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sabato 15 settembre 2018

SESSO E APOCALISSE A ISTANBUL




Raramente scrivo recensioni di libri. Mi piace consigliare la lettura di quelli che, per un motivo o per l'altro, possono a mio giudizio arricchire chi legge ma ritengo che non esistano recensioni esaustive. Credo sia giusta l'asserzione che di un testo esistano tante versioni quanti sono coloro che lo leggono. Ho però deciso di recensire, ancor prima di leggerlo, l'ultimo romanzo di Giuseppe Conte, “Sesso e apocalisse a Istanbul”, stuzzicata dai molti giudizi negativi che ho sentito. Riassumendo i commenti sono stati: un testo privo di contenuti e idee, un'accozzaglia di volgarità fine a se stesse, il delirio di una persona con frustrazioni non più controllabili.

Ho terminato di leggere mezz'ora fa e ho deciso di scriverne immediatamente.

Partirei dall'avvertenza al lettore, in cui l'autore dichiara sostanzialmente che Io è un altro. Non si tratta, per me, di un mettere le mani avanti o lavarsele a fronte di prevedibili critiche ma di una chiara dichiarazione d'intenti che mi ha fatto pensare alla teoria recitativa di Stanislavskij. Teoria che presuppone l'abbandono dello “stato attorico”, in cui l'interprete simula stati d'animo che non sono suoi, e cede se stesso al personaggio in un'operazione di identificazione assoluta, preparata da uno studio accurato del personaggio e del suo ambiente, al punto che lo spettatore non potrà che vedere sulla scena il solo personaggio e non più l'attore. Conte di riferisce secondo me a un procedimento analogo, l'unico che potesse permettergli di raccontare ciò che racconta senza apparire didascalico o saccente. Ha deciso di essere specchio del mondo e il mondo è volgare. Non lo è lo scrittore. Egli semplicemente presta se stesso e la propria capacità narrativa a un narratore che è lui ma non è più lui.

Quanto alla mancanza di contenuti ed idee, direi che ce ne sono in abbondanza anche se appena accennati. Nessun approfondimento, nessun giudizio, se non breve e lasciato scivolare qua e là, forse nella speranza che, in questa società con deficit d'attenzione, possa essere proprio la brevità a far attecchire un qualche spunto di riflessione. Solo un disseminare informazioni e accadimenti con una noncuranza che è specchio puntuale della noncuranza con cui accogliamo ed espelliamo in gran fretta, anche per limiti di capienza, l'eccesso di fatti che sono la nostra storia umana contemporanea.

I fatti di piazza Taksim e del Gezi Park, l'evolversi delle posizioni dell'Europa nei confronti della Turchia, e della Grecia, il capitalismo autoritario della Cina in Africa, la diaspora delle bellezze dell'Est dopo il crollo dell'Unione sovietica, il commercio di carne umana, il fascismo e la finanza globale, la povertà in Russia, compensata un tempo da sogni di grandezza che culminavano nel volo di Gagarin e oggi dal poter accedere a qualche ammennicolo elettronico e a qualche soggiorno all'estero, il mai abbastanza approfondito fenomeno sociale dei foreign fighters, i concetti di fede e di purezza, di una forza vergine e di una lotta che dovrebbero spazzare via dal mondo ogni forma di sopraffazione ed empietà e far regnare nel mondo onore e giustizia. E, ancora, la Siria in fiamme, il traffico di armi per Assad, di armi contro Assad, di armi per i Curdi, di armi per il Califfato contro i Curdi, il concetto di vita dell'universo, l'entropia, la denuncia della banalizzazione del concetto di tragedia.

Quindi il sesso, la cui presenza permea il libro dall'inizio alla fine. Ho trovato un solo paragrafo che ritengo eccessivo e, forse, superfluo; per il resto le particolareggiate descrizioni di atti sessuali riflettono quella che è la predominante tipologia attuale di fruizione del sesso. Non c'è erotismo, non è eccitante. La felice scelta del verbo zoomare, che ho incontrato nel terzo capitolo, è rivelatoria in tal senso, apocalittica. Tutto ciò che è normalmente nascosto, intimo, segreto, viene offerto in fotogrammi macro. Cavità, orifizi, umori. I contatti sono tra genitali non tra persone. Chi abbia anche solo una conoscenza sommaria dell'universo sessuale online, senza arrivare al mondo del web sommerso che, personalmente, ho avuto modo di sondare per una ricerca giornalistica, non potrà che riconoscerne una fedele narrazione, a mio parere persino edulcorata. Più che di volgarità il libro è colmo di disincanto, è un libro triste che sa di resa. Dove non si può far altro che ricondurre l'esistenza a quel momento in cui siamo tutti uguali come dinanzi alla morte. In cui perdiamo identità e desideriamo solo annullarci nella materia oscura di un tratto intestinale, nella cecità della carne.

Il disgusto provato da diversi lettori è prova dello stato di generale e indotta anestesia, perché tale disgusto dovrebbe essere pregresso alla lettura di un testo come questo. Dovrebbe manifestarsi quotidianamente e determinare un fermo e concreto rifiuto, nella vita reale, delle reiterate offese nei confronti dell'essere umano, dell'intelligenza, dell'humanitas, e del pianeta, in sintesi della vita in tutte le sue manifestazioni.

Mi rincresce non aver letto il libro prima di partecipare alla presentazione: avrei chiesto a Giuseppe Conte conferma o meno della mia analisi.



Settembre 2018


lunedì 11 gennaio 2016

FUGA DALL'ISIS


Dedico, tra i tanti, questo filmato a tutti gli arroganti presuntuosi che a volte capitano al tavolo cui si è seduti e ti gridano sulla faccia che i musulmani sono tutte merde e devono morire in blocco. E ridono sguaiati, fanno smorfie sarcastiche e dicono: aspettate che vi mettano tutti sotto e vedrete. Alla stregua del peggior Klu Klux Klan.

Sono stufa di provare a comunicare con chi non sa di che parla e non ha la minima intenzione di conoscere, studiare, capire.

Ribadisco: l’unica divisione ammissibile è tra buoni e cattivi (e non dovrebbe essere così complicato distinguerli indipendentemente da dove sono nati)


http://video.sky.it/news/mondo/fuga_dallisis_reportage_sulle_donne_fuggite_dal_califfato/v267121.vid

lunedì 7 dicembre 2015

I FIGLI DEGLI ALTRI


Non riesco più a starci dietro. Alle coalizioni anti Isis. E, forse, non vale la pena continuare a sprecare energia in tal senso. Solo mi chiedo: la Francia da una parte bombarda per rappresaglia la Siria contro i sunniti dell'Isis e dall'altra diventa interlocutore corteggiato dall'Arabia saudita, ora che gli Usa “fraternizzano” con l’Iran? Arabia saudita le cui posizione e responsabilità riguardo all'Isis sono quanto meno nebulose. Forniture di petrolio a parte, l’ideologia dell'ISIS infatti ricalca l’ideologia wahabita della monarchia saudita in quasi ogni aspetto anche se il mancato riconoscimento della suddetta monarchia come guida legittima del mondo islamico rende l'ISIS una minaccia per l’Arabia saudita, non fosse altro per l’immagine che ne deriva al cospetto delle potenze occidentali. Noi stessi italiani, attraverso molti dei nostri illustri imprenditori stiamo facendo ingenti accordi economici con gli emiri perché gli affari sono affari, in barba alla lunga lista di fatwa antidemocratiche e al non rispetto dei diritti umani degni appunto del peggior integralismo. Insomma da che parte stiamo?

Senza contare il fatto che al Califfato non sembra vero questo bombardamento che sospende il lavoro di partizione della Siria, cui si cercava di mettere mano da parte dei principali poteri internazionali attraverso un estenuante lavoro di negoziati. Si tratta di una questione di potere, si tratta della volontà di restaurare finalmente un immenso Stato sunnita, utilizzando ogni mezzo, plagiando e indottrinando giovani che diventano kamikaze inconsapevoli del pragmatismo che permea le decisioni dei vertici dell'IS. Letteralmente carne da macello.


Ma qui mi fermo, perché ciò che voglio dire è semplicemente che la vera informazione è un lusso che presuppone, oltre a interesse e curiosità, tanto tanto tempo.  Alle nuove generazioni questo tempo viene ingolfato e pertanto viene precluso il diritto a sapere, vengono negati gli strumenti per orientarsi e sviluppare un senso critico. Le si ottunde con il proliferare dei devices (ammennicoli tecnologici) persuadendole di avere a portata di mano tutto quanto serve, privandole invece criminalmente della possibilità di sviluppare una visione d’insieme, dall'alto.

Io non ho figli ma mi stanno a cuore i figli degli altri. La mia amica Katia mi dice di essere ottimista: “Non la generazione di mio figlio, che ha 18 anni e subisce ancora l’influenza della nostra, ma quella successiva vivrà in integrazione, perché è un processo inevitabile e funzionale alla sopravvivenza. Per mio nipote, quando sarà adulto, sarà normale relazionarsi al prossimo in base ai meriti e alle qualità di questi anziché secondo l’etnia.” Mi viene in mente una vignetta che ho visto poco tempo fa. Un adulto chiede a una bambina: ”Ci sono extracomunitari nella tua scuola?” e lei risponde un po’ stupita della domanda: ”Veramente nella mia scuola ci sono solo bambini”.


E il discorso non riguarda solo il problema dell’integrazione ma tutti gli aspetti della vita su questo mondo pianeta. La mia visione in linea di principio è analoga a quella della mia amica, soltanto temo che questa futura umanità vivrà in uno spazio molto più stretto, del tutto videocontrollato, con imposizione di modalità digitali uniformi in ogni ambito della vita, e esponenzialmente meno ospitale. Uno spazio in cui le risorse saranno sempre più concentrate nelle mani di pochi a discapito di una moltitudine che dovrà arrangiarsi e rifuggire la bestialità della lotta tra disperati solo grazie a una fede assoluta in quei valori che trasformano nella difficoltà un nemico in compagno.

I compagni di merenda delle conferenze sul clima e gli accordi economici transnazionali insegnano.


Siamo nel terzo millennio e di fronte a un bivio epocale della nostra storia di esseri umani. E ho la netta impressione che si stia imboccando la direzione sbagliata. Sulla spinta di coloro cui ciò torna comodo, nella loro sete malata di potere, e di una folla sterminata che procede acriticamente perché vittima di un’indotta incapacità di vedere.


novembre 2015


(tutti i diritti riservati)