venerdì 25 marzo 2016
Poesia
lunedì 18 novembre 2013
LA MEDUSA SOCIALE
1
Tutti in riva come Bartelboom, come Palomar prima di lui, ma non come loro a guardare, anzi a cercare il confine tra terra e mare, a individuare l’onda perfetta, quella che senza indugi ci fa dire, ecco il confine netto e preciso, il confine definito e definibile. Tutti in riva, sotto un sole torrido, senza potersi bagnare, solo guardare il liquame che galleggia e, per non affrontare la realtà di un accumulo esponenziale cui, di stagione in stagione, ci abitueremo, si socializza e ci si ingegna in una caccia alle meduse, capri espiatori della nostra cecità. Individui che in altro contesto si ignorerebbero, qui e ora si scambiano consigli, opinioni, punti di vista. C’è chi indica e chi provvede. Col retino a “liberare” il mare da questi intrusi, da questi urticanti esseri sicuramente sgradevoli al contatto, in una sorta di trasposizione d’intenti. Un’azione per un’altra ormai impossibile.
2006
2
Libera spiaggia di ghiaia attento alle barche Francesco quali barche solo due piccoli gommoni da bimbo al di qua del frangiflutti attento alle onde lo sguardo si perde smarrito ma cos’è un onda tranquilla Giulia non ti porto nel mare se non vuoi anche il babbo sta vicino non vedi non s’allontana sta dove tocca mai più in là di due metri dalla riva guarda la signora si è portata il lavoro a maglia e quelli giocano a carte si son portati persino il tavolino sì ma non riesco a spostare l’asciugamano l’hanno bloccato con una gamba del tavolino Andrea Andrea non ti allontanare non andare in acqua che ci son le meduse l’hanno detto che ci sono guarda le ragazze coi retini che le tolgono e poi cosa ne fanno le fanno seccare così non ci fanno più male è proprio sporco il mare non si può più fare il bagno tranquilli son velenose le meduse e bruciano forte la pelle ti rimane il segno no il segno no allora è meglio che ti bagni solo un po’ per rinfrescarti ma hai visto lo smalto di questa tipa è verde proprio quel verde che ti dicevo che volevo il vestito certo che volevo leggere la rivista ma ci sono i suoi piedi mamma mamma cosa c’è non vedi che sto parlando su fa amicizia con qualche bambino ma mamma voglio fare un castello e non c’è sabbia per fare un castello prova a farlo con la ghiaia ma è tutta occupata dagli asciugamani allora fatti un bagno ma ci son le meduse ho paura allora va a prenderti un gelato che poi andiamo a fare la spesa ma domani torniamo certo che torniamo siamo in vacanza ma se ci sono ancora le meduse ma va’ sta’ tranquillo che le tolgono tutte.
2007
(brani
tratti da "Incontri" edizioni Philobiblon 2008
Tutti
i diritti riservati
Toccato piccole meduse con le dita
la testa
non i tentacoli
prima le nocche poi i polpastrelli
E’ una questione di desiderio
Tentacoli Polpastrelli.
2005
Silenziosi
muoiono esseri
iridescenti
rotondeggianti
violacei
nel buio di sbieco
luci dal molo
illuminano
ricoprono
sulla rena onde
piane portano
china li guardo
8 novembre 2013 ore 22.15 Spiaggia d'Oro Imperia
lunedì 29 luglio 2013
DI PASSAGGIO
UNO
Che bei materiali trasparenti! Bisogna proprio cedere il passo. Oh la razionalità tecnologica…
Che belle cosce ha questa commessa! Al di là del bancone come se il bancone non ci fosse!
Tutto è vetrina! L’amplesso s’immagina facile.
Una bella coscienza felice aleggia nell’aria. Oh come tutti sono entusiasti! Coinvolti. Coinvolti da tutto come solo gli indifferenti. Beati gli indifferenti che sono i primi a gioire! Sempre saranno i primi e guardinghi scruteranno gli scettici! Alla malora gli scettici!
Tutto funziona a meraviglia. L’illuminazione sfaccetta la città di inattese policromie e tutto si fa scintillante. Su in alto, agli ultimi piani, si gode la vista su questa estensione interna di case, di strade e negozi e movimento spumeggiante.
Che nessuno ne sia privo! I palazzi hanno le finestre tutte rivolte verso il cuore dell’urbe. Lisce e cieche pareti fronteggiano all’esterno. Immensi condizionatori arroventano l’aria dalla cinta periferica verso lo spazio aperto. Il mondo altrove è altrove e non tocca la libera coscienza dell’oasi. Non si negozia sulla temperatura neanche d’un grado. Aria fresca, aria fresca, aria fresca!
Da lontano chi giunge incontra solo il riverbero uniforme e metallico dei dorsi muti delle abitazioni, che di qua si fanno traslucide e solo iridescenze separano la vita domestica da quella pubblica.
Ma chi giunge? Ben pochi. Sono sufficienti a ogni città un’unica linea ferroviaria e un’unica arteria stradale agibili. Le metropoli offrono funzionalità e benessere standard: a ognuno è bastante la propria. Per lavoro ancora qualcuno si sposta, ma nel caso lo fa per aria.
Giacciono in reticolo abbandonate centinaia di migliaia di chilometri d’asfalto. Oh, la stoltezza dell’uomo!
Viaggiare collegare raggiungere possedere. È di gran lunga bastevole starsene fermi e colonizzare lo spazio che tocca in sorte. Ognuno con meticolosità e determinazione, suggere ciò che serve o aggrada e dal centro diramare in impercettibile e inesorabile forza centrifuga.
Conglomerati. Psoriasi squamosa che secca la terra che resta negli interstizi non inglobati. È terra che avanza! Tanta ce n’è lungo le coste.
DUE
Quel tipo ha infilato la spina del carica batterie nella presa a fianco dello specchio, si è sciacquato le mani e rinfrescato e ha fatto un po’ di boxe con l’immagine riflessa. Si è messo di schiena e sta torcendo il collo, si sta controllando il tatuaggio e la canotta ,che non sia troppo sporca, e ora si fa un panino seduto sulla tazza del cesso. Certo è un tipo che sa come si vive sui treni. Nello sferraglio tra due vagoni ha fatto casa: ha appeso un sacchetto di bottiglie di plastica quasi tutte vuote e si è seduto su una delle piastre di ferro allungando le gambe. Però ha avuto l’accortezza di far passare il filo sotto la porta del bagno e ha portato il telefonino a portata di mano.
Rimane un bel tratto dall’ultima fermata alla meta che ho in mente, un qualche mezzo di fortuna certo lo troverò, saranno un centinaio di chilometri, basta giungere a destinazione, per il ritorno un mezzo altrettanto di fortuna, a meno che non decida di restare, in attesa del rientro.
Meraviglia! Superate le squallide baracche di chi ha scelto di restare in prossimità del mare, spazio e solitudine finalmente, quello che serve per rilassarsi!
La vegetazione cresce anarchica tra le carcasse di automobili abbandonate lungo il lido. Ci sono modelli che hanno quasi cent’anni, alcune appartenute certo a villeggianti. Esseri estinti che una volta all’anno venivano a rinfrancarsi dalle fatiche del lavoro con bagni di sole e di mare.
Cumuli di macerie e rifiuti, in alcuni tratti delle vere e proprie colline che si susseguono a perdita d’occhio. Alla base i reperti più vecchi, di quando l’abbandono era timido e non organizzato, ma d’altronde un rimasuglio di pudore restava nel fare discarica là dove famiglie ostinate ancora si riunivano con ombrelli e asciugamani a fare spiaggia senza mare, ché il mare di giallo cromo e olii e assenza d’ossigeno e vita, d’onda e di risacca inerte lambiva la battigia. Ancora ciechi e sordi trovavano spazio tra detriti e spazzatura e giocavano a carte e mangiavano panini e leggevano riviste e bagnavano i piedi e i bimbi riempivano i secchielli e facevano castelli, quando già avevano chiuso anche gli ultimi stabilimenti più moderni, quelli delle docce disinfettanti. Agli ardimentosi che si tuffavano e a vigorose bracciate attraversavano i liquami, s’imponeva immediata una doccia.
Al divieto di queste, che più non davano sicurezza, seguirono impianti che vaporizzavano acqua a offrire al posto del mare quel minimo di refrigerio vitale. Poi anche quelli chiusero i battenti.
Ora, tra pochi che rovistano in cerca di qualcosa che possa tornare a rinnovata utilità, in attesa di allontanarmi da questa palla dall’odore uniforme, posso godere in pace di questo silenzio di morte.