lunedì 11 maggio 2020
lunedì 15 luglio 2019
SAREMO AFRICA
Treno direzione Genova. Entro nello scompartimento. Di quelli rialzati con i gradini, più corti degli altri. È quasi pieno. Africani. Subsahariani. Trovo due sedili liberi, mi siedo lato finestrino. Alla fermata successiva sale un africano piuttosto anziano con una grande borsa di plastica di cose da vendere. Sposto la mia roba e gli faccio cenno di accomodarsi. Ci guardiamo per un secondo poi più nulla. M'incanto a guardare il mare che scorre a pochi metri dalle rotaie. Incantevole residuo di villeggiature d'altri tempi, destinato alla dismissione, tratta dopo tratta. Alle orecchie giunge il suono di una lingua sconosciuta ma famigliare. Alle narici l'odore intenso di un popolo lontano. Resto con lo sguardo sul mare. Improvvisamente sono lungo una linea ferroviaria africana. Straniera in terra altrui. Parrebbe. Il fatto è che sto bene. Quest'intenso senso di straniamento mi procura un inatteso e profondo stato di benessere. Non mi sento per nulla straniera. È tutto normale. Sto abitando il mondo reale. La contaminazione. Inevitabile e pacificatrice. Il pensiero che, non tanto numeri alla mano ma consapevolezza del restringimento del pianeta, saremo Africa sblocca il diaframma. Siamo Africa. Lo saremo sempre più. Così dev'essere. Con lucidità vedo lo svolgersi della storia dell'uomo. E sorrido. Ringrazio. Mi rincresce per chi non riesce a vedere, a sentire. Prego ogni giorno affinché sempre più persone si affranchino dalla paura e riescano a provare il medesimo sollievo che provo io in questo momento.
mercoledì 13 febbraio 2019
IL DESTINO DELLA PUTTANA
All'angolo del Vico dell'amor perfetto, su piazza delle Vigne a Genova, riconosco Carmela. Va per gli ottanta, prostituta da tutta una vita. A neanche un metro un crocicchio di africani. Dall'accento capisco che non sono senegalesi. L'ultima volta che sono stata da queste parti erano senegalesi. Mi avvicino e la chiamo per nome. Si volta e leggo nello sguardo il classico, ti ho già vista ma non so chi sei. Sono un amica di Maurizio, - le dico - mi ha pregato, se ti avessi incontrata, di portarti i suoi saluti. Lei esita qualche secondo poi fa mente locale e mi chiede come sta. Le racconto che sta abbastanza bene e che ha trovato un po' di lavoro dalle parti di Imperia. Tempo addietro aveva lavorato per qualche mese in via San Luca e aveva stretto amicizia con alcune signorine, come le chiama lui. Al mattino faceva colazione in un bar e comprava la colazione per tutte loro. La sera, a termine giornata, passava a salutarle e a scambiare quattro chiacchiere. Carmela sorride e dice che è contenta per lui. Poi mi racconta che la vita è sempre più difficile nei vicoli. Questi - mi confida – sono più pericolosi. Se ho decifrato correttamente il suo racconto in un italiano straniero e biascicato, la maggior parte sono ex bambini soldato. Insensibili e incattiviti. Li guardo. Un paio sono pieni fino agli occhi di droga. Alcuni si fanno i fatti loro, un altro paio ci tiene d'occhio. Mi si stringe il cuore. Non vedo uomini pericolosi. Vedo i figli che quest'umanità imperfetta ha partorito. Tutti gli errori commessi presentano il conto. Se si costruiscono inferni, prima o poi si rischia di trovarcisi impantanati. Sono così vicini e così lontani questi giovani uomini. Con quale linguaggio avvicinarsi? Detesto il tradimento di ciò cui ho creduto per tutta la vita. Il senso di fallimento che provo. La rabbia verso chi è più forte della giustizia. Non quella legale ma quella che determina la giustezza del vivere. Sono io a essere lontana da loro.
Con tutte le difficoltà e la precarietà della mia vita so di essere una privilegiata.
Cosa posso dire a questa donna? Cosa posso raccontarle?
Le prendo la mano tra le mie, la saluto, le auguro di star bene.
Mi allontano e raggiungo l'amica con cui sono con un pensiero che si ripete nella testa. Le scelte, il merito, certo c'entrano ma è solo per caso, solo per l'aver avuto più fortuna nella vita, che non sono come lei in piedi tra i vicoli in attesa.
NOA
Il ristorante è accogliente, la cucina buona. Con la mia amica ci siamo concesse due giorni di vacanza a Genova, città che lei non conosce. La donna che ci serve al tavolo ha un bel modo di porsi. È cordiale e guarda dritto negli occhi. Dopo il secondo, la mia amica mi domanda se intendo mangiare anche il dolce. Sono sazia e rispondo che non potrei mai farcela ad affrontare un boccone in più, inoltre non amo particolarmente i dolci. Giusto a un bûnet non saprei dire di no ma non corro rischi visto che si tratta di un dolce delle Langhe e dubito lo servano in un'osteria di Genova. Quando la donna si avvicina, la mia amica le chiede cosa c'è di dolce e lei inizia l'elenco proprio con il bûnet. Scoppiamo a ridere. Mi tocca ordinarlo. La donna è stupita della nostra ilarità ed esita con aria interrogativa. Le spieghiamo la faccenda e ride anche lei. Si crea un'intimità leggera e piacevole. In quel momento il lavoro è tranquillo, per cui si intrattiene qualche minuto con noi. Ci raccontiamo a vicenda chi siamo. Poche parole, l'essenziale per presentarsi in modo informale. Parliamo anche di lavoro. Lei è egiziana. Vive a Genova da dodici anni. Separata, suo marito era violento, mantiene una figlia di undici anni, che è stata operata al cuore pochi mesi fa. Lavora a chiamata e non guadagna abbastanza per affittare una casa. Può permettersi soltanto una stanza con il bagno in comune. Le domando dov'è sua figlia mentre lei lavora. Mi spiega che esiste l'associazione delle Vigne; volontari che aiutano chi è in difficoltà. Una famiglia di italiani si occupa della ragazzina durante l'orario del lavoro. Poco dopo mezzanotte la va a riprendere e tornano nella loro stanza. Dice che la figlia dovrà subire un altro intervento ed è preoccupata perché è veramente difficile tirare avanti. Lei non ha paura di lavorare. Accetta tutti i lavori regolari che le propongono. Vuole garantirle un avvenire diverso dal proprio. Vuole che studi e che un marito, se lo vorrà, se lo possa scegliere. L'importante è poterla curare. Sono fortunata che qui c'è il Gaslini, conclude. Durante tutto il racconto ha sempre sorriso. Crede nella propria tenacia, e che la vita possa essere migliore. Ha detto tutto lei, cosa aggiungere o rispondere? Solo rimediare a una dimenticanza iniziale.
Io mi chiamo Barbara, e tu?
Noa, mi chiamo Noa.
Febbraio 2019
lunedì 12 novembre 2018
MONDO SOMMERSO
Non dei cadaveri in fondo al mare, di un altro mondo sommerso voglio scrivere, altrettanto affollato. Ieri ho dedicato l'intera giornata scegliendo un tema tra i tanti e immergendomi nella rete per valutare la portata di questo movimento di “liberi pensatori”. Quale modo migliore di descriverne gli abitanti se non attraverso le loro stesse parole?
(dopo una doverosa scrematura per eliminare espressioni violente e volgari, riporto fedelmente, inclusi errori eventuali)
- Ci stupiamo perché quella, che stiamo vivendo è una deportazione di massa, di esseri umani usati come soldati inconsapevoli per un'invasione degli Stati sovrani del mondo occidentale.
- Tutti i video e i filmati che ci propinano sono manipolati o del tutto fasulli.
- Non esistono centri di tortura in Libia. È tutto virtuale. Come fanno a crederci?
- Le politiche nazionaliste, ora sono forse l'ultimo baluardo dei valori.
- A Malta gli danno barche, benzina e bussole perché lì ce un centro di controllo del sistema
- Gli immigrati sono strumenti per mettere a tacere la nostra opposizione al progetto dei mondialisti.
- ll recente maltempo nel Nostro Paese è il risultato dell'utilizzo di una “bomba” meteo sull'Italia ribelle all'Europa.
- La guerra metereologica è in atto da molti decenni. La maggior parte della gente crede davvero che questi fenomeni siano dovuti al cambiamento climatico...
- I mondialisti satanisti causano terremoti e ogni altra calamità che definiamo “naturale”
- Per grandi eventi come la creazione dell'EU di anni ne hanno impiegati 300.Una domanda interessante potrebbe essere: quanto vivono esseri che fanno progetti anche (almeno) trecentennali?
- Loro sono loro e noi non siamo un cazzo
- Ormai viene tacciato di fascismo che rivuole la sovranita'nazionale come ultimo baluardo di una vera, significativa democrazia, conto il totalitarismo EU.
- Salvini ha fermato una nave e questo ci è costato Genova (!)
-
Tanto, a girarla come si vuole, chi nasce disgraziato, disgraziato ci
muore
- Viene altresì tacciato nello stesso modo chi esprime
idee non allineate con quelle della massa massificata.
- Chi c'è a monte di questo fenomeno non e' umano ma sfrutta i sentimenti umani per il proprio tornaconto.
- È l'elite mondialista che ha dichiarato guerra agli Stati
- La migrazione di massa in centro America è una messinscena mediatica
-
- Ormai è troppo tardi, l'avevamo predetto. Prepariamoci. L'ora è prossima.
Su un'affermazione concordo: che per quelli che se la passano peggio la situazione è e resta invariata.
Quanto alla conclusione, grosso modo è quello che penso ma partendo da presupposti diversi.
Novembre 2018
P.S. A distanza di tempo, e di altre analoghe immersioni, debbo ammettere due cose. La prima è che la cacofonia social è utile al sistema (ahimè, come altrimenti chiamare l’insieme degli amministratori del mondo visto il modus operandi) affinché anche le voci valide dell’uomo ‘comune’ vengano sommerse dal rumore e non riescano a farsi sentire. La seconda è che alcune considerazioni e alcuni dubbi, sicuramente male espressi, non supportati da argomentazione, e condizionati dal venefico intruglio tra pensiero mainstream e complottismo - termine che ormai ha preso la deriva che ha preso -, sono la manifestazione di una percezione diffusa che le cose non sono come dovrebbero essere e che c’è molto marcio in Danimarca.
giovedì 26 gennaio 2017
DIGRESSIONI
giovedì 13 ottobre 2016
DIGRESSIONI
martedì 27 ottobre 2015
PROSTITUTE
Ho letto sul penultimo numero di Internazionale un articolo sulla prostituzione delle donne anziane in Corea del Sud. Anziane e vedove, divorziate, abbandonate dai figli, o quello che è, e totalmente prive di assistenza da parte dello Stato, ripiegano sul mestiere più vecchio del mondo.
Il fatto è che a anche qui, a Torino, a Genova, per parlare di realtà che ho conosciuto direttamente, ci sono donne che a settanta, ottant’anni, battono il marciapiedi o ricevono in casa.
Fino a qualche anno fa erano poche, erano quelle che o non erano riuscite ad accantonare qualche risparmio per la vecchiaia o, per assenza di legami, non erano riuscite ad allontanarsi dall’unica vita che conoscevano. Ora iniziano a essere parecchie. Troppe per non provare vergogna tutti quanti di appartenere a una società che concede sempre meno spazio alla dignità umana.
ottobre 2015
