Perché un operaio che ha perso il lavoro, che ha rinunciato alla macchina, che non gli avanzano soldi da mettere in un conto corrente, che si è ritirato a vivere in campagna, da solo, in una buchetto a 200 euro al mese con un piccolo orto che gli permette di fare economia, e riesce nei dintorni a trovare lavoretti per arrivare a 600, 700 euro al mese, con i quali però riesce a campare, deve lavorare di nascosto? O perdere dei lavori perché non può fare una ricevuta scaricabile?

In buona sintesi: perché ci si ostina ad incentivare il lavoro nero?


Maggio 2016

domenica 23 luglio 2017

UN EDITORIALE DI GIOVANNI DE MAURO

Casa

Le frasi di Matteo Renzi sui migranti (“Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ma abbiamo il dovere morale di aiutarli a casa loro”) non sono un inciampo o un errore di comunicazione. Sono invece un buon indicatore dell’umore generale, perfino a sinistra. Un umore che Renzi asseconda e cerca di sfruttare, anziché combattere. Ma l’idea di “aiutarli a casa loro” è un bluff, un modo neppure troppo elegante di lavarsi le mani della questione. Perché se si fanno due conti, come li ha fatti Ilda Curti, esperta di relazioni internazionali e in passato assessore a Torino, si capisce subito che “aiutarli a casa loro” comporterebbe costi, non solo economici, di gran lunga superiori ad “accoglierli a casa nostra”.
Bisognerebbe smettere di vendere armi e tecnologie militari ai regimi autoritari (l’Italia è l’ottavo paese al mondo per esportazioni di armi); sospendere ogni forma di sostegno economico ai governi corrotti; interrompere lo sfruttamento delle regioni da cui proviene gran parte delle materie prime di cui hanno bisogno le nostre industrie; affrontare e combattere seriamente il cambiamento climatico; investire in scuole, ospedali, sviluppo locale, infrastrutture, tecnologia, energia rinnovabile, reti di mobilità sostenibile; combattere l’economia dello sfruttamento, quella che ci fa trovare i pomodori a un euro al chilo nei supermercati; aprire canali umanitari che tolgano ossigeno a trafficanti e mafie; riformare e dare autorevolezza alle istituzioni internazionali, cedendo tutti un po’ di sovranità nazionale. E molto altro ancora, con l’obiettivo di combattere le disuguaglianze globali e pronti a rinunciare a parte dei privilegi dell’essere nati casualmente da questa parte del mondo.
Ecco, per aiutarli davvero “a casa loro” bisognerebbe fare tutto questo. Ma è chiaro che nessun leader europeo ha realmente intenzione di farlo. Perché vorrebbe dire fare la rivoluzione.

giovedì 8 dicembre 2016

TRUMP E LA CINA

A proposito delle varie intenzioni di Trump, quelle di innalzare una barriera di dazi nei confronti della Cina, e sabotare definitivamente il TTP (Trans Pacific Partnership), accordo nato soprattutto per contenerla la Cina, rischiano di essere una scelta strategica decisamente poco felice per gli Stati Uniti.

La Cina è il maggior creditore degli Stati Uniti e, a fronte di una tale politica da parte del neo presidente Usa, potrebbe vendere buona parte dei bond in suo possesso a garanzia del credito facendone crollare il valore e salire gli interessi con gravi conseguenze per l’economia americana e non solo. Inoltre si rafforzerebbe il Free Trade Area of the Asia Pacific che oltre ai Paesi dell’Asean, includerebbe appunto Cina, Australia, Giappone, Nuova Zelanda, India, Corea del sud, dando corpo a un nuovo blocco economico che sposterebbe di molto gli equilibri geopolitici. Trump rischia di ottenere il risultato opposto a quello che si è prefisso.*

Novembre 2016

* P.S. (2025) Di prossima lavorazione due articoli sull’argomento

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Ogni scelta in ambito economico e finanziario deve tener conto di una tale mole di fattori e implicazioni, effetti domino transnazionali, ripercussioni sociali, ambientali, giuridiche, che si potrebbe dire che siamo in una situazione di stallo. In effetti non c’è decisione scevra da una qualche ripercussione negativa. Abbiamo creato un meccanismo sofisticato, complesso, ed enorme al punto che abbiamo il terrore che, a introdurre modifiche dirette all’equità, questo si inceppi o addirittura si scardini lasciando il caos. Ci mettiamo delle pezze con la creazione compulsiva di organismi preposti a…, di accordi commerciali, di sistemi di controllo, una rete infinita di sigle, acronimi diversi che ripetono però lo stesso contenuto e indicano la stessa direzione. Abbiamo così tanta paura e siamo a tal punto arroganti che ci rifiutiamo non tanto di riconoscere la gravità della situazione globale ma addirittura l’esistenza del problema. Lo marginalizziamo. Lo riconduciamo a categorie, lo inscatoliamo, per convincerci di poterlo controllare. Il mondo che siamo riusciti a mettere insieme è troppo fragile per essere cambiato. Di questo siamo convinti.

Il fatto che si tratti di un meccanismo fragile per cui intoccabile non lo rende però giusto. E, vista l’assenza di una reale volontà di ripensarlo, comprensibile che a qualcuno per fanatismo, a qualcun altro per disperazione, venga voglia di distruggerlo.

Novembre 2016

domenica 19 giugno 2016

UN DITTATORE ILLUMINATO

A me l’idea che i popoli si mescolino piace un sacco. A parte che chi nasce meticcio in genere è bello, l’unica via che abbiamo è fonderci, amalgamarci, cercare di realizzare una società multietnica con una buona qualità della vita per tutti, in un ambiente sano e nel rispetto di ogni forma vivente. A chi mi dice che è utopia, che non ce n’è per tutti, rispondo a gran voce, andate a studiare prima di aprir bocca. Nonostante la merda in cui stiamo affossando, ce n’è invece ancora abbastanza per tutti e potrebbe esserci ancora il tempo per rimediare ad alcuni danni che tengono in ginocchio miliardi di persone.

Ci vorrebbe un cazzo di dittatore illuminato e onesto che, un bel colpo di spugna, stabilisse una decina di regole per gli abitanti del globo, nessuno escluso, su gestione dell’ambiente, della salute, dell’alimentazione, degli scambi commerciali.* Espropriare le terre ai novelli latifondisti (parliamo di mezzi continenti in mano a quattro gatti e poi diciamo che vanno aiutati a casa loro: non è più casa loro) e restituire ai singoli individui possibilità e relative responsabilità. In modo che ognuno potesse vivere serenamente dov’è nato o dove desidera, perché tutti i luoghi si equivarrebbero per opportunità, salubrità, e assenza di conflitti. Spostarsi, trasferirsi solo per curiosità umana e culturale, per preferenze climatiche ed estetiche, per scelta e per incontro. Sarebbe possibile. È possibile. Ci sono le conoscenze e le finanze per realizzare tutto ciò. E anche ancora un po’ di tempo. L’ingrediente assente è la volontà

2014



*p.s. 2023 Non quella roba che stanno spacciando oggi per attenzione all’ambiente, alla salute, ecc.

giovedì 16 giugno 2016

ITALIA SENZ'ACQUA

Cosa pensereste se, nel giro di un anno, tutta l’Italia fosse senza’acqua? Non solo quella che esce dal rubinetto ma tutta l’acqua: fiumi, torrenti, laghi… Se non ci fosse modo di ovviare a ciò e si fosse costretti a conviverci. Credo che la maggior parte delle persone cercherebbe di andarsene. Diverremmo profughi ambientali e quindi economici (che non ho ancora bene capito perché si faccia questa distinzione tra diverse categorie di profughi, ambientali, economici, da conflitto, visto che le cause degli esodi sono interconnesse). Direte: ma è un’esagerazione, sessanta milioni di persone improvvisamente senz’acqua, uno scenario da apocalittica fiction. Invece è realtà, invece accade. Ad esempio, prendendo a caso, ai sessanta milioni di persone che vivono lungo il basso corso del Mekong, in Cambogia. Ci sono sei dighe prime, altre undici in progettazione, altre in costruzione, e se l’acqua non arriva più al mare, il mare risale, la concentrazione salina aumenta, eccetera, eccetera. Una regione grande come il nostro bel paese all’asciutto.



Letture consigliate:

La grande cecità di Amitav Ghosh

Qualcosa, là fuori di Bruno Arpaia

Giugno 2016



mercoledì 6 aprile 2016

LA STORIA DELL'UOMO

Qualche giorno fa un ragazzo di prima superiore mi ha chiesto perché arrivano tutti questi extracomunitari, perché ci sono tutti questi migranti.

Volevo dargli una risposta esauriente, semplice, e completa nei pochi minuti a disposizione. Grosso modo, così, a braccio, quanto segue corrisponde a quanto gli ho detto. Incompleto, senz’altro, e non approfondito ma non mi è venuto nulla di meglio.


“Quando gli uomini hanno iniziato a vivere in gruppo erano, chi più chi meno, tutti in una condizione di uguaglianza nella precarietà. Nel corso del tempo alcuni uomini, per capacità, per astuzia, per fortuna che sia, sono riusciti a migliorare la propria posizione e si sono, diciamo, arricchiti, innanzitutto sfruttando le risorse dei territori. Si era passati gradualmente dall’essere cacciatori-raccoglitori all’essere stanziali e coltivatori-allevatori.

I più scaltri hanno iniziato a raggrupparsi, infatti, principalmente nelle zone geografiche le più favorevoli, attraverso la creazione di sodalizi di varia natura aventi come scopo il rafforzamento del gruppo nei confronti di coloro che non ne facevano parte. Ciò ha determinato una crescita di potere di questi gruppi rispetto ad altri che, conseguentemente, hanno incontrato maggiori difficoltà a intraprendere lo stesso percorso, fino al punto di dipendere per l’accesso alle risorse quasi interamente da coloro che prima di loro, in vari modi, ne sono diventati custodi, proprietari, amministratori, detentori, o quello che è. Tieni conto che per quanto ci si potesse spostare, la maggior parte degli individui restava comunque in ambiti geografici ristretti. Questo sistema è proseguito fino a essere quello attuale. Ciò con l’aggravante che la metodologia di accaparramento delle risorse, la gestione delle stesse, i processi di produzione e di commercializzazione, basati sul presupposto che il benessere raggiungibile sia infinito, sapendo bene che, se lo stesso modello venisse miracolosamente applicato ovunque, il sistema terra non reggerebbe, nel corso del tempo fino a oggi è divenuta esponenzialmente ingestibile. Quindi in assoluta malafede proclamiamo come universali diritti, valori, e stile di vita di cui noi occidentali andiamo tanto fieri. Non li abbiamo infatti concretamente condivisi con il resto dell’umanità perché non è oggettivamente in nostro potere poterlo fare. Ma per noi vogliamo che continuino a valere, costi quel che costi, perché il nostro stile di vita non è negoziabile.

Per finire, la terra si è fatta più piccola, vuoi per le monocolture, vuoi per la desertificazione, vuoi per lo sfruttamento sconsiderato delle risorse, che sia acqua, che siano pesci, che sia foresta, vuoi per i cambiamenti climatici; si è fatta più stretta e più affollata. Un po’ perché essendo sempre meno la terra sfruttabile a disposizione, anche a essere sempre gli stessi individui ad approfittarne, pare di stare più stretti, un po’ perché comunque entro i prossimi trenta, quarant'anni dovremmo essere un paio di miliardi in più.

Quindi, chi sta male, per un motivo o per l’altro, guerra, fame, sete, persecuzioni, si sposta. E iniziano a spostarsi in tanti. E, presumibilmente, eventi estremi che dovessero decimarci a parte, saranno sempre di più. Per cui o si trovano soluzioni intelligenti, quindi lungimiranti, tra cui ripensare il nostro sistema economico, finanziario, commerciale, energetico o si erigono muri. Che è ciò che si sta facendo. E visto che anche nei Paesi che se la passano bene, iniziano ad aprirsi le crepe di un sistema che non potrà che collassare e per molti le condizioni di vita sono peggiorate, peggiorano, e peggioreranno, questi muri vengono eretti con il beneplacito della popolazione che ne resterà al riparo. Molto difficile persuadere persone che hanno poco o sempre meno a condividere con chi non ha nulla. Fa paura. Tanta paura.

Sono riusciti a metterci nella condizione di dover essere complici. Chapeau!

E ciò al di là di qualsiasi differenza culturale, religiosa, o che altro. Fossimo tutti wasp (White Anglo-Saxon Protestant - bianchi di origine anglosassone e di religione protestante) sarebbe uguale, il problema resterebbe, perché saremmo comunque troppi e la ricchezza, o il potere per dirla in modo più chiaro, non può essere per tutti, sennò che ricchezza sarebbe.

Per cui ragazzo mio, mettiti il cuore in pace: o accetti i dogmi in cui siamo cresciuti e tutto ti sembrerà normale, inevitabile, al limite increscioso e spiacevole al pensiero di chi patirà, o cerchi le cause, e allora quello che vedrai non sarà un gran bello spettacolo. Hai presente la pillola azzurra e quella rossa di Matrix? Accettare inconsapevolmente o capire e poi scegliere. La prima opzione, per certi versi, è sicuramente più gradevole.



Consiglio di lettura:

“ Ishmael” di Daniel Quinn (quasi introvabile)





Luglio 2015

lunedì 14 dicembre 2015

#COP21 seconda parte

L’hanno partorito. Dopo un travaglio durat0 vent’anni, ce l’hanno fatta. L’hanno partorito e ha un gran bel faccino che commuove ma è corrotto da una qualche tara mortifera. Si vede.

Me lo sono letto il documento finale della #COP21.

Certo, sarebbe potuta andare molto peggio visti i precedenti quindi è andata bene. Una lunga sfilza di ammissioni riguardo la gravità del problema e la promessa di un sincero impegno da parte di tutti, senza esclusione, a risolverlo. Il tutto condito con l’impegno a dare una mano economica ai Paesi in via di sviluppo, peraltro i più esposti (per ora) ai danni procurati dal cambiamento climatico in atto. Bene, un gran bel punto di partenza ma, ragazzi, questo avrebbe dovuto essere un punto d’arrivo. Vi dovevate incontrare per mettere dei paletti e anche ben piantati.

Perciò, a essere o meno d’accordo (non è questo il punto), in soldoni solo di promesse si tratta: nessuna Carbon tax, non esiste una data per l’azzeramento delle emissioni, i controlli consisteranno in un’autocertificazione degli Stati su quanto succede a casa loro.

Praticamente, ogni cinque anni, ci si incontrerà e ci si racconterà cosa si è fatto, promettendo di fare meglio per il quinquennio seguente. Stop. Non c’è altro.

E ciò che si sarà fatto sarà stato su base volontaria, in quanto non esiste alcuna regolamentazione vincolante o sanzione in assenza di ottemperanza.

Per finire, l'accordo entrerà in vigore nel 2020 a seguito di ratificazione di almeno 55 Stati che rappresentino il 55% delle emissioni globali. C’è l’invito a provvedere alla sottoscrizione, chi vuole, durante la cerimonia di apertura alla firma convocata per il 22 aprile 2016 a New York, a disposizione fino al 21 aprile 2017.


14 Dicembre 2015