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mercoledì 6 settembre 2017

TENTARE

Trascrivere man mano ciò che si studia è sempre stato un buon metodo di apprendimento. Ricordo che, ai tempi del liceo, la mia compagna di banco ed io utilizzavamo questo metodo per mandare più facilmente a memoria le lezioni. Si presta maggior attenzione a quanto si legge, come quando si legge ad alta voce.

Trascrivere però per me ha anche un altro valore: è un espressione di rispetto e gratitudine nei confronti di chi ha scritto in modo onesto, bello, ed efficace, qualcosa che condividiamo. Limitarsi, come usa oggi, nella migliore delle ipotesi a un copia e incolla o, nella peggiore, a un like, è troppo comodo. Non comporta una vera partecipazione.

Per questo dopo aver letto stamattina l'editoriale di Giovanni De mauro su Internazionale, ho deciso di mettermi qui e copiarlo parola dopo parola.


TENTARE

Ci sono questioni che definiscono un'epoca e di fronte alle quali non si può rimanere neutrali. La crisi dei migranti è una di queste. O pensiamo che tutti abbiano il diritto di muoversi liberamente, di attraversare le frontiere e di vivere dove preferiscono, indipendentemente dal Paese in cui sono nati, dalla loro condizione economica e dal colore della pelle, oppure al contrario pensiamo che questo diritto ce l'abbiano solo alcuni, e che tutto dipenda dal passaporto che si ha in tasca e da quanti soldi si hanno in banca. Non è un caso se Angela Davis ha definito il movimento dei migranti il movimento del ventunesimo secolo. Perché la posizione che abbiamo sulla crisi dei migranti, le risposte che diamo, quelle di lungo periodo e quelle immediate, nelle città o in quanto nazioni, sull'autobus o al lavoro, dicono chi siamo come individui e come collettività. Dicono che idea abbiamo delle relazioni tra le persone, se troviamo accettabile vivere sapendo che il nostro benessere è reso possibile dallo sfruttamento di altri esseri umani e delle loro risorse, o se invece pensiamo che questo non sia tollerabile. se siamo convinti che il mondo vada bene com'è, oppure se pensiamo che sia necessario tentare di cambiarlo per renderlo un posto migliore e più giusto.


Giovanni De Mauro


2017

domenica 12 marzo 2017

ENRICO

Da bambino, una decina d’anni, rubò un pallone dalla mia auto, dimenticato lì da amici dopo una scampagnata. Quando mi accorsi della mancanza chiesi ai ragazzini che normalmente giocavano nei paraggi se si fossero accorti di qualcosa. Negarono tutti, lui compreso. Il giorno successivo lo vidi dalla finestra palleggiare assorto. Scesi in strada e quando mi vide nascose il pallone dietro la schiena. Gli sorrisi e gli suggerii  per il futuro di chiedere: la vita sarebbe stata più semplice. Ci conoscemmo così. Una volta, sapendo della confidenza che era nata tra noi, un suo amico già grande lo usò come ambasciatore di un messaggio galante per me. Bussò alla porta e me lo riferì parola per parola. Sorrisi, gli offrii una bibita e gli chiesi di fan notare al suo amico, che in realtà era il fratello di un suo compagno di giochi, che ero troppo grande per lui. Mi rispose che lo avrebbe fatto senz'altro.
Negli anni mi trasferii a vivere altrove ma, nel tempo, lo incontrai alcune volte e scambiammo sempre qualche parola. Gentile e amichevole continuava a guardarmi con un po’ di soggezione, anche se non ne aveva motivo. All'epoca gli avevo fatto un po’ la morale ma non l’avevo sgridato, era un bravo ragazzino. Poi, parecchio tempo dopo mi presentò sua moglie. In seguito mi raccontò come si sentiva quando il  matrimonio finì. E così, un pezzetto alla volta e in modo occasionale, mi ha reso partecipe della sua vita.  
Qualche giorno fa, si è sparato. Non lo vedevo da un paio d’anni. L’ho saputo ieri per caso. La vita ci smarrisce l’un l’altro. Funziona così. Spero per lui che almeno sia stato un atto consapevole e non di pura disperazione. Solo questo. Lo scrivo con grande tristezza e con totale rispetto.

11 marzo 2017

domenica 19 giugno 2016

UN DITTATORE ILLUMINATO

A me l’idea che i popoli si mescolino piace un sacco. A parte che chi nasce meticcio in genere è bello, l’unica via che abbiamo è fonderci, amalgamarci, cercare di realizzare una società multietnica con una buona qualità della vita per tutti, in un ambiente sano e nel rispetto di ogni forma vivente. A chi mi dice che è utopia, che non ce n’è per tutti, rispondo a gran voce, andate a studiare prima di aprir bocca. Nonostante la merda in cui stiamo affossando, ce n’è invece ancora abbastanza per tutti e potrebbe esserci ancora il tempo per rimediare ad alcuni danni che tengono in ginocchio miliardi di persone.

Ci vorrebbe un cazzo di dittatore illuminato e onesto che, un bel colpo di spugna, stabilisse una decina di regole per gli abitanti del globo, nessuno escluso, su gestione dell’ambiente, della salute, dell’alimentazione, degli scambi commerciali.* Espropriare le terre ai novelli latifondisti (parliamo di mezzi continenti in mano a quattro gatti e poi diciamo che vanno aiutati a casa loro: non è più casa loro) e restituire ai singoli individui possibilità e relative responsabilità. In modo che ognuno potesse vivere serenamente dov’è nato o dove desidera, perché tutti i luoghi si equivarrebbero per opportunità, salubrità, e assenza di conflitti. Spostarsi, trasferirsi solo per curiosità umana e culturale, per preferenze climatiche ed estetiche, per scelta e per incontro. Sarebbe possibile. È possibile. Ci sono le conoscenze e le finanze per realizzare tutto ciò. E anche ancora un po’ di tempo. L’ingrediente assente è la volontà

2014



*p.s. 2023 Non quella roba che stanno spacciando oggi per attenzione all’ambiente, alla salute, ecc.

lunedì 7 dicembre 2015

TORNA #PAGINA99

Vorrei segnalare con grande gioia la ricomparsa in edicola di #Pagina99 .

In particolare rimando alla lettura dell’editoriale che dalla prima pagina prosegue a pagina 12 del numero del 21-27 novembre: una dichiarazione d’intenti che mi ha intimamente commosso perché è ciò che ho nel cuore sin da quando ero bambina. Ne riporto la parte conclusiva perché ritengo sia il manifesto programmatico ideale per chiunque voglia dedicarsi alla vera informazione assumendosi una responsabilità personale nei confronti del mondo che è e che sarà.


“…

Il compito per noi giornalisti è resistere alla pressione di raccontare una realtà tagliata con l’accetta in ghetti comunitari e ideologici. La nostra è una società complessa, meticcia, scossa da continue contaminazioni. Ed è questa complessità che sarà oggetto dell’indagine di Pagina99, senza le autocensure di chi per quieto vivere (o per una malintesa accezione del rispetto per l’altro) finisce col mozzare pensieri e parole.

La nostra bussola indica una rotta precisa: non ci rassegniamo al declino culturale, economico e sociale del Paese, non accettiamo le vecchie ricette sbagliate, non tolleriamo il peso crescente delle nuove disuguaglianze. Andremo quindi in ricerca dei vecchi e nuovi nodi da sciogliere e dei segnali di innovazione da coltivare, dentro e oltre le nostre frontiere. Siamo internazionalisti per necessità, oltre che per vocazione. I tragici fatti di questi giorni [attentati di Parigi ndr] confermano che l’indagine giornalistica deve superare l’anacronistica distinzione tra interni ed esteri per capire i fenomeni. Non vogliamo né possiamo interpretare l’Italia [o qualsiasi altro Paese ndr] come un universo autarchico.

Racconteremo la realtà usando il filtro dell’economia. E cercheremo nelle pulsioni culturali il possibile acceleratore dei processi di cambiamento. Non ci occuperemo di politica come ininterrotto chiacchiericcio attorno al potere, ma di politiche. Spingeremo la nostra curiosità nella zona grigia tra potere economico e potere politico, per monitorare le dinamiche reali che la governano: per questo ci è parso necessario mettere subito sotto la lente, tanto più dopo l’attacco a Parigi, l’opaca galassia di quei sovrani d’Oriente che scorrazzano nei mercati. Indagheremo su lobby e privilegi, e in generale su tutti quei fattori che premiano l’economia della rendita, bloccano la mobilità sociale, e fanno dell’Italia [e del mondo ndr ] un Paese sempre più asfittico.

Ma un giornale, com’è noto, non si racconta: si fa. Cominciamo da questo numero, provando nel nostro piccolo a contribuire al domani. Con l’ambizione di fare il giornale che ci vuole.”

Luigi Spinola – Roberta Carlini


Non avrei saputo dirlo meglio. Ho sottolineato le affermazioni che mi appartengono in quanto in esse da sempre mi riconosco.

Grazie a tutti coloro che danno vita a Pagina99.


1 dicembre 2015