domenica 23 luglio 2017
UN EDITORIALE DI GIOVANNI DE MAURO
martedì 27 ottobre 2015
PROSTITUTE 2
Mi collego a quanto scritto nel post precedente per ribadire l’importanza del ruolo sociale rivestito dalle donne che vendono il proprio corpo.
Non voglio qui entrare nel merito di questioni legate allo sfruttamento, alla tratta, alle violenze, agli abusi. Solo suggerire alcuni spunti di riflessione.
Il primo è che ci sono donne che lo fanno per scelta, pagando contributi e tasse, aderendo a sindacati del settore e gestendo la propria attività in modo, mi si passi il termine, aziendale. In alcuni Paesi europei accade.
Il secondo è che ci sono donne avide, ciniche e senza scrupoli che, pur non praticando il mestiere, sono puttane.
Il terzo: avete mai pensato a quante persone con deficit di vario tipo, soprattutto fisici, difficilmente potrebbero avere una vita sessuale se non potessero ricorrere alle prostitute?
Dunque onore al merito.
lunedì 30 marzo 2015
#FAME
Quand’ero bambina, e frequentavo le elementari, ricordo che la nostra maestra dedicava molto spazio e tempo a tematiche che non erano propriamente contemplate dal programma ministeriale. Ogni lezione era l’occasione per riferirsi alla realtà sociale. Desiderava ardentemente renderci esseri consapevoli, capaci di vedere e analizzare, capaci di crearci una nostra opinione e, soprattutto, in grado di leggere tra le righe. A quei tempi, ricordo, il tema della fame nel mondo era ricorrente. Le immagini di bambini rigonfi del Biafra, una repubblica secessionista dalla vita breve (1967 – 1970) nata dalla guerra civile in Nigeria, erano il leitmotiv della nostra vergogna di Paesi benestanti. Medici senza frontiere nacque proprio in seguito all’esperienza di medici francesi durante tale conflitto.
Lo spirito di quegli anni, gli anni ’70, era quello della convinzione che nel giro di pochi decenni, grazie alle nostre conoscenze, grazie all’impegno, grazie al progresso, avremmo guardato a tale realtà come a un male sconfitto con cui sempre meno persone nel mondo avrebbero dovuto fare i conti.
Oggi, a 40 anni di distanza, un miliardo abbondante di persone su sette miliardi non ha accesso al cibo (e da qui al 2050 a quanto pare saremo un paio di miliardi in più), il 40 % delle risorse alimentari mondiali finisce nella spazzatura (in modi tanto facilmente evitabili quanto per questo offensivi), il fenomeno del land grabbing sta mettendo in ginocchio intere nazioni, e, non solo nei Paesi in via di sviluppo, le monocolture di prodotti finalizzate all’esportazione o per biofuel stanno compromettendo definitivamente territori, risorse idriche e accesso al cibo, poi il monopolio delle sementi, lo sfruttamento intensivo di campi e pascoli, con abuso di fertilizzanti e pesticidi, che mette a dura prova la fertilità dei terreni, la perdita della biodiversità, la coltivazione di cereali e legumi per alimentazione animale da carne, che va dal 70% al 90% del totale a secondo dei Paesi, ovvero 2/3 delle terre fertili sono destinate alla coltivazione di mangimi (e sempre più ne vogliamo mangiare e sempre più persone ne vogliono mangiare nell’illusione ciò rappresenti il raggiungimento del benessere e dell’affermazione sociale), insomma, tutto quanto il quadro dà la misura della nostra arroganza, della nostra avidità, e della nostra idiozia.
Mi sento come se mi fosse stata fatta una promessa in malafede. Da quei giorni di bambina ho vissuto seguendo con attenzione l’evolversi degli avvenimenti in attesa del giorno in cui finalmente la promessa sarebbe stata onorata ma non è stato così. Non c’e stata e meno che mai c’è una reale volontà di risolvere il problema. Il fatto è che ognuno di noi ha fatto quella promessa, certo con cuore ma anche con la leggerezza di chi è ammaliato dalla seducente convinzione indotta che tutto si sarebbe risolto facilmente senza pregiudicare le nostre abitudini e il nostro stile di vita. Abbiamo preferito credere senza valutare criticamente la realtà delle cose e continuare a farlo anche quando i segni dell’inganno hanno iniziato a essere evidenti.
gennaio 2015
lunedì 24 novembre 2014
EMISSIONI E CRESCITA
Secondo i sempre cauti giudizi dell’Ipcc Ggruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), i livelli di emissione di CO₂ dovrebbero essere nel 2100 uguali a zero o, meglio ancora, inferiori ad esso. Ça va sans rien dire, bisognerà assorbire non solo evitare di produrre. E, sorpresa delle sorprese, il Fondo Monetario Internazionale, sostiene che la riduzione delle emissioni di anidride carbonica non avrebbe alcuna ripercussione sulla crescita economica!
Pare che salvare il pianeta sarebbe non solo gratis, ma darebbe grande impulso all’economia. E i sostenitori della TRI (Terza rivoluzione industriale) insegnano.
Forse alla buon’ora uno spiraglio si apre?
Non sono fantasie o derive demagogiche, se lo credete non avete il senso della realtà. Fidatevi e passate oltre. Loro sanno quello che fanno (spero si colga l’ironia).
L’assioma secondo cui in assenza di fonti, metodi e concetti definiti con precisione è possibile dire tutto e il contrario di tutto conferma la sterilità della maggior parte delle parole che vengono fatte. Ogni fronte ideologico si fa forza dell’approssimazione intellettuale di quelli avversi per limitarsi a contraddirli e tacciarli d’incompetenza. Nessuno che, con determinazione, costanza, e onestà intellettuale, metta mano e cervello alla risoluzione dei problemi, smascherando le false certezze e rimettendo tutto in discussione. E chi lo fa non ha potere. Ma per continuare a ignorare le scrupolose analisi fatte da persone serie, competenti, e lungimiranti, si può solo sostenere che limitare le emissioni fermerebbe la crescita. Un mero pregiudizio. Eppure, manichei a oltranza, passiamo dalla filosofia della crescita esponenziale e senza criterio all’unica improponibile alternativa della crescita zero. Come molto spesso accade, la giusta via sta a metà. Eliminare produzioni superflue e obsolete è auspicabile, così come fermare lo sfruttamento incontrollato e criminale di popoli e terre, altrettanto vero però è che potremmo fermare la recessione globale, mantenere uno standard di vita elevato ed estenderlo a un numero sempre crescente di persone, senza bloccare o frenare la crescita, anzi incentivandola.
Non facciamoci fuorviare dal Pil crescente di BRICS – Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, dove comunque i segni dell’illusorietà di certi parametri e le falle del sistema sono alla luce del sole, dove le condizioni della stragrande maggioranza della gente continuano a peggiorare alla faccia dei ragguardevoli tassi di crescita registrati -, né dalla teoria dura a morire del Trickle down o da quella della U dell’intellettualmente onesto Kuznets, perché alla fine della fiera, il tutto si traduce in produzione di denaro con denaro. Il demone da sconfiggere è l’avidità e, come dice l’amico Marco Paolini, “vabbe’, accumula, accumula, ma a un certo punto metticelo un cazzo di tetto, un limite, se no sei malato”.
Siamo detentori di conoscenze straordinarie e dobbiamo trovare il coraggio e la forza di rovesciarle nel mondo e pretendere che vengano utilizzate, per nostro beneficio e per rendere grazie a questo pianeta che stiamo distruggendo a una velocità sorprendente.
Agosto 2014
p.s. 2022 Per chiarezza, ci tengo a chiarire che non condivido le direttive del New Green Deal. Esse non contengono una reale presa di coscienza ma sono di facciata, sono finalizzate a fini ben diversi da quelli sbandierati (ne tratterò in un articolo ad hoc) e sono sostenute dai medesimi interessi economico finanziari di sempre. E credetemi che a dover correggere il tiro, rileggendo miei vecchi articoli su ambiente, risorse, et cetera, e affrancarmi da questo attuale movimento green, a me, Carsoniana della prima ora, sanguina il cuore.
MAGAZZINO
Metto tutto nelle scatole. In bauli. Di più non ce la faccio.
Tutta questa morte che avanza e circonda, che sia guerra, fuga, sfruttamento, cataclisma. E’ un gioco, tutto solo un gioco. Di interessi e di dominio, le cui regole complesse e mascherate e gli intrecci restano fuori dalla portata di chi deve mandare avanti baracca e burattini un giorno appresso all’altro.
Un gioco al massacro. Di popoli, di terre, di generazioni a venire. Uno sterminio pianificato.
Cronaca economico politica e sociale internazionale, non posso, non ho la forza di sostenerne oltre il peso. Leggo, approfondisco, ritaglio, stampo e metto nelle scatole. Per i posteri.
Che abbiano del materiale per crearsi nella testa un cazzo di filo rosso.
giugno 2014