Da
bambina pensavo che sarebbe bastato un cassetto. Una scatola. Un
anello. Un anello magico che avrebbe contenuto tutto quanto mi era
caro o mi potesse servire. Credevo che dentro a uno spazio ristretto,
avrei potuto custodire tutto ciò di cui avrei avuto bisogno per
vivere.
Ora
sono in uno spazio angusto, una sorta di rientranza buia dietro a una
libreria: ci sono scatole piene di cose, un aspirapolvere, un asse da
stiro, scarpe e tutte quelle cose utili che si tengono nascoste, non
visibili. Sono qua e ci sto bene. Accucciata a scribacchiare. Potrei
starci a lungo. Sarebbe sufficiente sostituire il contenuto delle
scatole con qualche cambio d’abito, una torcia, viveri, cosmetici,
acqua, un cuscino e una coperta. Come quando facevo la capanna. Per
sopravvivere, per riposare, per dare a se stessi un aspetto
presentabile sono sufficienti un paio di metri quadri. Uno spazio
vitale che sia solo nostro. Per questo, credo, possiamo vivere così
come viviamo. In spazi ben più angusti. Non solo fisicamente. Di
quel gioco della capanna, però, abbiamo smarrito lo spirito: non si
tratta più di un avventuroso punto di partenza, ma di un misero
punto d’arrivo.
2010
P.S.
2023 Ecco, il piccolo contenitore di tutto quanto serve ora lo
abbiamo tutti: lo smartphone. Ricettacolo deificato nel quale
riversiamo ogni aspetto della nostra vita, da cui suggiamo
informazioni e suggerimenti, e attraverso il quale valutiamo noi
stessi. L’idea che abbiamo della nostra persona, l’autostima o la
disistima, l’importanza sociale, tutto indirizzato, calmierato,
pesato, vincolato, deciso da esso. Brutta faccenda.
Io
immaginavo un anello ma avrebbe potuto essere anche qualcos’altro.
Una borsa alla Mary Poppins, il gonnellino di Eta Beta, insomma un
contenitore utile e di dimensioni ridotte che permettesse di
viaggiare alla scoperta del mondo con bagaglio leggero. Non certo
qualcosa che a portarselo dietro ci desse l’aspetto di un portatore
sfiancato perennemente a capo chino.
Tutti i diritti riservati