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martedì 3 dicembre 2019

È SCOPPIATA LA TERZA GUERRA MONDIALE

È scoppiata da un pezzo la terza guerra mondiale e in pochi se ne sono accorti. Forse nemmeno quelli che la stanno vivendo sulla propria pelle sono consapevoli dell'ecumenicità del fenomeno. Bisognerà attendere i libri di storia dei nostri nipoti perché il capitolo che narrerà i fatti che stanno accadendo ora porti il titolo: “Il Terzo conflitto mondiale”.

Proteste scoppiano ovunque, senza soluzione di continuità da parecchio tempo a questa parte, e sono destinate a diventare immanenti. È perlomeno plausibile che siano collegate.

Come scrivevo tempo fa, in ogni zona della terra i popoli sono in rivolta. Con dinamiche più o meno drammatiche e in contesti diversi, ovunque, laddove non si cede a preoccupanti sbandamenti nazional populisti, ci si oppone all'autorità costituita. Che siano regimi autoritari, democrazie neoliberiste, istituzioni inefficienti e/o colluse. In sintesi ci si ribella a chi accumula potere e ricchezza a discapito della maggior parte delle persone. Ovunque si invoca il recupero di un vivere degno ed equo e si denunciano diseguaglianze sociali crescenti, esito dell'operare cieco e avido di una casta ormai al di sopra di qualsivoglia controllo.

Che il detonatore di questa rabbia diffusa, prima ancora che rivendicazione di valori di umanità e saggezza, possa dunque essere la crisi economica che da un decennio prosegue con sempre più gravi ricadute sulla società?

Una crisi economica incentivata dall'ostinazione del sistema capitalistico a voler sopravvivere senza trasformarsi. Un'ostinazione aggressiva che sta trascinando il mondo verso l'abisso e capace solo di proporre soluzioni di austerità e riforme strutturali che penalizzano le fasce più deboli.

Un'iperproduzione industriale che aggrava le condizioni ambientali, quindi quelle sociali, quindi quelle politiche. Paesi che oggi in un anno producono quanto è stato prodotto in un secolo. Paesi che ambiscono a fare altrettanto il prima possibile. Paesi che svendono le proprie risorse a sostegno di tale malata iperproduzione in cambio di un'elemosina di sopravvivenza che si traduce in una condizione debitoria perenne. Cittadini dei Paesi sviluppati che ipotecano la vita per possedere il superfluo. Cittadini dei Paesi in via di sviluppo che li invidiano e soverchiano propri concittadini che non hanno di che vivere, in una competizione spasmodica che non lascia intravvedere un lieto fine.

È un fatto che il dominio concesso al mercato e alla finanza abbia creato disparità tali da rendere vano ogni tentativo di ricostituire una protezione sociale universale. Ed è un fatto che abbia determinato e sostenuto condizioni favorevoli a una crescente interdipendenza tra poteri politici e poteri economici operanti ormai a circuito chiuso.

Oggi però vediamo, grazie all'attuale sistema di comunicazione, come la natura della crisi del cosiddetto neoliberismo non sia un'astrazione per addetti ai lavori ma qualcosa di molto concreto, come sia di natura ambientale e sociale, e grave al punto da compromettere la democrazia che, per quanto difettosa, dovrebbe essere ancora la soluzione politica migliore. Ma mai dal potere politico la crisi viene presenta in tali termini; al contrario ci si ostina a proporre una visione frammentaria della situazione, proprio per rallentare, per soffocare quella presa di coscienza generale che potrebbe offrire lo slancio definitivo nella direzione di un futuro degno di tal nome. La solita faccenda di considerare i problemi a compartimenti stagno, al punto che anche chi strumentalizza tale prospettiva resta convinto sia quella corretta. Ma un denominatore comune c'è ed è sotto agli occhi di chi vuole vedere, quindi perdersi dietro a spiegazioni sul perché in quel tal luogo sia successa quella determinata cosa è sì interessante e doveroso ma pure pleonastico.

Bisogna cambiare le cose. Qual è la parola? Rivoluzione. Una parola grossa, che spaventa. I più timorosi di perdere ciò che hanno paventano per il ribollire sociale e sono pronti a chiamare pericolosi rivoluzionari, addirittura terroristi anche coloro che reclamano giustizia. Secondo me non si tratta di rivoluzione. Forse si tratta solo della seconda fase di un processo iniziato nell'ultimo ventennio del secolo scorso, se pur con radici già profonde. Forse l'opposizione alle derive del pensiero neoliberista non è che la fase successiva necessaria al compimento della transizione verso un mondo realmente globalizzato. Fase che i fautori dello stesso non avevano considerato né preventivato, accecati com'erano, e malauguratamente sono ancora, dal miraggio di un tutto subito e per sempre a qualsiasi costo.

Ma se verrà impedito di portare a termine il perfezionamento di questo sistema globale allora questa guerra non ancora riconosciuta come tale esploderà cruenta con tutta la furia che porta in seno. E, senza soluzione di continuità, di metamorfosi in metamorfosi, ci accompagnerà per sempre.


Dicembre 2019



martedì 14 maggio 2019

VACANZA LOW COST

Recentemente ho deciso di concedermi una settimana di vacanza ma, essendo al limite dell'incapienza, ho optato per una soluzione a costi ridotti. Ho spento il telefono e mi sono immersa nella lettura di due libri.

Con sempre rinnovato piacere mi sono dedicata alla prosa scarna ma efficace di Simenon ne “Le persiane verdi” e con estrema attenzione al saggio di Otto Bauer (Editori Riuniti) ne “La questione nazionale”.

La seconda lettura, a prescindere dal contenuto su cui a lungo si potrebbe argomentare, mi ha fatto riflettere su quante volte ho espresso opinioni e manifestato aspettative politiche senza avere una cultura specifica in materia. A parte il “Manifesto del Partito Comunista” ai tempi del liceo e pochi altri saggi, ho letto per lo più letteratura sociale, scientifica, ed economica. Tutte trattazioni attinenti alla politica ma non specifiche. Leggere ora il saggio di Bauer, pubblicato all'età di ventisei anni, quindi pensato ed elaborato in quelli precedenti, giovanissimo, mi ha emozionato, anche in considerazione del fermento culturale di quegli anni che rendeva uomini dei ventenni quanto a cultura e capacità d'analisi. Nondimeno il trovare trattate, come altrove anche in questo testo, idee cui sono giunta attraverso osservazione, analisi, e intuizione, mi rassicura sul fatto di non dovermi porre troppi problemi riguardo all'esprimermi su questioni politiche. Non sarò in grado di affrontare tecnicismi, né di argomentare con dotti riferimenti ma quanto a visione d'insieme sulle questioni e sulle dinamiche che necessariamente devono concorrere all'elaborazione di una strategia politica lungimirante ed equa, direi che me la cavo, e non credo di sbagliare quando affermo che l'unico ostacolo a una buona politica è la ristrettezza di vedute della maggior parte degli interlocutori. Se operanti a livello politico, si tratta per lo più di persone convinte di aver raggiunto un traguardo personale anziché essere i rappresentanti di responsabilità collettive. Se comuni cittadini, troppo presi dalle contingenze quotidiane per buttare l'occhio verso l'orizzonte. In entrambi i casi prigionieri di particolarismi e sterile competitività.


Un consiglio finale: dopo aver avvisato parenti e amici stretti, onde evitare allarmismi, concedetevi qualche giorno a telefono spento. Superato lo spaesamento iniziale potreste essere sorpresi da un senso di benessere dimenticato.


mercoledì 3 ottobre 2018

DECRETO LEGGE SU IMMIGRAZIONE E SICUREZZA


La diffidenza verso lo straniero è ormai, come si usa dire, un sentimento trasversale. L'approvazione delle misure del Decreto legge su immigrazione e sicurezza, che già nella denominazione rivela la spudoratezza di una narrazione bugiarda, ne è la prova.
A dispetto dei dati reali su reati e invasione, l'abbinata dei due termini come un unico concetto passa perché già assimilata.
Calza a pennello un pensiero che ho avuto alcuni giorni fa, e cioè che chi oggi non comprende la gravità della situazione, lo stato d'emergenza in cui siamo (ben diverso da quello sbandierato dai media), ne scoprirà attonito le conseguenze sulla propria pelle tra qualche anno. Se oggi siamo a questo punto è in buona parte il risultato del nostro disinteresse e pressapochismo. Della nostra propensione a credere che qualcun altro risolverà per noi e nel migliore dei modi i problemi, del nostro perenne delegare, del cronico rifiuto a un'assunzione personale di responsabilità. E ora ci ritroviamo di fronte a qualcosa che non ci aspettavamo, almeno non in misura così eticamente compromettente. Un minimo imbarazzo infatti ci coglie nell'apprendere che, ad esempio, la cittadinanza può essere revocata per un sentenza di condanna (che sia di primo grado è grave ma il punto è che fedina penale e cittadinanza non hanno per nessun altro qualcosa a che vedere l'una con l'altra), che il diritto alla difesa non è tutelato e lo sarà sempre meno, che il periodo di soggiorno forzato nei Centri di identificazione ed espulsione passerà da tre a sei mesi. Che nemmeno donne gravide, anziani, disabili, persone che hanno subito stupri, torture, mutilazioni, potranno accedere agli Sprar. Cittadini di prima, seconda, terza classe. Di questo si tratta. E tutto ciò ha preso forma un poco alla volta a partire dal 1995 con la detenzione “amministrativa”, per passare alla Bossi- Fini, a Maroni, a Minniti, con l'istituzione di tribunali speciali per i soli immigrati, anzi, meglio, per i soli migranti, fino al recente Decreto Legge. È così che funziona: un pezzetto alla volta, che un bel mattino è tutto diverso ma non riesci a mettere a fuoco cosa c'è di diverso, perché, finché non ti tocca in prima persona, la tua vita assomiglia più o meno a quella di sempre. Triste pensare che in tanti siano convinti di partecipare a una svolta rivoluzionaria, e impieghino tanta altrimenti necessaria energia in un processo di abiura dei diritti umani. Un delitto sociale perpetrato con noncuranza, da noi stessi a nostro precipuo danno.

lunedì 12 marzo 2018

A PROPOSITO DELL’ESITO ELETTORALE


Queste elezioni si sono giocate principalmente sul tema dell’immigrazione nel nostro Paese. Quindi salto tutti gli altri punti su cui sarebbe peraltro interessante dibattere e arrivo alla questione principale.

Sono venuti allo scoperto i cosiddetti cripto razzisti, coloro che fino a ieri, per pudore o vergogna, hanno mantenuto un profilo basso e ora si sentono finalmente parte di un pensiero condiviso e pubblico. Scoprire che esiste un fronte comune diffuso contro quella che viene passata come un’illegittima invasione ha fornito impulso e alibi. Un senso di riconoscimento e di appartenenza che manleva dal farsi portavoce in prima persona di istanze scomode e altrimenti eticamente discutibili. È così che accade. Seguire la corrente per sottrarsi all'onere di porsi domande e cercare risposte, delegando al gruppo la scelta della direzione da intraprendere.

Prendere atto di ciò mi regala una buona dose di libertà. Libertà di non prendere più sul serio chi circoscrive il proprio dispiacere riguardo alle brutture del mondo al fremito emotivo suscitato da un singolo fatto, da una singola immagine, rimanendo però avvinghiato alla propria vita di sempre considerandola non negoziabile.

Innanzitutto sono stanca e stufa di tutti quelli che intasano il web di emoticon piangenti per ogni foto commovente di bimbo, che sia Aylan riverso sulla battigia, che sia la bimba che tappa gli occhi alla bambola per risparmiargli la vista della guerra; stufa di chi si commuove e s’indigna a singhiozzo e se ne fotte delle centinaia di bambini che muoiono ogni giorno, annegati, affamati, bombardati, e che nessuno scatto ha immortalato.

Sono stufa di chi dice, Non sono razzista ma questa è casa nostra. Queste sono le nostre cose. Il nostro lavoro. La nostra nazione. La nostra terra. Nostro è un aggettivo possessivo plurale che si richiama al pronome ‘noi’ che, non per forza a parer mio, deve considerarsi in opposizione al pronome ‘’voi, e tantomeno al pronome ‘essi/loro’. Invece, nei fatti, ‘noi’ sempre più indica chiusura ed esclusione.

Sono stanca di tacere per quieto vivere. Di non trovare le parole con cui rispondere alla dissimulata ferocia, all'insolenza educata, all'inespugnabile assurdo blaterare. Sono stanca della banalità del male. Dell'ignoranza sbandierata, dell’indolenza intellettiva.

Andare a vedere. Toccarla, annusarla, provarla la vita. Poi aprir bocca.

Voglio avvicinarmi alla signora per bene che in coda alla cassa qualche giorno fa, squadrando due donne maghrebine che stavano scegliendo uno smalto per unghie, osservava che la soluzione finale di Hitler resta ancora la migliore. Voglio dirle in modo gentile e pacato, Son le persone come lei ad essere inutili, dannose e superflue.

Io divido in buoni e cattivi. Come a scuola sulla lavagna. A questo punto sì. Una bella riga in mezzo e via. Per il resto siamo uguali e con questo per me il discorso è chiuso.

A coloro che ribattono, Tu fai della filosofia e vai a indagare le cose perché evidentemente te lo puoi permettere, hai il tempo che ti avanza, Ti preoccupi degli altri perché te la passi bene, ce l’hai grassa, e avanti così senza sapere di cosa stanno parlando, fornirò copia dei miei redditi e li inviterò dove abito per un caffè.

Non ce la faccio proprio a pensare che se la mia vita è difficile e piena di problemi, la colpa è di altre persone con una vita difficile e piena di problemi. Non mi riesce proprio. Il mio cervello s’inceppa nel tentativo di elaborare un pensiero tanto assurdo. Se non trovo lavoro è colpa tua perché lo stai cercando anche tu. Suvvia.

Non riesco a dividere lo spazio in fuori e dentro, soprattutto se i requisiti per stare dentro si riferiscono a un arbitrario diritto di proprietà sancito dall’essere nati nel territorio del dentro, dal parlare un idioma comune e vestirsi in un certo modo.

Eppure a tutto ciò diamo il nome di diritto acquisito, di difesa della democrazia.

Una democrazia che trae la propria legittimazione dalla Nazione di appartenenza a partire da una base etnica, linguistica, culturale, e ne legittima l’esistenza e la rafforza.

Una Nazione fondata sul territorio, sul possesso del territorio e in cui i cittadini si sentono naturalmente proprietari dei luoghi in cui sono nati e vivono. Una democrazia che vale solo per loro.

Una democrazia le cui idee universali non varcano i confini, non ne hanno la forza, e smettono di essere valide al di là di essi, diventando inapplicabili all'altro. Ecco la colpa prima dei migranti: portare in evidenza la falla del sistema. Muoversi e portare alla luce il fallimento di una democrazia che mostra tutta la propria debolezza nel momento in cui si riferisce al mondo “esterno”. Un’inclusione che vale solo per l’interno e diviene esclusione quando rivolta all’esterno. Il paradosso, il cortocircuito delle fondamenta stesse della democrazia nel momento in cui mette alla prova la sua universalità. Chi migra ha per questo l’onere di affrancarsi da una colpa attribuita d’ufficio. Non importa chi è, non importano le sue idee, le sue vicissitudini, i suoi ideali. Non importa la sua storia, quella della sua famiglia, quella del Paese di provenienza. Alla pari, livellati in un’unica massa informe che nulla ha a che vedere con noi. Una massa indistinta che risveglia paure ancestrali, l’orror vacui in cui ogni essere umano potrebbe precipitare.

Chi si sposta viene a trovarsi in un luogo dove non dovrebbe essere, in un luogo altrui e che quindi non gli spetta. Ma quale arbitraria investitura abbia stabilito la legittimità della precedente occupazione sarebbe da stabilirsi.

Come fare senza mezzi? Come fare se non ce n’è neanche per noi? Come integrare chi è tanto diverso culturalmente? Abbiamo sviluppato un buon senso immunitario. Un rifiuto verso chi arriva come premurosa sollecitudine nei suoi confronti

Ma, ogni volta che affermiamo che ognuno deve vivere nel proprio Paese, stiamo emettendo una condanna. Il non possiamo accogliere implica l’impronunciabile lasciamoli morire. Implica l’attribuzione di una minor quota di umanità all'altro fino all'estrema conclusione che i migranti non sono umani. Almeno non quanto noi.

Proviamo a immaginare di essere improvvisamente colpiti da amnesia e di non ricordare il luogo in cui siamo nati, di non ricordare nulla delle nostre origini, e di iniziare a muoverci sulla terra alla ricerca di un posto dove stare e in cui riconoscerci. Ecco, allora scopriremmo improvvisamente l’assurdità e l’iniquità delle regole che oggi stabiliscono chi ha diritti e chi no. Pretenderemmo che la libertà di movimento divenisse diritto fondamentale. Vedremmo la cittadinanza come privilegio feudale.

L’immigrazione selvaggia e incontrollata va regolamentata, si afferma a gran voce. Il punto è che è obsoleto parlare di emigrazione ed immigrazione. Si tratta semplicemente di migrazione. Il territorio è unico e finito. O si trova il modo di condividerlo equamente o non voglio più sentire parlare di etica e diritti umani. Certo, i passi si fanno uno alla volta. Iniziando dall'Europa. È necessario rivedere il Trattato di Dublino, esigere una politica europea degna di questo nome che responsabilizzi ogni stato membro, creare dei corridoi aperti, ma non si possono perdere di vista i valori che rendono un essere umano degno di definirsi tale e, ognuno nella propria individualità, deve muoversi per la creazione di un futuro cosmopolita. Schiere di filosofi hanno affrontato l’argomento e spesso sono giunti a un impasse ma ciò non è sufficiente per arrendersi, a meno di non rinunciare appunto a quell'humanitas cui tanto volentieri ci riferiamo.

Altrimenti il mondo sarà per alcuni e alcuni altri avanzeranno fuori dalla conta.

E cosa facciamo di quelli che restano, di quelli che avanzano? Gli apolidi, i senza patria, i rifugiati. Esseri contaminati principalmente dalla povertà. Infatti non è lo straniero di per sé, non è il migrante in quanto tale che rifiutiamo. Se il suo portafogli gli permette di non intaccare i nostri privilegi siamo disposti a chiudere un occhio sulle tanto esecrate diversità culturali. È che oggi esiste uno straniero più straniero di altri: il povero che abbiamo creato e che ora bussa alla porta.

Esseri contagiosi, indesiderabili, scomodi, per cui alcun posto è previsto nell'ordine mondiale così come oggi è pensato. Ed è proprio a partire dalle categorie di pensiero che bisogna agire, dal significato dei termini che usiamo e come li usiamo. Dal nostro rifiuto non solo di trovare ma proprio di cercare le cause prime degli eventi. Di assumerci ognuno la nostra propria quota di responsabilità. Smettere di comportarci come se la povertà fosse una catastrofe naturale inevitabile di cui nessuno è responsabile. Invece, in questo mondo diasporizzato in cui sono saltati confini geopolitici e concettuali, ci si ostina a decontestualizzare gli accadimenti anziché vedere gli obblighi conseguenti alle sempre più strette interdipendenze e connessioni planetarie. Siamo di fronte a una frammentazione delle responsabilità per la quale l’essere inconsapevoli, il non vedere gli effetti negativi delle proprie singole azioni, non rende innocenti. Non ci si può più esimere. Non è più il tempo di accampare giustificazioni.

E poi basta con questa pretestuosa distinzione tra profughi e migranti, come se la guerra civile mondiale in corso si facesse solo con le bombe.

La cittadinanza dev'essere giuridica e avulsa dall'origo. Perché, domando, una comunità deve essere retta da una discendenza genetico territoriale? E non, invece, dalla partecipazione politica di cittadini che esercitano i propri diritti e ottemperano ai propri doveri all'interno di una compagine sociale cosmopolita?

È il momento per un autentico nuovo ordine mondiale, per nuove forme politiche ancora inimmaginabili ai più. L’ottenimento dello Jus migrandi richiederà una lotta simile a quella combattuta per l’abolizione della schiavitù (che peraltro sussiste) e sarà il punto di partenza per un cambiamento socio politico dovuto, tanto inevitabile quanto auspicabile, in cui saranno giustamente preservate le identità culturali e linguistiche, ma nel quale per i grandi temi, la salute, la preservazione dell’ambiente, il lavoro, la giustizia, la tassazione e il welfare, dovrà esistere una governance planetaria del tutto indipendente dal potere finanziario e da interessi particolari.

10 marzo 2018





mercoledì 27 dicembre 2017

TORINO È CASA NOSTRA

Lessi tempo fa i due libri di Giuseppe Culicchia “Torino è casa mia” e “Torino è casa nostra”. Il primo lo prestai non ricordo più a chi. Mia madre, sapendo che intendevo ricomprarlo, lo ha cercato su internet per regalarmelo a Natale. Non l’ha trovato disponibile ma ha scovato un “Torino è casa nostra” Michele Di Salvo Editore, ispirato al testo di Culicchia ma dal punto di vista di cittadini migranti e studenti stranieri approdati a Torino. Anch’essi rivisitano la città suddividendola in stanze. Il libro promuove il progetto DirittixDiritti a favore del diritto all’istruzione e alla cultura. Una piccola preziosa scoperta.



lunedì 31 ottobre 2016

AUSTRALIA: BALENE E RICHIEDENTI ASILO


Ho sempre avuto ammirazione per il popolo australiano per via della mobilitazione delle persone comuni ogni qualvolta gruppi di balene pilota si arenano sui loro litorali. Commovente e straziante. E, visto che si dice che chi non ha rispetto per gli animali non umani non può averne profondo e sincero per quelli umani, da tanta dedizione mi ero persuasa di essere di fronte a una porzione di società evoluta.

Le politiche di Canberra nei confronti dei richiedenti asilo mi fanno però ricredere. Le condizioni degli internati sulle varie isole adibite allo scopo sono una vergogna. Non so, se come annunciato, sia stata chiusa la struttura sull'isola di Manus per la decisione della Corte Suprema della Papua-Nuova Guinea che definisce illegale la detenzione dei migranti sull'isola-prigione, resta comunque fermo sulle proprie posizioni di totale chiusura il governo australiano. Insensibile anche a quella parte della popolazione che chiede rispetto dei diritti umani, e preme per una svolta moderata delle linee guida.

Mai identificare infatti la politica di uno Stato con il pensiero dei propri cittadini (anche se la mia esperienza di cittadina italiana mi porta a dire che ognuno ha i governanti che si merita), per cui voglio credere che coloro che s'immergono in acqua ad aiutare le balene pilota nel tentativo di far loro riprendere il mare, siano le stesse persone che s'indignano per le condizioni disumane di detenzione di chi, altrettanto disperatamente ma per raggiungerle, è approdato alle coste australiane per essere accolto.


Ottobre 2016

giovedì 11 agosto 2016

FASTIDIO

Che fastidio.

Quando vado a fare le pulizie in giro, accendo la televisione e la ascolto mentre traffico.

E, appunto, in genere provo fastidio.


Corsa agli antifurto. Solo il 2,7 % dei ladri vengono presi. I furti non sono in diminuzione, anzi. Risultano meno denunce perché i cittadini non si fidano delle istituzioni e pensano da soli alla propria sicurezza. Guardie private, allarmi, grate, telecamere, sensori, barriere.

Tra i servizi appena precedenti, uno descriveva le nuove frontiere dell’Europa (mi vengono in mente l’ultimo libro di Bruno Arpaia, "Qualcosa, là fuori" e quello di Domenico Quirico "Esodo"), l’altro paventava drammaticamente la prossima comparsa in Italia di innumerevoli "giungle di Calais", un terzo descriveva le nuove telecamere biometriche in dotazione ai girelli d’ingresso degli stadi.


Sta andando tutto molto velocemente. Impresa ardua non restare invischiati.


11.08.16

sabato 23 luglio 2016

BREXIT - Opinioni sentite per strada

    Figuriamoci se fanno la brexit. Non conviene a nessuno uscire dall’Europa.

    Non è uscita la Grecia…

    Ma i greci non è che volessero proprio uscire… i britannici sì

    Tanto l’Europa non esiste. Dobbiamo uscire tutti

    Le regole dovrebbero essere uguali per tutti in Europa ma non è così. Guarda l’IVA, i passaggi di proprietà, gli stipendi dei ministri, i bolli, le tasse, i salari, la sanità

    Guarda che uguale per tutti non vuol dire fatto bene.

    E pensa se l’Europa anziché comportarsi come il buon padre di famiglia diventa un super Stato come la Cina dove se non fai come dice il governo ti tolgono i diritti… Il rischio c’è.

    Bisogna aver fiducia.

    Bisogna vedere se i parlamentari europei ne sanno veramente o sono come i nostri...

    Sì, infatti noi italiani al Parlamento europeo mandiamo quelli che non sappiamo dove mettere…, li mandiamo in vacanza.

    Essere parlamentari all’Unione dovrebbe essere un traguardo politico di prestigio e responsabilità molto ambito

    Tanto è l’Unione europea delle banche, i cittadini non contano

    Del buono però c’è, non si può mica buttare tutto all’aria

    Bisogna uscire per fargliela capire

    Non escono perché se no salta il TTIP. Il Regno Unito è la testa di ponte in Europa

    Se escono mi trasferisco su

    Se escono mio figlio può continuare a lavorare a Londra?



20 giugno 2016



martedì 2 febbraio 2016

CONFISCA DI BENI E DENARO

A proposito di giornate della memoria, leggere che in diversi Paesi s’intende confiscare ai profughi denaro e beni che eccedono di poco i mille euro fa scorrere un brivido lungo la schiena.

Certo, solo a titolo di cauzione, con rilascio di ricevuta, come in Svizzera, dove da anni si applica tale procedura anche per eventuali spese di rimpatrio qualora la domanda d’asilo venga respinta. Per le medesime ragioni viene trattenuto per dieci anni il 10% dello stipendio dello straniero che trova impiego, quale rimborso delle spese di apertura procedure d’asilo e spese di sostentamento.

In Danimarca, per accedere alla disoccupazione, non è possibile avere beni oltre i 1350 euro, quindi la recente decisione di confiscare ai rifugiati di beni e valori eccedenti tale cifra sarebbe un ovvio adeguamento a quelle che sono le condizioni dei propri cittadini.

È giusto contribuire alle spese di uno stato che assicura un welfare, è giusto restituire prestiti per lo studio una volta ottenuto un lavoro, è giusto partecipare alle spese di accoglienza se si è nelle condizioni di poterlo fare; a patto che il welfare sia reale ed equo, che le detrazioni dallo stipendio permettano di mantenere un livello di vita decoroso, che l’accoglienza sia tale e porti a una reale integrazione.

Ed è giusto non adagiarsi nell'assistenzialismo. Perché porta alla depressione e va a discapito della comunità.

Fatte queste considerazioni, resta il brivido. Perché a fianco di quello che viene definito un legittimo contributo economico si erigono muri e barriere di ogni sorta.

Sto pensando ad Ausmerzen, il libro resoconto di Marco Paolini sulle dinamiche sociali che hanno reso possibile arrivare alla soluzione finale nei più assoluti silenzio e noncuranza.

Un passo alla volta, come se tutto fosse normale.


p.s. leggetelo!


venerdì 16 ottobre 2015

GOVERNI, MERCATO, CITTADINI


Alla fine i governi delegano. Noi deleghiamo loro ed essi fanno altrettanto.
E a chi delegano?
Ai mercati e a noi.
Questa la ricetta per risolvere i problemi del pianeta. Geniale.
Da una parte qualcuno il cui fine è il profitto, per cui tutto il resto viene dopo, se viene, dall'altra una moltitudine di consumatori quasi del tutto rimbecilliti dalle pubblicità, dalle bugie delle aziende, da bisogni superflui indotti, dall'assenza di vera informazione, che però dovrebbe, non si sa grazie a quale misteriosa alchimia, aver intatta la capacità di discernere e decidere cosa mangiare, cosa usare, cosa sfruttare, cosa prendere e cosa lasciare a chi verrà dopo.
Siamo in una botte di ferro. Noi e le generazioni a venire. Però chiusi dentro ben bene e scaricati sui fondali come i peggio rifiuti tossici e in loro compagnia.


Luglio 2015