Due mesi fa (maggio 2007) è
stato sottoscritto il protocollo della TRI, la Terza Rivoluzione
Industriale. Più precisamente, è stata diramata una dichiarazione
scritta da parte del Parlamento Europeo in cui si afferma che i
principi della TRI rappresenteranno le linee guida per i progetti
economici a lungo termine dell’Europa. Qual è l’obiettivo e
quali sono questi principi? L’obiettivo è la conquista
dell’indipendenza energetica e i punti cardine per riuscirci sono
il passaggio alle fonti energetiche rinnovabili, la trasformazione
del patrimonio immobiliare mondiale (ogni edificio produrrà,
immagazzinerà e distribuirà energia), l’utilizzo della rete
internet per rendere la rete elettrica una rete di produzione e
condivisione dell’energia (!), la conversione di tutti i mezzi di
trasporto in veicoli a celle a combustibile che possano usufruire
della rete elettrica trasformata. Fantascienza? Lo sembra. Ma gli
appassionati del genere sanno che le visioni di tanti autori di
fantascienza altro non sono stati e non sono che analisi della
contemporaneità e anticipazione del futuro.
Con le dovute scremature.
Ora il punto è, perché
sostenere la Terza Rivoluzione Industriale?
Alcuni dati e osservazioni in
ordine sparso:
• il picco di petrolio pro
capite, e cioè se immaginassimo di distribuire equamente per
abitante il petrolio a oggi disponibile, la quota individuale sarebbe
inferiore a quella del 1979, ovvero abbiamo già superato il picco in
questione. Da non confondere con il picco della produzione
petrolifera, cioè l’estrazione avvenuta di metà delle risorse
mondiali disponibili ( per gli USA il picco di produzione petrolifera
interno è stato raggiunto nel 1970 circa e questo può spiegare
l’incremento di certe scelte politico/militari, nonché la
definizione del diritto all’approvvigionamento di fonti energetiche
ovunque sul pianeta quale questione di Difesa Nazionale – meglio
prima consumare quello degli altri e salvaguardare le proprie
riserve)
• da circa un decennio la
produzione di greggio non riesce a soddisfare l’aumento della
domanda; ce ne sarà forse ancora per un valore di parecchie decine
di migliaia di miliardi di dollari, ma è sempre meno quello che può
essere prodotto facilmente a costi contenuti
• l’aumento della
produzione determina un aumento del costo del petrolio
• le grandi recessioni sono
collegate al prezzo del petrolio, quando il prezzo al barile
raggiunge e supera i cento dollari, l’economia globale è a rischio
• i combustibili fossili non
si trovano ovunque: proteggere l’accesso ai giacimenti richiede
investimento di risorse militari e gestione geopolitica
• la Royal Dutch Shell, la
Exxon Mobil,e la Bp, con circa 500 multinazionali sotto di loro,
gestiscono circa 22.550 miliardi di dollari all’anno, e cioè poco
meno di un terzo del PIL mondiale (65 trilioni – 2011), basando la
loro sussistenza sui combustibili fossili
• aumentano i conflitti per
l’accesso alle fonti di energia
• l’approvvigionamento di
combustibili da Stati esteri genera quasi sempre dipendenza, con il
rischio, in situazioni di emergenza, di discontinuità di fornitura e
chiusura dei rubinetti, oltreché di spropositati aumenti.
• nel mondo circa 450
reattori nucleari producono poco più del 6% dell’energia totale.
Per ridurre le emissioni in misura percettibile e utile, secondo
attendibili e congiunti studi della comunità scientifica
internazionale, bisognerebbe incrementare tale percentuale fino al
20%. Ciò comporterebbe la necessità di arrivare a 1500 reattori: 3
nuove centrali al mese per i prossimi 40 anni, troppo tempo per come
siamo messi e per poter parlare di beneficio reale, e con un costo
previsto di 12.000 miliardi di dollari (poco più della metà del
fatturato annuo delle multinazionali di cui sopra!). Senza contare
che anche l’uranio è una risorsa a termine.
• si calcola che sfruttando
il 20% dei venti disponibili sul pianeta si produrrebbe 7 volte di
più di energia di quanta ne abbisogniamo oggi
• i mutamenti/sconvolgimenti
climatici avvengono più rapidamente: gli esseri umani possono
provare a spostarsi a tale velocità (con le problematiche che
conosciamo) ma animali e piante no
• i ricercatori rilevano
ovunque aumenti di temperatura, con ridotta crescita arborea,
variazioni sul ciclo dell’acqua, rilascio di quantità troppo
elevate di biossido di carbonio e di metano
• la popolazione mondiale è
in aumento esponenziale (1 mld di nuovi nati ogni 10 anni) e poco
meno del 20% di essa detiene i 5/6 delle risorse (di casa propria e
prese a casa di altri)
• desertificazione,
salinizzazione, eutrofizzazione, disboscamento, inondazioni, uragani,
riduzione delle aree coltivabili, i conflitti sociali che ne
conseguono, la presenza di regimi autoritari e collusi, rendono
sempre più deleterio l’approvvigionamento di risorse nei Paesi in
via di sviluppo che ne sono i maggiori depositari
• mantenere infrastrutture
obsolete, sul medio/lungo termine costa più che realizzarne di nuove
efficienti
• la produttività viene
considerata il risultato della quantità di prodotto per capitale e
forza lavoro investiti, ma ciò spiega meno del 20% della
produttività conseguita; la differenza è data dal fattore energia,
che dal calcolo viene escluso. Tenendo conto anche di tale fattore il
miglior investimento sarebbe dato dal raggiungimento della maggior
efficienza termodinamica
• alla base della nostra
società c’è l’obsoleta definizione economica classica che
intende lo spazio come contenitore di risorse passive
• la meccanica di Newton che
riferisce che ad ogni azione ne corrisponde un’altra uguale e
contraria, non tiene conto di fattori quali il trascorrere del tempo
e l’irreversibilità degli eventi; la termodinamica e il concetto
di entropia, coniato da Rudolfh Clausus nel 1868, delineano un quadro
più veritiero. Secondo la prima legge della termodinamica, l’energia
non può essere creata né distrutta e rimane costante in eterno,
cambiando però forma in una sola direzione, da disponibile a
indisponibile. La seconda legge dice che l’energia fluisce sempre
dal caldo al freddo, dal concentrato al disperso, dall’ordinato al
disordinato. Una volta utilizzata ne resta sempre meno di libera per
compiere ulteriore lavoro. Questa è l’entropia. Ogni essere
vivente si mantiene in vita assorbendo ininterrottamente energia
dall’ambiente al costo di una crescente entropia generale. Più una
civiltà è evoluta, più consuma e produce, più aumenta il
disequilibrio quindi l’entropia. Se ciò può apparire non
determinante al cospetto di fonti energetiche quale è il sole, lo è
grandemente per una società come la nostra, fondata sull’uso di
un’energia da combustibili fossili e minerali metallici, la cui
quantità è fissa e finita, almeno per quanto concerne un orizzonte
geologico temporale che abbia un senso rilevante per la nostra
specie. Che tra milioni di anni possano essersi riformate ulteriori
risorse fossili non risolve il problema. In pratica le leggi della
termodinamica determinano la nostra esistenza e sarebbe il caso che
fossero materia privilegiata di studio per politici ed economisti
• supporre che il ritmo di
crescita possa continuare all’infinito contraddice le nostre più
elementari conoscenze scientifiche sulle proprietà della terra, nega
il concetto di biosfera e di feedback circolare (ogni forma di vita è
regolato da orologi biologici che adattano i processi biologici delle
forme di vita al ritmo/ciclo generale della biosfera e del pianeta:
rispettare tali ritmi/cicli determina la sopravvivenza di una specie)
• l’ammontare degli scambi
finanziari mondiali quotidiani, superiore a 500 mld di dollari,
corrisponde a una cifra di gran lunga eccedente a quanto occorrerebbe
a finanziare lo sviluppo industriale e commerciale del pianeta
secondo i nuovi principi della TRI. Ad esempio per portare la
generazione elettrica statunitense da fonti geotermiche a livello
competitivo, servirebbe un investimento di 3/400 milioni di dollari
in 15 anni! Una tassazione proporzionale delle transazioni
finanziarie è più che mai necessaria ( e anche una più severa
regolamentazione)
• Le fonti rinnovabili sono
ovunque mentre i combustibili fossili sono solo in alcuni luoghi
• Ecc. ecc. ecc
Le mie conclusioni sono le
seguenti:
- la riconversione industriale
e la trasformazione su scala mondiale del patrimonio immobiliare in
unità di produzione/distribuzione dell’energia attraverso reti
infonergetiche e il conseguente boom edilizio, creerebbero milioni di
posti di lavoro su tutto il pianeta con la prospettiva di migliorarne
le condizioni, favorendo anche la nascita di piccole imprese che già
oggi creano l’80% dei nuovi posti di lavoro in EU, e il 65% negli
USA
- esistono le premesse, come
accuratamente evidenzia Jeremy Rifkin, perché tale profondo
cambiamento avvenga: la prima rivoluzione industriale nacque
dall’unione dei motori a vapore con la stampa, la seconda da quella
del motore a scoppio con l’elettricità e le nuove forme di
comunicazione, la terza potrebbe prendere il via dalla condivisione
digitale unita alle fonti energetiche rinnovabili
- si passerebbe da una
gestione gerarchica delle risorse a una gestione laterale delle
stesse, con una democratizzazione dell’energia, attraverso la
diffusione dell’accesso ad esse a un numero sempre crescente di
individui senza aumentare l’impronta ecologica
- l’autosufficienza
energetica, essendo le fonti rinnovabili, se pur in forme diverse,
disponibili dappertutto, farebbe diminuire i conflitti
- riuscire a garantire a tutti
un livello di vita buono utilizzando il sole, il vento, le maree, il
calore della terra, investendo il denaro risparmiato da petrolio e
armamenti in ricerca e sviluppo, ci renderebbe individui migliori e
più felici Esistono le premesse, l’humus e le motivazioni a
supporto perché questa profonda transizione avvenga. Resta da
neutralizzare l’avidità: perché rinunciare a raschiare il fondo
dei barili? In fondo per le ottuse menti di uomini ciechi che
ragionano, se va bene, nei termini temporali della propria esistenza,
i ricavi che l’economia da combustibili fossili può ancora
generare, valgono la vita delle generazioni future, a partire da
quella dei propri figli.
luglio 2007 - dati aggiornati
al 2011
Il post carbonio. Come già,
ammettendo di fumare, iniziamo a imbarazzarci al cospetto di evoluti
nordici che ci osservano come obsoleti individui aggrappati a usi e
costumi destinati a scomparire, individui inconsapevoli di essere
entrati in una nuova era, e motivano il proprio sguardo di rimprovero
non con i rischi per la salute, non solo, ma, principalmente, con
quelli connessi al costo sociale, in termini di costi sanitari e
quant’altro, ecco, ugualmente, dovremmo porci riguardo alla
produzione e all’uso dell’energia come noi li concepiamo. Con
profondo imbarazzo.
Intanto per l’autunno 2012 è
stata riesumata la serie televisiva “Dallas” – petrolio e
allevamenti industriali.
Leggo su Internazionale di
novembre 2012: “Il petrolio è al centro dei nostri piani di
sviluppo – spiega Rosaria Vicino, sindaco di Corleto Perticara (PZ)
– è l’elemento su cui si basano le nostre speranze”
Nel 2011 sono stati stanziati
88 miliardi a livello mondiale per sostenere le energie rinnovabili a
fronte di 523 miliardi di dollari dati a sostegno dei combustibili
fossili! (fonte: World Energy Outlook 2012 dell’International
Energy Agency)
Abbiamo avuto varie età nella
nostra evoluzione. Direi che un duecento anni per quella del
petrolio, visti e considerati gli esiti, è più che sufficiente.
Ritrovarsi oggi, a un nulla dalla fine di un’epoca, senza avere in
mano un’alternativa è da imbecilli.
Ora però si parla di gas non
convenzionali. Distribuiti piuttosto uniformemente sul pianeta e in
abbondanza. Peccato che per l’estrazione, il cosidetto fracking,
sia necessario iniettare ad alta pressione grandi quantità d’acqua
mista a reagenti chimici. Della prima non ne abbiamo abbastanza, dei
secondi faremmo volentieri a meno.
P.S. 2025: ma quanto ero
ingenua? Cos’è che abbiamo ora? Cappotti termici e auto
elettriche! Acqua, aria e terra? Non li nominano neanche. Seguitemi
nei successivi articoli a tema Green
Tutti i diritti riservati