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sabato 21 gennaio 2023

RIFLESSIONI DI UN PERCETTORE DI REDDITO DI CITTADINANZA



«Mi chiamo Diego, ho cinquantasette anni, vivo in affitto in un bilocale a 400 euro, sono separato da sei anni, ho un figlio di nove che vive con la madre e sta con me nei giorni che decidiamo insieme in base alle necessità reciproche. Posseggo un auto del 2009 e un vecchio scooter con 64000 chilometri.

Nel 2017 ho avuto problemi di salute, peraltro non risolti, con ricoveri che per oltre un anno mi hanno tagliato fuori dal mondo del lavoro. Il primo ricovero è avvenuto d’urgenza alla vigilia della firma di un contratto finalmente a tempo indeterminato.


Nel 2019 ho iniziato la trafila presso il Collocamento (continuo a chiamarlo con il vecchio nome), sia con il percorso ordinario che con quello del collocamento mirato, e con le agenzie di somministrazione lavoro.


A oggi non ho trovato un impiego consono alle mie disabilità ma solo brevissimi contratti a termine o a chiamata, tutti accettati, con il risultato di spendere per trasferte e cibo metà della retribuzione, in molti casi non solo irrisoria ma offensiva. Nel mondo reale ci sono situazioni in cui, anche senza percepire alcun reddito di cittadinanza, si risparmia a star fermi. Soprattutto se non si vive più in famiglia in attesa di farsi una vita propria, si è superato il mezzo secolo, e si è considerati dal mercato del lavoro decisamente poco interessanti nonché parecchio problematici rispetto a un giovane.


La situazione attuale è che da sei mesi percepisco il reddito di cittadinanza. Non ne vado fiero, al contrario lo trovo umiliante ma non ho avuto alternative. Il reddito che ricevo si dilegua nei primi cinque, sei giorni. Affitto, una bolletta al giro, una spesa di un centinaio di euro che deve durare almeno fino al venti del mese e poi si vedrà, cinquanta euro di benzina. Senza questo aiuto finirei in strada, passando per un periodo di soggiorno in auto, fino alla scadenza dell’assicurazione della stessa. Comunque sia, benvenuto questo famigerato rdc. Ho un figlio cui devo garantire quel minimo di dignità abitativa e alimentare per poterlo accogliere decorosamente, senza fargli pesare, oltre al dispiacere per la separazione dei suoi genitori (per fortuna consensuale e senza recriminazioni), anche il disagio economico, quindi esistenziale, in cui mi trovo.


E con gli alimenti come fai? Domanderà legittimamente qualcuno. Rispondo dicendo che ci sono tante persone che mi stimano e una volta aiuto a riordinare una cantina, una volta do il bianco in una cucina o faccio piccole riparazioni da amici, insomma do una mano quando e dove capita. E, vi assicuro, non capita spesso, perché la fame è tanta e diffusa e la “concorrenza” non manca. Ricavo al massimo duecento euro al mese nei mesi buoni e giro questo denaro alla mia ex che lavora in una cooperativa di pulizie, abita in affitto, e non è che se la passi granché neppure lei.


Qui sopra ho scritto la parola concorrenza tra virgolette. L’ho fatto perché ormai ha messo radici profonde nel pensiero di tutti che ognuno di noi sia imprenditore di se stesso prima che cittadino.


Come gli autisti di Uber che si autosfruttano senza bisogno che lo faccia qualcun altro, perlomeno non direttamente.


Che se uno non ce la fa è perché non sa amministrare bene il proprio capitale umano, dicono. Dobbiamo pianificare, investire, essere flessibili, “ristrutturarci”, “delocalizzarci” esattamente come le grandi aziende. Insomma, Benetton e il sottoscritto, la stessa cosa.


Tornando al punto centrale, e cioè il percepire il reddito di cittadinanza (ancora per pochi mesi a quanto pare), ritrovarmi direttamente coinvolto in questa realtà assistenziale mi ha fatto riflettere sulla questione come prima, quando ne sentivo parlare, non avevo fatto. Mi limitavo a commenti generici quanto banali.


Premetto un paio di ovvie considerazioni.


Innanzitutto la misura sarebbe stata da gestire meglio, con controlli ad personam magari ad opera degli enti locali che meglio conoscono la realtà famigliare, economica e lavorativa dei propri concittadini, e un realmente efficace percorso di reinserimento lavorativo. Non quei quattro, con tutto il rispetto per loro, ragazzotti anche volenterosi ma troppo giovani per avere la necessaria esperienza del mondo reale per poter essere d’aiuto e ricoprire il ruolo di navigator (!). Quando non, proprio per l’assenza di esperienza di cui sopra, arroganti nel giudicare il cinquantenne dall’altra parte della scrivania che cerca di spiegare i motivi, per cui no, non è accettabile la proposta perché a cinquantanni e passa la mobilità non sempre è possibile. Le vite sono strutturate e ci sono responsabilità verso terzi, tempi da rispettare, assistenze da fare, ecc. Non è pigrizia, nessuna sindrome da sdraiati, tutt’altro.


E qui mi collego al secondo punto e senza voler essere demagogico. Se siete giovani e forti, se non avete altra responsabilità oltre a quella verso voi stessi sarebbe meglio faceste un po’ di sana gavetta adattandovi a lavori anche non corrispondenti alle vostre competenze e formazione. L’abbiamo fatto tutti e non è morto nessuno, anzi, spesso, ci si è chiariti le idee. Certo, oggi il mondo lavorativo è completamente diverso ma il principio non cambia. Non vuoi fare trecento chilometri per un’offerta di lavoro ridicola? Fai bene. Va’ a dare una mano in qualche campagna se ce n’è dalle tue parti, o cercati qualcosa nella tua zona, senza ovviamente farti sfruttare. Sto sponsorizzando il lavoro nero? No di sicuro. Ma se c’è solo quello che si fa? Il lavoro nero lo sponsorizza l’operato del governo con la politica lavorativa condotta, a dir poco, negli ultimi due decenni.


Un esempio tra i più noti? I voucher.


Nati dal buon intento, voglio credere, di far emergere una bella fetta di lavoro nero, sono stati invece soprattutto utilizzati da chi grazie a essi ha potuto evitare assunzioni regolari con contratti a tempo determinato. Al contrario, la signora anziana che ha bisogno di una mano a tirare giù le tende per le pulizie di Pasqua, l’altra che ha bisogno di essere accompagnata a fare visite mediche, quell’altra ancora che ti chiede di farle la spesa pesante due volte al mese, persone così, che pure vorrebbero metterti in regola perché per loro i contributi sono sacrosanti, come avrebbero potuto affrontare la farraginosità di attivazione dei voucher? E la persona che si presta allo svolgimento dei suddetti compiti per compensi modesti spesso ritoccati al ribasso in funzione di tante modeste pensioni, cosa vogliamo fare? La mandiamo al carcere duro come evasore fiscale e causa dei mali del Paese? Semplificare per non escludere, mai eh?


Gli unici commenti che si sentono, e che pretendono di essere risposte o soluzioni sono del tenore: Ma possibile che ancora qualcuno non sappia crearsi un account? Ma possibile che con tutta l’informazione che c’è non sappiano cos’è l’identità digitale, una pec, un allegato, uno smartphone? Ma tutti questi anziani che si lamentano di essere superati in coda alle Poste non sono capaci di scaricarsi l’app e prendere l’appuntamento anche loro? Ma possibile che non abbiano qualcuno che lo fa per loro? Un figlio, un nipote, qualcuno. Possibile che siano soli?


Nell’ordine le risposte sono: Sì. Sì. No. Sì. Sì


E le agenzie di lavoro interinale o somministrazione lavoro? Che ti mandano quindici giorni a sostituire uno in un cantiere navale, poi venti giorni a sistemare scaffali dei supermercati, poi non si fanno più sentire per un mese, quindi ti dicono che c’è un posto da cameriere per una settimana. E anche quando sei sotto contratto non è che lavori tutti i giorni, spesso stai a disposizione che magari ti chiamano magari no. Ma di cosa stiamo parlando?


E al tecnico di precisione che ha lavorato vent’anni in Lavazza fino agli anni ‘90 e si reinventa fabbro e si mette in regola partita Iva, decide di vivere in un paesino per spendere poco di affitto e farsi pure l’orto, dichiara tutto perché ci sono anche gli onesti e ti spiega che con mille euro al mese lui ci sta dentro, è contento, e non ti chiede nulla, a quest’individuo cui bisognerebbe dire grazie, gli si fanno gli studi di settore, gli si dice, non è possibile che lei ce la possa fare con un volume d’affari inferiore a 3000 al mese, e finisce che la partita Iva la chiude perché lui ha solo due gambe e due braccia e come fa a farli 3000 al mese? Sta a te, Stato, dimostrare che sono un evasore. Controllami, fammi le pulci ma non dare per scontato che io lo sia in base a delle arbitrarie tabelle che hai stabilito non si capisce bene come. Dare alle persone la possibilità di pagare le tasse in base al reale guadagno. Possibile che in mezzo a tanti geni di economia e finanza nessuno sia riuscito a individuare un sistema per permettere a chi si sbatte per non pesare sulla collettività di autoregolarizzarsi per pagare il dovuto attraverso un’autocertificazione delle entrate? Ci sono tante persone di buona volontà che però non hanno le risorse per aprire una ditta e anticipare contributi e spese. Poveri autentici, poveri veramente, che però vorrebbero tanto uscire dall’ombra.


Come gli aiuti all’imprenditoria femminile. Iniziative lodevoli. Solo che per ottenere il finanziamento a un progetto, prima lo devi realizzare, poi devi far vedere che funziona, produrre i giustificativi delle spese, affitto, mezzo di trasposto, computer, telefoni, e quello che è, e se va bene ti arriva il rimborso. Insomma senza un capitale iniziale di almeno 15/20000 euro non se ne fa niente.


Lo so, mi sto perdendo, sto divagando, ma gli esempi sono innumerevoli. Vi sembreranno estremi ma a breve situazioni analoghe saranno familiari a un numero crescente di persone. Persone che per il momento si sentono ancora in una zona protetta. Questo è.


Chi è fuori resta fuori.


E qui arrivo al dunque. L’rdc fa un gran comodo ma è sbagliato. L’rdc non è inclusione. È proprio il contrario. 

Con esso si ufficializza l’esclusione. Si ufficializza la povertà. Nient’altro che la conferma che, dato un problema, non esiste nemmeno più l’intenzione di risolverlo. Alla Ponzio Pilato.


Perché uno Stato ormai minimo e affamato, uno Stato che ha ceduto la maggioranza dei servizi di base, che rinuncia alla tassazione progressiva, perché anche lo Stato deve agire come un’azienda, limitandosi a verificare, almeno per il momento poi chissà, che vengano garantiti alcuni standard minimi, uno Stato che si trova di fronte una collettività cui è stata sradicata dalla testa l’idea che ci si possa aspettare riforme progressiste da esso, cosa può fare? Può solo limitarsi a concedere forme di assistenzialismo pecuniario per contribuire al pagamento di ciò che non è più in grado di garantire, ciò che ha demandato a imprenditori privati che ovviamente mirano al profitto.


Viene stabilita una soglia minima di reddito vitale e chi ne è al di sotto riceve un sussidio che colma, o dovrebbe, la distanza tra il reddito personale e la soglia minima data.


Una tassa negativa che sostituisce l’erogazione di servizi. Non più un sistema sanitario nazionale ma un poco di cash per accedere a quello privato, non più edilizia popolare o, meglio ancora, un controllo su canoni di locazione, gentrificazione, multinazionali immobiliari e affitti brevi, ma un contributo per affrontare il canone quale che sia.

Uno Stato che si limita a erogare tasse negative ai meno abbienti è uno Stato che rinuncia ad affrontare le cause che generano la povertà ma tenta goffamente di salvare la faccia alleviando gli effetti più macroscopici di ciò che non sa gestire.


Accettare l’imposta negativa, il mio personale accettare di usufruirne, contribuisce a legittimare una concezione universalista della povertà. Significa per lo Stato dare una mano e per me significa smettere di essere un cittadino ma solo accondiscendere perché non ho alternative, e tutti insieme rinunciare a sapere di chi è la colpa o rimuoverne la consapevolezza.


Siamo di fronte a un tipo di welfare che è agli antipodi rispetto a quello del new deal roosveltiano, a quello dei regimi socialdemocratici, un welfare in cui è stata abbandonata ogni idea di redistribuzione dei redditi, e dove lo Stato usa il proprio denaro per smantellare se stesso. Perché l’indebitamento che comporta una tassa negativa come l’rdc non è che un passaggio fondamentale per l’eliminazione dello Stato sociale.


Che non significa Stato leviatano nemico dell’iniziativa privata, non significa Stato assistenziale privo di spina dorsale e non progressista, ma, banalmente, Stato che funziona, Stato responsabile.


Vero è che, per come stanno le cose, senza ’sto reddito che mi dura sei giorni e tra pochi mesi mi toglieranno, o finirò in strada o farò colletta per andare in Canada. Non come emigrante speranzoso ma come candidato alla buona morte.»



Dicembre 2022


D. V.


sabato 14 marzo 2020

REDDITO DI CITTADINANZA E CORONAVIRUS


So che in questo momento di seria difficoltà per tutti, potrà sembrare che le mie considerazioni siano fuori luogo ma, invece, penso che maggiormente ora, in questa fase di emergenza sanitaria, l'iniquità dei requisiti per accedere al reddito di cittadinanza saranno evidenti.

Una persona che vive sola per avere accesso a un minimo di aiuti, deve grosso modo avere un indicatore ISEE inferiore a 9360, con beni immobiliari, esclusa la casa di abitazione per un valore non superiore a 30.000 euro, un reddito mobiliare non superiore a 6000 euro, e un redditto da lavoro anch'esso non superiore a 6000 euro, questo senza entrare nel dettaglio.

Controvoglia ho deciso di mettere in piazza i fatti miei e portare la mia situazione personale quale esempio di tante altre analoghe che restano in un limbo privo di tutele. E ne esistono di ben peggiori.

Ho cinquantatre anni, sono in affitto, non posseggo nulla a parte un auto del 2000 e un motorino scassato, un vecchio pc, niente tv, tablet, e ammenicoli di ultima generazione. Viaggi, alberghi, ristoranti, estetista, cosmetici, niente di niente da un bel pezzo. Sono invalida al 55%. Da quando a giugno 2018 (purtroppo pochi giorni prima della firma di un contratto a tempo indeterminato) ho iniziato una trafila ospedaliera terminata, tra interventi, ricoveri, convalescenze, a maggio 2019, non ho potuto ovviamente lavorare. Da giugno 2019 a oggi non sono riuscita a trovare un lavoro idoneo, pur essendo iscritta nelle categorie protette. Non ho chi mi mantenga. Ciò nonostante in questi ultimi due anni sono riuscita a far fronte a tutte le spese, dall'affitto, alle bollette, alle spese mediche. Durante i ricoveri, amici hanno provveduto per me. Ho restituito loro quanto anticipato incassando a inizio 2019 due buoni postali che costituivano i risparmi di una vita (diecimila euro).

A metà 2019 ho chiesto il reddito ma chiaramente la richiesta è stata rifiutata a causa dei buoni. Mi è stato detto che se non avessi trovato lavoro ne avrei avuto diritto nel 2020. Ora scopro che le regole sono cambiate e i due buoni postali fanno ancora reddito per il 2020 anche se estinti da più di un anno. L'Isee corrente si può fare solo se si perde il lavoro ma non se si usano tutti i risparmi per sopravvivere.

Da circa un anno dunque vivo grazie all'aiuto di persone care, ma c'è un limite.

Al momento ho circa 200 euro in banca, l'indicatore Isee degli ultimi anni non ha mai superato i 2000 euro. La mia auto è da aggiustare e il motorino è morto. Mi hanno regalato il denaro per acquistarne uno usato in modo da potermi muovere nel caso trovassi un lavoro. Quindi risulterà pure che mi sono potuta permettere di spendere soldi per un nuovo veicolo.

Ora con quest'emergenza, bloccata giustamente in casa, farò una bella spesa per andare avanti fino al 3 aprile. Poi, salvo miracoli, sarò costretta a chiamare la mia padrona di casa per dirle che da aprile non potrò più pagare l'affitto. Idem sarà per le bollette. Nonostante tutto ciò rientro tra coloro che non hanno diritto al Reddito di cittadinanza. So che ci sono persone messe peggio di me. E so che la solidarietà del prossimo non verrà meno ma è una questione di principio. Ci sono persone che, con vari espedienti, sono riuscite ad ottenere il Reddito (e non parlo di stranieri) pur non avendone stretta necessità. Non ho mai chiesto nulla, mi sono sempre mantenuta accettando spesso lavori a condizioni riprovevoli pur di lavorare. Non ho mai lasciato un pagamento insoluto. Secondo me qualcosa non quadra nell'impostazione di questo sostegno al reddito. Esiste un'ampia fascia di persone che ne viene esclusa pur avendone bisogno e diritto. Bisognerebbe che le istituzioni entrassero nelle case a verificare le reali condizioni di vita, i beni posseduti, il tenore.

Ugualmente, ora che si parla di aiuti alle imprese per le perdite dovute alla pandemia in corso, di tutela dei lavoratori che non dovranno essere licenziati, e via discorrendo, si lasciano fuori le partite Iva, i precari, gli stagionali, né si considerano i disoccupati, gli incapienti, i senza fissa dimora. Chi è più in basso scivolerà sempre più giù.

Con buona pace degli ideatori del Reddito da Quarantena

Marzo 2020
(https://quifinanza.it/soldi/coronavirus-reddito-quarantena/361211/?ref=libero).



giovedì 14 novembre 2019

TIME - IL NEWS MAGAZINE

Trovo insieme all'ultimo numero di Internazionale, cui sono abbonata, un coupon pieghevole per abbonarsi a Time. 52 numeri a 33 euro, anziché i 257 euro del prezzo di copertina.

Ho pensato, perché no? Vuoi vedere che è la buona volta che supero la mia idiosincrasia per l'inglese. Ogni volta farmi tradurre testi ed articoli utili alle mie ricerche non è così agevole.

Poi leggendo con attenzione il coupon, trovo la seguente frase:


Grazie a Time potrete essere sempre aggiornati sulle storie che vi interessano e rimanere un passo avanti ai vostri coetanei


Mi ha urtato. Lo capite perché?


Siamo in un momento storico in cui la comprensione delle cose e della connessione tra esse è un imperativo e qualcuno mi viene a dire che ho la possibilità di essere un passo avanti? Lo sono già un passo avanti e rispetto a molti sono parecchi passi avanti. So vedere cose che paiono invisibili, e forse lo sono nella loro ovvietà, e la mia maggior frustrazione consiste proprio nel non riuscire a comunicare su comuni basi di conoscenza, di analisi e sintesi. Mi mancano le parole per spiegare ciò che non dev'essere spiegato e rimango senza argomentazioni. E qualcuno davvero vuole solleticare il mio ego promettendomi un maggiore divario? Una maggiore distanza?

Sono queste le piccole cose che alimentano il senso di rassegnazione contro cui combatto, dalla mia condizione di precarietà, una lotta quotidiana.

Credo comunque che invece continuerò a notare e segnalare i segni, anche quelli minimi, come questo, della nostra decadenza. Avrà l'intensità di un lumino ma sarà pur sempre una luce.

Novembre 2019







venerdì 25 ottobre 2019

RIFLESSIONI SERALI SULLA FILANTROPIA


Crediamo che progredire significhi avere più dei nostri predecessori. Non riusciamo ad affrancarci da questa convinzione. Di fronte alle evidenti e dilaganti ingiustizie e sofferenze, tutt'al più tacitiamo la nostra coscienza al pensiero di quel po' di filantropia nel mondo che mette una pezza qua e là. Ma la filantropia è siffatta per lasciare le cose come stanno: da una parte chi dà e dall'altra chi riceve. Nulla nella filantropia ha mai portato né porterà a un cambio di paradigma. Forse perché non abbiamo ben chiaro cosa significhi benessere degli altri, cosa sia il benessere degli altri. Per come ci muoviamo, continueranno a esistere gruppi di persone che daranno sostegno ad altre senza che venga messa in atto una strategia per far sì che diminuisca il numero di coloro cui è necessario dare. Lo stesso dicasi per la carità che esaurisce la propria funzione nel momento in cui viene esercitata. È il momento di dire basta. Il punto è che dal momento in cui nasciamo abbiamo dei debiti intrinseci l'uno con l'altro. Ognuno di noi è responsabile per ogni bambino morto per disidratazione, fame, annegato, saltato in aria. Ognuno di noi lo è per ogni conflitto in atto. Siamo responsabili in solidum per tutto quanto. Ma il massimo che riusciamo a fare è donare il corrispettivo di un paio di colazioni al bar. Dovremmo invece indignarci per ogni spot in cui ci chiedono due euro, raccontandoci la favola che due euro sono pochi per il singolo ma tanti singoli insieme possono fare la differenza. La differenza la farebbe insultare e mettere alle strette chi ci prende per i fondelli e dilapida milioni di euro per sovvenzioni a settori mortiferi. Chi incentiva il razzismo o le diversità quali che siano per dividere chi è sfruttato. Chi rende illegale rispondere alla propria coscienza aiutando chi chiede aiuto, riparo, cibo. Ovunque nel mondo proliferano leggi per impedire qualsiasi atto privato di solidarietà. L'unica identità che ci viene riconosciuta è quella in cui noi accettiamo di esistere per produrre, vendere e comprare. E trasformarci a nostra volta, come è, in prodotti. La povertà è la vergogna, è il tabù di questo millennio storto e malato. Su queste basi la storia dell'umanità è finita.

sabato 29 dicembre 2018

LA POLEMICA SUI TAGLI ALLE PENSIONI


Perdonate ma, a prescindere da qualsiasi valutazione sulla manovra economica, i pensionati che manifestano arrabbiati e i sindacati che gridano indignati per i tagli percentuali all'indicizzazione delle pensioni mi lasciano a bocca aperta. Essendo impreparata sull'argomento mi sono fatta spiegare un paio di cose da un addetto ai lavori. Ho scoperto che si prevede un'indicizzazione piena solo per le pensioni fino a tre volte il minimo (1.530 euro lordi al mese), poi un decalage simile ma meno forte rispetto all'attuale schema reiterato dal Governo Letta in avanti e che sarebbe scaduto a fine anno. Non mi risultano analoghe levate di scudi per la situazione in essere fino a poco fa. Comunque sia, è vero che non adeguare le pensioni all'inflazione è di fatto un taglio, e che ciò che si riceve di base dovrebbe essere una restituzione di ciò che si è versato con i debiti adeguamenti, ma l'operazione dovrebbe riguardare solo le pensioni su base retributiva e non quelle su base contributiva, o sbaglio? Comunque sia, di fronte ai calcoli che hanno fatto sotto al mio naso, prendendo due scaglioni a caso oltre i 1500, scoprire che chi percepisce una pensione di 2500 euro e rotti si ritroverebbe con una sessantina di euro in meno all'anno, e chi ne percepisce un po' più del doppio, 5130 euro, si ritroverebbe con una perdita di poco più di 300 euro all'anno, pensando al putiferio che stanno scatenando, sinceramente mi vergogno per costoro. Se io riuscissi a trovare un lavoro da mille euro, 50 euro fisse al mese per aiutare qualcun altro a sopravvivere o a reinserirsi nel mondo del lavoro, ce li metterei senza minimamente esitare. Evidentemente viviamo su pianeti diversi.

p.s. non ho votato l'attuale governo 

mercoledì 31 ottobre 2018

RC AUTO, GENERALI, BERSANI, TRASPARENZA

Non è mia abitudine raccontare dei soprusi e disagi che quotidianamente il cittadino medio deve affrontare perché, salvo oneroso impiego di tempo e denari, qualora uno disponesse di entrambi, raramente se ne viene a capo. Oggi però sono particolarmente propensa a farlo.
Intendo fare un po' di pubblicità alla Generali assicurazioni, elencando alcuni fatti.

Primo. Molto in sintesi altrimenti diventa una soap.
Aprile. Conducente (A) in manovra di retromarcia urta spigolo anteriore parafango auto parcheggiata e lascia propri dati. Il proprietario del mezzo (B) coglie al volo l'opportunità di rifare la fiancata intera e non sente ragioni. A si rivolge alla propria assicurazione facendo presente la situazione e dichiarando che vi è presenza di testimoni a proprio favore e fotografie. L'assicurazione risponde che un perito farà i dovuti rilievi. A ottobre, al momento di pagare il rinnovo della polizza, A, stupito dell'importo, chiede spiegazioni e gli viene risposto che il perito gli ha attribuito la totale colpa. A, quindi, replica che nessuno ha mai visionato il proprio autoveicolo. Gli viene detto che il perito ha visionato presso una concessionaria un auto dello stesso modello per vedere se le altezze coincidevano. Fine della storia.

Secondo.
Sempre A riceve la classica lettera di promemoria per la propria polizza auto in scadenza il 5 novembre. Visto il ponte dei Santi seguito da un sabato e domenica e trovandosi nei pressi dell'agenzia assicurativa, decide di andare a saldare l'importo alcuni giorni prima, anziché l'ultimo giorno o in uno dei primi giorni della canonica quindicina. In tale occasione scopre che per politica interna della Generali, che non intende più occuparsi di polizze rc auto e quindi sta man mano sfoltendo il portafoglio ad esse collegato, la sua polizza è stata bloccata e non vi è possibilità di rinnovo. Nessuno si è degnato di comunicarglielo preventivamente e con raccomandata. Se A fosse andato a pagare il premio ad esempio il 7 novembre avrebbe scoperto di guidare da due giorni un'auto priva di copertura assicurativa. E anche qui non credo ci sia da aggiungere altro.

Terzo. E non ultimo.
Qui viene il difficile. Perché ci vuole un po' a spiegare tutta la faccenda, legata tra l'altro alla legge Bersani sui premi assicurativi.
Stando a quanto detto in via ufficiosa da una responsabile del ramo assicurativo, le compagnie, per rifarsi degli sconti possibili con la legge Bersani del 2015, hanno deciso di applicare un sistema di classi interna per la determinazione delle tariffe dei premi. Ad esempio un utente con sinistro (per la cronaca quello di cui sopra) che sia passato da una CU 1 a una CU 3, in questa categoria di classi interna con la Generali passa da una 2 a una 14. Tradotto in soldoni: da 310 euro a 1460 euro. In pratica la percentuale di aumento viene applicata sul montante intero, e cioè nel caso specifico su 775, in quanto lo sconto Bersani è del 60%. Dopo aver consultato una decina di agenzie, il risultato è stato una serie di preventivi tra i mille e i duemila euro. Ammetto di non aver approfondito la questione in termini legali, ma se vero quanto affermato si tratta di un cartello vero e proprio il cui operato vanifica l'obiettivo della legge Bersani di rendere più accessibili i premi assicurativi. Tra l'altro lo storico comportamentale del conducente è ridotto agli ultimi 5 anni e, per tale periodo, non considera gli anni presso altre compagnie e quelli precedenti all'aver usufruito dello sconto. Decenni di buona condotta vanificati. Un po' di chiarezza e di trasparenza all'atto della stipula permetterebbero agli utenti di valutare meglio se usufruire o meno della suddetta agevolazione economica. La cosa inquietante è poi sentirsi dire che cambiando auto si può nuovamente beneficiare della legge Bersani, come se la mala condotta dipendesse dal mezzo e non dal conducente. Più tutta una serie di altri consigli che confermano la fama da trafficoni di cui noi italiani godiamo.

Se qualcuno può correggermi o illuminarmi in merito a questa questione mi farà un gran favore.
Intanto andrò a piedi. Per principio e perché non posso permettermi di pagare il premio senza chiedere un prestito 

Nel frattempo ho letto qualcosa che conferma la mancanza di trasparenza non di tutti ma di molti assicuratori che si guardano dal spiegare per bene le cose. Vero è che dovremmo essere noi i primi a informarci ma la mole di questioni tra cui districarsi non sempre lo consente e sovente scopriamo le cose quando dobbiamo mettere mano al portafogli. Bisogna pagare fondamentalmente per la propria disattenzione.

giovedì 4 ottobre 2018

L'EUROPA NON FUNZIONA?

L'Europa unita non funziona bene. L'euro non funziona bene. Grandi differenze economiche e amministrative, politiche e culturali nei Paesi che la compongono rendono quasi impossibile il funzionamento del progetto unitario. Facile attribuire ad esso la responsabilità di tutto ciò che non va.
Senza riferirmi a una personale appartenenza politica, ho apprezzato il seguente passaggio di Cuperlo riguardo la creazione di una lista civica nazionale, battezzata "Nuova Europa":

... costruiamo attorno al progetto liste inclusive di personalità solide per principi difesi e lotte vissute. Andiamo a cercare chi condivide due sentimenti. L’allarme per il ritorno di un nazionalismo violento pronto a intaccare verità scolpite della democrazia liberale; e il bisogno di rendere all’ideale europeo l’anima sociale che lustri di rigorismo hanno mortificato.

2018

P.S. Pochi anni e quanto scritto è divenuto barzelletta (2024)

sabato 20 gennaio 2018

LAVORO NERO

Se ci si ritrova senza lavoro, soprattutto tra i 45 e i 65 anni, capofamiglia di se stessi, se l’Isee è irrisorio, se non esistono proprietà immobiliari, se si è disoccupati, se si possiede un’auto del 2001, vorrei capire perché se si riceve una proposta di lavoro in regola per quattro ore la settimana (32 ore mensili per la somma di 200 euro circa) si è costretti a rifiutarlo pena, in caso contrario, la perdita dell’esenzione ticket? Perché sì, esistono persone per le quali pagare o meno i ticket sanitari fa la differenza. E la si perde anche per una sola ora di lavoro mensile regolarmente retribuito. Risultato: chiedere di non essere messi in regola.

Se si ha tanta buona volontà, se si è una fucina di idee, se si è capaci di procacciarsi lavori vari per sopravvivere (pulizie, commissioni, piccoli lavori domestici, riparazioni, ecc.), mi domando perché, nel momento in cui ci si attiva per prendere una partita Iva in modo da fare le cose come vanno fatte, su dieci commercialisti consultati, dodici consiglino (ovviamente) di lasciar perdere perché non si sarebbe in grado di far fronte a spese, tasse e contributi, a causa degli studi di settore che stabiliscono che, per i servizi alla persona o per forme che sconfinano in attività artigianali, minimo si debba guadagnare tot.

Se uno ha due braccia e mediamente oggi, se va bene, dandosi da fare può trovar lavoro per una trentina di ore settimanali mettiamo a una media di 7 euro l’ora, e arriva a un mensile, un mese per l’altro, di 800 euro, con il quale, stringendo la cinghia, può anche sopravvivere, perché impedirgli di mettersi in regola? Mettendosi in regola potrebbe fare pubblicità e trovare più lavoro e magari arrivare anche a 1000 o più euro al mese, vivere un po’ meglio, e forse riuscire a pagarsi dignitosamente anche i ticket sanitari. Però le braccia restano sempre due. Perché dunque non lo si tassa in base al guadagno effettivo? Perché gli dite che deve incassare almeno tremila euro al mese per sperare di non andarci sotto fiscalmente? Perché non vi assumete concretamente l’onere di verificare la conformità tra le dichiarazioni e le condizioni reali di vita di un individuo? E non tassate con un'equa percentuale sugli effettivi guadagni?

Non bisognerebbe invece forse premiare chi non pesa sullo Stato e sa essere, come si dice, imprenditore di se stesso, accontentandosi di vivere modestamente? Perché sguardi di sufficienza verso chi afferma che riesce a vivere con poco facendo a meno del superfluo? Perché chi è povero ma onesto viene quasi deriso se si informa per regolarizzarsi da sé, visto che nessun altro lo fa? Perché gli si risponde che tanto fino a cinquemila euro può fare una ricevuta con il codice fiscale, precludendogli la possibilità di migliorare la propria condizione con l’acquisizione di una figura fiscale “normale”?

Perché un operaio che ha perso il lavoro, che ha rinunciato alla macchina, che non gli avanzano soldi da mettere in un conto corrente, che si è ritirato a vivere in campagna, da solo, in una buchetto a 200 euro al mese con un piccolo orto che gli permette di fare economia, e riesce nei dintorni a trovare lavoretti per arrivare a 600, 700 euro al mese, con i quali però riesce a campare, deve lavorare di nascosto? O perdere dei lavori perché non può fare una ricevuta scaricabile?

In buona sintesi: perché ci si ostina ad incentivare il lavoro nero?


Maggio 2016

giovedì 25 agosto 2016

SUL MOLO

Uno braghette gialle, fisìco spesso

l'altro magro tatuato

entrambi cinquanta suonati

una donna di poco più giovane

una biondina sotto i trenta

il figlio bambino del tipo tatuato


Man bassa di ricci. Almeno li mangiano. A decine, con ostentazione. Noi sì che siamo uomini veri che sanno sopravvivere nella natura.

Il tipo in braghette ha tono e modi che manco Mussolini.

Dice che nell'entroterra i paesi son tutti Cottolenghi. Si incociano tra loro, dice, basta vedere sull'elenco del telefono. Gli stessi cognomi. Han facce strette e brutte, dice.

Arriva sulla riva una famiglia con sedie pieghevoli e armamentario completo da ricreare un salotto.

Guarda che spastici, dice.

Arriva un'indiano che vende cocco. Non è simpatico e il cocco lo mette a due euro al pezzo.

Il tatuato, Dammi quattro pezzi, dice. Sarebbero otto euro. L'indiano gliene chiede sei e aggiunge un ulteriore pezzo in omaggio per il bambino che si sta divorando il primo.

Il tatuato gli allunga tre euro e, in soldoni, gli intima di camminare. Al venditore non sta bene e chiede il dovuto. Gli viene risposto che deve ringraziare di prenderne tre. Allora l'indiano si riprende dal bambino il pezzo dato in omaggio.

Il tatuato gli urla ladro, lo minaccia, ti getto in mare, e gli va contro con fare aggressivo. Quello retrocede. Se il tatuato lo spinge quello si fracassa sugli scogli.

Il molo è affollato. Nessuno interviene, tanto meno io. Per incredulità. Per stanchezza.

Me ne vergogno.

L'indiano se ne va. Una signora lo trattiene e gli dà due euro come mia nonna mi infilava complice qualche moneta in tasca per i dolciumi.

Bella figura di merda, esordisco.

Il tatuato si volta con l'espressione di chi ha trovato sostegno. Lo deludo. Non alludevo all'indiano.

Spero che almeno gli venga un solenne mal di pancia con tutti quei ricci.


Una mezz'ora dopo, una donna sui quaranta e un bambino sui sette, otto anni, arrivano in cima al molo. Sono tedeschi. Il figlio trova una bottiglia di plastica tra gli scogli e la getta in mare.

La madre lo riprende e gli intima di recuperarla, al punto da calarlo in mare. Il bambino frigna, allora lei lo tira fuori e con un legno, recuperato anch'esso tra gli scogli, riesce ad avvicinare la bottiglia e prenderla.

Si sa, i tedeschi sono avanti in queste cose, penso. Solo che la donna getta la bottiglia esattamente nel punto in cui il figlio l'aveva trovata.

Mi alzo con flemma ieratica, passo sui piedi alla donna, mi chino, allungo il braccio, raccolgo la bottiglia, la accartoccio, torno al mio posto e la infilo nella borsa. Senza una parola.

Ma come stai girata? Cosa ti dice il cervello? La capisci la gravità, le capisci le implicazioni di questo tuo apparentemente banale e insulso gesto del cazzo?


Considerato che non ho il potere di farli sparire, l'unica opzione che resta è che dobbiamo schiattare. Tutti. Con buona pace delle anime pure.


E no, non sono tollerante.



21.08.2016

sabato 23 luglio 2016

PASSEGGIATA A VENTIMIGLIA

Passeggiavo sul lungomare di Ventimiglia oggi pomeriggio per raggiungere il luogo di un appuntamento. Pochi passi davanti a me due giovani uomini italiani, massimo trentenni, si lamentavano della situazione generale.

“A me mi girano i coglioni lavorare per mille euro. Come cazzo si fa a vivere con mille euro?”

“Io se non avessi i miei che mi hanno dato l’appartamento e si pagano pure tutte le spese…”

“E questi cazzo di neri che arrivano e ci fottono il lavoro… fanno bene dove mettono il filo spinato.”

“Non basta il filo spinato…”

“Meno male che ogni tanto annegano… (fa il gesto con il pollice in giù)”

“Bisognerebbe fare qualcosa così tutti capiscono che ce li dobbiamo levare di torno una volta per tutte!”

“Ma cosa? Che se t’incazzi con quelli non sei politicamente corretto.”

“Guarda tutta ‘sta gente alla spiaggia… Con i loro bei lettini, gli ombrelloni, le ferie. Non gliene fotte niente. Si lamentano ma poi non fanno nulla, non si fanno sentire.”

“Sono zombie. Non sanno neanche da che parte stanno girati.”

“Gente così, se vivono o muoiono non fa differenza…”

“Cosa vuoi dire?”

“Che bisognerebbe farli saltare in aria, spararli tutti. Lì, così, in mezzo ala spiaggia, alla sera quando vanno a prendersi il gelatino… seminare il terrore (risata)”

“E poi? Cosa risolvi?”

“Poi si dà la colpa ai neri, a questi cazzo di terroristi islamici di merda, così li rispediscono tutti a calci in culo da dove sono venuti”

“Sarebbe da fare veramente.”

“Non è così difficile, sai quanto ce n’è come noi che non vedono l’ora?”


Sarei dovuta intervenire. Avrei dovuto chiamare le forze dell’ordine. Fargli una foto a questi due. Qualcosa insomma. Invece ho continuato a camminare con un unico pensiero: ci siamo, il nemico è dentro di noi.

Ci vuole una grande forza interiore, una grande volontà di capire, di non accontentarsi di ciò che appare, la determinazione di andare a vedere come stanno realmente le cose ma ciò è un lusso, ormai divenuti appendici dei nostri devices, privi di una cultura degna di tal nome, privati del tempo e dell’opportunità di poter essere uomini.


6 luglio 2016

giovedì 17 marzo 2016

SITI WEB PER CASE VACANZA

Anni fa utilizzai per lavoro i primi portali nati per pubblicizzare gli appartamenti ammobiliati per uso turistico. Ce n’era uno tedesco, uno francese, tre o quattro in lingua inglese. Ognuno di essi aveva il proprio layout, diversi prezzi, diverse offerte, diversi modi di proporre gli immobili. Si sceglieva quindi in base alle proprie esigenze e si modificava direttamente la propria inserzione da una pagina di accesso all'area privata. Negli anni tali portali sono aumentati di numero, hanno affinato pagine e servizi, hanno man mano diversificato le opzioni di inserzione, offrendo pacchetti per ogni esigenza.

Recentemente, per aiutare un’amica intenzionata a pubblicizzare il proprio immobile, mi sono avventurata di nuovo in un mondo che dunque conosco abbastanza bene, avendo però una sgradevole sorpresa. In pratica, di accorpamento in accorpamento, il 90% dei portali più noti e utilizzati, ha adottato medesimo layout e medesime metodologie di impostazione delle inserzioni, e, soprattutto, ha diminuito considerevolmente l’autonomia del proprietario nella gestione della stessa.

Se si opta per inserzioni a basso costo o gratuite, giustamente i portali chiedono una percentuale sui contratti a buon fine, ma anche spendendo cifre nell'ordine di centinaia di euro all’anno, ci si trova limitati nell'interazione tra proprietario e cliente, privi di possibilità di reciproca conoscenza e di contrattazione. Inoltre se non si sceglie l’opzione pagamenti online da parte del cliente si ha meno visibilità, se la si sceglie, gestiscono tutto i portali (o il Gran portale, come lo chiamo io, visto che stan quasi tutti sotto lo stesso tetto) e solo a pagamento avvenuto ci si può scambiare recapiti e comunicare direttamente.

Inoltre vi sono alcuni aspetti non proprio funzionali ma viene meno la possibilità di rivolgersi alla concorrenza perché appunto hanno adottato praticamente tutti lo stesso sistema.

Per fare un esempio: se uno decide che la propria casa per 6 +1 persone costa tot a settimana (sia che venga una sola persona, sia che vengano in due, tre, quattro, cinque, sei o sette), e che invece le spese (consumi, biancheria, pulizie) cambino in base al numero delle persone (ad esempio 20 euro a testa alla settimana), allora iniziano i problemi. I portali, dicono per trasparenza nei confronti del cliente, aggiungono nella tabella delle tariffe al tot stabilito le spese per due persone, quindi avremo tot +40, e forniscono questa cifra come definitiva, mentre la cifra in realtà potrebbe essere inferiore o superiore ( tot + 20, tot +40, tot + 60, tot + 80, tot + 100, tot + 120). Non c’è modo di rendere questa cosa visibile per il potenziale villeggiante. Interpellati suggeriscono di mettere una cifra aggiuntiva per ogni persona in più oltre alle due fisse che stabiliscono loro, ma anche così si ottiene un risultato che non corrisponde al vero per tutte le possibilità perché nel menu a tendina si può scegliere solo +1, +2, +3, +4. Non viene contemplata l’opzione di una persona sola né quella di una casa che possa ospitare più di 6 persone. Non sarà la fine del mondo, e certo, come un orologio fermo che una volta al giorno dà l'ora giusta, in alcuni casi la cifra corrisponde al vero, ma pretendo da aziende leader nel settore la capacità di contemplare tutte le opzioni possibili che si possono verificare, soprattutto a fronte di pagamenti cospicui e di un monopòlio crescente che non offre alternative. E questo delle spese è solo uno dei tanti esempi che potrei fare. Manca quella relazione che si poteva creare un tempo prima della conferma di prenotazione. Si evitavano equivoci e malcontento.


Con buona pace dei sostenitori del libero mercato che avrebbe dovuto portare a una sana concorrenza e invece ci sta strozzando in monopòli leviatano.


2016


P.S. (2023) Tralascio qui delle gravi conseguenze, dovute a tale settore (urbanistiche, sociali, ecc), cui si è giunti progressivamente nell’ultimo decennio.

venerdì 11 marzo 2016

DAKAR, RIFIUTI E SOGNI

Immaginando di poter un giorno tornare in Africa, da diverso tempo, penso al Senegal. Mi attrae per diversi motivi, non ultimo il fatto che si parli francese. Un anno fa vidi un bel documentario su Rai 5 che parlava di un biologo francese che si è stabilito a sud di Dakar per dedicarsi alla divulgazione di metodi di pesca sostenibile tra la popolazione e ha messo su una squadra di sub per ripulire i fondali dalle reti rotte e abbandonate, facendo di questo programma la propria missione. Ecco un'altra persona in gamba, ho pensato. Un mio conoscente, poi, ci si è trasferito per aprire un'azienda di imballaggi alimentari da materiali riciclati. Inoltre il clima sarebbe idoneo per la mia salute. Insomma, una cosa dietro l'altra, sono arrivata a pensare che, vista la mia precarietà qui, mi ci sarei potuta trasferire dopo una visita preventiva, anzi, più correttamente, sarei potuta emigrare. Ad oggi, però, le mie finanze consentirebbero a malapena un viaggio di andata. Sarebbe veramente emigrare incrociando le dita. Di fatto l'idea è accantonata.
Ieri però, quando sono andata a perfezionare le pratiche di demolizione del mio scooter antico e distrutto da un incidente, ho letto che sarebbe finito a Dakar. Il concessionario mi ha spiegato che spedendo laggiù le moto spende un centinaio di euro in meno di rottamazione. Si sa che i nostri rifiuti più fastidiosi finiscono in Paesi in via di sviluppo, in Africa in particolare, con tutte le considerazioni del caso che qui tralascio, e che da alcuni di essi gli Africani tirano fuori ancora qualcosa di utile, come nel caso del mio scooter da cui trarranno pezzi di ricambio, ma ciò che mi ha colpito è stato pensare che proprio a Dakar è finito qualcosa di collegato a me mentre io resto qui.

Marzo 2016

lunedì 8 febbraio 2016

SPESA DOMENICALE


Ieri mattina, domenica, pioveva e, stranamente, l’ho avuta vinta sulla mia pigrizia invernale e alle nove sono uscita per una camminata di un paio d’ore. Sono partita dal Parasio e sono andata all'edicola della stazione a ritirare un paio di numeri di Internazionale, poi dalla Marina ho camminato lungo mare fino alla torre saracena e ritorno. Cielo grigio, poche persone in giro, odore di mare e di pioggia. Mi si è aperto il respiro.

Al ritorno, in prossimità dell’incrocio tra via Aurelia e via Cascione, ho deciso di risalire tutta la via e tornare al Parasio da via San Maurizio. Non avevo intenzione di comprare nulla, infatti ero uscita senza portafogli, ma trovando i negozi arabi aperti mi sono fermata in una macelleria alimentari per fare un po’ di spesa per il pranzo senza pensare al fatto di essere senza denaro. Me ne sono ricordata una volta entrata, l’ho detto e il proprietario, pur avendomi vista raramente nel proprio negozio, mi ha detto di non preoccuparmi. Intanto mangia poi me li porti la prossima volta, mi ha detto, e mi ha servito. Totale 5,50 euro. Ho ringraziato ripetutamente promettendo che sarei ripassata l’indomani. Davanti un altro negozio mi sono soffermata a guardare una cassetta di carciofi. Il negoziante mi ha domandato se ne volevo. Prontamente ho risposto di essere uscita senza soldi ma lui subito mi ha detto che costavano poco, due carciofi cinquanta centesimi. Imbarazzata gli ho detto che al momento non avevo neanche quelli. Non importa, me li porterai, è stata la sua risposta. E non mi aveva mai vista.

Oggi sono andata a estinguere i miei debiti e ho comprato dell’altro. Abili mercanti? Può darsi ma grazie a loro sono tornata a casa con il cuore aperto. Con buona pace di chi teme di avventurarsi in via Cascione bassa.


8 febbraio 2016

domenica 27 dicembre 2015

LA CORONCINA DELLA DIVINA MISERICODIA

Dedicata a Santa Faustina Kowalska, con un messaggio speciale di papa Francesco, la Coroncina della Divina Misericordia, è un rosario elettronico in vendita a euro 59,90, batterie incluse, spedizione veloce, diritto di recesso.

Ho visto il lunghissimo spot alcuni giorni fa per la prima volta e sono rimasta allibita.

Certo, siamo nell’era delle tecnologie, dell’e-commerce, e dei devices, ma ho trovato la cosa inquietante. Poi ho scoperto che esiste anche la confessione online a pagamento, l’App Pray for me, il Cristo virtuale in Svizzera, i totem in Chiesa per elemosina con Pos e lettura testi sacri, i confessionalli con AI… Monetizzeranno a breve i peccati in base alla gravità?