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mercoledì 6 marzo 2013

MARE

Ho depositato presso le segreterie scolastiche di Imperia un progetto di laboratorio destinato agli alunni delle elementari del secondo ciclo. Un laboratorio sul mare. Abitando in una città di mare…

Ho preparato una bella scaletta. Il mare come accesso. Sociale, culturale, commerciale. Il mare come riserva alimentare e come discarica. Il mare come ecosistema. Il mare nella storia. Le scoperte, le esplorazioni, la letteratura. Il mare dei barconi. Il mare delle balene. Il mare della pesca. Il mare delle ferie.

Partendo dal mare si può parlare di tutto. E senza il mare non si può vivere.

L’intenzione è di farmi guidare dai bambini: offrire loro una base e lasciare che sia la loro curiosità a condurre il discorso. Non ho dubbi che funzioni. Ho avuto una sola esperienza simile ed è stato soddisfacente e illuminante. I bambini sono attenti e saggi e sanno porre le domande fondamentali. Sono certa che a qualcuno resterà qualcosa nel cuore che lo porterà nella vita a cercare di fare sempre la cosa giusta.

Intendo anche raccontare loro di una giovane donna che ha perso la vita perché voleva raccontare una storia.

Una storia di navi, di veleni e di armi.

Una storia che parla delle coste calabre sullo Ionio, della Somalia e del porto di La Spezia.

Una storia che bisogna continuare a raccontare in barba al segreto di Stato.

ottobre 2012

Aggiornamento: ho tentato per due anni di seguito ma non ho gli “agganci” giusti. Il mio progetto non è stato considerato nemmeno degno di risposte.




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venerdì 15 febbraio 2013

MENTRE IL PACIFICO MUORE



 “Ma non capite che il suicidio della specie umana è l’ultimo definitivo apice di tutti i nostri collassi morali?” scriveva nel 1977 Hilbert Schenck ne “Mentre l’Atlantico muore”

Perdere il futuro come se avessimo a disposizione ancora tempo e soluzioni in abbondanza per rimediare agli sbagli, alle imprudenze, alle nefaste conseguenze di calcoli solo utilitaristici. Giocarselo al buio il futuro. Perché i veri giocatori sanno che smettere quando si perde non si fa. Bisogna perseverare. Per cento volte che si va a bagno, un paio si vince e com’è emozionante avere tra le mani tutte quelle belle fiches colorate. L’aritmetica lasciamola fuori e per far quadrare i conti in positivo esternalizziamo le voci passive.

Non sappiamo come si fa a tornare indietro ma non smettiamo di avanzare a bordo di bulldozer metaforici e non. Cocci e macerie sotto il tappeto. Fino al momento in cui ci accorgeremo di poterli lasciare impunemente in bella vista, e quei pochi che ancora si ribelleranno, che ancora denunceranno, per allora sapremo come metterli alla berlina in modo rapido ed efficace, e senza perdere la faccia.

Distruggiamo e ci dimentichiamo di aver distrutto. Sicuramente ce ne dimentichiamo. Non c’è altra spiegazione per la nostra indifferenza. E per la nostra non dovuta indulgenza. Per i nostri e per gli altrui deprecabili atti. Un ben oliato congegno di rimozione.

Neanche un mese trascorso e il Giappone oggi merita soltanto un trafiletto a latere. Mentre quello che sta accadendo e che accadrà dovrebbe tenere in allarme il mondo intero. Dovrebbe farci inginocchiare a chiedere scusa per la nostra arroganza. Amo la scienza e il genio dell’uomo che scopre, ma la seduzione dei benefici immediati, soprattutto se pecuniari, non lascia scampo. Non riusciamo a essere all’altezza delle nostre capacità. E stiamo uccidendo il mare. Ci impegniamo anche parecchio.

Ogni tanto mi dedico a un giochetto perverso.

Pesco vecchie notizie, soprattutto catastrofi e vado a vedere cosa accade dieci, venti, trent’anni dopo.

Bhopal, Chernobyl, Exxon Valdez, Prestige, Deepwater Horizont, per citarne alcune note. Gli esiti vado a vedere. Umani, ambientali, giudiziari.

Mentre noi nel frattempo ci siamo dedicati ad altro, c’è qualcuno oggi che continua a pagare sulla propria pelle le conseguenze di quegli atti. In sintesi. In dettaglio diventa rivoltante. Ecosistemi irrimediabilmente compromessi, malattie, morte. Ora, se anche non possiamo più farci nulla, dovremmo comunque tenere tutto quanto nel conto generale, in modo che le nostre proiezioni per il futuro possano avere un minimo di senso.


Il signor Stewen Newman si è aumentato lo stipendio annuo di 200.000 dollari arrivando a quota 1.100.000. Il suo merito? Essere a capo di una compagnia che ha potuto vantare il 2010 come il miglior anno per la sicurezza, con soltanto 11 morti sul lavoro. Il signor Newman è a capo della società svizzera Transocean, società che ha concesso in affitto, per mezzo milione di dollari al giorno, la piattaforma Deepwater Horizont alla compagnia britannica BP. Gli undici morti sono quelli del disastro nel Golfo del Messico.

Tra l’altro la BP ha di recente fatto richiesta presso il governo degli USA per nuove trivellazioni nel Golfo. La richiesta per ora è stata respinta.

Quello che sta accadendo minuto dopo minuto nell’Oceano Pacifico è molto di più di tutti i disastri di cui sopra. È qualcosa di grosso. Una gran brutta faccenda. Il racconto di Schenck pare profetico.

Uno studio scientifico ha ipotizzato in base ai dati in possesso, tra le varie conseguenze a breve termine, la morte di 5000 balene. Sono solo balene. Ma 5000 a breve termine danno l’idea della merda che abbiamo messo in mare.

Ora questo gruppo di stoici e composti esseri umani rinuncerà al proprio piatto preferito e passerà il resto del tempo a svuotare il mare con un secchiello (o con una nave per stoccare l’acqua contaminata (!) se la Russia gliela darà). A raddoppiare, triplicare, decuplicare, se sarà necessario, i parametri di tollerabilità alle radiazioni per non dover dichiarare invivibile il proprio territorio.

Emblema e prefigurazione del nostro intero e comune destino.

                                                                                                                                                        2010

(E questi che vengono adesso. E attraversano non l’oceano ma questo nostro piccolo e gravido mare. Di ordigni, di cadaveri, di affondamenti criminali, di sversamenti mortiferi, gravido. Arrivano dalla guerra. Avercelo bene presente. Arrivano dalla guerra e dalla fame. Dalla sete. Da terre che non sono più le loro. Anche queste cose sono guerra. E quando stai messo così pensi solo a star vivo e al cibo. E se non te li hanno ammazzati sotto agli occhi o non son morti d’inedia pensi a proteggere i tuoi cari. E anche per loro pane e sopravvivenza. A qualsiasi costo. Esistono solo i bisogni primari. Ti viene la paura, ti viene il coraggio, ti viene la vigliaccheria, ti viene la rabbia. A seconda.

Succede qualcosa nel cervello. Come una pazzia. Chi viene da dentro la guerra non è come chi è fuori dalla guerra. È diverso.

Dobbiamo ricordarcene ogni volta che incontriamo un “indesiderato”. E avere rispetto.)


2011 

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venerdì 8 febbraio 2013

TRI


Due mesi fa (maggio 2007) è stato sottoscritto il protocollo della TRI, la Terza Rivoluzione Industriale. Più precisamente, è stata diramata una dichiarazione scritta da parte del Parlamento Europeo in cui si afferma che i principi della TRI rappresenteranno le linee guida per i progetti economici a lungo termine dell’Europa. Qual è l’obiettivo e quali sono questi principi? L’obiettivo è la conquista dell’indipendenza energetica e i punti cardine per riuscirci sono il passaggio alle fonti energetiche rinnovabili, la trasformazione del patrimonio immobiliare mondiale (ogni edificio produrrà, immagazzinerà e distribuirà energia), l’utilizzo della rete internet per rendere la rete elettrica una rete di produzione e condivisione dell’energia (!), la conversione di tutti i mezzi di trasporto in veicoli a celle a combustibile che possano usufruire della rete elettrica trasformata. Fantascienza? Lo sembra. Ma gli appassionati del genere sanno che le visioni di tanti autori di fantascienza altro non sono stati e non sono che analisi della contemporaneità e anticipazione del futuro.

Con le dovute scremature.

Ora il punto è, perché sostenere la Terza Rivoluzione Industriale?

Alcuni dati e osservazioni in ordine sparso:

• il picco di petrolio pro capite, e cioè se immaginassimo di distribuire equamente per abitante il petrolio a oggi disponibile, la quota individuale sarebbe inferiore a quella del 1979, ovvero abbiamo già superato il picco in questione. Da non confondere con il picco della produzione petrolifera, cioè l’estrazione avvenuta di metà delle risorse mondiali disponibili ( per gli USA il picco di produzione petrolifera interno è stato raggiunto nel 1970 circa e questo può spiegare l’incremento di certe scelte politico/militari, nonché la definizione del diritto all’approvvigionamento di fonti energetiche ovunque sul pianeta quale questione di Difesa Nazionale – meglio prima consumare quello degli altri e salvaguardare le proprie riserve)

• da circa un decennio la produzione di greggio non riesce a soddisfare l’aumento della domanda; ce ne sarà forse ancora per un valore di parecchie decine di migliaia di miliardi di dollari, ma è sempre meno quello che può essere prodotto facilmente a costi contenuti

• l’aumento della produzione determina un aumento del costo del petrolio

• le grandi recessioni sono collegate al prezzo del petrolio, quando il prezzo al barile raggiunge e supera i cento dollari, l’economia globale è a rischio

• i combustibili fossili non si trovano ovunque: proteggere l’accesso ai giacimenti richiede investimento di risorse militari e gestione geopolitica

• la Royal Dutch Shell, la Exxon Mobil,e la Bp, con circa 500 multinazionali sotto di loro, gestiscono circa 22.550 miliardi di dollari all’anno, e cioè poco meno di un terzo del PIL mondiale (65 trilioni – 2011), basando la loro sussistenza sui combustibili fossili

• aumentano i conflitti per l’accesso alle fonti di energia

• l’approvvigionamento di combustibili da Stati esteri genera quasi sempre dipendenza, con il rischio, in situazioni di emergenza, di discontinuità di fornitura e chiusura dei rubinetti, oltreché di spropositati aumenti.



• nel mondo circa 450 reattori nucleari producono poco più del 6% dell’energia totale. Per ridurre le emissioni in misura percettibile e utile, secondo attendibili e congiunti studi della comunità scientifica internazionale, bisognerebbe incrementare tale percentuale fino al 20%. Ciò comporterebbe la necessità di arrivare a 1500 reattori: 3 nuove centrali al mese per i prossimi 40 anni, troppo tempo per come siamo messi e per poter parlare di beneficio reale, e con un costo previsto di 12.000 miliardi di dollari (poco più della metà del fatturato annuo delle multinazionali di cui sopra!). Senza contare che anche l’uranio è una risorsa a termine.

• si calcola che sfruttando il 20% dei venti disponibili sul pianeta si produrrebbe 7 volte di più di energia di quanta ne abbisogniamo oggi

• i mutamenti/sconvolgimenti climatici avvengono più rapidamente: gli esseri umani possono provare a spostarsi a tale velocità (con le problematiche che conosciamo) ma animali e piante no

• i ricercatori rilevano ovunque aumenti di temperatura, con ridotta crescita arborea, variazioni sul ciclo dell’acqua, rilascio di quantità troppo elevate di biossido di carbonio e di metano

• la popolazione mondiale è in aumento esponenziale (1 mld di nuovi nati ogni 10 anni) e poco meno del 20% di essa detiene i 5/6 delle risorse (di casa propria e prese a casa di altri)

• desertificazione, salinizzazione, eutrofizzazione, disboscamento, inondazioni, uragani, riduzione delle aree coltivabili, i conflitti sociali che ne conseguono, la presenza di regimi autoritari e collusi, rendono sempre più deleterio l’approvvigionamento di risorse nei Paesi in via di sviluppo che ne sono i maggiori depositari

• mantenere infrastrutture obsolete, sul medio/lungo termine costa più che realizzarne di nuove efficienti

• la produttività viene considerata il risultato della quantità di prodotto per capitale e forza lavoro investiti, ma ciò spiega meno del 20% della produttività conseguita; la differenza è data dal fattore energia, che dal calcolo viene escluso. Tenendo conto anche di tale fattore il miglior investimento sarebbe dato dal raggiungimento della maggior efficienza termodinamica

• alla base della nostra società c’è l’obsoleta definizione economica classica che intende lo spazio come contenitore di risorse passive

• la meccanica di Newton che riferisce che ad ogni azione ne corrisponde un’altra uguale e contraria, non tiene conto di fattori quali il trascorrere del tempo e l’irreversibilità degli eventi; la termodinamica e il concetto di entropia, coniato da Rudolfh Clausus nel 1868, delineano un quadro più veritiero. Secondo la prima legge della termodinamica, l’energia non può essere creata né distrutta e rimane costante in eterno, cambiando però forma in una sola direzione, da disponibile a indisponibile. La seconda legge dice che l’energia fluisce sempre dal caldo al freddo, dal concentrato al disperso, dall’ordinato al disordinato. Una volta utilizzata ne resta sempre meno di libera per compiere ulteriore lavoro. Questa è l’entropia. Ogni essere vivente si mantiene in vita assorbendo ininterrottamente energia dall’ambiente al costo di una crescente entropia generale. Più una civiltà è evoluta, più consuma e produce, più aumenta il disequilibrio quindi l’entropia. Se ciò può apparire non determinante al cospetto di fonti energetiche quale è il sole, lo è grandemente per una società come la nostra, fondata sull’uso di un’energia da combustibili fossili e minerali metallici, la cui quantità è fissa e finita, almeno per quanto concerne un orizzonte geologico temporale che abbia un senso rilevante per la nostra specie. Che tra milioni di anni possano essersi riformate ulteriori risorse fossili non risolve il problema. In pratica le leggi della termodinamica determinano la nostra esistenza e sarebbe il caso che fossero materia privilegiata di studio per politici ed economisti

• supporre che il ritmo di crescita possa continuare all’infinito contraddice le nostre più elementari conoscenze scientifiche sulle proprietà della terra, nega il concetto di biosfera e di feedback circolare (ogni forma di vita è regolato da orologi biologici che adattano i processi biologici delle forme di vita al ritmo/ciclo generale della biosfera e del pianeta: rispettare tali ritmi/cicli determina la sopravvivenza di una specie)

• l’ammontare degli scambi finanziari mondiali quotidiani, superiore a 500 mld di dollari, corrisponde a una cifra di gran lunga eccedente a quanto occorrerebbe a finanziare lo sviluppo industriale e commerciale del pianeta secondo i nuovi principi della TRI. Ad esempio per portare la generazione elettrica statunitense da fonti geotermiche a livello competitivo, servirebbe un investimento di 3/400 milioni di dollari in 15 anni! Una tassazione proporzionale delle transazioni finanziarie è più che mai necessaria ( e anche una più severa regolamentazione)

• Le fonti rinnovabili sono ovunque mentre i combustibili fossili sono solo in alcuni luoghi

• Ecc. ecc. ecc


Le mie conclusioni sono le seguenti:

- la riconversione industriale e la trasformazione su scala mondiale del patrimonio immobiliare in unità di produzione/distribuzione dell’energia attraverso reti infonergetiche e il conseguente boom edilizio, creerebbero milioni di posti di lavoro su tutto il pianeta con la prospettiva di migliorarne le condizioni, favorendo anche la nascita di piccole imprese che già oggi creano l’80% dei nuovi posti di lavoro in EU, e il 65% negli USA

- esistono le premesse, come accuratamente evidenzia Jeremy Rifkin, perché tale profondo cambiamento avvenga: la prima rivoluzione industriale nacque dall’unione dei motori a vapore con la stampa, la seconda da quella del motore a scoppio con l’elettricità e le nuove forme di comunicazione, la terza potrebbe prendere il via dalla condivisione digitale unita alle fonti energetiche rinnovabili

- si passerebbe da una gestione gerarchica delle risorse a una gestione laterale delle stesse, con una democratizzazione dell’energia, attraverso la diffusione dell’accesso ad esse a un numero sempre crescente di individui senza aumentare l’impronta ecologica

- l’autosufficienza energetica, essendo le fonti rinnovabili, se pur in forme diverse, disponibili dappertutto, farebbe diminuire i conflitti

- riuscire a garantire a tutti un livello di vita buono utilizzando il sole, il vento, le maree, il calore della terra, investendo il denaro risparmiato da petrolio e armamenti in ricerca e sviluppo, ci renderebbe individui migliori e più felici Esistono le premesse, l’humus e le motivazioni a supporto perché questa profonda transizione avvenga. Resta da neutralizzare l’avidità: perché rinunciare a raschiare il fondo dei barili? In fondo per le ottuse menti di uomini ciechi che ragionano, se va bene, nei termini temporali della propria esistenza, i ricavi che l’economia da combustibili fossili può ancora generare, valgono la vita delle generazioni future, a partire da quella dei propri figli.

luglio 2007 - dati aggiornati al 2011

Il post carbonio. Come già, ammettendo di fumare, iniziamo a imbarazzarci al cospetto di evoluti nordici che ci osservano come obsoleti individui aggrappati a usi e costumi destinati a scomparire, individui inconsapevoli di essere entrati in una nuova era, e motivano il proprio sguardo di rimprovero non con i rischi per la salute, non solo, ma, principalmente, con quelli connessi al costo sociale, in termini di costi sanitari e quant’altro, ecco, ugualmente, dovremmo porci riguardo alla produzione e all’uso dell’energia come noi li concepiamo. Con profondo imbarazzo. 

Intanto per l’autunno 2012 è stata riesumata la serie televisiva “Dallas” – petrolio e allevamenti industriali.

Leggo su Internazionale di novembre 2012: “Il petrolio è al centro dei nostri piani di sviluppo – spiega Rosaria Vicino, sindaco di Corleto Perticara (PZ) – è l’elemento su cui si basano le nostre speranze”

Nel 2011 sono stati stanziati 88 miliardi a livello mondiale per sostenere le energie rinnovabili a fronte di 523 miliardi di dollari dati a sostegno dei combustibili fossili! (fonte: World Energy Outlook 2012 dell’International Energy Agency)

Abbiamo avuto varie età nella nostra evoluzione. Direi che un duecento anni per quella del petrolio, visti e considerati gli esiti, è più che sufficiente. Ritrovarsi oggi, a un nulla dalla fine di un’epoca, senza avere in mano un’alternativa è da imbecilli.

Ora però si parla di gas non convenzionali. Distribuiti piuttosto uniformemente sul pianeta e in abbondanza. Peccato che per l’estrazione, il cosidetto fracking, sia necessario iniettare ad alta pressione grandi quantità d’acqua mista a reagenti chimici. Della prima non ne abbiamo abbastanza, dei secondi faremmo volentieri a meno.


P.S. 2025: ma quanto ero ingenua? Cos’è che abbiamo ora? Cappotti termici e auto elettriche! Acqua, aria e terra? Non li nominano neanche. Seguitemi nei successivi articoli a tema Green


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VEGETARIANI E' MEGLIO?

 Fa bene alla salute, al pianeta, al portafogli, agli animali.

Perché no, dunque?

Ma capisco chi non sia d’accordo e voglia continuare a nutrirsi di animali. Io stessa, dopo vent’anni ho ripreso a mangiarne. Però sarebbe giusto che ognuno si procacciasse la carne di cui si nutre. Da viva a cucinata. La caccia e la pesca avrebbero un senso ma non lo hanno per come sono concepite e gestite. In ogni caso è un’ipotesi improponibile per come è strutturata la società. Gli allevamenti intensivi (di mammiferi, avicoli e ittici) e i macelli sono da bandire comunque seduta stante. E lo affermo con cognizione di causa, avendoli “visitati” entrambi.

Se non ci tange la sofferenza pensiamo ai denari. Ai costi reali che vanno ben oltre il prezzo al consumatore. Consumo del territorio (80% delle coltivazioni agricole a monocolture per foraggio – e biocarburanti ma questo è un discorso da affrontare a parte), di risorse idriche e di combustibili, emissioni di metano, eutrofizzazione delle acque, rilascio di inquinanti organici permanenti, arsenico, diossina, batteri resistenti, abuso di farmaci che restano nella catena alimentare e tanto bene non fanno, condizioni raccapriccianti per animali (non umani) che ci muoiono e per (animali) umani che ci vivono…

E, non ultimo, il tutto per produrre una quantità di carne destinata a meno del 20% della popolazione.

Non mi pare abbia un gran senso.


p.s. un quesito per associazione di idee: essere obbligati a rispettare determinate quote per la produzione del latte e rimpinzare di ormoni le vacche per aumentare la loro produzione lattea non è da imbecilli? Meno mucche da mantenere che danno più latte? Bene, ma non sarebbe meglio avere del latte qualitativamente migliore?

1992

Le previsioni dicono che la domanda è in costante ascesa, nel 2050 si dovrebbe raggiungere un + 70%, soprattutto per la richiesta dei Paesi emergenti (Cina in primis), si parla di carne artificiale come possibile alternativa. Con un dimezzamento del consumo attuale di energia e lo sfruttamento di soltanto un 2% del territorio a oggi utilizzato. Io so solo che nel 2009 il fatturato del mercato della carne negli USA è stato di 150 miliardi di dollari (nota del 2012).


 p.s. 2025: APPROFONDIRE: le nuove Farms… verticali, galleggianti… alte concentrazioni di soggetti con medesimo corredo genetico e risposta immunitaria… facilità di contagio dell’intera popolazione presente nell’allevamento... antibioticoresistenza… spillover… ecc.

Letture consigliate:

(Ci sono tantissimi testi sull’argomento, ne ho scelti alcuni tra quelli che ho letto. Ciò non significa che condivida ogni cosa che ho letto ma ritengo che siano presenti, oltre a informazioni utili, molti spunti di approfondimento, verifica, riflessione)

- Ecocidio di J.Rifkin

- Capitalismo carnivoro di Francesca Grazioli

- Farmageddon di Philip Lymbery

- Regime alimentare di Richard Oppenlander

- I signori del cibo di Stefano Liberti

- Land grabbing di Stefano Liberti

- Il grande carrello di Fabio Ciconte e Stefano Liberti

- Oltre il muro di Roberto Marchesini

- Se niente importa di J. Safran Foer

- Possiamo salvare il mondo prima di cena di J. Safran Foer



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