Visualizzazione post con etichetta Luis Sepulveda. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Luis Sepulveda. Mostra tutti i post

martedì 11 novembre 2025

ASCOLTANDO SEPÚLVEDA A FAHRENHEIT (7/11/2016)

Trascrivo qui di seguito gli appunti di stamane mentre ascolto Radio3. Ospite di Fahrenheit il grande Luis Sèpulveda. Quando si dice le coincidenze

Mi chiedo se si tratti di ansia da prestazione, di dispersiva gestione del tempo, o di banale perdita di interesse. So solo che negli ultimi quattro anni decine e decine e decine di ore sono andate smarrite, intrappolate nella rete, e che ne voglio uscire.

È una riflessione cui giungo considerando varie situazioni. Ad esempio il lavoro: a parità di cose da fare e di risultati, il tempo necessario è superiore al passato, e l’incremento, a parte le ore in più dovute all’abbassamento della paga oraria, va sotto la voce “contatti”. L’avvento della posta mail all’epoca ci è parso una gran facilitazione e lo è stata: si controllava ed evadeva la posta una volta al giorno e tutto procedeva fluidamente, allegati e compagnia bella. Oggi invece per non risultare inefficienti bisogna rispondere entro mezz’ora al massimo e stare sempre sul pezzo. L’esito non è conseguentemente migliore. Né quantitativamente né qualitativamente, solo, non sempre, più rapido. E quindi bisogna stare sempre con il telefono sotto agli occhi. Mediamente, a manciate di secondi, buttiamo lì più di un’ora al giorno¹ solo per controllare che non ci sia sfuggita qualche notifica. Pare proprio che la promessa di agevolare la vita nei vari suoi aspetti e permettere di godere di maggior tempo libero sia stata disattesa. Peccato.

Ho sempre creduto che il problema non sia mai il mezzo ma chi lo utilizza e come, ma inizio a ricredermi. Forse abbiamo sottostimato la forza dirompente di una virtualità introdotta con forza in ogni ambito della nostra quotidianità. Ognuno di noi può facilmente verificare i cambiamenti avvenuti nella propria persona, fisici, psicologici, comportamentali.

Io per prima ho ceduto alla lusinga dell’interconnessione. Ho aperto questo blog i cui post girano dopo ventiquattr’ore su Twitter, e su Twitter² tra chi seguo e chi mi segue, si trova sempre qualcosa di interessante da leggere e da condividere (soffro per questo meraviglioso verbo che se va in giro a capo chino, svilito, con aria rassegnata), ma che genere di condivisione è se l’unico risultato cui porta è che sempre più individui trascorrono sempre più tempo davanti a uno schermo?

Negli ultimi mesi ho avuto una media di 400, 500 lettori mensili del blog (Chi sono? Leggono? Ci finiscono per caso?), e mi sorprendo a voler mantenere almeno tale media, pena la perdita di quel minimo di visibilità che, oltre agli intenti idealistici per cui il blog è nato, potrebbe tornare utile per un paio di progetti che ho in testa. Ma sto impazzendo? Come posso credere che possa servire a qualcosa. La tentazione però è forte. Chi è già che diceva negli anni sessanta che in futuro ogni persona avrebbe avuto i propri quindici minuti di fama?

Stavo riflettendo su quante volte ho pensato di scrivere alle persone note che stimo e che, secondo me, hanno dato e danno un contributo positivo all’andamento delle vicende umane. Difficile però raggiungerle, trovarne un recapito. Lo scopo del contatto, chiederete, quale dovrebbe essere? Espressione di gratitudine e scambio di opinioni su tematiche di interesse comune. Grosso modo questo. Nella vita sono stata fortunata e ho avuto modo di abbracciare Vandana Shiva, di avere uno scambio epistolare con Susan George, di regalare un libro a Marco Paolini. Mi piacerebbe stringere le mani a Paul Watson e dirgli grazie, solo questo, grazie. Mi piacerebbe parlare di resistenza e di rivoluzione con Luis Sepùlveda davanti a un buon vino e fargli una domanda che da un po’ mi ronza nella testa. Ecco, ora su twitter, potrei contattarlo: incredibilmente risulta nell’elenco di coloro che mi seguono. Basterebbe una chiocciola ma non l’ho mai digitata né lo farò (forse oggi, giusto per segnalargli questa pagina). Non è il mio modo, non è sufficiente, non è empatico. Sento maggior vicinanza nel sentire la sua voce in diretta mentre trascrivo questi appunti. Se un giorno lo incontrerò, lo guarderò negli occhi e gli proporrò un caffè. Nel frattempo guarderò negli occhi le altre persone che incontro.


Oggi un recente movimento di pensiero cresciuto tra intellettuali e studiosi nei vari settori sta teorizzando e mettendo in pratica la disconnessione come dotazione fondamentale per poter interpretare la realtà presente e futura in modo il più possibile oggettivo o, perlomeno, più completo. Google è talmente presente nelle nostre vite, risponde a ogni nostro quesito, che dimentichiamo che esiste una realtà più ampia di quella in esso contenuta. Anziché ampliarlo, ha ristretto il nostro mondo e conseguentemente il nostro margine di azione mentale. Al punto da farci ritenere superflue esperienza e verifiche dirette. Facciamo atto di fede ventiquattro ore al giorno aderendo a una visione se non necessariamente falsa, di certo monca.

Forse per fare qualcosa di buono è semplicemente più utile andare per strada.


7 novembre 2016


¹ In base al mio utilizzo e a quello di chi conosco, avevo stimato che, includendo i refrattari, i contatori degli smartphone (a.D. 2025) possano indicare un utilizzo giornaliero dalle 3 alle 5 ore di cui oltre l’80% per consultazione app e social e il restante tempo per telefonare. Sono andata a verificare su varie fonti. Ero ottimista. Pare che il consumo medio vada dalle 3 alle 8 ore giornaliere e la percentuale per le telefonate sia inferiore al 10%. Amen

² Sono trascorsi parecchi anni e Twitter, ora X, è stato trasformato nel frattempo in una cloaca maxima.

martedì 20 ottobre 2020

FINITO IL TURNO

andrea camilleri, fabrizio de andrè, bruno ganz, guido ceronetti, luis sepulveda, stephen hawking, milos forman, daphne caruana galizia, ennio fantastichini, paolo villaggio, leonard cohen, dario fo, ermanno rea, umberto eco, david bowie, pino daniele, robin williams, gabriel garcia marquez, leonard nimoy, doris lessing, lou reed, rita levi montalcini, giorgio bocca, berta càceres, josé saramago, …

In ordine sparso mi vengono in mente alcuni scomparsi di questi ultimi dieci anni, nomi noti questi ma altri ce ne sono. Come se qualcosa stesse morendo, scomparendo pezzo dopo pezzo il mondo cui facevo riferimento. Di alcuni soprattutto domandarmi cosa avrebbero pensato negli anni che sono seguiti alla loro morte, cosa penserebbero oggi, cosa scriverebbero, in che modo farebbero arrivare il loro sentire. Talvolta penso che per tanti sia stato un bene andarsene prima. Prima del tempo del disincanto totale. Della resa all'evidenza dei fatti. Questa cosa la penso anche nei riguardi di altre anime belle. Poeti, mercanti, amanti, netturbini, marinai, inventori, cuochi, pittori, contadini, sognatori perduti, rabdomanti di periferia, cercatori di bellezza. Anime dai nomi comuni, sconosciuti che hanno lasciato tracce negli incroci della vita con altri sconosciuti. Persone con cui ho condiviso tratti di cammino e che mi mancano. Persone che ho amato.

Si scompare. È necessario. Anch'io scompaio. Una cellula alla volta poi, le ultime, tutte insieme. Oggi, domani, tra qualche tempo. Finito il turno.



giovedì 16 aprile 2020

RESILIENZE


Volevo condividere con voi la gioia dell'uscita di questo mio libro. 
Lo farò così. 
Circondata e sorretta da un grande maestro. Di scrittura e di vita.
Grazie Luis, per essere stato una guida.

mercoledì 30 gennaio 2019

IL GIAPPONE ABBANDONA L'IWC


Dal primo di giugno il Giappone, a seguito dell'annuncio del suo ritiro dall'Iwc (International whaling commission), riprenderà la caccia commerciale alle balene.

Apparentemente è una pessima notizia ma, in realtà, è il contrario.

L'Iwc si costituisce nel secondo dopoguerra tra stati dediti alla caccia alle balene e oggi è composta da 66 Paesi membri. Al suo interno una sottocommissione scientifica ha avuto nel tempo la funzione di indicare le quote per la caccia commerciale e per quella cosiddetta scientifica. Cosiddetta perché il prelievo degli esemplari per la raccolta di dati utili a una presupposta ricerca, la maggior parte delle volte, è stato giustificato dalla semplice rilevazione del sesso e delle dimensioni.

Senza entrare nel dettaglio, una delle caratteristiche di tale commissione è il diritto di veto: qualsiasi Stato membro ha, entro novanta giorni, facoltà di opporsi alle decisioni quando esse vadano contro propri interessi di qualsivoglia natura. Ciò esautora di un potere reale la Commissione che nel 1986, attraverso un lungo percorso, diviene principalmente organismo di tutela dei cetacei. Attraverso il diritto di veto, o per banale pirateria, alcuni Paesi, Giappone, Norvegia, Islanda, Russia, Corea e balenieri locali di diversi altri Paesi hanno continuato indisturbati la loro attività, addirittura incrementandola. Inoltre il Giappone ha sempre pagato alcuni Paesi, ad esempio la Mongolia, priva di sbocco sul mare, per avere voti di supporto nel boicottaggio delle moratorie.

A settembre scorso un no secco al progetto di una riserva per le balene nell’Atlantico meridionale è arrivato da Islanda, Norvegia, Russia e Giappone. Con 39 nazioni a favore, 25 contrarie e tre astenute, non si è riusciti a raggiungere la maggioranza richiesta di tre quarti, sottolineando la crescente frattura all'interno dell’organizzazione internazionale.

L'uscita dall'Iwc vanificherà la strategia del Giappone di proporsi come nazione ricercatrice e lo porrà in una condizione di totale illegalità. Questo sarà l’ultimo anno di attività di caccia da parte del Giappone nell’Oceano Antartico. La caccia alle balene come industria “legale” è finita e le nazioni fantoccio non saranno più pagate per votare per gli interessi egoistici delle industrie baleniere nipponiche. Finalmente finirà la farsa della caccia a scopi scientifici: i giapponesi sono fuori dall’Oceano Antartico e non saranno più incentivati a far votare le nazioni fantoccio per i loro ristretti interessi personali. Avremo forse una buona volta, grazie alla pressione internazionale, la possibilità di far diventare l'Oceano Antartico un vero santuario libero da bracconieri. Tanto per cominciare. C'è da augurarsi che anche altri si chiamino fuori, in modo da dare una bella ripulita alla Commissione trasformandola in un organismo forte all'interno della comunità internazionale e sperare che una crescente coscienza pubblica unita al diritto internazionale riescano a isolare gli irriducibili.

Sono fermamente convinta, come più volte ho ribadito, che su alcune questioni di interesse comune, debbano esistere regole planetarie non derogabili.


Bibliografia consigliata:


Il canto delle balene – Jeremy Cherfas

La storia di Greenpeace – ed. La Spiga

Ocean warrior – Paul Watson – ed. Mursia

Cacciatrici di balene – F.Frilli ed.

Le balene lo sanno – Pino Cacucci – Feltrinelli

Il mondo alla fine del mondo – Luis Sepùlveda – Guanda ed.

Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa – Luis Sepùlveda – Guanda ed.


Filmografia consigliata:

The cove – La baia dove muoiono i delfini – Feltrinelli

The end of the line – Al capolinea - Feltrinelli


Gennaio 2019



DA AGGIORNARE

domenica 29 gennaio 2017

ASCOLTANDO SEPULVEDA A FAHRENHEIT

Trascrivo qui di seguito gli appunti di stamane mentre ascolto Radio3. Ospite di Fahrenheit il grande Luis Sèpulveda. Quando si dice le coincidenze.

Mi chiedo se si tratti di ansia da prestazione, di dispersiva gestione del tempo, o di banale perdita di interesse. So solo che negli ultimi quattro anni decine e decine e decine di ore sono andate smarrite, intrappolate nella rete, e che ne voglio uscire.
È una riflessione cui giungo considerando varie situazioni. Ad esempio il lavoro: a parità di cose da fare e di risultati, il tempo  necessario è superiore al passato, e l’incremento, a parte le ore in più dovute all’abbassamento della paga oraria, va sotto la voce “contatti”. L’avvento della posta mail all’epoca ci è parso una gran facilitazione e lo è stato: si controllava ed evadeva la posta una volta al giorno e tutto procedeva fluidamente, allegati e compagnia bella. Oggi invece per non risultare inefficienti bisogna rispondere entro mezz’ora al massimo e stare sempre sul pezzo. L’esito non è conseguentemente migliore. Né quantitativamente né qualitativamente, solo, non sempre, più rapido. E quindi bisogna stare sempre con il telefono sotto agli occhi. Mediamente, a manciate di secondi, buttiamo lì più di un’ora al giorno solo per controllare che non ci sia sfuggita qualche notifica. Pare proprio che la promessa di agevolare la vita nei vari suoi aspetti e permettere di godere di maggior tempo libero sia stata disattesa. Peccato.
Ho sempre creduto che il problema non sia mai il mezzo ma chi lo utilizza e come, ma inizio a ricredermi. Forse abbiamo sottostimato la forza dirompente di una virtualità introdotta sotto spinta in ogni ambito della nostra quotidianità. Ognuno di noi può facilmente verificare i cambiamenti avvenuti nella propria persona, fisici, psicologici, comportamentali.
Io per prima ho ceduto alla lusinga dell’interconnessione. Ho aperto questo blog i cui post girano dopo ventiquattr’ore su Twitter, e su Twitter tra chi seguo e chi mi segue, si trova sempre qualcosa di interessante da leggere e da condividere (soffro per questo meraviglioso verbo che se va in giro a capo chino, svilito, con aria rassegnata), ma che genere di condivisione è se l’unico risultato cui porta è che sempre più individui trascorrono sempre più tempo davanti a uno schermo?
Negli ultimi mesi ho avuto una media di 400, 500 lettori mensili del blog (Chi sono? Leggono? Ci finiscono per caso?), e mi sorprendo a voler mantenere almeno tale media, pena la perdita di quel minimo di visibilità che, oltre agli intenti idealistici per cui il blog è nato, potrebbe tornare utile per un paio di progetti che ho in testa. Ma sto impazzendo? Come posso credere che possa servire a qualcosa. La tentazione però è forte. Chi è già che diceva negli anni sessanta che in futuro ogni persona avrebbe avuto i propri quindici minuti di fama?
Stavo riflettendo su quante volte ho pensato di scrivere alle persone note che stimo e che, secondo me, hanno dato e danno un contributo positivo all’andamento delle vicende umane. Difficile però raggiungerle, trovarne un recapito. Lo scopo del contatto, chiederete, quale dovrebbe essere? Espressione di gratitudine e scambio di opinioni su tematiche di interesse comune. Grosso modo questo. Nella vita sono stata fortunata e ho avuto modo di abbracciare Vandana Shiva, di avere uno scambio epistolare con Susan George, di regalare un libro a Marco Paolini. Mi piacerebbe stringere le mani a Paul Watson e dirgli grazie, solo questo, grazie. Mi piacerebbe parlare di resistenza e di rivoluzione con Luis Sepùlveda davanti a un buon vino e fargli una domanda che da un po’ mi ronza nella testa. Ecco, ora su twitter, potrei contattarlo: incredibilmente risulta nell’elenco di coloro che mi seguono. Basterebbe una chiocciola ma non l’ho mai digitata né lo farò (forse oggi, giusto per segnalargli questa pagina). Non è il mio modo, non è sufficiente, non è empatico. Sento maggior vicinanza nel sentire la sua voce in diretta mentre trascrivo questi appunti. Se un giorno lo incontrerò, lo guarderò negli occhi e gli proporrò un caffè. Nel frattempo guarderò negli occhi le altre persone che incontro.

Oggi un recente movimento di pensiero cresciuto tra intellettuali e studiosi nei vari settori sta teorizzando e mettendo in pratica la disconnessione come dotazione fondamentale per poter interpretare la realtà presente e futura in modo il più possibile oggettivo o, perlomeno, più completo. Google è talmente presente nelle nostre vite, risponde a ogni nostro quesito, che dimentichiamo che esiste una realtà più ampia di quella in esso contenuta. Anziché ampliarlo, ha ristretto il nostro mondo e conseguentemente il nostro margine di azione mentale. Al punto da farci ritenere superflue esperienza e verifiche dirette. Facciamo atto di fede ventiquattro ore al giorno aderendo a una visione se non necessariamente falsa, di certo monca.
Forse per fare qualcosa di buono è semplicemente più utile andare per strada.

7 novembre 2016

martedì 25 giugno 2013

L'ASSENZA

L’assenza da queste pagine procura un senso di colpa. In questo tempo, in cui chi prima fa arrivare un messaggio più possibilità ha di raggiungere l’obiettivo che si è prefisso, quello della riflessione diventa un limite. E se poi dobbiamo, nella vita, correre per riuscire a pagare l’affitto e tirare a campare dignitosamente, s’impone nelle mezz’ore sottratte alla frenesia e all’ansia, una scelta difficile. Buttarsi nella mischia del web senza stare troppo a pensarci o fermarsi, abbandonarsi al flusso dei pensieri e cercare di fare il punto?

Potrei mettermi a scrivere di ogni fatto che va a mettere in movimento mente e spirito ma la sostanza resta la stessa, le considerazioni di base identiche. E poi, troppe le vicende, ogni giorno.

E serve questo fiume di parole? Servono anche le mie?

E ancora: evitare l’assenza da una coscienza virtuale, coscienza che dovrebbe servire a migliorare le vicende di quest’umanità smarrita sul proprio pianeta, ne determina un’altra di assenza, più grave, più profonda. Tra scontrini, bollette, e digitali finestre sul mondo, si resta fuori dalla vita. E non va bene.


E poi succedono cose come questa, che apri la posta e trovi una mail che ti dice che hai un nuovo follower su twitter, il nono. Twitter su cui giri i post del tuo blog. E leggi un nome e quel nome è Luis Sepulveda. E ti prende un’emozione profonda che piangi. E speri che legga ogni cosa che hai scritto. Che ci trovi l’ennesima conferma che nessuna parola è vana, nessun’azione lo è. Lo dico a me stessa.

La conferma che qualcuno che trova e raccoglie il testimone c’è sempre. Anche se non lo sai.



10 giugno 2013


Tutti i diritti riservati