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mercoledì 11 marzo 2020

CORONAVIRUS 4

Solo pochi giorni fa, era il secolo scorso. Un'epoca in cui c'era un altrove dove si verificavano guerre, disastri, calamità, ingiustizie. Un altrove abitato da altri. Esseri senza nome, numeri arroganti che cercavano di entrare in casa nostra. Poi è arrivato il virus. Indifferente alle nostre leggi e ai nostri confini, alla speranza di sopravvivenza che cerchiamo nel sapone con cui ci laviamo le mani.

Avevo deciso di non scrivere più nulla sul Coronavirus, sulle misure per contrastarlo, sull'inadeguatezza della politica, sull'incoscienza e il pressapochismo di tanti, ma inevitabilmente i pensieri arrivano e anche la voglia di condividerli.

Quante cose stanno accadendo e di cui la maggior parte delle persone ha forse solo sentito un accenno nei notiziari. Ormai l'emergenza del contagio domina la scena.

Le nefandezze che stanno impunemente avvenendo in India, la Siria, la Libia, la persecuzione degli Uiguri, la piaga delle locuste che sta mettendo in ginocchio molti Paesi dell'Africa Nord orientale, della penisola arabica e anche oltre, il programmato sversamento delle acque radioattive di Fukushima nell'Oceano Pacifico, lo squallore di ciò che sta avvenendo sul confine tra Turchia e Grecia, gli esiti nel mondo degli incendi che hanno dominato la cronaca fino a poco tempo fa, le epidemie di malattie curabili che falcidiano ogni anno centinaia di migliaia di persone (ebola, malaria, morbillo, poliomelite, ecc.), il cambiamento climatico, gli estremismi e le derive nazionaliste, la grave ipossia dei mari che se pur più lentamente di un virus determinato avrà esiti nefasti per tutte le forme di vita.

Apocalisse significa rivelazione. Togliere ciò che copre, togliere il velo, disvelare la realtà. In assenza di una sciagura, infatti, difficilmente capiamo qualcosa. E non è detto. Mi chiedo cos'altro serva per farci aprire gli occhi.

Tra chi ci prova, molti vedono in questa pandemia l'espediente della natura per mettere un freno alle nostre umane scelleratezze, altri vedono la prova del fallimento del modello della globalizzazione neo liberista.

In merito alla prima ipotesi, io credo che più che di espediente si tratti di un esito pressoché matematico. A ogni causa un effetto. Il modello intensivo applicato a tutto, la concentrazione promiscua di esseri viventi, lo sfruttamento sfrenato dell'ecosistema, l'abuso indiscriminato di antibiotici e sostanze chimiche, per forza favoriscono lo sviluppo di patogeni nuovi e tenaci.

Quanto alla seconda interpretazione, invece, temo che quanto sta accadendo darà maggiore forza al modello economico neo liberista. Non è una minaccia per esso. Al contrario favorirà la circolazione di merci e denari e l'accumulo di capitali, frenando però la libera circolazione degli individui. Stiamo entrando in una fase che potremmo forse definire di biopolitica. Chi se la scamperà, dopo aver assistito alla dipartita di un numero per adesso non ancora quantificabile di esseri umani, sarà ben disposto a piegarsi a qualsivoglia misura restrittiva pur di aver salva la vita. Accetterà qualunque imposizione di isolamento e chiusura. L'ostilità nei confronti dell'altro sarà considerata l'unica soluzione. Quest'epidemia offrirà terreno fertile a coloro che, forse, iniziavano a temere crescita e diffusione di malcontento e rivendicazioni di giustizia.


10.03.2020 ore 2.25

giovedì 27 febbraio 2020

CORONAVIRUS 3


In base alla rassegna stampa internazionale di questa mattina, alle dichiarazioni della WHO (OMS), alla lettura delle testate nazionali nostrane, lasciando perdere la cronaca locale riguardante i contagiati di Alassio, pare che l'allarme epidemia Coronavirus sia ampiamente rientrato. Bene.

Quindi da ieri a oggi il mondo è tornato a essere quello di sempre?

Se è così allora, mi chiedo, a tal punto le derive mediatiche possono avere il sopravvento sulla realtà?

Mi chiedo però anche, non sarà che, in questo momento storico in cui si sta diffondendo una coscienza ambientale di una certa consistenza, in cui la richiesta di rispetto dei diritti umani si è, come accade ciclicamente nella storia umana, rafforzata, si sono volute fare delle prove generali per verificare se la paura di un individuo per la propria sicurezza personale è ancora il deterrente più pratico ed efficace per tenere a bada le legittime rivendicazioni di giustizia sociale quand'esse iniziano a creare troppi problemi allo status quo?

27 FEBBRAIO 2020

lunedì 6 gennaio 2020

UN CONFORTEVOLE PRIVATO

Vorrei che fosse ben chiaro a tutti coloro che mi conoscono, e a coloro che ancora forse mi conosceranno, che nella mia vita, nel mio mondo, nella realtà che io contemplo, sono benvenute tutte le persone di buona volontà o, per meglio dire, le persone animate dal voler far bene. Non m'importa la provenienza geografica, l'orientamento sessuale, l'eventuale credo religioso, la formazione culturale, l'aspetto esteriore. Sono tutti benvenuti. Io divido l'umanità tra onesti e disonesti, tra chi almeno ci prova e chi no, tra persone per bene e stronzi. Tra buoni e cattivi, insomma. I principi etici su cui ho fondato la mia esistenza, per quanto non ne sia stata sempre all'altezza, sono imprescindibili. Nessun legame, parentale, sentimentale, amicale può avere la precedenza sui valori che ritengo fondanti in un essere umano.

Se un'amica, un fratello, un amante dovessero prendere posizione in contrasto a ciò in cui credo fortemente, bene, io mi schiererò dalla parte di quella che ritengo essere la giustizia. Nessuna forma di discriminazione, di generalizzazione, di giudizio sommario sarà accettato. Alcun disprezzo o violenza. E se qualcuno mi dovesse dire ma, allora, non mi vuoi bene veramente, se dovesse mettersi in competizione e pretendere da me una scelta, sappia che non avrò dubbi. Come non li ho avuti quando la scelta è stata tra ciò che ritengo giusto e corretto e un lavoro, una convenienza economica, o altro che avrebbe potuto agevolarmi nella vita. La difesa del debole, di chi è ingiustamente trattato, di quanto va difeso e protetto, verrà sempre prima. Né rinuncerò al confronto, al desiderio di conoscere l'altro, quand'anche l'altro fosse sgradito a chi, in un modo o nell’altro, fa parte della mia vita.

Non cederò mai a un confortevole privato.

2015

martedì 3 dicembre 2019

È SCOPPIATA LA TERZA GUERRA MONDIALE

È scoppiata da un pezzo la terza guerra mondiale e in pochi se ne sono accorti. Forse nemmeno quelli che la stanno vivendo sulla propria pelle sono consapevoli dell'ecumenicità del fenomeno. Bisognerà attendere i libri di storia dei nostri nipoti perché il capitolo che narrerà i fatti che stanno accadendo ora porti il titolo: “Il Terzo conflitto mondiale”.

Proteste scoppiano ovunque, senza soluzione di continuità da parecchio tempo a questa parte, e sono destinate a diventare immanenti. È perlomeno plausibile che siano collegate.

Come scrivevo tempo fa, in ogni zona della terra i popoli sono in rivolta. Con dinamiche più o meno drammatiche e in contesti diversi, ovunque, laddove non si cede a preoccupanti sbandamenti nazional populisti, ci si oppone all'autorità costituita. Che siano regimi autoritari, democrazie neoliberiste, istituzioni inefficienti e/o colluse. In sintesi ci si ribella a chi accumula potere e ricchezza a discapito della maggior parte delle persone. Ovunque si invoca il recupero di un vivere degno ed equo e si denunciano diseguaglianze sociali crescenti, esito dell'operare cieco e avido di una casta ormai al di sopra di qualsivoglia controllo.

Che il detonatore di questa rabbia diffusa, prima ancora che rivendicazione di valori di umanità e saggezza, possa dunque essere la crisi economica che da un decennio prosegue con sempre più gravi ricadute sulla società?

Una crisi economica incentivata dall'ostinazione del sistema capitalistico a voler sopravvivere senza trasformarsi. Un'ostinazione aggressiva che sta trascinando il mondo verso l'abisso e capace solo di proporre soluzioni di austerità e riforme strutturali che penalizzano le fasce più deboli.

Un'iperproduzione industriale che aggrava le condizioni ambientali, quindi quelle sociali, quindi quelle politiche. Paesi che oggi in un anno producono quanto è stato prodotto in un secolo. Paesi che ambiscono a fare altrettanto il prima possibile. Paesi che svendono le proprie risorse a sostegno di tale malata iperproduzione in cambio di un'elemosina di sopravvivenza che si traduce in una condizione debitoria perenne. Cittadini dei Paesi sviluppati che ipotecano la vita per possedere il superfluo. Cittadini dei Paesi in via di sviluppo che li invidiano e soverchiano propri concittadini che non hanno di che vivere, in una competizione spasmodica che non lascia intravvedere un lieto fine.

È un fatto che il dominio concesso al mercato e alla finanza abbia creato disparità tali da rendere vano ogni tentativo di ricostituire una protezione sociale universale. Ed è un fatto che abbia determinato e sostenuto condizioni favorevoli a una crescente interdipendenza tra poteri politici e poteri economici operanti ormai a circuito chiuso.

Oggi però vediamo, grazie all'attuale sistema di comunicazione, come la natura della crisi del cosiddetto neoliberismo non sia un'astrazione per addetti ai lavori ma qualcosa di molto concreto, come sia di natura ambientale e sociale, e grave al punto da compromettere la democrazia che, per quanto difettosa, dovrebbe essere ancora la soluzione politica migliore. Ma mai dal potere politico la crisi viene presenta in tali termini; al contrario ci si ostina a proporre una visione frammentaria della situazione, proprio per rallentare, per soffocare quella presa di coscienza generale che potrebbe offrire lo slancio definitivo nella direzione di un futuro degno di tal nome. La solita faccenda di considerare i problemi a compartimenti stagno, al punto che anche chi strumentalizza tale prospettiva resta convinto sia quella corretta. Ma un denominatore comune c'è ed è sotto agli occhi di chi vuole vedere, quindi perdersi dietro a spiegazioni sul perché in quel tal luogo sia successa quella determinata cosa è sì interessante e doveroso ma pure pleonastico.

Bisogna cambiare le cose. Qual è la parola? Rivoluzione. Una parola grossa, che spaventa. I più timorosi di perdere ciò che hanno paventano per il ribollire sociale e sono pronti a chiamare pericolosi rivoluzionari, addirittura terroristi anche coloro che reclamano giustizia. Secondo me non si tratta di rivoluzione. Forse si tratta solo della seconda fase di un processo iniziato nell'ultimo ventennio del secolo scorso, se pur con radici già profonde. Forse l'opposizione alle derive del pensiero neoliberista non è che la fase successiva necessaria al compimento della transizione verso un mondo realmente globalizzato. Fase che i fautori dello stesso non avevano considerato né preventivato, accecati com'erano, e malauguratamente sono ancora, dal miraggio di un tutto subito e per sempre a qualsiasi costo.

Ma se verrà impedito di portare a termine il perfezionamento di questo sistema globale allora questa guerra non ancora riconosciuta come tale esploderà cruenta con tutta la furia che porta in seno. E, senza soluzione di continuità, di metamorfosi in metamorfosi, ci accompagnerà per sempre.


Dicembre 2019



mercoledì 13 febbraio 2019

IL DESTINO DELLA PUTTANA



All'angolo del Vico dell'amor perfetto, su piazza delle Vigne a Genova, riconosco Carmela. Va per gli ottanta, prostituta da tutta una vita. A neanche un metro un crocicchio di africani. Dall'accento capisco che non sono senegalesi. L'ultima volta che sono stata da queste parti erano senegalesi. Mi avvicino e la chiamo per nome. Si volta e leggo nello sguardo il classico, ti ho già vista ma non so chi sei. Sono un amica di Maurizio, - le dico - mi ha pregato, se ti avessi incontrata, di portarti i suoi saluti. Lei esita qualche secondo poi fa mente locale e mi chiede come sta. Le racconto che sta abbastanza bene e che ha trovato un po' di lavoro dalle parti di Imperia. Tempo addietro aveva lavorato per qualche mese in via San Luca e aveva stretto amicizia con alcune signorine, come le chiama lui. Al mattino faceva colazione in un bar e comprava la colazione per tutte loro. La sera, a termine giornata, passava a salutarle e a scambiare quattro chiacchiere. Carmela sorride e dice che è contenta per lui. Poi mi racconta che la vita è sempre più difficile nei vicoli. Questi - mi confida – sono più pericolosi. Se ho decifrato correttamente il suo racconto in un italiano straniero e biascicato, la maggior parte sono ex bambini soldato. Insensibili e incattiviti. Li guardo. Un paio sono pieni fino agli occhi di droga. Alcuni si fanno i fatti loro, un altro paio ci tiene d'occhio. Mi si stringe il cuore. Non vedo uomini pericolosi. Vedo i figli che quest'umanità imperfetta ha partorito. Tutti gli errori commessi presentano il conto. Se si costruiscono inferni, prima o poi si rischia di trovarcisi impantanati. Sono così vicini e così lontani questi giovani uomini. Con quale linguaggio avvicinarsi? Detesto il tradimento di ciò cui ho creduto per tutta la vita. Il senso di fallimento che provo. La rabbia verso chi è più forte della giustizia. Non quella legale ma quella che determina la giustezza del vivere. Sono io a essere lontana da loro.

Con tutte le difficoltà e la precarietà della mia vita so di essere una privilegiata.

Cosa posso dire a questa donna? Cosa posso raccontarle?

Le prendo la mano tra le mie, la saluto, le auguro di star bene.

Mi allontano e raggiungo l'amica con cui sono con un pensiero che si ripete nella testa. Le scelte, il merito, certo c'entrano ma è solo per caso, solo per l'aver avuto più fortuna nella vita, che non sono come lei in piedi tra i vicoli in attesa.





La mia amica mi fa una foto fuori dal bar delle Vigne nei pressi del Vico dell'amor perfetto.

sabato 15 settembre 2018

SESSO E APOCALISSE A ISTANBUL




Raramente scrivo recensioni di libri. Mi piace consigliare la lettura di quelli che, per un motivo o per l'altro, possono a mio giudizio arricchire chi legge ma ritengo che non esistano recensioni esaustive. Credo sia giusta l'asserzione che di un testo esistano tante versioni quanti sono coloro che lo leggono. Ho però deciso di recensire, ancor prima di leggerlo, l'ultimo romanzo di Giuseppe Conte, “Sesso e apocalisse a Istanbul”, stuzzicata dai molti giudizi negativi che ho sentito. Riassumendo i commenti sono stati: un testo privo di contenuti e idee, un'accozzaglia di volgarità fine a se stesse, il delirio di una persona con frustrazioni non più controllabili.

Ho terminato di leggere mezz'ora fa e ho deciso di scriverne immediatamente.

Partirei dall'avvertenza al lettore, in cui l'autore dichiara sostanzialmente che Io è un altro. Non si tratta, per me, di un mettere le mani avanti o lavarsele a fronte di prevedibili critiche ma di una chiara dichiarazione d'intenti che mi ha fatto pensare alla teoria recitativa di Stanislavskij. Teoria che presuppone l'abbandono dello “stato attorico”, in cui l'interprete simula stati d'animo che non sono suoi, e cede se stesso al personaggio in un'operazione di identificazione assoluta, preparata da uno studio accurato del personaggio e del suo ambiente, al punto che lo spettatore non potrà che vedere sulla scena il solo personaggio e non più l'attore. Conte di riferisce secondo me a un procedimento analogo, l'unico che potesse permettergli di raccontare ciò che racconta senza apparire didascalico o saccente. Ha deciso di essere specchio del mondo e il mondo è volgare. Non lo è lo scrittore. Egli semplicemente presta se stesso e la propria capacità narrativa a un narratore che è lui ma non è più lui.

Quanto alla mancanza di contenuti ed idee, direi che ce ne sono in abbondanza anche se appena accennati. Nessun approfondimento, nessun giudizio, se non breve e lasciato scivolare qua e là, forse nella speranza che, in questa società con deficit d'attenzione, possa essere proprio la brevità a far attecchire un qualche spunto di riflessione. Solo un disseminare informazioni e accadimenti con una noncuranza che è specchio puntuale della noncuranza con cui accogliamo ed espelliamo in gran fretta, anche per limiti di capienza, l'eccesso di fatti che sono la nostra storia umana contemporanea.

I fatti di piazza Taksim e del Gezi Park, l'evolversi delle posizioni dell'Europa nei confronti della Turchia, e della Grecia, il capitalismo autoritario della Cina in Africa, la diaspora delle bellezze dell'Est dopo il crollo dell'Unione sovietica, il commercio di carne umana, il fascismo e la finanza globale, la povertà in Russia, compensata un tempo da sogni di grandezza che culminavano nel volo di Gagarin e oggi dal poter accedere a qualche ammennicolo elettronico e a qualche soggiorno all'estero, il mai abbastanza approfondito fenomeno sociale dei foreign fighters, i concetti di fede e di purezza, di una forza vergine e di una lotta che dovrebbero spazzare via dal mondo ogni forma di sopraffazione ed empietà e far regnare nel mondo onore e giustizia. E, ancora, la Siria in fiamme, il traffico di armi per Assad, di armi contro Assad, di armi per i Curdi, di armi per il Califfato contro i Curdi, il concetto di vita dell'universo, l'entropia, la denuncia della banalizzazione del concetto di tragedia.

Quindi il sesso, la cui presenza permea il libro dall'inizio alla fine. Ho trovato un solo paragrafo che ritengo eccessivo e, forse, superfluo; per il resto le particolareggiate descrizioni di atti sessuali riflettono quella che è la predominante tipologia attuale di fruizione del sesso. Non c'è erotismo, non è eccitante. La felice scelta del verbo zoomare, che ho incontrato nel terzo capitolo, è rivelatoria in tal senso, apocalittica. Tutto ciò che è normalmente nascosto, intimo, segreto, viene offerto in fotogrammi macro. Cavità, orifizi, umori. I contatti sono tra genitali non tra persone. Chi abbia anche solo una conoscenza sommaria dell'universo sessuale online, senza arrivare al mondo del web sommerso che, personalmente, ho avuto modo di sondare per una ricerca giornalistica, non potrà che riconoscerne una fedele narrazione, a mio parere persino edulcorata. Più che di volgarità il libro è colmo di disincanto, è un libro triste che sa di resa. Dove non si può far altro che ricondurre l'esistenza a quel momento in cui siamo tutti uguali come dinanzi alla morte. In cui perdiamo identità e desideriamo solo annullarci nella materia oscura di un tratto intestinale, nella cecità della carne.

Il disgusto provato da diversi lettori è prova dello stato di generale e indotta anestesia, perché tale disgusto dovrebbe essere pregresso alla lettura di un testo come questo. Dovrebbe manifestarsi quotidianamente e determinare un fermo e concreto rifiuto, nella vita reale, delle reiterate offese nei confronti dell'essere umano, dell'intelligenza, dell'humanitas, e del pianeta, in sintesi della vita in tutte le sue manifestazioni.

Mi rincresce non aver letto il libro prima di partecipare alla presentazione: avrei chiesto a Giuseppe Conte conferma o meno della mia analisi.



Settembre 2018


lunedì 12 marzo 2018

A PROPOSITO DELL’ESITO ELETTORALE


Queste elezioni si sono giocate principalmente sul tema dell’immigrazione nel nostro Paese. Quindi salto tutti gli altri punti su cui sarebbe peraltro interessante dibattere e arrivo alla questione principale.

Sono venuti allo scoperto i cosiddetti cripto razzisti, coloro che fino a ieri, per pudore o vergogna, hanno mantenuto un profilo basso e ora si sentono finalmente parte di un pensiero condiviso e pubblico. Scoprire che esiste un fronte comune diffuso contro quella che viene passata come un’illegittima invasione ha fornito impulso e alibi. Un senso di riconoscimento e di appartenenza che manleva dal farsi portavoce in prima persona di istanze scomode e altrimenti eticamente discutibili. È così che accade. Seguire la corrente per sottrarsi all'onere di porsi domande e cercare risposte, delegando al gruppo la scelta della direzione da intraprendere.

Prendere atto di ciò mi regala una buona dose di libertà. Libertà di non prendere più sul serio chi circoscrive il proprio dispiacere riguardo alle brutture del mondo al fremito emotivo suscitato da un singolo fatto, da una singola immagine, rimanendo però avvinghiato alla propria vita di sempre considerandola non negoziabile.

Innanzitutto sono stanca e stufa di tutti quelli che intasano il web di emoticon piangenti per ogni foto commovente di bimbo, che sia Aylan riverso sulla battigia, che sia la bimba che tappa gli occhi alla bambola per risparmiargli la vista della guerra; stufa di chi si commuove e s’indigna a singhiozzo e se ne fotte delle centinaia di bambini che muoiono ogni giorno, annegati, affamati, bombardati, e che nessuno scatto ha immortalato.

Sono stufa di chi dice, Non sono razzista ma questa è casa nostra. Queste sono le nostre cose. Il nostro lavoro. La nostra nazione. La nostra terra. Nostro è un aggettivo possessivo plurale che si richiama al pronome ‘noi’ che, non per forza a parer mio, deve considerarsi in opposizione al pronome ‘’voi, e tantomeno al pronome ‘essi/loro’. Invece, nei fatti, ‘noi’ sempre più indica chiusura ed esclusione.

Sono stanca di tacere per quieto vivere. Di non trovare le parole con cui rispondere alla dissimulata ferocia, all'insolenza educata, all'inespugnabile assurdo blaterare. Sono stanca della banalità del male. Dell'ignoranza sbandierata, dell’indolenza intellettiva.

Andare a vedere. Toccarla, annusarla, provarla la vita. Poi aprir bocca.

Voglio avvicinarmi alla signora per bene che in coda alla cassa qualche giorno fa, squadrando due donne maghrebine che stavano scegliendo uno smalto per unghie, osservava che la soluzione finale di Hitler resta ancora la migliore. Voglio dirle in modo gentile e pacato, Son le persone come lei ad essere inutili, dannose e superflue.

Io divido in buoni e cattivi. Come a scuola sulla lavagna. A questo punto sì. Una bella riga in mezzo e via. Per il resto siamo uguali e con questo per me il discorso è chiuso.

A coloro che ribattono, Tu fai della filosofia e vai a indagare le cose perché evidentemente te lo puoi permettere, hai il tempo che ti avanza, Ti preoccupi degli altri perché te la passi bene, ce l’hai grassa, e avanti così senza sapere di cosa stanno parlando, fornirò copia dei miei redditi e li inviterò dove abito per un caffè.

Non ce la faccio proprio a pensare che se la mia vita è difficile e piena di problemi, la colpa è di altre persone con una vita difficile e piena di problemi. Non mi riesce proprio. Il mio cervello s’inceppa nel tentativo di elaborare un pensiero tanto assurdo. Se non trovo lavoro è colpa tua perché lo stai cercando anche tu. Suvvia.

Non riesco a dividere lo spazio in fuori e dentro, soprattutto se i requisiti per stare dentro si riferiscono a un arbitrario diritto di proprietà sancito dall’essere nati nel territorio del dentro, dal parlare un idioma comune e vestirsi in un certo modo.

Eppure a tutto ciò diamo il nome di diritto acquisito, di difesa della democrazia.

Una democrazia che trae la propria legittimazione dalla Nazione di appartenenza a partire da una base etnica, linguistica, culturale, e ne legittima l’esistenza e la rafforza.

Una Nazione fondata sul territorio, sul possesso del territorio e in cui i cittadini si sentono naturalmente proprietari dei luoghi in cui sono nati e vivono. Una democrazia che vale solo per loro.

Una democrazia le cui idee universali non varcano i confini, non ne hanno la forza, e smettono di essere valide al di là di essi, diventando inapplicabili all'altro. Ecco la colpa prima dei migranti: portare in evidenza la falla del sistema. Muoversi e portare alla luce il fallimento di una democrazia che mostra tutta la propria debolezza nel momento in cui si riferisce al mondo “esterno”. Un’inclusione che vale solo per l’interno e diviene esclusione quando rivolta all’esterno. Il paradosso, il cortocircuito delle fondamenta stesse della democrazia nel momento in cui mette alla prova la sua universalità. Chi migra ha per questo l’onere di affrancarsi da una colpa attribuita d’ufficio. Non importa chi è, non importano le sue idee, le sue vicissitudini, i suoi ideali. Non importa la sua storia, quella della sua famiglia, quella del Paese di provenienza. Alla pari, livellati in un’unica massa informe che nulla ha a che vedere con noi. Una massa indistinta che risveglia paure ancestrali, l’orror vacui in cui ogni essere umano potrebbe precipitare.

Chi si sposta viene a trovarsi in un luogo dove non dovrebbe essere, in un luogo altrui e che quindi non gli spetta. Ma quale arbitraria investitura abbia stabilito la legittimità della precedente occupazione sarebbe da stabilirsi.

Come fare senza mezzi? Come fare se non ce n’è neanche per noi? Come integrare chi è tanto diverso culturalmente? Abbiamo sviluppato un buon senso immunitario. Un rifiuto verso chi arriva come premurosa sollecitudine nei suoi confronti

Ma, ogni volta che affermiamo che ognuno deve vivere nel proprio Paese, stiamo emettendo una condanna. Il non possiamo accogliere implica l’impronunciabile lasciamoli morire. Implica l’attribuzione di una minor quota di umanità all'altro fino all'estrema conclusione che i migranti non sono umani. Almeno non quanto noi.

Proviamo a immaginare di essere improvvisamente colpiti da amnesia e di non ricordare il luogo in cui siamo nati, di non ricordare nulla delle nostre origini, e di iniziare a muoverci sulla terra alla ricerca di un posto dove stare e in cui riconoscerci. Ecco, allora scopriremmo improvvisamente l’assurdità e l’iniquità delle regole che oggi stabiliscono chi ha diritti e chi no. Pretenderemmo che la libertà di movimento divenisse diritto fondamentale. Vedremmo la cittadinanza come privilegio feudale.

L’immigrazione selvaggia e incontrollata va regolamentata, si afferma a gran voce. Il punto è che è obsoleto parlare di emigrazione ed immigrazione. Si tratta semplicemente di migrazione. Il territorio è unico e finito. O si trova il modo di condividerlo equamente o non voglio più sentire parlare di etica e diritti umani. Certo, i passi si fanno uno alla volta. Iniziando dall'Europa. È necessario rivedere il Trattato di Dublino, esigere una politica europea degna di questo nome che responsabilizzi ogni stato membro, creare dei corridoi aperti, ma non si possono perdere di vista i valori che rendono un essere umano degno di definirsi tale e, ognuno nella propria individualità, deve muoversi per la creazione di un futuro cosmopolita. Schiere di filosofi hanno affrontato l’argomento e spesso sono giunti a un impasse ma ciò non è sufficiente per arrendersi, a meno di non rinunciare appunto a quell'humanitas cui tanto volentieri ci riferiamo.

Altrimenti il mondo sarà per alcuni e alcuni altri avanzeranno fuori dalla conta.

E cosa facciamo di quelli che restano, di quelli che avanzano? Gli apolidi, i senza patria, i rifugiati. Esseri contaminati principalmente dalla povertà. Infatti non è lo straniero di per sé, non è il migrante in quanto tale che rifiutiamo. Se il suo portafogli gli permette di non intaccare i nostri privilegi siamo disposti a chiudere un occhio sulle tanto esecrate diversità culturali. È che oggi esiste uno straniero più straniero di altri: il povero che abbiamo creato e che ora bussa alla porta.

Esseri contagiosi, indesiderabili, scomodi, per cui alcun posto è previsto nell'ordine mondiale così come oggi è pensato. Ed è proprio a partire dalle categorie di pensiero che bisogna agire, dal significato dei termini che usiamo e come li usiamo. Dal nostro rifiuto non solo di trovare ma proprio di cercare le cause prime degli eventi. Di assumerci ognuno la nostra propria quota di responsabilità. Smettere di comportarci come se la povertà fosse una catastrofe naturale inevitabile di cui nessuno è responsabile. Invece, in questo mondo diasporizzato in cui sono saltati confini geopolitici e concettuali, ci si ostina a decontestualizzare gli accadimenti anziché vedere gli obblighi conseguenti alle sempre più strette interdipendenze e connessioni planetarie. Siamo di fronte a una frammentazione delle responsabilità per la quale l’essere inconsapevoli, il non vedere gli effetti negativi delle proprie singole azioni, non rende innocenti. Non ci si può più esimere. Non è più il tempo di accampare giustificazioni.

E poi basta con questa pretestuosa distinzione tra profughi e migranti, come se la guerra civile mondiale in corso si facesse solo con le bombe.

La cittadinanza dev'essere giuridica e avulsa dall'origo. Perché, domando, una comunità deve essere retta da una discendenza genetico territoriale? E non, invece, dalla partecipazione politica di cittadini che esercitano i propri diritti e ottemperano ai propri doveri all'interno di una compagine sociale cosmopolita?

È il momento per un autentico nuovo ordine mondiale, per nuove forme politiche ancora inimmaginabili ai più. L’ottenimento dello Jus migrandi richiederà una lotta simile a quella combattuta per l’abolizione della schiavitù (che peraltro sussiste) e sarà il punto di partenza per un cambiamento socio politico dovuto, tanto inevitabile quanto auspicabile, in cui saranno giustamente preservate le identità culturali e linguistiche, ma nel quale per i grandi temi, la salute, la preservazione dell’ambiente, il lavoro, la giustizia, la tassazione e il welfare, dovrà esistere una governance planetaria del tutto indipendente dal potere finanziario e da interessi particolari.

10 marzo 2018





sabato 7 ottobre 2017

AHMET ALTAN E LA GIUSTIZIA IN TURCHIA


Un corrosivo e lucido atto di denuncia dello stupro del sistema giudiziario turco.
Da leggere. Troverete abbondanti spunti di riflessione.



venerdì 27 gennaio 2017

RIFLESSIONI NOTTURNE SULLA DEMOCRAZIA

“I nomi collettivi servono a fare confusione. Popolo, pubblico… Un bel giorno ti accorgi che siamo noi; invece credevi che fossero gli altri.”

Ennio Flaiano


La democrazia rappresentativa è il meglio che siamo riusciti a mettere insieme, purtroppo però l’opinione prevalente non ha necessariamente maggior valore. Ritorna il dubbio, da molti ponderato nel corso della storia, se le democrazie siano in grado di sopravvivere all'espressione della volontà della maggioranza.

Mai come in questi giorni si dibatte sulla questione. Il referendum britannico, l’elezione di Trump, l’ascesa dei movimenti populisti, il recente referendum nostrano, tutto si presta ad avvalorare la tesi che il suffragio universale non sia quella gran pensata.

A mio parere le manifestazioni più preoccupanti sono altre, meno plateali, quotidiane, di sonnolenta omologazione e perdita di pensiero critico, di cecità e presuntuoso non ascolto.

Allo stesso tempo però credo che questo sistematico svilire gli esiti delle consultazioni popolari, l’instillare la convinzione che quello che pensa la gente non sia giusto, perché la gente, poverina (!), è inconsapevole, manipolata, costretta da bisogni e paure, ecco, credo che questa cassa di risonanza sia utile a chi voglia confondere tra le tante anche le voci giuste e ben consapevoli, quelle che si levano a reclamare giustizia, che si levano a proporre strade alternative, che si levano a denunciare, a gridare verità.

E funziona, infatti queste voci non vengono udite se non per brevi lassi di tempo, e vengono solo udite, non comprese, altrimenti certe cose non verrebbero dimenticate, non verrebbero rimosse. Non si continuerebbe a vivere accettando di credere a questa narrazione del progresso con sotto agli occhi le prove del contrario. Ogni narrazione comporta una responsabilità da parte del narrante (e di colui che eventualmente è il committente della narrazione) ma anche da parte di coloro che la odono, soprattutto se ne sottoscrivono, con una fruizione passiva, l’autenticità anche laddove non ci fosse.

È in atto da un pezzo una immensa opera di denigrazione, di calunnia, di offesa nei confronti del pensiero critico e quindi libero. Si è fatto in modo di rendere cerebrolesa una gran parte della popolazione terrestre, le si è data la possibilità di mettersi in mostra ed esprimersi full time, poi, ora, di fronte all'evidente livello di mediocrità, mentre si rivendica la necessità di restituire a una élite competente la gestione di tutto quanto, si possono tacciare di superficialità anche le voci serie. Le si confonde, le si mescola, le si denigra o deride, facendo perdere ad esse la forza dirompente che potrebbero avere.

Da chi, poi, dovrebbe essere rappresentata questa élite? Dagli intellettuali che rimarcano ovvietà nelle loro analisi a fatti avvenuti? Dall'oligarchia economica e finanziaria? Da tecnici in ogni settore?

Che valore hanno le riflessioni, i moniti, le parole, i suggerimenti, gli studi e l’impegno di quanti hanno previsto? Che valore le proposte lungimiranti ed eque, a tal punto rivoluzionarie nella loro assennatezza da spaventare chi preferisce che tutto cambi purché nulla cambi?

Cassandre indegne persino di riconoscimento a posteriori? A quanto pare.

Vorrei un governo mondiale composto da precursori illuminati, visionari onesti, rivoluzionari rispettosi, sognatori responsabili, inventori altruisti. E in giro per il mondo di persone simili, come ce ne sono state, continuano ad essercene. Ma non siamo tutti così, dobbiamo accettarlo. Abbiamo tutti diritto a dire la nostra ma non tutti siamo in grado di sostenere la responsabilità che l'applicazione di una persona un voto comporta appunto per ognuno di noi. Non possiamo esprimere una volontà solo in base all'emozione, al bisogno, all'educazione ricevuta, al contesto particolare in cui viviamo, alle difficoltà o meno che dobbiamo affrontare. Le difficoltà vanno dette, denunciate, proclamate, e in ultimo risolte, ma è arduo riuscire a levarsi al di sopra di esse ed esprimere una scelta equa e non condizionata. Ovviamente, nella mia visione, temo, utopica, gli illuminati onesti e lungimiranti di cui sopra saranno essi a vederle le difficoltà tutte e ad adoperarsi perché si riducano fino a scomparire.


Visto che oggi è il giorno della memoria, mi viene in mente che Primo Levi diceva che se comprendere le cose è praticamente impossibile, impegnarsi a conoscerle è un imperativo non negoziabile. Farlo però implica l'avere a disposizione una quantità non indifferente di tempo, inteso come spazio mentale. Senza di esso non ci può essere pensiero critico, senza pensiero critico non ci può essere scelta consapevole, senza scelta consapevole non ci può essere responsabilità, senza responsabilità non ci può essere potere, neanche quello limitato all'apposizione di una crocetta.


Avete presente, ad esempio, quando, a distanza di tempo, il coinvolgimento emotivo ormai scemato, si scoprono verità (nella limitata nostra storia nazionale gli esempi abbondano)? Ci si indigna e poi si volta pagina. Ne abbiamo voltate mai tante di pagine noi esseri umani per poter sopravvivere, che ora le verità possono essere scoperte quasi in tempo reale che non riusciamo a restare sul pezzo per più di un paio di giorni. Alcuni certo sì, la maggioranza delle persone però no. Non è una colpa, è che non ce la si può fare. Serve un’intima motivazione, serve determinazione, serve appunto tempo/spazio, e anche una buona dose di masochismo.

Come in mezzo al mare. Hai voglia a dare bracciate. A volte abbandonarsi alla corrente è l’unica salvezza.

Questo per dire che non tutti possono esprimersi sulla gestione della nostra vita comune ma visto che, al momento, principi illuminati, guide votate al bene comune, non ne esistono, la questione si fa decisamente spinosa.

Quindi manteniamo alta la guardia, rifiutiamo superficialità, generalizzazioni, tutto ciò che oggi va sotto la comune etichetta di populismo ma imponiamoci di imparare a dare potere, non voglio dire a chi (uno, pochi, tanti, tutti, che siano, sinceramente non m'importa) ma semplicemente a ciò che lo merita. Per dirla con le parole del grande Italo Calvino…

…

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.


(Italo Calvino, Le città invisibili)



lunedì 23 novembre 2015

DUE FUTURI POSSIBILI


A fine estate avevo scritto la seguente riflessione. La feci leggere a un paio di amici che mi dissero che ero paranoica, che oggi nessuno avrebbe permesso di scivolare in una catastrofe e che la diplomazia avrebbe in un modo o nell'altro sempre fornito una soluzione.


Considerata la situazione geopolitica mondiale, considerati gli interessi economici internazionali, considerato il fenomeno dei flussi migratori, in tutte le diverse espressioni e modalità in cui si manifesta, consideratene le cause e le implicazioni, ritengo che si prospettino due scenari possibili.

Il primo: un’illuminazione collettiva che porti a un’assunzione di responsabilità sia individuale sia degli Stati sovrani verso un’intelligente, umana, equa e lungimirante risoluzione del problema.

Il secondo: lasciare campo libero agli estremismi e permettere a essi di portare sempre più vicino paura e terrore, in modo che tutti vorranno una soluzione qualunque essa sia pur di sentirsi protetti e al sicuro. Con buona pace di giustizia, intelligenza, onestà.

Quando le persone sono frustrate, arrabbiate, impaurite, vogliono soluzioni rapide e, visto che chi ci governa* quando non è in malafede o controllato, è inetto (altre opzioni non sono date), meglio di così cosa ci potrebbe essere? Se il terrorismo arriverà a casa nostra sarà una manna. Sarà sufficiente abolire Schengen, innalzare barriere dove ancora non ci sono, alimentare i nazionalismi.**

Donald Trump insegna.


*Quando mi riferisco a chi governa intendo sempre a livello internazionale. Diversamente lo specifico.

2 settembre 2015



** E anche in questo caso, a distanza di dieci anni, debbo rivedere qualcosa. Non tanto il senso di quanto scritto e che confermo, quanto il rendermi conto che riguardo a Schengen, Europa, nazionalismi, le cose sono cambiate in un modo, per certi versi impercettibile, da rendere necessario approfondire la questione. Non appena riuscirò a terminare la revisione di tutto quanto mi dedicherò agli approfondimenti/aggiornamenti.



venerdì 9 ottobre 2015

CONVERSIONE PRODUTTIVA

Pensare che i ricchi, per quanto sempre più ricchi e ricchissimi, possano far fuori (leggi consumare) tutto quanto è necessario produrre per tenere in piedi il sistema attuale di produzione (inteso diffusamente ed erroneamente come sinonimo di crescita e progresso), è perlomeno da incompetenti.

Se proprio bisogna concedere che tale sistema sia il meglio che possiamo avere, propongo una ricetta a due ingredienti: riduzione delle disuguaglianze e conversione produttiva, intendendo per quest’ultima un cambiamento rivoluzionario e lungimirante dei beni da prodursi.


aprile 2015

venerdì 31 luglio 2015

#CECIL (il leone) E IL DENTISTA

Mi spiace per Cecil e anche per Walter James Palmer.

Nel primo caso per tutto ciò che la sua morte comporta, nel secondo perché, se anche non ne è consapevole, il signor Palmer è un essere superfluo.

Dichiara di aver seguito, come tutte le volte precedenti, le procedure e le norme per agire legalmente, ma, a parte la considerazione che le leggi non garantiscono necessariamente la giustizia delle cose e che alcune di esse sono veramente obsolete in questo nostro terzo millennio, un individuo che si giustifica dicendo di aver fatto come ha sempre fatto, senza porsi mai domande, senza mai un dubbio, è appunto un essere superfluo.

Come lo sono coloro che si difendono affermando di aver obbedito a un ordine. Ci sono ordini che non si eseguono, pena la perdita di dignità e humanitas. In genere si dice di aver eseguito un ordine quando ci si vergogna di ciò che si è compiuto. Altrimenti perché dirlo?

I cattivi non siedono solo nei cda di multinazionali e istituti finanziari, non sono solo i trafficanti, i mafiosi, i corrotti, i sofisticatori, e via elencando, ma persone comuni e finanche banali, come il nostro dentista imbarazzato e stupito, come tutte le Rebecca Francis, Sarah Palin e compagne, donne devote e prolifiche peraltro, nella miglior tradizione neocon, che mi fanno vergognare di essere donna. Ma gliel'hanno insegnato da bambine che non c'è niente di male, che è solo uno sport, e per rassicurarle hanno fatto foto di famiglia sorridente attorno a maestosi cadaveri. Anche ai bambini dello zoo di Copenaghen hanno voluto insegnare qualcosa. Di recente è stato mostrato loro l'abbattimento, il sezionamento, e la distribuzione delle parti di una carcassa ai leoni; carcassa di una giovane giraffa maschio che se fosse divenuto adulto, accoppiandosi, avrebbe determinato problemi da consanguineità. Tra l’altro hanno poi ammazzato pure quattro leoni. Cosa hanno voluto insegnargli non l'ho ancora capito. Il ciclo naturale di vita e morte? L'anima crudele della natura? La necessità di saper prendere decisioni difficili?

Infine, con buona pace di Cecil, cosa sarebbe successo se avessero ammazzato un leone più giovane, senza branco, meno maestoso e popolare?

Esattamente ciò che accade ogni fottuto giorno di nefandezze: nulla.


30 luglio 2015


(tutti i diritti riservati)


martedì 10 marzo 2015

UN FUTURO BELLISSIMO 1

Cammineremo su marciapiedi di piastrelle piezoelettriche. Le city car del Mit (l’Istituto di tecnologia del Massachusetts), si ricaricheranno mentre sono parcheggiate e non ci costerà questo carburante che avremo prodotto noi stessi passeggiando.

Le nostre case disporranno tutte della tecnologia che già esiste e che non viene prodotta e utilizzata in larga scala per la volontà criminale dei nostri governanti. Una tecnologia a consumi zero. E avremo ancora più confort di ora senza che nessuno dalla parte opposta del pianeta paghi per questo.

Vivremo in città intelligenti. Perché noi saremo intelligenti. Non produrremo più rifiuti. E avremo imparato a mangiare e mangeremo tutti. Ci ammaleremo di meno e non useremo veleni e tante multinazionali dovranno scendere a miti consigli o sparire per sempre.

I popoli saranno mescolati, ognuno con la propria storia e la propria cultura, ma con una comune visione di autentico amore e rispetto per la vita. E collaboreranno per amministrare e condurre le sorti di un pianeta condiviso, in cui tutte le specie viventi e la terra stessa saranno rispettati e godranno di diritti.

Ciò che a noi oggi pare impossibile sarà la norma.

E i figli dei figli dei nostri figli increduli studieranno di un passato con inceneritori, scorie radioattive, desertificazione, acque avvelenate, aria irrespirabile, estinzioni e foreste abbattute.

Un passato nell’anno del Signore 2000 e rotti, di gente che muore di fame e milioni di tonnellate di cibo destinate ad altri usi.

Si vergogneranno di noi. Ma saranno grati a tutti coloro che avranno fatto qualcosa per trasformarci in una civiltà evoluta.



novembre 2012

Tutti i diritti riservati

sabato 4 gennaio 2014

RIVOLUZIONE 4

Durante la rivoluzione del 9 dicembre 2013, a Imperia, è stato bloccato un carro funebre. Un gruppo di manifestanti irriducibili ha leso i diritti di qualcuno e ha quindi contaminato irrimediabilmente il senso della “rivoluzione”. Se tale in qualche modo vogliamo considerarla.

A distanza di giorni ho scoperto che il corpo nella cassa dentro al carro apparteneva a un individuo responsabile del fatto che la figlia maggiore si sia impiccata ad agosto.

Subito un moto di soddisfazione. Poi di frustrazione e vuoto. Perché, per quanto abbia voluto vederci un segno di giustizia divina, di giustizia non si è trattato e l'unica persona che ne ha patito è stata la figlia minore, sola ad accompagnare i resti del padre.

Rimando al post "Pena di morte" del 2 ottobre.


19 dicembre


Tutti i diritti riservati

mercoledì 2 ottobre 2013

PENA DI MORTE

Ho letto, su Internazionale n. 1018, l’articolo di Revati Laul sulla condanna capitale degli stupratori del 16/12/12 a New Delhi.

Sono contraria alla pena di morte. Non porta da nessuna parte. E credo che molti comportamenti e atti criminali siano causati da problematiche fisiche, masse che premono zone del cervello che non dovrebbero premere, disfunzioni chimiche, e credo che poter individuare ogni volta determinare le cause reali (come in alcuni casi è già avvenuto) e restituire serenità alle vittime, ai parenti delle vittime, e a chi tali comportamenti e atti non avrebbe tenuto e compiuto se non fosse stato vittima di una patologia, sarebbe una gran cosa. Non comminare pene in relazione al reato ma poter valutare caso per caso.

E penso che, sempre e comunque, si debbano mettere azioni, quindi cause, positive. Non vendetta, non rancore, ma comprensione e capacità di accogliere. Ciò comporta uno sforzo, un atto di volontà, un superamento del proprio personale punto di vista, ma è questa l’unica strada che può portare a un risultato positivo. Quindi sono d’accordo con l’autore dell’articolo.

Ma so anche cosa significa essere abusata e violentata. Lo so come bambina e lo so come donna. Quando ho letto i dettagli dello stupro mi sono immaginata là distesa, ho immaginato il dolore fisico straziante e il terrore, e ho pensato che per esseri viventi in grado di compiere certi atti la chirurgia e la chimica potrebbero solo portare ad annullarne totalmente le facoltà, non certo a guarire. E che la morte sarebbe troppo poco. Dovrebbero trascorrere il resto della vita in uno stato di eguale terrore e per sempre. Dobbiamo una buona volta accettare che non bisogna sentirsi in colpa nell’odiare chi arriva a tanto. Perché è quel genere di rabbia che se non esce, resta dentro e scava, scava, corrode, e si moltiplica e ci fa ammalare senza scampo. Fino a morire.


Conosco un uomo di 92 anni, ricoverato in ospedale per una brutta bronchite. Trentotto anni fa iniziò ad abusare della figliastra quando questa andava a trascorrere le vacanze estive presso la madre, e lo stesso comportamento tenne con altre bambine e con donne clienti del suo negozio. L’età e l’avvenenza erano secondari. Il padre naturale della bambina per la rabbia e il senso di impotenza iniziò a bere e si trasformò in un’altra persona fino a lasciarsi morire a soli 48 anni. Anche alla propria figlia piccolissima, abituata a dormire nel lettone dei genitori, in assenza della madre, quell’uomo laido non risparmiò toccamenti reciproci. L’aveva fatto anche con la figlia di primo letto e con una nipote, e persino con la suocera. Raggiunta l’età della pensione tenne corsi di disegno per i bambini del piccolo paese in cui abitava senza che nessuno avesse il benché minimo sospetto di chi fosse in realtà la persona a cui i figli venivano affidati. Anni dopo, al momento del ricovero per la bronchite, la figlia del primo matrimonio che, pur continuando a subire angherie, lo aveva cura presso di sé, trovò tra le sue cose un elenco di nomi femminili. In tale occasione si confrontò con la sorella più giovane di secondo letto e scoprendo che questa da anni non parlava alla sorellastra, perché secondo lei le accuse di questa erano frutto di fantasia, avendo rimosso quanto lei stessa aveva subito in tenera età, le disse di riprendere i contatti, che era tutto vero e che il loro padre era una persona terribile. Pochi giorni dopo, questa donna, ormai più che sessantenne, s’impiccò a un albero in campagna. Nessuno disse all’uomo in ospedale dell’atto estremo della figlia maggiore, nessuno gli disse proprio niente di niente. Troppo anziano e malandato per un simile colpo! L’elenco di nomi come se non fosse mai esistito. Ora quest’uomo sta per essere portato in un ricovero, perché la figlia più giovane non ha modo di prendersene cura in casa, e quando morirà al suo funerale ci sarà molta gente in lutto, tra cui molti ex partigiani come lui. Se ne loderanno le imprese e le qualità e tutto resterà sotto silenzio, e gli omicidi, se pur indiretti che ha commesso, impuniti. E gli abusi come mai compiuti.

Di queste vicende tenute nascoste ce ne sono tantissime, e tantissime sono le vite rovinate malamente, e che uno stronzo simile la passi liscia mi fa ribollire il sangue.

E capisco chi vuole la testa di chi ha sventrato quella ragazza.


Ottobre 2013


Tutti i diritti riservati

domenica 5 maggio 2013

BERLUSCONI HA RAGIONE

Berlusconi ha ragione. L’ha sempre avuta, ne è sempre stato convinto e i fatti lo confermano. 
L’iter delle elezioni presidenziali è stato penoso e l’esito ha una connotazione indiscutibile che contamina qualsiasi eventuale buon intento di chi proverà a governare: nessuna resa dei conti con cavaliere e accoliti. 
E lui a buon diritto se ne avanza tronfio e ghignante, forte di una certezza: ai privilegi nessuno rinuncia. 
Far pulizia sul serio, pretendere competenza, sostenere riforme che portino realmente con intelligenza nel nuovo millennio metterebbero fuori dal gioco troppa gente a destra e a manca. La grande coalizione su questo si basa. 

20 aprile 2013

Tutti i diritti risrvati

venerdì 19 aprile 2013

PERPLESSITA'

In base a come siamo e come cambiamo noi stessi modifichiamo l’ambiente che ci circonda.

È un principio filosofico, religioso, e scientifico.


Io ho sempre vissuto in funzione di principi che ritengo indiscutibili, quali i diritti inalienabili degli individui. Mi sono impegnata per diffonderli e difenderli. Per comprendere io per prima le dinamiche sociali, politiche e, non ultimo, economiche che portano a calpestare tali diritti e per cercare di spiegarle.

Eppure, tra le persone che conosco, incontro, frequento, c’è ancora chi proclama che agli immigrati bisognerebbe sparargli in bocca, ché ci tolgono il lavoro, chi dice che bisognerebbe gasarli perché troppo complicato e costoso distinguere tra profughi legittimi e terroristi, che la tolleranza zero è l’unica soluzione.


Raccoglieremo tempesta.


Aprile 2013


Tuttti i diritti riservati

mercoledì 6 marzo 2013

MARE

Ho depositato presso le segreterie scolastiche di Imperia un progetto di laboratorio destinato agli alunni delle elementari del secondo ciclo. Un laboratorio sul mare. Abitando in una città di mare…

Ho preparato una bella scaletta. Il mare come accesso. Sociale, culturale, commerciale. Il mare come riserva alimentare e come discarica. Il mare come ecosistema. Il mare nella storia. Le scoperte, le esplorazioni, la letteratura. Il mare dei barconi. Il mare delle balene. Il mare della pesca. Il mare delle ferie.

Partendo dal mare si può parlare di tutto. E senza il mare non si può vivere.

L’intenzione è di farmi guidare dai bambini: offrire loro una base e lasciare che sia la loro curiosità a condurre il discorso. Non ho dubbi che funzioni. Ho avuto una sola esperienza simile ed è stato soddisfacente e illuminante. I bambini sono attenti e saggi e sanno porre le domande fondamentali. Sono certa che a qualcuno resterà qualcosa nel cuore che lo porterà nella vita a cercare di fare sempre la cosa giusta.

Intendo anche raccontare loro di una giovane donna che ha perso la vita perché voleva raccontare una storia.

Una storia di navi, di veleni e di armi.

Una storia che parla delle coste calabre sullo Ionio, della Somalia e del porto di La Spezia.

Una storia che bisogna continuare a raccontare in barba al segreto di Stato.

ottobre 2012

Aggiornamento: ho tentato per due anni di seguito ma non ho gli “agganci” giusti. Il mio progetto non è stato considerato nemmeno degno di risposte.




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giovedì 28 febbraio 2013

TRANSUMANESIMO

Mi piace guardare le persone. Tutte le persone. Mi è impossibile andare per le strade senza osservare i miei simili. Senza guardarli in volto. Serve a riconoscere se stessi e a riconoscersi tra noi appunto in quanto simili, per quanto ciò possa apparire bizzarro, considerate le diversità a volte sorprendenti tra individui della stessa specie. Eppure ci riconosciamo: si chiama empatia.

Poi penso a Blade Runner, alla possibilità di trovarmi di fronte invece un essere ibrido, uomo macchina, senziente e forse capace di provare emozioni, e mi dico che non potrei non considerarlo un individuo. Altrove ho scritto sulle implicazioni etiche che il progresso scientifico tecnologico comporta e non voglio qui ripetermi, solo torno sulla conclusione: un tale individuo ha dei diritti che vanno tutelati esattamente come quelli di un paraplegico che si esprima con l’ausilio di un computer o, comunque, di un diversamente abile. Ora, se consideriamo diverse aree scientifiche e cioè gli studi sull’Intelligenza Artificiale, le nanotecnologie, l’ingegneria genetica, la neurologia, le biotecnologie applicate, la criogenizzazione, è evidente che ci troviamo nel bel mezzo di una rivoluzione profonda che ci costringe fin d’ora a rivedere e confermare o meno i principi e i valori sui quali abbiamo fondato, o cercato di fondare, la storia umana.

I nostri nipoti dovranno fare i conti con una società molto diversa da quella attuale e noi abbiamo la responsabilità di assumere una posizione in merito.

Anche termini quali eugenetica liberale, transumanesimo, individui postumani, devono entrate nelle nostre teste. Dobbiamo sforzarci di comprenderli, con onestà e coerenza, senza schierarci per forza pro o contro, ma provando a trovare il giusto equilibrio tra ciò che è sacrosanto e ciò che è comunque legittimo. C’è un’immensa zona grigia ed è proprio lì che bisogna lavorare.

Dobbiamo confrontarci con un movimento culturale, intellettuale e scientifico che afferma “il dovere morale di migliorare le capacità fisiche e cognitive della specie umana e di applicare le nuove tecnologie all’uomo, affinché si possano eliminare aspetti non desiderati come la sofferenza, la malattia, l’invecchiamento, e, persino, la morte.” E ancora, sarà individuo qualunque entità, umana, animale*, extraterrestre, cyborg, in possesso di ratio. E qui arrivano le prime domande: cosa significa migliorare? Su cosa si baserà il criterio di normalità? Esisteranno dei limiti alla ri-progettazione umana che, attraverso l’individuo transumano, porterà a quello postumano?* E chi apparterrà ancora alla cerchia degli umani, come verrà considerato? Un Pc con “cervello umano” sarà persona? Si tratterebbe certo di un riduzionismo funzionalista, persona solo in quanto ente razionale, ma seconde me si considera la questione dalla prospettiva sbagliata. Non si vuole concedere lo status di persona a una macchina senziente perché non s’intende considerare la razionalità come parametro determinante, in quanto ciò comporterebbe il considerare i disabili mentali non persone. Ebbene i disabili mentali sono persone, con tanto di diritti, (esistono molti modi per sentire ed esprimere il proprio io), ma perché vogliamo discriminare un cyborg se comprende e magari sarà in grado di auto evolversi sino a compiere scelte autonome? Non sarebbe né giusto né coerente. E accadrà: non è fantascienza, è solo questione di tempo e di interessi.. Il problema lo vedrei più sul fronte del controllo. Chi gestirà, come, e con che fine. Per il resto questo processo è già in corso e non si arresterà: fa parte della nostra natura andare avanti, di confine in confine. Cerchiamo di gestire la cosa al meglio. E teniamo a mente che nessuna conquista tecnico-scientifica può trasformare la società se non è accompagnata da una rivoluzione culturale, sociale e politica. Ci si deve poter riconoscere in un obiettivo per rivendicare o accettare la messa in atto di tutte le misure atte a conseguirlo. Di questo dobbiamo essere consapevoli. I transumanisti lo sono, tant’è che parlano esplicitamente di un lungo e complesso lavoro di persuasione, per far sì che l’accettazione delle varie fasi di trasformazione vengano accolte dalle persone senza ostacoli e traumi.

Ma, al dunque, oltre all’invito ad approfondire l’argomento, io che da bambina volevo fare l’astronauta e che divoro letteratura scientifica, mi chiedo, proprio in nome di ciò, anziché migliorare l’essere umano, non sarebbe già una gran cosa dargli una vita migliore? E poi, non saranno proprio la nostra fragilità e caducità, la nostra limitatezza nel tempo ad essere cifra della nostra grandezza?

_________________

MTI – Movimento Italiano Transumanista

WTA – World Transhumanist Association

*Molto interessante approfondire le posizioni di Roberto Marchesini, fondatore della zoo antropologia, sostenitore del Movimento Italiano Postumanista, e autore di testi interessanti, uno tra tutti, “La fabbrica delle chimere”. La zooantropologia (argomento trattato però in altri saggi), in breve, ritiene l’eterospecifico (in questo caso l’animale) come soggetto, un’entità in grado di dialogare con l’uomo e di contaminarlo, ed è necessario salvaguardare l’eterospecifico con i suoi caratteri di soggettività, di diversità dall’uomo, di peculiarità, e cioè non reificare, non antropomorfizzare, non considerarlo come cifra. Arrivare a considerare la relazione uomo-animale, e la referenza che ne consegue, un contributo insostituibile. A diminuire la distanza che separa la nostra specie dalle altre. Se la biologia evoluzionista ha creato un legame di tipi filogenetico, la zoo antropologia ne crea uno di tipo ontogenetico. L’eterospecifico viene ad assumere un ruolo specifico nell’ontologia umana.

Tra l’altro, avendo letto il saggio di cui sopra, mi domando quale sia stata la chiave di volta che lo ha spinto a sostenere il postumanismo: se, per certi versi, lo comprendo, per altri no, e non mi dispiacerebbe un confronto sulla questione.

2011

AGGIORNAMENTO

* Ho finito di leggere “Estetica postumanista” di Roberto Marchesini e mi sono resa conto di quanto sommariamente conoscessi postumanismo e transumanesimo. Ero convinta che postumaniso e transumanesimo fossero fasi di un unico processo, invece si tratta di due correnti ben distinte se pur con manifestazioni analoghe, sopratutto per quanto riguarda l’uso della tecnologia. In sintesi, il postumanismo vuole essere un superamento dell’umanismo, della concezione antropocentrica, dell’uomo vitruviano, attraverso una contaminazione con l’altro (teriomorfismo e tecnomorfismo) che rende l’uomo più vulnerabile, certo, ma maggiormente permeabile a ciò che lo circonda. La nascita di un ibrido transpecifico consapevole delle radici e del destino comune di tutti gli esseri appartenenti alla sfera del vivente. Non più l’umano che emerge per opposizione dicotomica ma il postumano che è l’essere che si connette con ciò che è oltre il suo corpo e prende coscienza del continuum con il non umano in una realtà in cui la natura (e la tecnologia) non è più palcoscenico, l’animale non è più portatore di quelle funzioni biologiche da cui ci si vuole affrancare ma parte dell’ontopoiesi umana. Il posumanismo parla di trasformazione della consapevolezza. Una sorta di neoumasismo relazionale.

Il transumansimo, al contrario, non parla di connessione ma di potenziamento dell’uomo, attraverso la tecnologia. Quindi permane la visione antropocentrica che il postumanismo rifiuta. Il transumanesimo parla di iperumanismo che liberi dai vincoli del biologico ‘estraendolo’ dal divenire.

Il libro è da leggere. Ricco di spunti su cui riflettere. Io l’ho riempito di considerazioni a latere, punti esclamativi, domande, commenti di condivisione o di disapprovazione. Potrebbe essere un buon esercizio confrontarsi con questa nuova estetica, in senso filosofico, che è già ben radicata e si esprime nei più svariati campi.

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA:

- Post-Human di Roberto Marchesini

- Essere una macchina di Mark O’Connell

- Beyond Boundaries di Miguel Nicolelis

- Il cervello universale di Miguel Nicolelis

- Postumanesimo e filosofia di Claudio Bonito

- Il gene del diavolo di B.M. Assael

- La vita segreta di Andrew O’Hagan

- Le identità in Myazaki di Matteo Quinto

- Estetica postumanista di Roberto Marchesini


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