UNO
Che bei materiali trasparenti!
Bisogna proprio cedere il passo. Oh la razionalità tecnologica…
Che belle cosce ha questa commessa!
Al di là del bancone come se il bancone non ci fosse!
Tutto è vetrina! L’amplesso
s’immagina facile.
Una bella coscienza felice aleggia
nell’aria. Oh come tutti sono entusiasti! Coinvolti. Coinvolti da
tutto come solo gli indifferenti. Beati gli indifferenti che sono i
primi a gioire! Sempre saranno i primi e guardinghi scruteranno gli
scettici! Alla malora gli scettici!
Tutto funziona a meraviglia.
L’illuminazione sfaccetta la città di inattese policromie e tutto
si fa scintillante. Su in alto, agli ultimi piani, si gode la vista
su questa estensione interna di case, di strade e negozi e movimento
spumeggiante.
Che nessuno ne sia privo! I palazzi
hanno le finestre tutte rivolte verso il cuore dell’urbe. Lisce e
cieche pareti fronteggiano all’esterno. Immensi condizionatori
arroventano l’aria dalla cinta periferica verso lo spazio aperto.
Il mondo altrove è altrove e non tocca la libera coscienza
dell’oasi. Non si negozia sulla temperatura neanche d’un grado.
Aria fresca, aria fresca, aria fresca!
Da lontano chi giunge incontra solo
il riverbero uniforme e metallico dei dorsi muti delle abitazioni,
che di qua si fanno traslucide e solo iridescenze separano la vita
domestica da quella pubblica.
Ma chi giunge? Ben pochi. Sono
sufficienti a ogni città un’unica linea ferroviaria e un’unica
arteria stradale agibili. Le metropoli offrono funzionalità e
benessere standard: a ognuno è bastante la propria. Per lavoro
ancora qualcuno si sposta, ma nel caso lo fa per aria.
Giacciono in reticolo abbandonate
centinaia di migliaia di chilometri d’asfalto. Oh, la stoltezza
dell’uomo!
Viaggiare collegare raggiungere
possedere. È di gran lunga bastevole starsene fermi e colonizzare lo
spazio che tocca in sorte. Ognuno con meticolosità e determinazione,
suggere ciò che serve o aggrada e dal centro diramare in
impercettibile e inesorabile forza centrifuga.
Conglomerati. Psoriasi squamosa che
secca la terra che resta negli interstizi non inglobati. È terra che
avanza! Tanta ce n’è lungo le coste.
DUE
Quel tipo ha infilato la spina del
carica batterie nella presa a fianco dello specchio, si è sciacquato
le mani e rinfrescato e ha fatto un po’ di boxe con l’immagine
riflessa. Si è messo di schiena e sta torcendo il collo, si sta
controllando il tatuaggio e la canotta ,che non sia troppo sporca, e
ora si fa un panino seduto sulla tazza del cesso. Certo è un tipo
che sa come si vive sui treni. Nello sferraglio tra due vagoni ha
fatto casa: ha appeso un sacchetto di bottiglie di plastica quasi
tutte vuote e si è seduto su una delle piastre di ferro allungando
le gambe. Però ha avuto l’accortezza di far passare il filo sotto
la porta del bagno e ha portato il telefonino a portata di mano.
Rimane un bel tratto dall’ultima
fermata alla meta che ho in mente, un qualche mezzo di fortuna certo
lo troverò, saranno un centinaio di chilometri, basta giungere a
destinazione, per il ritorno un mezzo altrettanto di fortuna, a meno
che non decida di restare, in attesa del rientro.
Meraviglia! Superate le squallide
baracche di chi ha scelto di restare in prossimità del mare, spazio
e solitudine finalmente, quello che serve per rilassarsi!
La vegetazione cresce anarchica tra
le carcasse di automobili abbandonate lungo il lido. Ci sono modelli
che hanno quasi cent’anni, alcune appartenute certo a villeggianti.
Esseri estinti che una volta all’anno venivano a rinfrancarsi dalle
fatiche del lavoro con bagni di sole e di mare.
Cumuli di macerie e rifiuti, in
alcuni tratti delle vere e proprie colline che si susseguono a
perdita d’occhio. Alla base i reperti più vecchi, di quando
l’abbandono era timido e non organizzato, ma d’altronde un
rimasuglio di pudore restava nel fare discarica là dove famiglie
ostinate ancora si riunivano con ombrelli e asciugamani a fare
spiaggia senza mare, ché il mare di giallo cromo e olii e assenza
d’ossigeno e vita, d’onda e di risacca inerte lambiva la
battigia. Ancora ciechi e sordi trovavano spazio tra detriti e
spazzatura e giocavano a carte e mangiavano panini e leggevano
riviste e bagnavano i piedi e i bimbi riempivano i secchielli e
facevano castelli, quando già avevano chiuso anche gli ultimi
stabilimenti più moderni, quelli delle docce disinfettanti. Agli
ardimentosi che si tuffavano e a vigorose bracciate attraversavano i
liquami, s’imponeva immediata una doccia.
Al divieto di queste, che più non
davano sicurezza, seguirono impianti che vaporizzavano acqua a
offrire al posto del mare quel minimo di refrigerio vitale. Poi anche
quelli chiusero i battenti.
Ora, tra pochi che rovistano in
cerca di qualcosa che possa tornare a rinnovata utilità, in attesa
di allontanarmi da questa palla dall’odore uniforme, posso godere
in pace di questo silenzio di morte.
Racconto tratto dalla raccolta "Incontri" Philobiblon edizioni
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