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lunedì 27 maggio 2019

ABITUARSI


Mi sto abituando al passeggio tra svolazzi di plastica, volantini promozionali, pattume di sorta. Lungo le strada, sui marciapiedi, cresce, prolifera, attecchisce. Scoraggia e dissuade dal gesto virtuoso. Avvilisce. Funziona così. Un giorno via l'altro diventa paesaggio consueto.

All'uscita dal seggio elettorale mi fermo nella piazza dei giochi e siedo a godere dell'atteso tepore. Guardo i bambini. Due piccoletti sfrecciano in bici a rotelle ignari di ciò che li aspetta. Un'esistenza misera, mefitica, malata. E sopra ogni cosa ingiusta.

Il danno maggiore sarà che nel male che proveranno non troveranno elementi da cui partire per tentare un riscatto. Perché essi non avranno più idea di un mondo diverso, né che possa esistere qualcosa di meglio. Non ne avranno memoria. Si saranno abituati pian piano a quello che crederanno sia sempre stato. Nati immersi nella distanza, ecco, li vedo, si stanno abituando fin d'ora.



2019


lunedì 7 dicembre 2015

TORNA #PAGINA99

Vorrei segnalare con grande gioia la ricomparsa in edicola di #Pagina99 .

In particolare rimando alla lettura dell’editoriale che dalla prima pagina prosegue a pagina 12 del numero del 21-27 novembre: una dichiarazione d’intenti che mi ha intimamente commosso perché è ciò che ho nel cuore sin da quando ero bambina. Ne riporto la parte conclusiva perché ritengo sia il manifesto programmatico ideale per chiunque voglia dedicarsi alla vera informazione assumendosi una responsabilità personale nei confronti del mondo che è e che sarà.


“…

Il compito per noi giornalisti è resistere alla pressione di raccontare una realtà tagliata con l’accetta in ghetti comunitari e ideologici. La nostra è una società complessa, meticcia, scossa da continue contaminazioni. Ed è questa complessità che sarà oggetto dell’indagine di Pagina99, senza le autocensure di chi per quieto vivere (o per una malintesa accezione del rispetto per l’altro) finisce col mozzare pensieri e parole.

La nostra bussola indica una rotta precisa: non ci rassegniamo al declino culturale, economico e sociale del Paese, non accettiamo le vecchie ricette sbagliate, non tolleriamo il peso crescente delle nuove disuguaglianze. Andremo quindi in ricerca dei vecchi e nuovi nodi da sciogliere e dei segnali di innovazione da coltivare, dentro e oltre le nostre frontiere. Siamo internazionalisti per necessità, oltre che per vocazione. I tragici fatti di questi giorni [attentati di Parigi ndr] confermano che l’indagine giornalistica deve superare l’anacronistica distinzione tra interni ed esteri per capire i fenomeni. Non vogliamo né possiamo interpretare l’Italia [o qualsiasi altro Paese ndr] come un universo autarchico.

Racconteremo la realtà usando il filtro dell’economia. E cercheremo nelle pulsioni culturali il possibile acceleratore dei processi di cambiamento. Non ci occuperemo di politica come ininterrotto chiacchiericcio attorno al potere, ma di politiche. Spingeremo la nostra curiosità nella zona grigia tra potere economico e potere politico, per monitorare le dinamiche reali che la governano: per questo ci è parso necessario mettere subito sotto la lente, tanto più dopo l’attacco a Parigi, l’opaca galassia di quei sovrani d’Oriente che scorrazzano nei mercati. Indagheremo su lobby e privilegi, e in generale su tutti quei fattori che premiano l’economia della rendita, bloccano la mobilità sociale, e fanno dell’Italia [e del mondo ndr ] un Paese sempre più asfittico.

Ma un giornale, com’è noto, non si racconta: si fa. Cominciamo da questo numero, provando nel nostro piccolo a contribuire al domani. Con l’ambizione di fare il giornale che ci vuole.”

Luigi Spinola – Roberta Carlini


Non avrei saputo dirlo meglio. Ho sottolineato le affermazioni che mi appartengono in quanto in esse da sempre mi riconosco.

Grazie a tutti coloro che danno vita a Pagina99.


1 dicembre 2015

venerdì 15 febbraio 2013

LA CAPANNA

Da bambina pensavo che sarebbe bastato un cassetto. Una scatola. Un anello. Un anello magico che avrebbe contenuto tutto quanto mi era caro o mi potesse servire. Credevo che dentro a uno spazio ristretto, avrei potuto custodire tutto ciò di cui avrei avuto bisogno per vivere.

Ora sono in uno spazio angusto, una sorta di rientranza buia dietro a una libreria: ci sono scatole piene di cose, un aspirapolvere, un asse da stiro, scarpe e tutte quelle cose utili che si tengono nascoste, non visibili. Sono qua e ci sto bene. Accucciata a scribacchiare. Potrei starci a lungo. Sarebbe sufficiente sostituire il contenuto delle scatole con qualche cambio d’abito, una torcia, viveri, cosmetici, acqua, un cuscino e una coperta. Come quando facevo la capanna. Per sopravvivere, per riposare, per dare a se stessi un aspetto presentabile sono sufficienti un paio di metri quadri. Uno spazio vitale che sia solo nostro. Per questo, credo, possiamo vivere così come viviamo. In spazi ben più angusti. Non solo fisicamente. Di quel gioco della capanna, però, abbiamo smarrito lo spirito: non si tratta più di un avventuroso punto di partenza, ma di un misero punto d’arrivo.

2010


P.S. 2023 Ecco, il piccolo contenitore di tutto quanto serve ora lo abbiamo tutti: lo smartphone. Ricettacolo deificato nel quale riversiamo ogni aspetto della nostra vita, da cui suggiamo informazioni e suggerimenti, e attraverso il quale valutiamo noi stessi. L’idea che abbiamo della nostra persona, l’autostima o la disistima, l’importanza sociale, tutto indirizzato, calmierato, pesato, vincolato, deciso da esso. Brutta faccenda.

Io immaginavo un anello ma avrebbe potuto essere anche qualcos’altro. Una borsa alla Mary Poppins, il gonnellino di Eta Beta, insomma un contenitore utile e di dimensioni ridotte che permettesse di viaggiare alla scoperta del mondo con bagaglio leggero. Non certo qualcosa che a portarselo dietro ci desse l’aspetto di un portatore sfiancato perennemente a capo chino.






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